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Archive for the ‘M. Ali’ Category

The Negro Motorist Green Book (at times styled The Negro Motorist Green-Book or titled The Negro Travelers’ Green Book) was an annual guidebook for African-American roadtrippers, commonly referred to simply as the Green Book. It was originated and published by New York City mailman Victor Hugo Green from 1936 to 1966, during the era of Jim Crow laws, when open and often legally prescribed discrimination against non-whites was widespread. Although pervasive racial discrimination and poverty limited black car ownership, the emerging African-American middle class bought automobiles as soon as they could, but faced a variety of dangers and inconveniences along the road, from refusal of food and lodging to arbitrary arrest. In response, Green wrote his guide to services and places relatively friendly to African-Americans, eventually expanding its coverage from the New York area to much of North America, as well as founding a travel agency.

 

Siamo a New York, negli anni Sessanta.

Tony ‘Lip’ Vallelonga lavora come buttafuori in un locale più o meno collegato con la malavita italo-americana. Durante due mesi di chiusura del locale per ristrutturazione, Tony si deve trovare qualcosa da fare per tirar su qualche soldo e gli capita per le mani un lavoro da autista.

Il suo compito sarebbe quello di accompagnare Don Shirley, giovane pianista nero, nelle varie tappe della sua tournèe negli stati del Sud.

Ripeto. Siamo negli anni Sessanta.

Tony è grezzo, facile alle mani, con la sua buona dose di pregiudizi.

Don Shirley vive nella sua bolla aristocratica di musica, cultura, bellezza e scarso contatto con il mondo reale.

Un viaggio nel profondo dell’America razzista.

Una storia di distanze da percorrere e distanze che si accorciano.

Tony e il suo nuovo capo vengono da pianeti diversi e sembrano incompatibili eppure, man mano che il viaggio prosegue e le tappe del tour vengono lasciate alle spalle, tra i due nasce una sorta di comunicazione che da conflittuale diventa via via sempre più aperta fino a trasformarsi in qualcosa di molto molto simile ad una profonda amicizia.

E’ un film di contraddizioni, Green Book. Un film di limiti da superare e di diversità da accettare.

Il vecchio principio per cui c’è sempre qualcuno più in basso, qualcuno su cui accanirsi, qualcuno su cui fare del razzismo, vale anche qui e le barriere da superare possono essere ovunque.

E ci sono barriere per via delle leggi razziali degli stati del Sud. Ma anche perché Tony – a sua volta discriminato perché italiano – è abituato a considerare i negri inferiori.

E ancora oltre. Ci sono barriere perché Tony non è esattamente tutto quello che il suo stereotipo di appartenenza si aspetta che sia. Non è il classico italiano mafioso, per capirci.

E Don Shirley è nero, ma non abbastanza per i neri, perché è ricco e colto. Ma non lo è abbastanza per essere realmente accettato dai bianchi.

E allora chi sono Tony e Don Shirley?

Chi sono questi due individui, capitati insieme per un caso improbabile, che attraversano le strade di un’America piena di incoerenze e parlano, litigano, mangiano, discutono, condividono un pezzo di vita che altro non è che quello, vita, pura e semplice, sgravata dal peso delle etichette e di tutte le sovrastronzate che tendono a soffocare la realtà? Chi sono?

Due persone. Due esseri umani in un mondo complicato e difficile da cambiare.

Sullo sfondo dell’America che si aspettava miracoli da Kennedy, Tony e Don vivono la loro personale rivoluzione.

Un film fatto di dialoghi fitti e brillanti, divertente e toccante senza scadere nel cliché o nello stucchevole.

Una sorpresa, almeno per quel che mi riguarda, per la regia di Peter Farrelly, che per il resto ha fatto tutti film che non ho mai amato particolarmente (è il regista di Scemo & + Scemo).

Tre Globes per miglior film commedia/musicale, miglior attore non protagonista Mahershala Alì – che è effettivamente immenso -, miglior sceneggiatura, candidato anche per miglior attore Viggo Mortensen – rovinato e bravissimo come sempre – e miglior regia.

