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Archive for the ‘Common’ Category

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Run All Night. Altresì noto come Liam Neeson si è divertito con la serie di Taken e ormai ci ha preso gusto a spaccare il culo a tutti.

Jimmy Conlon (Leam Neeson) è un ex killer professionista che trascina i suoi giorni in solitudine, tormentato dai fantasmi del suo passato. Suo figlio, Mike, non vuole avere niente a che fare con lui e lo ha tagliato fuori dalla sua vita.

Jimmy non ha soldi, beve ed è tampinato da un ispettore di polizia, il Detective Harding, che non ha rinunciato a incastrarlo e vuole i nomi di tutte quelle vittime che lui cerca inutilmente di dimenticare.

L’unico a rimanergli vicino è Shawn Maguire, boss della malavita, alle prese con l’intraprendente idiozia del figlio che non fa che cacciarsi in guai di proporzioni sempre maggiori e dalle conseguenze sempre più pericolose.

Jimmy e Shawn sono legati profondamente da un passato condiviso e dal peso di colpe alle quali sanno di non poter sfuggire.

Ma. Succede qualcosa. Qualcosa che porta Jimmy a dover scegliere tra Mike, suo figlio, e Danny, il figlio di Shawn. Jimmy preme il grilletto. Danny muore.

Jimmy telefona a Shawn per dirglielo. Non conta il perché. Non ci sono spiegazioni. Shawn non si fermerà finché non avrà trovato e ucciso Mike.

Una notte. Una notte per chiudere i conti con tutto. Una notte in cui tutti sono nemici e ogni mezzo è lecito.

Un film discreto, retto sostanzialmente dal carisma del duo Neeson-Harris, ma dal quale, ad esser sincera, mi aspettavo qualcosetta in più.

O più azione o più trama. Mentre spesso si ha una sensazione di appena abbozzato che però non prende realmente forma.

Non che non ci sia azione, quella c’è e in abbondanza, ma si vede che l’intenzione era di mediare l’aspetto action con quello introspettivo/relazionale e il risultato è che rimangono un po’ incompleti entrambi.

La trama è iperlineare – si ha una piccola deviazione dal canale principale solo con il personaggio del ragazzino, ma nulla di più – ma di per sé non sarebbe neanche un problema.

Invece non avrebbe guastato una migliore gestione dei rapporti interpersonali. Viene buttata lì tutta una serie di tematiche che poi viene sviluppata in modo tutto sommato un tantino banale. Il rapporto tra Jimmy e Shawn, il loro legame che persiste, comunque, al di là di tutto, anche quando cercano di ammazzarsi, avrebbe meritato un po’ più di approfondimento – soprattutto visto che era nelle mani di due attori che avrebbero di certo saputo farlo rendere; il non-rapporto di Mike con suo padre si risolve tutto ad un trauma da abbandono irrisolto, tanta rabbia per papà che ti ha abbandonato e tanto rancore poco articolato se non con reiterati mi-hai-rovinato-la-vita e non-voglio-essere-come-te, finché papà non ti salva le chiappe per l’ennesima volta e allora ti sorge qualche dubbio tardivo.

Mah, ripeto. O si fa solo il film di super-azione in cui la trama è accessorio o cornice, o ci si mette un po’ di cura dei personaggi, ma allora spendiamo queste due righe in più di copione, via.

Poi, ribadisco, non è che sia male. Il ritmo è veloce e acchiappa. Però potevano giocarsela un po’ meglio. Soprattutto Ed Harris mi ha dato l’idea di essere un po’ sprecato.

Cinematografo & Imdb.

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Film Review Run All Night

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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E io che, originariamente, non volevo neanche andarlo a vedere Selma. Quando avevo visto il trailer la prima volta non mi aveva colpito particolarmente. Ho pensato qualcosa tipo, sì, ok, sembra ben fatto ma è l’ennesimo film storico sui diritti civili. Insomma, mi sapeva di già visto. Che è un po’ la reazione che ho nella maggior parte dei casi quando esce qualche nuovo film che vada ad affrontare argomenti storici già particolarmente inflazionati. Non che non valga la pena parlarne, per carità, il mio non è un discorso di valore dell’argomento in sé. E’ semplicemente che più un tema è stato affrontato e più è difficile tirar fuori qualcosa di interessante. Soprattutto in ambito storico, dove gli avvenimenti non sono neanche modificabili.

