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Archive for the ‘W. Dafoe’ Category

Apprezzato e denigrato in egual misura dalla critica, questo Van Gogh di Julian Schnabel (Basquiat, 1996) arriva in coda ad una lunga e ricca filmografia che si è cimentata nel ricostruire la vita del celebre pittore.

E se da un lato c’è chi parte in quarta con i paragoni e giudica insuperate le interpretazioni di Kirk Douglas (Brama di vivere, 1956, Vincente Minnelli), di Scorsese (Sogni, 1990, Akira Kurosawa), di Tim Roth (Vincent & Theo, 1990, Robert Altman) e di Benedict Cumberbatch (Van Gogh, Painted with Words, 2010, Andrew Hutton), d’altro canto c’è chi, per fortuna direi, è riuscito ad apprezzare l’assoluta unicità dell’interpretazione di Willem Dafoe, alle prese con un ruolo e con una sceneggiatura tutt’altro che facili.

Schnabel non sceglie la via del biopic tradizionale ma tenta di fare con il mezzo cinematografico ciò che la mente di Vincent faceva sulle tele, restituendo un quadro potente e tormentato, emotivamente travolgente e visivamente abbagliante.

La costruzione lascia pochissimo spazio a cronologia e contesto e si viene subito catapultati all’interno della vita interiore di Vincent.

Vincent che cerca una luce che nessuno è ancora riuscito a trovare.

Vincent che vede un mondo diverso e che deve dipingere perché anche gli altri possano vedere.

Vincent che dipinge per fermare la mente. Per avere pace. Perché non sa e non può fare altro.

Vincent che è solo con se stesso e con il suo disperato bisogno di una condivisione e di una comprensione impossibili per il mondo in cui viveva.

Willem Dafoe ha 63 anni. Vincent ne ha 37 quando muore. Eppure la differenza di età viene spazzata via da un’interpretazione che è pura emotività.

Dafoe restituisce tutta la struggente delicatezza del tormento interiore di Vincent e si muove con maestria sulla linea di un copione difficile, fatto di voiceover su schermo nero, inquadrature ravvicinatissime, soggettive agitate e progressivamente sempre meno nitide, probabilmente per rispecchiare l’indebolimento della vista di Vincent.

Nel cast anche Oscar Isaac, nel ruolo di Gauguin, Rupert Friend nei panni di Theo, fratello di Vincent e poi Mads Mikkelsen e una particina anche per Emmanuelle Seigner.

Coppa Volpi a Dafoe a Venezia 2018 e candidatura al Globe come miglior attore in un film drammatico.

Vedremo se arriverà anche agli Oscar. Non sarebbe fuori luogo una qualche menzione per la sceneggiatura.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Sullo sfondo surreale di una periferia semi degradata ai margini di Dinsey World prende forma la storia di Mooney, 6 anni, una madre giovane, squattrinata e un po’ spiantata, un amico inseparabile e la libertà più totale di scorrazzare per le strade di un grande complesso di motel sorto abbastanza vicino alla macchina da soldi disneyana per adottarne forme, nomi e colori ma non abbastanza da condividerne la prosperità economica.

Il Magic Castle è un motel interamente rosa, gestito alla bell’e meglio da Bobby (Willem Dafoe) custode zelante e comprensivo, che si barcamena come può tra le condizioni precarie della struttura e degli ospiti e una parvenza di regolamento da far osservare.

La madre di Mooney vive lì in pianta stabile ma non sempre ha di che pagare l’affitto. Mooney è sempre in giro, spesso a combinare guai.

I motel vicini al Magic Castle si distinguono per colori altrettanto sgargianti, le strade hanno nomi fiabeschi e i pochi esercizi commerciali funzionanti hanno forme e strutture da cartoon.

L’effetto che si crea è un po’ quello di muoversi tra le strutture abbandonate di un luna park fantasma.

E a fantasmi, a volte, assomigliano anche un po’ i personaggi che popolano i motel e che creano una galleria di volti e di vite delicate e umanissime.

Il tono scanzonato, a tratti spassoso, con cui viene raccontata la storia di Mooney, a dispetto dell’ambiente, dei problemi, delle difficoltà, contribuisce a dare a tutto il film un ritmo leggero, toccante e profondamente coinvolgente.

Una sceneggiatura dalle maglie larghe ma che segue il filo rosso di Mooney e di sua mamma senza mai perdersi, nonostante le deviazioni.