Agli Oscar arriva con 5 candidature: miglior film, attore protagonista, attore non protagonista, montaggio e sceneggiatura originale.

Meritatissime, ce ne stavano pure di più, onestamente avrebbe dovuto essere questo il grande rivale della Favorita, molto più che Roma.

Staremo a vedere.

In ogni caso molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb

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Tratto dalla pièce teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraneyv, per la regia di Barry Jenkins, Moonlight è un ritratto in tre atti.

Infanzia, adolescenza ed età adulta di Chiron, un ragazzo dalla pelle scura e dallo sguardo schivo, nella periferia violenta e ostile di Miami, tra spaccio di droga e razzismi di vario genere.

Chiron dapprima è Piccolo, Little, un bambino chiuso ai limiti del patologico, preso di mira dai compagni perché strambo, mite di carattere, un po’ impaurito dai coetanei in cui non si riconosce e da una madre assente e problematica.

Poi Chiron è Chiron, un adolescente solitario, dal carattere riservato, incapace di gestire un’emotività dirompente, un legame sempre più forte verso il suo migliore amico Kevin, una sessualità che il contesto in cui si trova difficilmente potrà mai lasciare impunita.

E infine Chiron è Black, ormai un uomo, che sembra aver cancellato le sue paure ma ancora strenuamente impegnato nella lotta con i suoi fantasmi.

Sullo sfondo si muovono le figure della madre, grande assenza che incombe su Chiron in ogni fase della sua vita, Kevin, amico e nemico, e Juan, uno spacciatore che, insieme alla sua compagna Teresa, ricopre per il Piccolo Chiron il ruolo di un padre surrogato. Figura guida e, in un certo senso, ancora di salvezza per il bambino abbandonato a se stesso.

Moonlight è un film delicato, complesso, intelligente e, in definitiva, molto molto bello.

Sottile, preciso e impietoso nel suo portare alla luce le incoerenze paradossali di un contesto sociale articolato e di difficile rappresentazione. Lucido nell’illustrare, senza pontificare e senza assumere i toni banali del social-justice, il meccanismo per cui, in definitiva, c’è sempre qualcuno da discriminare. E vivere la discriminazione sulla propria pelle, non insegna niente a nessuno. C’è sempre qualcuno più debole. Qualcuno più diverso su cui sfogare frustrazioni e complessi di inferiorità.

E c’è il quadro di una vita che scorre senza essere mai realmente afferrata. Una vita che si sfiora, si intuisce. Una serie di decisioni obbligate e la difficoltà monumentale, a volte insormontabile, di trovare il coraggio di fare una scelta in mezzo a questo percorso accidentato disseminato di trappole.

Otto candidature agli Oscar, già vincitore del Globe come miglior film drammatico, Moonlight porta anche, più che meritatamente, Mahershala Ali e Naomie Harris come miglior attore e attrice non protagonisti.

Candidato anche per fotografia, colonna sonora, sceneggiatura non originale e montaggio – dove le prime due sono forse un filo eccessive.

Unico neo, se proprio voglio essere totalmente onesta, è che, per quanto tecnicamente impeccabile, a volte Moonlight risulta un po’ poco coinvolgente sul piano immediatamente emotivo. Probabilmente questa è una percezione totalmente personale ma è come se in molte parti, Chiron chiudesse fuori anche lo spettatore.

Ottima anche la scelta dei tre attori che interpretano i tre Chiron, con un notevole lavoro sull’espressività e sulla postura, tali da far sembrare davvero i tre diverse declinazioni del medesimo individuo.

Molto consigliato anche questo.

Cinematografo & Imdb.

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This image released by A24 Films shows Alex Hibbert, left, and Mahershala Ali in a scene from the film, "Moonlight." The film is a poetic coming-of-age tale told across three chapters about a young gay black kid growing up in a poor, drug-ridden neighborhood of Miami. (David Bornfriend/A24 via AP)

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