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Archive for the ‘J. Allen’ Category

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Tratto dall’omonimo racconto di Stephen King, contenuto nella raccolta Full Dark No Stars (Notte buia niente stelle).

Darcy e Bob Anderson sono una coppia felicemente sposata da 25 anni. La loro vita è ricca e piena. Lui è un contabile stimato e dalla solida posizione; i figli sono ormai cresciuti e ben avviati sulle loro strade. La figlia è prossima al matrimonio.

Un quadro perfetto di felicità familiare.

I rituali condivisi, il lessico di coppia. La felicità tranquilla data dalla profonda abitudine all’altro.

E poi, senza preavviso, senza nessun motivo particolare, succede qualcosa. Una cosa piccola e insignificante, ma sufficiente a spazzare via tutto.

Bob è un collezionista di monete. Non è il suo lavoro, ma è un’attività che porta avanti con dedizione professionale.

Una sera Bob è fuori per incontrare un potenziale venditore e Darcy sta guardando la televisione. Vuole cambiare canale ma le pile del telecomando sono scariche.

Come in tutte le case americane dei film, le pile sono in garage e Darcy si mette a cercarle in mezzo ad attrezzi e scatoloni.

Uno di questi scatoloni si muove.

Un’asse si sposta e rivela un nascondiglio.

Quello che Darcy trova nel nascondiglio cancella e ribalta in un attimo tutte le certezze della sua vita.

Chi è realmente suo marito?

Chi è la persona con cui ha condiviso buona parte della sua esistenza?

Chi è il padre dei suoi figli?

Nello scrivere il racconto, King dichiarò di essersi ispirato al caso di cronaca del serial killer Dennis Rader, noto con il soprannome di BTK (Bind Torture and Kill – lega tortura e uccidi – dal modus operandi sulle sue vittime) che uccise per oltre vent’anni in Kansas prima di essere scoperto e arrestato. Rader aveva una famiglia e una moglie del tutto ignara – almeno stando a quanto si accertò all’epoca – delle attività del marito e King prova a interrogarsi su come sia possibile vivere tutta la vita accanto a qualcuno senza sapere di fatto nulla di questa persona. Fino a chiedersi se, in definitiva, sia mai possibile conoscere davvero qualcuno, anche (o forse proprio in particolar modo) le persone che dovrebbero essere più vicine.

A conferire un tocco surreale a tutta la faccenda c’è anche il fatto che pare che la figlia di Rader abbia cercato di fare le sue rimostranze a King perché sfruttava l’immagine dei suoi genitori.

Tornando al film, i coniugi Anderson sono interpretati da Anthony LaPaglia e Joan Allen per la regia di Peter Askin, che nel 2007 diresse il documentario su Trumbo.

A Good Marriage ha forse un taglio un po’ televisivo ma nel complesso funziona.

Gestito bene lo stacco netto che divide la prima e la seconda parte, con il gioco delle dinamiche di coppia apparentemente uguali ma di fatto radicalmente diverse a causa della nuova prospettiva dopo la scoperta di Darcy.

Imdb.

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locandina

Jack ha cinque anni e vive con la sua Ma’ in una stanza di 9 metri quadri. La stanza non ha finestre, solo un lucernario. La stanza, anzi, Stanza è tutto il mondo. Fuori c’è Cosmo. E nient’altro.

Dentro Stanza c’è una TV e quello che la TV mostra non esiste.

E poi c’è Old Nick. L’unico che possa entrare e uscire da Stanza con un codice per procurarsi cibo e altre cose con la Magia.

Quando c’è Old Nick, quando Old Nick dorme con la sua Ma’, Jack deve rimanere dentro Armadio. Old Nick sa che lui c’è ma non lo deve vedere.

E poi tutto cambia.

Perché cinque anni sono abbastanza per la verità.

Quello che la TV mostra è vero. Fuori c’è il mondo. Ci sono altre persone. Anche Ma’ una volta viveva nel mondo. Sette anni fa. Prima di entrare in Stanza. Prima che Old Nick la prendesse.

