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Archive for luglio 2014

Arrivo in una Milano da poco innaffiata dall’ennesima pioggia di questi giorni. Pagina del meteo sempre rigorosamente a portata di mano, non perché effettivamente serva a qualcosa ma perché così poi ci si può lamentare quando non ci azzecca.

La prima cosa che faccio, uscita dalla stazione, è sbagliare metropolitana. Ovviamente. Certe volte sono così prevedibile nelle minchiate che faccio che mi annoio da sola. Comunque non ho sbagliato di molto. E’ colpa della linea Rossa che si biforca. Se non altro me ne sono accorta in tempo prima di finire a Bisceglie.

Scendo alla fermata di cambio e appena metto piede sulla banchina sento uno squittio. Mi volto e vedo due ragazze che adocchiano la mia Placebo-Borsa con scritta Loud Like Love individuabile dal satellite.

“Scusa, vai a un concerto?”

“Perché? Si nota?”

Sono in perfetto anonimato.

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Sul treno gli squittii riprendono.

Hanno notato il mio zaino dei Muse o la mia canottiera Mollamy?

La risposta arriva quasi immediatamente quando colgo uno stralcio di conversazione: “…ma c’è gente che non shippa Molsdal!”

Io sorrido come una cretina al tabellone delle fermate e intanto penso: “c’è gente che shippa ancora Molsdal!”

Rapida tappa in albergo per mollare lo zaino – che insieme alla borsa mi rende un baluardo vivente del Mollamy più ancora della maglietta – e poi mi preparo psicologicamente alla giornata.

Raggiungo via Diomede 1, l’ingresso dell’Ippodromo e, come prima cosa, mi concedo cinque minuti di autocompiacimento perché l’albergo è veramente attaccato. Suppongo che il fatto di averlo prenotato a febbraio abbia giovato in termini di disponibilità delle strutture, ma è un dato di fatto che quando c’è il Molko di mezzo io sono sempre patologicamente innaturalmente in anticipo su tutto.

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Davanti all’ingresso c’è già un gruppetto di persone accampate. I primissimi sono stati numerati dal tizio dello staff che staziona davanti alla porta, ma quando arrivo l’iniziativa è già naufragata.

Le persone che conosco e che incontro solo in queste circostanze, come se quella della Coda-Per-La-Transenna fosse una dimensione parallela a sé stante.

Sono le 10.30 del mattino. Le prime porte apriranno alle 16. I cancelli alle 19.

E’ lunga, ma non fa caldo e – a parte qualche timida gocciolina per un paio di volte nel corso della mattinata – non piove neanche e, se ripenso alle sette ore sotto l’acqua di novembre, questa si preannuncia una scampagnata. Ci si può addirittura sedere per terra. [Che poi undici ore seduta sulle pietre non siano esattamente una cosa positiva – come testimonia il dolore sordo delle mie povere chiappe mentre scrivo seduta sui gradini del Duomo – è un altro discorso, ma pazienza].

Le chiacchiere casuali. Le ff lette ad alta voce.

L’avvicinarsi della prima apertura comincia a far emergere tutta una serie di pecche di organizzazione sulle quali ci sarebbe da scrivere un post a parte e che purtroppo accomunano un po’ tutti gli eventi organizzati in Italia.

Per dire. Sapevano perfettamente che si sarebbe formata coda fin dal mattino. Cosa costava piazzare due accidenti di transenne? Evidentemente troppo. Il risultato è che gente arrivata alle tre del pomeriggio si è ammassata all’entrata esattamente come chi era lì dal mattino.

Ora. Personalmente queste dinamiche non mi turbano più di tanto. Le noto ma le metto in conto come un fattore fisiologico e inevitabile correlato a questo tipo di eventi. Io vado lì presto, faccio quel che posso per arrivare davanti, è ovvio, ma fa tutto parte del gioco.

Non so, non mi viene da incazzarmi. Tanto più che, una volta entrati, si deve correre per arrivare al secondo cancello e quindi, inevitabilmente l’ordine di arrivo se ne va a farsi fottere. Ad ogni modo, già qui si alzano i toni. Qualche urlo e qualche insulto che vola.

Entriamo. Corsa. Breve, per fortuna.

Riesco a piazzarmi più che dignitosamente anche se stavolta l’accampamento è meno agevole e siamo praticamente ammucchiati più che seduti.

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Sono le 4.30 e dobbiamo rimanere qui per poco meno di tre ore. Amen. Un po’ di polemiche. Un po’ di crampi. Chi saltella sul posto perché non sa come sgranchirsi. Chi si annoda in strane configurazioni con perfetti sconosciuti pur di distendere le gambe per cinque minuti. Adesso fa caldo e, quando sento due ragazzi alle mie spalle discutere di Berlusconi realizzo che il livello di sclero si sta considerevolmente alzando.

Ad un certo punto un tizio della security ha la malaugurata idea di chiedere ad una ragazza davanti di fargli vedere il biglietto e istantaneamente tutti si alzano e si accalcano ravanado nelle borse per sfoderare il proprio biglietto. Il suddetto tizio della security si incazza per la bovina reattività della massa ma ormai è fatta. Non mi ricordo se qualcuno ha provato a risedersi ma, in ogni caso, di lì a poco siamo tutti in piedi e accalcati.

Le sette si avvicinano, arrivano e passano.

Altro tocco di professionalità dell’organizzazione: lo sbarramento è costituito da una transenna a nastro di quelle bianche e rosse. Dietro ci sono due ingressi dove dovrebbero essere controllati i biglietti. Dopo segue la polizia per le borse.