Molto bravo e intenso Willem Dafoe, anche se forse era persino un po’ troppo la candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista.

Molto brava anche Bria Vinaite, la mamma di Mooney.

Ma la vera perla è proprio Mooney, la giovanissima (otto anni) Brooklynn Kimberly Prince, che regala un’interpretazione davvero sbalorditiva sotto tutti i punti di vista.

Film di chiusura al Torino Film Festival di quest’anno, spiace solo che sia arrivato in distribuzione in poche sale e per poco tempo perché è veramente un buon film, originale, coinvolgente, intelligente, con la sua critica ironia che non ha bisogno di proclami o di eventi eclatanti ma che dice tutto nelle immagini contrastate e contrastanti dei colori assurdi dei motel e nel ritmo lento e quotidiano di vite che scorrono appena oltre le mura del castello incantato.

Cinematografo & Imdb.

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Probabile che farò un picco di accessi con questo titolo.

Sì, il caro vecchio zio Lars.

Sì, tutti e due i volumi insieme, perché di fatto è un film unico e non riesco proprio a pensarli separatamente. Al massimo come primo e secondo tempo. Quindi mettetevi comodi, perché si va per le lunghe.

E ancora, sì, spoiler in grandi quantità perché a parlarne senza anticipare niente si finisce col non parlarne affatto e col rimanere confinati al punto di partenza.

Un uomo di mezz’età, camminando in un vicolo dietro casa sua, si imbatte in una donna reduce da un’aggressione. La donna è conciata male. L’uomo la porta a casa sua. Le offre un letto, un riparo. Le offre conforto. Le chiede cosa sia successo ma la risposta di lei non è semplice. Non può esserlo. Deve partire da lontano. Raccontargli chi è e perché si sia, secondo lei, meritata di finire esattamente dov’è finita. E’ una persona malvagia, sostiene, e il racconto della sua vita glielo dimostrerà oltre ogni ragionevole dubbio.

Lui si chiama Seligman (Stellan Skarsgård), lei Joe (Charlotte Gainsbourg). Lui non è disposto a credere, a prescindere, alla sua malvagità.

Così, in questo modo, con la costruzione di una situazione di cornice dai tratti fortemente teatrali, ha inizio il primo volume di Nymphomaniac, terzo capitolo della Depression Trilogy (suvvia, Lars è un allegrone, si sa) composta da Melancholia e Antichrist.

Ha inizio un balletto, una schermaglia lunga, sofferta, sfiancante e meravigliosamente geniale che alterna episodi – sempre di natura fortemente sessuale – della vita di Joe, rivissuti in flashback mentre lei racconta, alle discussioni che seguono, nella stanza da letto in cui Joe è ospite, suscitate dalle obiezioni che di volta in volta Seligman le muove per indurla a guardare e giudicare se stessa e la sua vita da nuovi punti di vista.

Seligman è l’interlocutore perfetto. Ha una cultura sconfinata e ad ogni episodio, ad ogni fatto più o meno discutibile che Joe racconta lui contrappone riferimenti storico-culturali-antropologici che cambiano la luce e la prospettiva sugli stessi episodi, mettendone in risalto la natura fondamentalmente logica, neutra, non condannabile ma totalmente giustificabile.

Nymphomaniac, entrambi i volumi perché di fatto la struttura non cambia mai, è prima di tutto una magistrale competizione dialettica. Ha un copione di rara complessità e genialità.

E il fatto che il catalizzatore di questa performance dialettica sia il sesso in una sua manifestazione estrema è fondamentale, significativo e, se ci si pensa un momento, praticamente inevitabile.

Perché una discussione che sia realmente tale presuppone una relativizzazione totale dei valori e dei parametri del pensiero corrente. E quale miglior territorio per mettere alla prova questa relativizzazione se non l’argomento che sembra spaventare più di qualsiasi altra cosa il pensiero del nuovo millennio?

Perché il sesso è un tabù. E’ inutile raccontarsela. E lo è ora molto più che in passato. E lo è in modo talmente radicato da essere inconscio. E’ l’esemplificazione più semplice e lampante del concetto di condizionamento comportamentale. E’ l’apoteosi del condizionamento di un contesto sul singolo.

