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Archive for the ‘V. Redgrave’ Category

334341987. Mark e Dave Schultz sono due fratelli campioni di lotta.

Mark è più giovane. E’ stato cresciuto e allenato dal fratello maggiore. Ha vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Viene contattato da un certo John E. DuPont, eccentrico miliardario che gli offre fondi e risorse pressoché illimitati se accetta di entrare a far parte del suo team, Foxcatcher.

L’offerta inizialmente comprende anche il fratello Dave, ma, dal momento che Dave non può affrontare il trasferimento, Mark vede in questa proposta l’opportunità di affrancarsi dall’ombra – pur protettiva – del fratello e di dimostrare che può farcela da solo.

Si trasferisce nell’enorme tenuta DuPont, mette su un team e cerca di mettercela tutta per non deludere il suo sostenitore.

DuPont è una persona strana, solitaria, estremamente sensibile all’argomento dell’orgoglio patriottico. Nel suo team vuole un campione per le prossime olimpiadi, Seoul 1988.

DuPont si fa chiamare coach ma, di fatto, non allena mai i ragazzi e lascia a Mark il compito di organizzare la preparazione fisica. DuPont dipinge se stesso come un mentore e una guida per i giovani atleti ma, di fatto, non sa neanche da che parte cominciare a rivolgersi loro. E’ impacciato, silenzioso, incomprensibile nella sua parlata lenta e strascicata. C’è qualcosa di strano in DuPont. Lo si nota fin da subito. Qualcosa di sbagliato.

Mark non lo nota davvero. O se anche lo nota non gli dà il peso che merita perché è più importante essere lì, ed essere lì da solo.

E poi c’è la figura della madre di DuPont. Amante dei cavalli di razza. Avvolta dall’ombra della grande casa, si palesa poche volte ma la sua presenza incombe su ogni cosa. Sugli avvertimenti che i collaboratori di DuPont rivolgono a Mark, sull’ubriachezza di DuPont che, con la lingua resa spigliata dall’alcool, trova il coraggio di biascicare tiepide rimostranze all’indirizzo dei gusti materni e lascia intravedere un inquietante spiraglio di complessi d’inferiorità e ansie da prestazione.

Cos’è che spinge veramente DuPont? Cosa sta cercando di dimostrare e a chi? I suoi soldi soffocano le domande ma non le eliminano del tutto.

Basato su un cruento fatto di cronaca che all’epoca fece non poco scalpore – soprattutto dopo che fu fatta luce sui retroscena – Foxcatcher è sicuramente un film molto ambizioso. L’ambientazione in un contesto sportivo fa sì che si presupponga l’impiego di un certo schema rappresentativo ma il nucleo centrale della vicenda esige un tono narrativo ben diverso. Miller prova a conciliare questi due aspetti ottenendo un risultato che, si vede, punta molto in alto ma che non sempre riesce ad arrivare dove si prefigge.

Non fraintendiamo, Foxcatcher è un ottimo film. Solo che, a volte, rimane un po’ a metà strada. Le sequenze di sport vero e proprio ci sono ma non viene loro conferita l’enfasi tipica dei film meramente sportivi. Sono anche frequenti è vero, ma è sempre come se fossero un po’ in sordina. Come se si volesse (troppo?) esplicitamente dichiarare che non sono quello il punto della storia.

La dimensione psicologica dei personaggi viene invece amplificata dalle lunghissime inquadrature quasi ferme sui soggetti. Dai dialoghi ridotti all’osso, dagli sguardi che non si posano mai e dai gesti essenziali.

Il risultato è però che il tentativo di bilanciamento tra questi due aspetti a volte lascia un po’ troppo dubbio su dove si voglia realmente andare a parare. Come se non si sapesse bene a cos’è che si deve fare attenzione, qual è il filone che dà la chiave di lettura del film.

Il fatto che la percezione cambi molto se lo si vede conoscendo già il fatto di cronaca è di per sé significativo.

A mio avviso Miller avrebbe dovuto ridurre ulteriormente la parte sportiva e calcare maggiormente sull’aspetto psicologico. L’ambiguità – e il profondo squilibrio – di DuPont c’è ed è molto forte ma non le viene data la giusta importanza da subito e questo fa sì che se ne perdano molte sfumature.

Interpreti ottimi, da Steve Carell – che normalmente non mi è particolarmente simpatico ma che qui è indubbiamente molto bravo nel ruolo di questo DuPont inquietante e sempre più scollegato dalla realtà – a Mark Ruffalo nel ruolo di Dave che è effettivamente un attore valido, quando non cerca di fare l’attore figo.

Channing Tatum ci sta nel ruolo, con la parte scimmiesca della sua espressione particolarmente accentuata per la causa e i muscoloni massicci e sgraziati del lottatore e pur tuttavia una buona e misurata espressività.

Nel cast anche Vanessa Redgrave, nei panni della terribile DuPont madre.

Nel complesso ritengo meritate le cinque nomination agli oscar ma anche altrettanto comprensibile che non ne abbia portata a casa neanche una.

Cinematografo & Imdb.

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FOXCATCHER

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