Arriva un tizio dell’Ippodromo e chiede attenzione. Il succo della comunicazione è: adesso apriamo. Procedete con ordine e non correte che tanto non serve a niente e poi scivolate.

*Inserire emoticon a piacere che esprimano pietosa condiscendenza per il tizio*

Aprono e il primo security-man, per quanto grosso, viene pressoché travolto. Comincia a gridare stop stop stop. Due gruppetti sono già passati a destra e a sinistra. Io sono sulla destra proprio al limite delle persone fermate. Esito per due secondi poi mi fiondo avanti lo stesso. Il tizio inevitabilmente mi nota e si incazza. Mi urla che ha detto stop. I spalanco gli occhi, faccio flap flap con le ciglia e ostento l’aria più innocente che mi riesce mentre, puntando il dito verso la schiena di due ragazzi entrati poco prima e mai visti in vita mia, dico con vocina flebile “ma…sono con loro…”.

Probabilmente mi sono guadagnata l’odio di un discreto quantitativo di persone ma sono piuttosto convinta che siano le stesse persone che al mio posto avrebbero fatto anche di peggio, ergo non mi strappo i capelli per la disperazione.

Biglietto. Sì. Mi piacerebbe. Il tale che dovrebbe controllarmelo si sta praticamente menando con un ragazzo.

Da quel che ho capito il ragazzo deve essere avanzato in modo forse un po’ troppo propositivo e l’altro deve averlo fermato bloccandolo magari con la mano, dal che “toglimi le mani di dosso” “no, tu toglimi le mani di dosso”. Insomma, aspiranti maschi alfa in azione.

Nel frattempo. Un tot di gente entra a cazzo senza far controllare il biglietto.

Arrivano altri addetti. Io protendo il mio sperando che non me lo massacrino strappandolo male perché è il fan-ticket ed è effettivamente molto figo. Non me lo strappano proprio. Lo guardano e mi dicono sì sì mentre tra loro commentano “non ne abbiamo controllati un sacco…”.

Polizia. Il povero poliziotto sbircia nella Placebo-Borsa, probabilmente si scoraggia e mi dice vai vai con un tono a metà tra il rassegnato e l’incoraggiante che mi fa sorridere.

Bon. Seconda corsa.

Allora. Già con sta faccenda della doppia apertura mi hanno fatto correre due volte e non una. E passi.

Però questa è dannatamente lunga. O meglio. Lunga per un individuo come me che l’ultima volta che ha corso è stata a novembre sempre per la transenna Placebo. Capitemi.

Ad un certo punto della corsa sento che mi si stacca un orecchino. In quella frazione di secondo nella mia mente sono successe le seguenti cose:

– visualizzazione del fotogramma di Velvet Goldmine in cui Brian perde la sciarpa mentre corre e si ferma a raccoglierla.

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– ricordo dell’intervista in cui spiegava di averlo fatto non perché fosse sul copione ma perché è quello che farebbe qualsiasi persona normale.

– standby neuronale

– elaborazione della conclusione “io NON sono una persona normale”

– modalità transenna: ON

In realtà questa volta sono piuttosto decisa a puntare lato Brian, il che vuol dire che la transenna vera e propria è improbabile ma mi basta essere vicina.

Mi spiaccico dietro una famiglia etichettata con il pass di “guest” che è già lì dal pomeriggio e che ovviamente è centratissima. Niente di strano. Capita spessissimo. Se avessi puntato Brian anche a novembre mi sarei trovata dietro Asia Argento e alla fine non mi sarebbe neanche dispiaciuto.

In questo caso non so bene chi fossero questi “guests”. Il marito mi ricorda vagamente qualcuno ma non ho idea di chi. Io sono dietro la moglie/compagna che, oltre ad essere simpatica ha anche l’inestimabile pregio di essere bassa.

Vedo veramente benissimo.

Controllo di non aver perso nient’altro nella corsa e mi tranquillizzo perché penso che ormai il più sia fatto. Neanche il tempo di pensarlo e si sentono altre urla.

Ma cazzo, stasera hanno sbroccato tutti quanti?!

Una ragazza di fianco a me è colta da crisi isterica perché il tipo “guest” in transenna è, per l’appunto, in transenna. Ora, capisco che il tale è alto due metri e può effettivamente rompere i coglioni, così davanti, ma l’approccio in lacrime “brutto stronzo tu non puoi stare qui non è giustoooo” non è esattamente il migliore per muoverlo a compassione e farlo spostare.

Polemiche. Insulti. Strilli.

La protesta per la transenna contagia anche qualcun altro con conseguenti tentativi di schiacciamento ed estromissione.

Io sono in modalità “menatevi ma non muovetemi da qui”.

Sono sulla pedana della transenna e la persona davanti a me, come dicevo, mi garantisce ottima visibilità.

I puristi della transenna però no. La seconda fila è un onta che va lavata col sangue. Devi aderirci con tutto il corpo alla transenna, sennò non vale.

E vabbè.

I fan degli Slayer sono davvero un sacco più equilibrati. Giuro.

Le solite foto di rito al palco.

Steve che spunta ogni tanto a lato con i tecnici (io mi dimentico sempre che porta gli occhiali).

Brian che spunta anche lui per un momento, con gli occhiali da sole e io e un’altra ragazza che immediatamente cominciamo a pregare divinità a caso perché non si azzardi a tenerli su anche per il concerto.

Gli occhiali da sole sul palco sono veramente una bastardata, Brian, sappilo.