Lars gira un film che è per metà dialogo filosofico e per metà un quasi porno. Dico quasi perché nonostante l’enorme quantità di inquadrature e sequenze esplicitamente pornografiche (sequenze girate da attori porno professionisti e poi montate digitalmente sugli attori), il tutto è gestito in modo tale da non risultare mai realmente provocante o provocatorio. Nymphomaniac non ti fa eccitare. Ti incuriosisce. E riesce nel suo intento perché di fatto, ti cambia gradualmente la prospettiva. Perché già dopo la prima mezz’ora – a dir tanto – di sesso e inquadrature di genitali ci si riallinea su un’ottica neutra che presuppone il corpo – e qualunque utilizzo si faccia di esso – esclusivamente come tale e non più come ‘corpo nudo’ o ‘corpo sessuale’. Spariscono le connotazioni sovraimposte dalla (presunta) moralità e rimangono solo le cose così come sono.

Ok, lo so, qui si va a finire nel discorso della percezione della sessualità legata a ciò che è nascosto/proibito e viceversa e sì, è un discorso banale, almeno dal mio punto di vista. Ma mi rendo conto che nella realtà di tutti i giorni è molto meno banale di quanto mi piaccia pensare.

In definitiva, Lars non mette tutto quel sesso per provocare o per stupire. Lars non gioca sporco (come un Malick con Tree of Life, tanto per capirci). Mette tutto quel sesso perché ne impone l’oggettività neutra e sostanzialmente a-morale, al pari di qualsiasi altra cosa.

Ed è per questo che diventa il mezzo più efficace e diretto per riportare un’ottica neutra, imparziale e a-morale su tutti gli altri argomenti che vengono affrontati e che spaziano in ogni campo dello scibile umano.

E’ l’essere umano stesso e la sua presunta facoltà di raziocinio, ad essere messo in discussione.

La prima parte è la più leggera. E’ la parte luminosa, la parte divertente, per così dire. L’unico momento cupo è rappresentato dalla morte del padre di Joe (Christian Slater) e l’ho trovato realmente doloroso.

In questo primo volume, ad interpretare Joe da giovane è Stacey Martin che esordisce sul grande schermo con un ruolo tutt’altro che semplice, con addosso un personaggio che si tratteggia attraverso il ricordo della sua futura se stessa e per questo ne risulta condizionato. Joe da ragazza non è simpatica. Non è un personaggio per cui si provi particolare empatia. E’ connotata da una durezza di fondo che non è ancora ben definita ma che istintivamente tiene lontani.

Il lui chiave di tutta la storia è interpretato da Shia LaBeouf – che ha dovuto mandare a Lars le foto del suo pene per fare il provino, cosa che mi fa sempre molto ridere ogni volta che mi viene ricordata e che come sempre è molto bravo.

L’unica cosa realmente disturbante del primo volume è Uma Thurman in una parte fortunatamente breve – come al solito ottima nell’interpretazione ma inguardabile a causa del botox che le ha ridisegnato – male – i lineamenti.

Cinematografo Vol I & Imdb Vol I

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La seconda parte, il Volume 2, invece, è la descensio.

Immagino si sia capito, mi è piaciuto moltissimo questo film, ma il secondo volume l’ho patito un po’. Sicuramente c’è un discorso di sensibilità personale, non lo metto in dubbio, ma è un fatto che si addentra sia visivamente che verbalmente in tematiche più delicate e dolorose. Affronta argomenti anche più scomodi. Non a caso la censura qui è stata molto più invasiva.

Non c’è pace per Joe. Non c’è limite all’istinto che la porta a seguire la sua natura oltre qualsiasi limite. Anche oltre se stessa. Qui a recitare anche nei flash back è proprio la Gainsbourg ed è immensa.

Il secondo volume è la parte oscura del sesso. Non tutta, quello no, ma abbastanza per trasmettere la sensazione di profonda e inesorabile autodistruzione. Masochismo. Aborto. Pedofilia. Concetti scomodi, chi per un verso chi per l’altro.

Visivamente più provante, anche se suppongo che in questa mia percezione sia stato fondamentale l’impatto della scena in cui Joe si autopratica un aborto, dopo la quale ho dovuto stoppare perché son finita miseramente stesa mezza svenuta. Non ho tenuto il conto di quanto duri ma è abbastanza se si tiene conto che l’inquadratura e quasi sempre fissa sulla sua vagina insanguinata – in cui lei scava con ferri improvvisati – e che il tutto è accompagnato dalle sue urla, dal momento che è ovviamente senza anestesia.