Jack ci mette un po’ a metabolizzare la nuova verità ma è essenziale che lo faccia. E’ essenziale che creda alle parole della sua Ma’ perché, di colpo, diventa la loro unica possibilità di salvezza.

Tutti i trailer di questo film sono incentrati sulla sequenza della fuga di Jack. Secondo me è stata un po’ una stronzata perché è uno spoiler bello grosso e perché l’effetto della prima parte nella stanza sarebbe stato molto più straniante senza sapere niente del perché erano lì. Ma tant’è, immagino che ci siano di mezzo anche ragioni di marketing.

Ad ogni modo. Il film è diviso nettamente in due parti e la fuga di Jack è uno spartiacque.

La seconda parte è fuori dalla stanza. E’ il lento avanzare di Jack e della sua Ma’ nel mondo. E’ un delicato e lento oscillare tra la meraviglia di Jack in un mondo che è completamente nuovo e il disorientamento di Ma’.

Per Ma’ il senso di ritrovamento di ciò che ha lasciato dietro di sé lascia quasi subito il posto alla sensazione di perdita per ciò che non trova più.

Per Jack c’è la libertà.

Per Ma’ c’è un lungo tour tra le macerie di una vita spezzata per sempre.

Finché erano nella stanza, Ma’ doveva tenerli in vita. Finché erano nella stanza, c’era solo la sopravvivenza. Ora che sono fuori, Ma’ deve fare i conti con i suoi sette anni di prigionia. Con le sue scelte, per quanto obbligate, con la rabbia e il dolore che ha tenuto a freno per tutto quel tempo. E deve fare i conti anche con il giudizio degli altri, per quanto sembri paradossale. Perché gli occhi degli altri presuppongono domande e risposte. Esigono catene di eventi ed elementi da classificare.

Room è un film bellissimo e terribile.

Claustrofobico, e non solo nella prima parte.

Perché la stanza rimane nella testa di Ma’. La stanza non la lascia andare.

E’ l’orrore, che quando ti tocca troppo in profondità, lascia un segno che ti porterai dietro per sempre. E non puoi fare altro che imparare a conviverci o soccombere.

Meritatissimo l’oscar a Brie Larson, ottima in un ruolo che non sfiora mai, neanche per un istante, il patetico.

Avrebbe meritato la candidatura anche Jacob Trembley, che è veramente fenomenale e che regge tutto il film non meno della Larson. Pensavo che non l’avessero nominato per un problema di età (ha 9 anni) ma adesso stavo riguardando le candidature e nel 2003 c’è stata la nomination per Quvenzhané Wallis (per Re della terra selvaggia) che aveva 9 anni è che è stata la più giovane attrice mai candidata.

Non so. Forse l’oscar sarebbe stato troppo ma, davvero, l’interpretazione del piccolo Trembley – con tanto di voce fuori campo – è impressionante. Sempre credibile, equilibrata, in simbiosi perfetta con la Larson.

Il film è tratto dal libro di Emma Donoghue, Stanza, letto, armadio, specchio, che è a sua volta ispirato al caso Fritzl, anche se in modo molto libero. In particolare, il personaggio di Jack, nato e vissuto i primi anni senza avere percezione del mondo, è ispirato al piccolo Felix, l’ultimo dei figli di Elisabeth Fritzl nati nel bunker dove il padre la tenne sequestrata per ventiquattro anni, e che venne liberato all’età di sei anni.

Le altre candidature per Room erano miglior Film, Regia, Sceneggiatura Non Originale. Almeno film o regia gliel’avrei dato.

Lenny Abrahamson dirige un film difficilissimo e riesce a tenerlo sempre in perfetto equilibrio.

Room è un film di una potenza emotiva devastante perché riesce ad essere coinvolgente ad un livello viscerale. Sulla scena della fuga ad un certo punto pensavo mi venisse un colpo tanto ero tesa – e poco importava che già ne conoscessi l’esito. E’ un film profondamente inquietante per il suo presupposto, scioccante, delicato e toccante.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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