Brian che fino a poco prima dell’apertura girava sul palco con Cody al seguito.

Fino all’ultimo non si sa nulla di eventuali opener ma alla fine ci sono.

Sono gli L.A. e non sono neanche male.

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Non sono male ma non si può fare a meno di essere contenti quando finiscono e arrivano i tecnici a preparare definitivamente il palco.

Io che rido sempre un casino quando vedo aggiustare il microfono di Stef che è ad un’altezza imbarazzante per il povero tecnico.

I soliti bicchieroni di intruglio sia per Brian che per Stef posizionati ai lati della batteria.

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Il microfono di Brian e, sì, nel caso avessi avuto ancora dei dubbi, è davvero lì davanti.

Vuoto. Buio.

Parte l’intro di B3.

Ci siamo.

Ho la pelle d’oca anche solo a ripensarci mentre scrivo.

La botta di adrenalina quando comincia davvero mentre pensi ormai di essere sfinito dopo undici ore di attesa.

Entra prima Steve. Poi Stef. E Brian che si piazza subito davanti all’ampli con la chitarra. Ma quanto gli piace fare sta cosa? Era sempre lì col culo per aria dopo quasi tutte le canzoni. Non che mi lamenti, per carità, è pure dimagrito un sacco.

Ecco. Qui va detta una cosa. Il fatto che io sia davanti a Brian rende la mia visione del concerto estremamente parziale. Ho già avuto modo di esprimere questa cosa in altre occasioni ma lo ribadisco. Non lo faccio apposta. Se c’è Brian nel mio campo visivo io non riesco fisicamente a guardare qualcos’altro. E’ anche seccante per certi versi perché mi perdo dei pezzi. Ogni tanto mi forzavo a voltare la testa verso Stef o ad allungare lo sguardo su Fiona, ma per un buon 95 percento del concerto ho fissato lui.

Brian. Vestito di nero, tanto per cambiare. Fortunatamente senza giacca, visto il caldo. Stivaletti vecchi, quelli che adoro.

Niente trucco sugli occhi, con mio grande disappunto. Ma il disappunto l’ho elaborato in seguito perché sul momento avrebbe potuto anche avere una felpa di Winnie The Pooh e avrei annuito con ammirazione.

La setlist:

  • B3  
  • For What It’s Worth 
  • Loud Like Love 
  • Allergic (to Thoughts of Mother Earth) 
  • Every You Every Me 
  • Scene of the Crime 
  • A Million Little Pieces 
  • Rob the Bank 
  • Too Many Friends 
  • Space Monkey 
  • One of a Kind 
  • Exit Wounds 
  • Meds 
  • Song to Say Goodbye 
  • Special K 
  • The Bitter End 

Encore:

  • Begin the End 
  • Running Up That Hill (Kate Bush cover)
  • Post Blue 
  • Infra-red

Bella. Bellissima. La adoro. Se proprio devo fare la fan noiosa posso dire che avrei tanto voluto che facessero anche Sleeping With Ghosts ma non riesco davvero a lamentarmi con convinzione.

Allergic dal vivo è qualcosa che non avrei mai più sperato di sentire.

Sì, avevo visto che l’avevano riesumata nelle date precedenti ma evidentemente non avevo ancora metabolizzato la cosa. Mi rendo conto che mentre la urlavo sembravo probabilmente molto più squilibrata di tutti quelli che poco prima quasi si menavano e ho intravisto un’occhiata preoccupata dalla ragazza a fianco a me, ma non importa. Cazzo. Allergic dal vivo.

Che poi io non mi tolgo il dubbio che certe volte le scelga pescando a sorte perché, sinceramente, non pensavo neanche che si ricordasse di averla scritta.

Every You Every Me come sempre mi causa scompensi spazio-temporali perché per me è davvero troppo legata al mio passato e penso sempre di essere sul punto di disintegrarmi perché non è concepibile che una persona possa sopportare tanti ricordi tutti insieme. Poi l’onda passa e si ritira, come sempre, ma è sempre lei e non perde niente della sua potenza.

A Million Little Pieces mi ha provata più dell’altra volta. Sarà che in questi mesi ho sviluppato con questa canzone un legame ancora più viscerale, non lo so, ma sul secondo ritornello qualche lacrima proprio non posso evitarmela (andando, peraltro, ad aumentare ulteriormente la preoccupazione della ragazza vicina che ormai mi ha definitivamente etichettata come instabile). Questa volta AMLP mi ha fatto proprio un po’ male, per motivi di cui sono fin troppo consapevole, ma va bene così perché ne avevo anche bisogno.

One Of A Kind dal vivo è un’altra perla, un’altra che ho sempre adorato per la sua letale onestà.

Su Meds si può apprezzare, come sempre, l’Angolo-dell’ego-di-Brian, quando nella pausa prima dell’ultimo forget si ferma a godersi le urla. Non che il suo ego si tenga altrimenti in disparte, ma qui proprio lo si può vedere fisicamente gonfiarsi e gongolare. Tesoro.

Su Special K fa cantare a noi il coretto.

Sulla fine di Bitter End arriva un po’ di pogo che fino ad ora non si è avvertito nelle prime file, non so se per culo o grazie al tizio grande e grosso alle mie spalle che mi fa da bodyguard, ma tutto sommato me la cavo con uno spostamento laterale.

Prima dell’uscita pre-encore Steve viene avanti per dare le bacchette.