E pesante anche la discussione che ne segue. Il principio è sempre lo stesso di tutto il film. Chiamare le cose col loro nome. Tirare giù le maschere. Smetterla di raccontarsela. Il che non è detto che venga necessariamente apprezzato.

Da quel che ho capito, nella versione censurata, non hanno tagliato solo la scena pratica dell’aborto ma hanno eliminato proprio tutto l’episodio, dialogo compreso. Non sono ancora riuscita ad appurare se sia stata una scelta totalmente epurativa o se Lars si sia impuntato a voler togliere tutto piuttosto che far vedere le cose a metà.

Anche l’episodio sul pedofilo è un discreto pugno nello stomaco, soprattutto per l’incontestabile lucidità delle osservazioni di Joe.

Poi vabbè, il sadomaso lo patisco un po’ quindi anche la silent duck me la sarei evitata, ma decisamente su quel fronte non si è andati troppo oltre.

Avrei preferito che Joe non diventasse madre ma perché è doloroso constatare l’inevitabilità dell’abbandono del figlio.

Così come avrei preferito anche che alla fine Seligman non provasse a scoparla.

Ora, all’inizio del secondo volume, nel momento stesso in cui Seligman si dichiara asessuale, si pensa che la ‘logica’ conclusione sarà che finiranno a scopare. Proprio perché la cosa è così ovvia avrei preferito che lui non ci provasse.

Perché fino a quell’ultima scena c’erano due personaggi bellissimi, forti e soli. Fuori da tutto, anche se in modi diametralmente opposti. Con quel patetico tentativo, Seligman vanifica tutto il suo personaggio. Lo rende fasullo, debole, insincero. E questo mi è dispiaciuto.

E’ pur vero, d’altro canto, che questo rappresenta la consacrazione definitiva di Joe.

Joe che è arrivata ad un punto morto e deve cambiare. Joe che ha appena deciso che sarà lei, quella persona su un milione – secondo le statistiche propinate dai gruppi di sostengo per sex addicted – in grado di reprimere e domare la propria sessualità. E come in ogni altra decisione che ha preso, Joe non torna indietro, se quella decisione è quello che sente realmente.

Joe è un personaggio meraviglioso. E’ fortissima. E’ radicatamente, intrinsecamente e totalmente amorale. E soprattutto è sempre, sempre, sempre consapevole di chi e che cosa è. Ed è sempre coerente con se stessa. E’ destinata ad una solitudine drammaticamente totale perché non c’è posto per lei, nel nostro mondo. Potrebbe essere tollerata se vestisse i panni del pentimento, della malattia, del disagio psichico. Ma lei non lo fa. Mai. Lei è sempre, fino in fondo, onesta e coerente con se stessa. Anche a costo di fare delle cose orribili. Anche con tutto il dolore che provoca intorno a sé.

Joe è veramente una su un milione. Chiunque altro verrebbe schiacciato. Non lei. La solitudine è il prezzo che paga per non tradirsi mai. E alla fine, forse, al di là di tutto, essere onesti con se stessi è davvero quanto di meglio si possa sperare di fare.

Ok. Ora la pianto e dico chiaramente che adoro Joe.

Ultime considerazioni random di cose che mi vengono in mente così.

Bella la colonna sonora. Ho amato i Rammstein all’inizio, così come i minuti di nero (per chi scarica i film: no, non è un file corrotto, sono davvero minuti di nero, è Lars che è un genio. Apprezziamo).

Ruolo relativamente piccolo ma sempre gradito per Willem Dafoe, già marito di Charlotte in Antichrist (che, tra l’altro, credo che ormai mi recupererò perché vorrei completare la trilogia anche se al tempo l’avevo snobbato un po’ intimorita dalle voci che circolavano sugli svenimenti causati da un certo utilizzo delle forbici che Charlotte pratica sulle sue parti intime – ma povera, se Lars non la mette a massacrarsi non è contento).

Concludo questo mezzo poema epico e ribadisco che merita. Assolutamente da vedere. Non è una passeggiata ma va visto.

Cinematografo Vol II & Imdb Vol II

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Tralasciando il fatto che ho visto questo film in condizioni ai limiti del disagio, in una sala minuscola (non nel senso di piccola e carina da cinema d’essai, no, proprio solo piccola e scomoda) e con un proiettore di quelli che forse vent’anni fa andavano bene per vederci le diapositive (e che oltretutto era pure piazzato storto), dicevo, tralasciando il contesto, il film non è male.