Ciò detto, a forza di vederlo, questo benedetto trailer – ché nelle sale lo han passato in continuazione e dappertutto per almeno un mese – ha cominciato a incuriosirmi. O meglio. Ha cominciato a far presa, non so come altro dirlo. Mi è scattato qualcosa per cui ho avuto la netta sensazione a) di doverlo andare a vedere e b) che sarei stata malissimo.

E così è stato. Ora, non lo so se sono io che sto invecchiando male o se è la mia emotività ad essersene andata del tutto affanculo, sta di fatto che era tipo da Dallas Buyers Club che non piangevo così tanto. Seriamente, ho pianto per i due terzi del film. Devo dire che sono uscita piuttosto provata. Ma molto molto contenta di averlo visto.

Selma racconta della marcia pacifica da Selma a Montgomery che nel 1965 Martin Luther King tentò di guidare per tre volte. Fu il culmine della protesta per il diritto di voto ai neri che, benché già ufficialmente legale, negli stati del sud veniva sistematicamente ostacolato e negato. Il primo tentativo della marcia fu quello che si concluse nella famigerata Bloody Sunday quando la polizia e le autorità bianche massacrarono sotto gli occhi delle telecamere i manifestanti indifesi. Dopo un secondo tentativo non riuscito e fonte di ulteriori rappresaglie, la marcia riuscì infine ad essere portata a termine e condusse, nell’agosto di quell’anno, alla firma del Voting Right Acts da parte del presidente Lyndon Johnson, con il quale venivano eliminati i molteplici scogli burocratici e amministrativi utilizzati dall’amministrazione bianca per impedire ai neri l’accesso al voto.

Ava DuVernay dà prova di una regia intelligente e sensibile e traccia il ritratto completo e realistico della figura di Martin Luther King in uno dei momenti più significativi della sua lotta. Traccia il ritratto prima di tutto di un uomo. Un uomo vero, in carne e ossa, con i suoi dubbi, le sue debolezze e i suoi errori. Non un’icona idealizzata e irreprensibile ma un essere umano imperfetto che lotta nonostante tutto.

La narrazione ha un ritmo serrato, implacabile. Il coinvolgimento è immediato. Gli eventi si susseguono rapidi, fotografati con lucida precisione, senza indulgere in gratuite enfatizzazioni che sarebbero state fin troppo facili, dato il contesto.

Selma è indubbiamente un film fortemente drammatico ma non lacrimevole o melodrammatico. Forse è anche per questo che l’ho patito tanto. Perché non vuole far leva sul fronte emotivo. Non ne ha bisogno. Si limita a raccontare i fatti così come si sono svolti. A zoomare su alcuni casi singoli ma sempre rimanendo nel terreno della fedele ricostruzione degli eventi. Laddove sarebbe stato fin troppo facile lasciarsi trascinare dai sentimentalismi, la DuVernay rimane saldamente ancorata alla storia che sta raccontando e che non ha bisogno di nulla che amplifichi la sua potenza devastante.

Potenza che è legata anche al fatto che le vicende narrate sono così terribilmente vicine ad oggi. Forse ormai tendiamo a dare troppo per scontate certe battaglie, e certe conquiste. Tendiamo a relegarle nell’ambito di competenza di un passato concluso e ben lontano da noi. Fa male pensare che era davvero il 1965. Che ancora negli anni Sessanta la sedicente civilissima e democraticissima America (e non solo) fosse piena di schifosi fanatici razzisti e che costoro fossero appoggiati da istituzioni barbare e retrograde.

Cast molto valido. Con David Oyelowo nel ruolo di MLK, Tom Wilkinson a fare il presidente Johnson e Tim Roth nei panni dell’orrendo governatore Wallace. Piccola parte anche per Cuba Gooding Jr. e per Ophra Winfrey.

Selma è un gran bel film. E’ nominato per miglior film e miglior canzone (per Glory di John Legend e Common, che trovate alla fine e che ha già vinto il Globe).

E se, da un lato, avevo avanzato il dubbio che la nomination a miglior film fosse in qualche modo dovuta, perché ogni edizione degli Oscar deve avere il suo film politicamente corretto e impegnato (come il pur bellissimo 12 anni schiavo lo scorso anno, per dire) d’altro canto, dopo averlo visto, non mi sento di ritenerla immeritata, questa candidatura.

Poi non so, quest’anno i candidati a miglior film sono riuscita a vederli tutti e rimango dell’idea che l’Oscar lo darei o a Birdman o a Imitation Game. Però sono contenta che Selma sia in concorso.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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sala bio presenta selma - la strada per la libertà, martedì 10 febbraio al cinema colosseo

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