Ora. Non è una novità. Lo fa sempre. E i loro live seguono più o meno sempre lo stesso schema. Li so a memoria. Peccato che io sia talmente imbambolata a guardare Brian che gioca con la pedaliera che quasi non mi accorgo dell’arrivo di Steve e di conseguenza vengo colta alla sprovvista dall’inevitabile calca che si scatena per afferrare le bacchette. Sono un’idiota. Che poi, quand’è così, manco ci provo a prendere qualcosa. Solo che ad un certo punto mi trovo esattamente in mezzo a due persone che si contendono una delle due bacchette tirando in direzioni opposte mentre un numero imprecisato di altri individui mena botte a destra e a manca. Morale. La bacchetta non l’ho presa ma ho preso un sacco di legnate. Amen. Anche questa è colpa di Brian  che mi ha distratta. Ecco.

L’encore riprende con Begin The End e, sebbene sia contenta di averla sentita e sebbene mi piaccia anche parecchio con quel suo ritmo ossessivo (e la chitarra di Brian che si sente per una volta più delle altre), continuo a dire che live non rende. E’ troppo lunga. Non fa veramente presa. Poi lui si mette a fare aaaww nel microfono e addio ad ogni velleità critica, ma vabbè.

E poi.

Poi ci sono i flash. Le immagini che ti restano impresse sulle retine e ti tornano in mente a tradimento.

Brian che sembra aver sviluppato il vezzo di menare pugni alle chitarre battendo il ritmo. Non che sia un gesto esattamente nuovo, ma stasera sembra che gli venga particolarmente spontaneo. Ad un certo punto ho sentito distintamente il rumore della sua mano su non mi ricordo più quale chitarra, nonostante tutto il casino.

Brian che si sposta di lato e un coro di ululati che non mi spiego a cosa siano dovuti, dato che non sta facendo niente di particolare, finché non mi accorgo che c’è Stef inarcato all’indietro al centro del palco che suona come se stesse per sollevarsi da terra in un fascio di luce aliena. Sempre per la serie: le cose che mi perdo per colpa di Brian.

Brian che a un certo punto ci guarda come se si aspettasse davvero qualcosa da noi.

Appunti sparsi. Note per il mantenimento di una soglia minima di sanità mentale:

– Ansimare nel microfono dovrebbe essere illegale. Sentito, Brian? Quello che già normalmente ci fai con quel dannato microfono basta e avanza. Non infierire.

– Stare per più di cinque minuti accucciato sulla pedaliera a fare non si sa bene cosa, mentre in controluce si vede il sudore che gocciola dal viso e dai capelli NON si fa. Che poi uno si trova a pensare di voler essere quella pedaliera e NON è una bella cosa. NON giova all’autostima. Y’know?

Infra-red e Brian che salta per un bel po’ di volte in quel suo modo scomodissimo.

I soliti capelli tirati via col mignolo.

Il cut sulla gola su killing time di One Of A Kind e Bitter End.

I giochi con la voce, improvvisati.

I momenti in cui arriva sul bordo del palco.

I ringraziamenti in italiano.

Il momento in cui arrivano tutti davanti per ringraziare e salutare e Brian ha davvero un’espressione soddisfatta. Distrutta, ma soddisfatta.

Fiona che si toglie qualcosa da un occhio.

I sorrisi tra Brian e Stef e i loro sguardi di intesa.

Il modo in cui Brian cerca Stef. Quello vero, al di là di tutte le fan-minchiate.

Se proprio devo essere pignola, le luci non sono un granché ma penso che sia voluto. Non potendo più tirare giù la tenda delle prime date, viene studiata l’illuminazione più anti-foto possibile. Davvero, i momenti in cui il palco è illuminato bene sono pochissimi e molto brevi.

Una mia amica sostiene che il passo successivo sarà: Fiona, Steve e Nick in prima fila e Brian e Stef collegati in video da casa con inquadratura fissa dalla chitarra in giù. E il problema foto è bell’e risolto.

E, sempre per pignoleria, dovrei dire che la batteria era veramente troppo pompata, tanto che, a volte, soffocava un po’ la voce.

Ma la realtà è che questi sono dettagli che non scalfiscono un concerto effettivamente grandioso, coinvolgente, travolgente dall’inizio alla fine.

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La mattina dopo mi sveglio con un principio di magone. Giro per Milano. Cammino per le strade di una città con la quale ho un rapporto strano ma alla quale, alla fine, voglio bene. Non so se ho chiuso tutti i conti con i miei fantasmi. Non sono sicura di averli allontanati per sempre. So che, in qualche modo, mi ci sono riappacificata. So che posso accettare di vederli tornare o andarsene. Che a volte basta lasciare andare qualcosa, perché smetta di fare male.

Aspetto la consueta post-gig depression ma non credo che arriverà, questa volta. Questa volta è più forte il senso di liberazione. Di sollievo.

La sensazione di essere in pace col mondo e soprattutto con me stessa. Quella bolla protettiva che impedisce a qualsiasi cosa di toccarti. Di scalfirti.

Quella musica, quella voce, quelle parole urlate nella notte erano esattamente ciò di cui avevo bisogno. Ancora una volta.

 

Tutte le foto (a parte la gif) sono mie. La qualità non sarà ottima ma sono contenta di essere riuscita a farle.

E niente, con questo il blog va in vacanza per un po’.

Ci si risente a settembre.

Buona estate a tutti. 🙂

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Lo so che avevo detto che oggi sarebbe arrivata la review del concerto ma temo che la cosa richieda più tempo del previsto e, soprattutto, una soglia minima di energie vitali che al momento mi mancano, dal momento che sono rientrata solo stasera. Ergo, anticipo il video del venerdì e vado a stramazzare da qualche parte nel tentativo di recuperare lucidità e sfuggire alla depressione post-concerto.