Totalmente diverso da quello che lascia intendere il trailer, Il fuoco della vendetta è sostanzialmente un cast-movie, dove la statura e le doti di tutti gli attori coinvolti fanno passare in secondo piano una trama pur ben costruita ma non esattamente originale.

Tra atmosfere decadenti e post-industriali si colloca la storia di due fratelli, Russell (Christian Bale) e Rodney (Casey Affleck). Entrambi tirano avanti come possono ed entrambi hanno fantasmi con cui devono fare i conti.

L’America povera, la presenza costante della miseria e dello spettro incombente dell’Iraq.

Una storia di legami spezzati, più che di vendetta vera e propria. Legami che cedono e crollano sotto il peso insostenibile di eventi che non si possono fermare.

Cast di altissimo livello, dicevo, con un Bale che rende sempre al meglio in questi ruoli tristi, solitari, poveri e che riesce sempre ad essere incarnazione plausibile di un eroismo proletario non ostentato e, per questo, credibile. E poi sa piangere. Cosa che non è per niente scontata.

Il cattivo di turno è interpretato da Woody Harrelson e non c’è molto da dire se non che fa veramente paura. E’ esattamente il tipo di ruolo per cui è tagliato.

Molto bella la parte di Willem Dafoe, così come quella di Forest Whitaker, anche se forse è l’unico a risultare un po’ sprecato.

La trama di per sé non è nulla di originale. Niente che non si sia già visto e le dinamiche tra i personaggi si intuiscono in modo piuttosto chiaro già nel primo quarto di film. Ciò non toglie che risulti ugualmente coinvolgente e che sia da apprezzare il tentativo di Scott Cooper di conferire alla vicenda un taglio inconsueto presentando gli eventi in un ordine diverso da quello che ci si aspetterebbe da questo genere di film, procedendo in modo volutamente lento e costruendo una sorta di anti-climax su alcune scene decisive.

Cinematografo & Imdb.

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GBH

I film di Wes Anderson mi rimettono in pace col mondo.

In particolare, Grand Budapest Hotel è una sorta di Anderson all’ennesima potenza perché, se da un lato ritornano gli elementi che maggiormente lo caratterizzano, d’altro canto riesce ad amalgamarli in modo se possibile ancora più geniale.

Un po’ thriller, un po’ fiaba, ironico, colto, raffinato. Curato in modo maniacale in ogni singolo dettaglio, dalle ambientazioni surreali e fantastiche con i colori accesi e vivacissimi, alle riprese dal taglio volutamente retrò; dai dialoghi spassosi e brillanti al fitto intrecciarsi di piani temporali e personaggi.

Un lussuoso albergo sulle Alpi, la sua fama e la sua clientela ricca e importante; lo sfondo di un’Europa non esplicitamente definita ma chiaramente sotto lo spettro di una (o più) guerra(e).

Il racconto a ritroso nel tempo di Zero Moustafa, padrone dell’albergo, e la storia di come sia diventato tale.

Le rocambolesche avventure vissute insieme a Gustave H., irreprensibile concierge dell’albergo quando Zero era solo un ragazzino appena assunto. Il rapporto che si sviluppa tra Zero e Gustave in un legame divertente e complesso.

Un’eredità contesa, un lavoro da insegnare e dei valori da trasmettere anche se i tempi non sembrano più essere in grado di apprezzarli. Un quadro di inestimabile valore che sparisce e una giovane aiutante di pasticceria.

Una vicenda sempre più intricata ma dal ritmo velocissimo e dalla costruzione precisa e impeccabile con momenti di vero e proprio spasso.

Un cast ricchissimo, come da tradizione, con un elenco di grandi nomi e un piccolo ruolo per ciascuno.

Maggior rilievo va a Ralph Finnes che nei panni di Gustave è veramente qualcosa di imperdibile.

E poi un Harvey Keitel praticamente irriconoscibile, rasato e tatuato, e una Tilda Swinton che sembra si diverta a lasciarsi conciare nei modi più improbabili.

E ancora, Jude Law, ascoltatore della storia narrata da Zero, Adrien Brody, Edward Norton e un Willem Dafoe conciato da cattivissimo in modo grottescamente caricaturale.

Da non perdere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

Grand-Budapest-Hotel

The Grand Budapest Hotel

The Grand Budapest Hotel - 64th Berlin Film Festival

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Grand-Budapest-Hotel-Harvey-Keitel

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