 

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Perdonate il trailer con gossip finale della tizia ma è l’unico di qualità passabile che ho recuperato in circolazione.

Domani arriva anche la review del concerto eh, ora mi riprendo. Sono fiduciosa.

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Nelle sale a settembre.

E niente, sto per migrare in quel di Milano per il concerto dei Placebo, ergo, capirete che le mie facoltà mentali sono ormai disperse e io non sono in grado di postare molto più che qualche trailer tra oggi e domani.

Oddio, se volete posso sempre lanciarmi in articolati sproloqui su come penso si abbiglierà il Molko, ma temo che farei un picco di accessi tanto l’argomento è interessante e non potrei gestirlo.

Ok, la smetto di dire minchiate. Era ironico, in caso non si fosse capito. Di quell’ironia che solo-i-fan-dei-Placebo ma vabbè.

Dovrei ricomparire con discorsi di senso più o meno compiuto (ossia con la review del concerto – quella vi tocca, mettetevi l’anima in pace) intorno a giovedì.

Sempre se nel frattempo non sono stata trattenuta da eventi imprevisti che – volendo escludere la fuga col frontman che al momento risulta vagamente improbabile dati gli impegni di quest’ultimo – vanno dallo schiacciamento in transenna all’arresto per stalking ai tizi dello staff.

Ok. Vado.

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E siamo a quattro.

Non che mi dispiaccia, sia chiaro. I Transformers sono un’altra saga che seguo piuttosto volentieri sostanzialmente perché è divertente e perché, diciamo le cose come stanno, Michael Bay gli action movie li sa fare.

Resta il fatto che, se appena uscita dalla sala la prima reazione è stata quella di uh-che-figata, più ci ripenso e più mi vengono in mente un po’ di osservazioni.

Prima di tutto, mi spiace che sia cambiato il cast. E questa è una cosa indipendente dall’esito del cambio. In generale, non mi piace quando mi cambiano i personaggi di una saga/serie, non so neanche io bene come chiamarla. E poi Shia LaBeouf e Turturro funzionavano bene. Nel terzo c’era già stato il cambio della gnocca di turno che dalla Megan Fox dei primi due era diventata Rosie Huntington-Whiteley e già avevo trovato la cosa fastidiosa perché, va bene che dobbiamo metterci la gnocca, ma non penso che provochi malattie terminali se anche la suddetta sa articolare qualche parola. Non che la Fox fosse chissà che cosa ma, oltre ad essere più adatta al ruolo, interpretava un personaggio, non stava solo lì a fare presenza come Rosie. C’era persino un vago tentativo di ironia nel personaggio di Megan. Parentesi. Che poi. 2010. Megan Fox molla i Transformers perché non vuole rimanere incastrata in un personaggio legato a un action movie precludendo i possibili sviluppi della sua carriera. 2014. Megan Fox interpreta April O’Neil, protagonista del nuovo remake delle Tartarughe Ninja. Chiusa parentesi.

In ogni caso, il nucleo del cast fino al terzo è rimasto stabile, tutt’al più con qualche aggiunta e, come dicevo, funzionava egregiamente.

Il fatto che in questo quarto episodio non ci sia più nessuno del vecchio cast ha come prima conseguenza il reset della trama. Non c’è più traccia di tutte le dinamiche preesistenti tra i personaggi. Ci sono ovviamente i riferimenti agli avvenimenti passati ma, oltre ad una nuova storia, vanno reimpostati tutti i rapporti e gli equilibri tra i protagonisti. Il che, in questo genere di film, porta quasi inevitabilmente ad un appiattimento. Non è che Whalberg e Tucci non funzionino. Ma non vanno oltre qualche scambio di battute divertente.

(Per carità, è anche comprensibile che LaBeouf si sia stufato di fare Witwicky – e che sia stato colto anche da improvvise esigenze di compensazione dato che, mollato Bumblebee, si è buttato subito su Lars Von Trier).

La trama, nel senso stretto della storia legata ad Autobot, Decepticon e tutta quella gente lì, vive di rendita sugli agganci agli avvenimenti passati mentre i personaggi, se vogliamo dire la verità, è come se non ci fossero.

Anzi. Avrebbero potuto benissimo non esserci. Non sono più quasi neanche un pretesto.

Il film è per due terzi abbondanti fatto di combattimenti tra Autobot, altri robot che fanno la funzione dei Decepticon e terzi pseudo-robot più evoluti (che sono poi quelli che saltavano fuori alla fine del terzo e che adesso non mi ricordo come si chiamano). Le dinamiche politiche e militari che portano agli scontri sono un po’ troppo affrettate e poco approfondite. Cade Yager (Whalberg), un inventore squattrinato, e sua figlia Tessa (Nicola Pelz) si trovano accidentalmente coinvolti nel casino per aver trovato Optimus Prime che, cinque anni dopo la battaglia di Chicago, non è più benvoluto sulla Terra ed è costretto a nascondersi con i suoi Autobot.

Il rapporto di coppia è sostituito tra quello padre-figlia con tutti i cliché del caso, anche perché poi si aggiunge uno sconosciuto bellimbusto nei panni del fidanzato di Tessa. E comunque non è che siano i cliché il problema. Non in film come questi. Ci sta che i personaggi siano modellati su alcuni macro-ruoli più o meno standard. E’ che il tutto poteva essere reso un po’ meglio. Ci sono un po’ di dialoghi divertenti ma niente di più. E, dal punto di vista dell’azione in sé, i tre, più che scappare mentre i robot se le danno di santa ragione, non è che facciano poi molto.

Stanley Tucci veste i panni di un industriale corrotto ma non troppo e riesce ad essere come sempre simpatico, dovunque lo piazzino.

Dal punto di vista tecnico è tutto ovviamente impeccabile. Mi è persino spiaciuto non essere andata a vederlo in 3D perché non sarebbe stato male.

I combattimenti sono spettacolari, articolati, lunghissimi ma, cosa più importante, sono coinvolgenti. Non annoiano (che dopo quella lagna di Godzilla son rimasta traumatizzata e sono ancora più sensibile all’argomento).

Il film è lungo ma le tre ore passano senza pesare.

In definitiva vale la pena vederlo. E’ divertente. E gli Autobot sono sempre più fighi ad ogni versione (compreso Bumblebee che diventa ovviamente la nuova Camaro).

Viene, manco a dirlo, lasciata aperta la strada al seguito e spero solo che, se non rivoluzionano di nuovo il cast, nel prossimo curino un po’ di più i personaggi non metallici.

Cinematografo & Imdb.

TRANSFORMERS: AGE OF EXTINCTION

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TRANSFORMERS: AGE OF EXTINCTION

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mentre una guardia passeggiava su e giù sul marciapiede opposto.

“Fammi la carità, padrone: ho fame.”

Aveva gli occhi vicini e le labbra spesse, e puzzava di vino.

“Credo piuttosto che tu abbia sete” rispose Matteo.

“Te lo giuro, amico mio, te lo giuro” disse l’uomo parlando con difficoltà.

Matteo aveva pescato nelle tasche una moneta da cinque franchi:

“Tutto sommato, me ne frego” disse “era così per dire”.

Gli consegnò la moneta.

“Fai davvero una buona azione, adesso” disse il giovinastro appoggiandosi al muro; “e voglio augurarti qualcosa di formidabile. Cos’è che ti posso augurare?”

Stettero a pensare; poi Matteo disse:

“Quello che vuoi”.

“Bé, ti auguro d’esser felice” disse l’uomo. “Ecco cosa ti auguro.”

Rise con aria di trionfo. Matteo si accorse che la guardia si stava avvicinando e si preoccupò per il giovinastro:

“Ssss! Va bene” disse. “Salute.”

Stava per allontanarsi, ma l’uomo lo raggiunse:

“Non è abbastanza, la felicità” disse con voce da ubriaco; “non è abbastanza”.

“Bé, cosa vuoi?”

“Vorrei darti qualcosa…”

“Ti farò metter dentro per accattonaggio” disse la guardia.

Era giovanissimo, con le guance rosse, e cercava di mostrarsi severo:

“E’ già mezz’ora che infastidisci i passanti” aggiunse, ma con poca sicurezza.

“Non chiede l’elemosina” disse vivacemente Matteo. “Stiamo parlando.”

La guardia alzò le spalle e continuò per la sua via. L’uomo barcollava in maniera preoccupante e pareva che non avesse neppure visto la guardia.

“Ecco quello che ti darò. Ti darò un francobollo di Madrid.”

Trasse di tasca un rettangolo di cartone verde e lo porse a Matteo, che lesse:

“C.N.T. Diario Confederal Ejemplares 2. Francia. Comitato anarco-sindacalista, via Belleville 41, Parigi, II”. Sotto l’indirizzo c’era un francobollo, anch’esso verde, col timbro di Madrid.

Matteo tese la mano:

“Molte grazie”.

“Eh! ma fa’ bene attenzione!” disse il giovinastro e sembrava irritato; “è… è Madrid.”

Matteo lo guardò: l’uomo era emozionato e faceva sforzi violenti per esprimere i suoi pensieri. Ma vi rinunciò e disse soltanto:

“Madrid”.

“Sì.”

“Volevo andarci, te lo giuro. Ma non ci sono riuscito.”

S’era fatto triste, disse: “Aspetta”, e passò lentamente il dito sul francobollo.

“Va bene. Puoi prenderlo.”

“Grazie.”

Matteo fece pochi passi ma il giovinastro lo richiamò:

“Ehi!”

“Eh?” fece Matteo. L’uomo gli mostrava da lontano la moneta da cinque franchi:

“C’è uno che m’ha dato cinque franchi. Ti offro un rum”.

“Stasera no.”

Matteo si allontanò con un vago rimpianto. C’era stata un’epoca, nella sua vita, in cui s’accompagnava per le strade e nei bar con chiunque: il primo che capitava poteva invitarlo. Ma ora, era davvero finito: quel genere di affari non rendeva mai nulla. Era divertente, quel tipo. Voleva andare in Spagna a combattere. Matteo affrettò il passo pensando irritato: “Ad ogni modo, non avevamo nulla da dirci”. Trasse di tasca la cartolina verde: “Viene da Madrid, ma non è indirizzata a lui. Certo gliel’ha data qualcun altro. L’ha toccata varie volte, prima di consegnarmela, perché veniva da Madrid”. Ricordava il volto dell’uomo e la faccia che aveva fatta mentre guardava il francobollo: una strana aria appassionata. Matteo guardò anche lui il francobollo, seguitando a camminare, poi si rimise in tasca il pezzo di cartone. Un treno fischiò, e Matteo pensò: “Sono vecchio”.

J.P. Sartre, L’età della ragione, 1945 

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In uscita il 20 agosto.

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Sul fatto che io abbia un rapporto assolutamente sfasato con le serie TV mi sono già dilungata ampiamente in svariate occasioni. Penso che X-Files sia stata l’unica che ho visto contemporaneamente al resto del mondo. O quanto meno al resto d’Italia, visto che la vedevo in TV. Per il resto ho i miei tempi.

Avevo puntato American Horror Story già da un po’. Per essere onesti da quando ho avuto la dash di Tumblr invasa per mesi di screenshot più o meno spoilerosi dalla seconda e dalla terza stagione, ma ormai ci ho fatto il callo a dover schivare gli spoiler. Diciamo che lo vivo come un allenamento dell’attenzione selettiva.

Anyway, l’avevo puntata già da un po’ ma non ne ero così attirata da precipitarmi.

Un paio di settimane fa ho trovato la prima stagione in offerta mentre in realtà cercavo tutt’altro e niente, è stata addiction al primo episodio e l’ho divorata.

La mia intenzione è quella di non essere spoilerosa ma non garantisco. Leggete a vostro rischio.

Dodici episodi. Struttura ad ambientazione chiusa, numero di personaggi relativamente limitato e quintali di riferimenti al più celebre repertorio dei classici (e non) dell’horror.

Per la prima stagione, Murder House, l’ambientazione è quella della Casa, appunto. Una casa stregata, dal passato torbido e pieno di efferatezze e dal presente pieno di fantasmi, nella quale si trasferisce, ignara, la famiglia Harmon, a sua volta tormentata dai propri personali fantasmi di un dolore troppo recente e difficile da superare.

Ad ogni puntata si scopre un pezzo della storia della casa e si chiarisce così il ruolo dei vari personaggi che ruotano intorno alla famiglia dei nuovi proprietari.

All’inizio di ogni puntata c’è un flashback più o meno lontano nel tempo e un nuovo crimine viene raccontato, un nuovo tassello viene aggiunto al quadro completo del passato della dimora di Los Angeles.

Se forse l’impronta non cinematografica si fa leggermente sentire nel modo affrettato in cui la famiglia Harmon si abitua alle stranezze che la circondano, per il resto, il taglio è assolutamente di buon livello.

La trama è complessa ma definita. Nulla viene lasciato al caso e nulla viene lasciato in sospeso. Ogni particolare ha la sua importanza e tutto si incastra per dare origine ad un insieme tanto armonico quanto terribile.

I personaggi sono connotati bene. Forse qualche cliché ogni tanto ci scappa ma non disturba da un punto di vista empatico.

Il lato strettamente horrorifico è piuttosto soft. Quasi niente splatter – e, anche dove c’è, è parecchio leggero – niente implicazioni demoniache o eccessivamente parapsicologiche. Fantasmi vecchio stile, perlopiù.

E i riferimenti, dicevo prima. Ce ne sono tantissimi e talmente espliciti che è più che legittimo considerarli cercati con meticolosità. Ci sono richiami praticamente a tutti i film un po’ importanti della storia dell’horror recente/contemporanea e anche a qualcosetta al di fuori. Magari non strettamente horror ma comunque di stampo inquietante. Shining, Rosemary’s Baby, Le Verità Nascoste (la scena del bagno è uguale!!) E ora parliamo di Kevin, The Others, Frankenstein, Il sesto senso, Rose Red, tanto per citare i primi che mi vengono in mente.

Il gioco principale attorno al quale si sviluppa l’ambiguità della trama è quello della convivenza tra vivi e morti senza che si sappia quasi mai fin da subito chi è vivo e chi no. Il piano di interazione tra i personaggi è sempre precario. Gli equilibri fragili.

Nel cast il nome più importante è sicuramente quello di Jessica Lange, bella, regale e stronza come poche.

E poi c’è Taissa Farmiga nel ruolo di Violet. Dalla somiglianza con Vera Farmiga avevo dato per scontato che si trattasse della figlia, salvo poi scoprire che le due sono sorelle, distanti 21 anni l’una dall’altra.

Mi piace tantissimo il personaggio di Violet e mi piace il modo in cui viene interpretato.

C’è anche Zachary Quinto in un ruolo che risulta un po’ buffo se, come me, si è ancora reduci abbastanza freschi di Heroes, ma che è gli sta comunque bene addosso.

Poi. Il mio personaggio preferito è Tate. Ok. Adesso finisco il post poi vado in cucina a tirarmi dietro qualche ortaggio da sola per la deprimente banalità di questa considerazione. Banalità perché Tate è costruito apposta per piacere nonostante tutto. E deprimente perché è fatto per piacere prevalentemente ad un pubblico adolescenziale. Che ci posso fare. Così è. A me garba.

Sta arrivando uno SPOILER più grosso del chiacchiericcio che ho portato avanti finora.

Spoiler. Chi non vuole sapere non vada avanti.

Io ho avvisato eh.

Dicevo. Tate. Tate che mi piace proprio perché la sua crudeltà non è logica ma è naturale. Nel senso che è connaturata al suo essere. E pertanto è inspiegabile. Tate che non poteva non piacermi perché generalmente il mio personaggio preferito o muore o si scopre che è uno stronzo allucinante. Qui ho tutte e due le cose in un colpo solo. Che posso mai volere di più? Ecco.

Tate che è complesso proprio perché dietro non c’è niente. Che è male puro, di quello inconsapevole, inevitabile, ma che proprio per questo non ha possibilità di redenzione.

Il tono generale della serie è inquietante ma non eccessivamente. Per dire, ci sono un po’ di momenti in cui ci si caga sotto ma niente che non ti lasci dormire la notte. Man mano che ci si inoltra negli episodi la componente horrorifica diventa, in certo qual modo, una sorta di cornice e sempre più spazio viene lasciato agli eventi passati che riemergono e alle dinamiche relazionali sempre più esasperate.

Un po’ di divertito politically incorrect per quel che riguarda l’approccio al sesso. Niente di che ma ci sono due tre battute tutt’altro che scontate su uno schermo televisivo e soprattutto in una serie TV.

Abbastanza autoironia per compensare anche laddove salta fuori qualche pecca. Il fatto che il numero degli episodi sia limitato e l’ambiente chiuso è un vantaggio perché facilita l’organicità della trama e una visione d’insieme coerente.

Ultima cosa. E’ considerato spoiler se dico che il finale è soddisfacente e adatto? Non so, in ogni caso non è di quelle serie che deludono e si perdono i pezzi per strada in stile Lost.

Per quel che mi riguarda da’ dipendenza. Tecnicamente non sarà chissà che cosa ma tiene incollati.

Ora devo assolutamente trovarmi le altre stagioni.

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Soderbergh porta sullo schermo la storia di una delle più celebri class-action statunitensi. Nota sia per le proporzioni – una delle più grandi, quanto meno nell’ambito delle cause per avvelenamento – sia per l’entità del risarcimento.

La Pacific Gas & Electric fu infatti condannata a pagare 333 milioni di dollari agli oltre 600 residenti di Hinkley, California, per l’avvelenamento delle falde idriche. Si tratta del più alto risarcimento nella storia giudiziaria degli Stati Uniti.

La ricostruzione della vicenda è estremamente fedele e lo stile di Soderbergh rende il film avvincente senza bisogno di eccessivi interventi di drammatizzazione.

Erin, da sola, tre figli, senza lavoro, per una serie di circostanze finisce a lavorare nello studio legale di Ed Masry dove si imbatte, tra le varie pratiche, nella documentazione relativa all’acquisto di diverse proprietà immobiliari da parte della P.G.&E. Documentazione che, stranamente, comprende anche analisi mediche e referti clinici, tutti relativi a malattie particolarmente gravi. Erin non ha alcuna esperienza legale. Semplicemente, non capisce quello che legge e decide di indagare chiedendo informazioni ai diretti interessati.

Quello che scopre mettendo insieme i racconti degli abitanti di Hinkley e le informazioni che ricava dalla documentazione cui ha accesso è sconvolgente.

La P.G.&E. sta cercando di acquistare tutte le proprietà che si trovano su un’area che sa di aver contaminato tramite l’impiego del cromo esavalente nell’impianto. E cerca di farlo prima che qualcuno possa collegarla in qualche modo alle malattie che colpiscono gli abitanti di quella zona.

Il cromo esavalente viene impiegato come inibitore della ruggine nelle vasche di raffreddamento e presuppone l’assoluto isolamento di tali vasche. Nel caso dello stabilimento della P.G.&E. di Hinkley, California, questo piccolo particolare dell’isolamento delle vasche è stato, per così dire, dimenticato e per anni il cromo 6 è andato a inquinare le falde idriche della zona. Dall’esposizione prolungata a questo tipo di cromo può derivare una quantità spaventosa di malattie, prevalentemente degenerative e letali e, ovviamente, qualsiasi tipo di tumore. Come se non bastasse, il danno del cromo 6 va a infilarsi anche nel dna, il che significa che si trasmette il disastro ai figli.

Man mano che Erin indaga, le proporzioni della vicenda aumentano in modo impressionante ed emergono le storie di tutte le persone che hanno abitato nella zona anche negli anni precedenti.

Si delineano i contorni di un caso dalle dimensioni e dai costi che rischiano di schiacciare il piccolo studio legale di Ed Masry ma al quale ormai è impossibile voltare le spalle.

A interpretare Erin è Julia Roberts, che per la parte si prese anche il Golden Globe e l’Oscar nel 2001 e che è veramente perfetta sotto tutti i punti di vista. A dispetto dei ruoli prevalentemente fragili e romantici fatti apposta per i suoi occhioni e per il suo sorriso, qui la vediamo in un ruolo duro, un personaggio femminile perlopiù antitetico a quelli che interpreta di solito. Quello di Erin è un personaggio forte, disilluso, arrogante. Ed è anche difficile perché è sempre al limite, in equilibrio tra l’essere volgare e fuori posto e l’essere carismatica.

Ed Masry è interpretato da Albert Finney e l’accoppiata risulta estremamente riuscita.

Soderbergh mantiene un ritmo veloce, scorrevole, si attiene ai fatti e non indulge in inutili sentimentalismi o vuoti tentativi di spettacolarizzazione. Certo, il ruolo della Roberts è forse un po’ enfatizzato, ma più con ironia che con aspirazioni di eroismo. Un ironia diretta e immediata, in tono col carattere di Erin.

C’è anche Aaron Eckart in un ruolo marginale ma delicato e molto ben caratterizzato.

E c’è anche la vera Erin, nei panni di una cameriera all’inizio del film.

Bellissima anche la colonna sonora di Thomas Newman. A parte il fatto che io adoro tutto di questo film e che adoro Thomas Newman, qui davvero è stata un’ennesima scelta particolarmente azzeccata.

Assolutamente da vedere. A mio avviso il migliore di Soderbergh.

Nei contenuti speciali dell’edizione in dvd ci sono anche diverse interessanti interviste con i veri Ed e Erin. Merita darci un’occhiata.

Cinematografo & Imdb.

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