Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for dicembre 2014

E niente. Chiusura festiva. Ci si risente dopo il 6 gennaio.

Buone feste a tutti 🙂

Annunci

Read Full Post »

Shining-Poster-USA-01

Parlare dei film di Kubrick mi mette sempre in qualche modo a disagio. Kubrick è un tale gigante, un tale mostro sacro. Al di là del fatto che il suo stile piaccia di più o di meno, se lo si elogia si è banali, se lo si denigra si è, quanto meno, poco credibili. Una mia fissazione o un dato di fatto? Forse entrambi, in parte. Perché se è vero che poco di nuovo o di originale si può dire sui grandi, è anche vero che a) Kubrick non è sicuramente l’unico (ergo, perché i patemi non mi colgono anche in altri casi? mistero) e b) se si parte da questo presupposto non ci si dovrebbe più azzardare a parlare di nulla, quindi si finisce col rassegnarsi e continuare a battere sulla tastiera del nostro verbo proletario. Poi sì, ok, io ho particolare soggezione nei confronti di Kubrick perché adoro i suoi film e adoro il tormento che si nascondeva dietro ognuno di essi. La complessità della figura di questo regista che rimane tutt’ora un enigma sotto moltissimi aspetti.

A questo si aggiunga anche la mia venerazione per King e il fatto che Shining è probabilmente il mio libro preferito, tra i suoi, dopo It, e il tracollo emotivo è bell’e servito prima ancora di cominciare a dire qualcosa.

Probabilmente chi mi segue da un po’ ha già avuto il dubbio piacere di sorbirsi questa mia considerazione, ma per me è una realtà incontrovertibile che Shining di Kubrick non è semplicemente la trasposizione dello Shining di King. E non è un discorso di cambiare le cose. Sì, certo, differenze ce ne sono e non poche ma non è quello il punto. Kubrick non cambia la storia di King. Se ne appropria. La prende. La vive. La ricrea come qualcosa di suo. E ciononostante lo fa senza realmente stravolgere il presupposto del testo.

Se – volendo farla semplice – il Jack Torrance originario del libro è la personificazione letteraria dell’alcolismo di King, il Jack Torrance/Nicholson del film è un fantasma uscito direttamente dagli incubi di Kubrick. Dalle sue ossessioni, dai suoi abissi.

Mi fa sempre sorridere pensare che King non abbia apprezzato il film. Ha sempre sostenuto che Kubrick gli ha rovinato il libro. E, al di là delle ovvie considerazione sulla scarsa attendibilità di giudizio dello zio Steve in fatto di realizzazioni cinematografiche, non gli si può neanche dare completamente torto. Non nel senso che gli abbia davvero rovinato il libro. Ma sicuramente glielo ha stravolto.

Da un punto di vista di mera trasposizione, la differenza più macroscopica tra il libro e il film risiede nella gestione della voce che Danny sente nella sua testa. E obiettivamente, va anche detto non avrebbe potuto essere altrimenti perché non era possibile rendere visivamente tutto quello che è e comporta effettivamente questa parte di Danny. Nel film è semplicemente una sorta di esternazione della capacità extrasensoriale del bambino mentre nel libro è una parte enorme ed essenziale, è un’altra realtà che conferisce alla storia un tono diverso rispetto al film, molto più incentrato su quello che succede all’interno dei personaggi, rispetto alle loro azioni esterne.

Non che nel film la dimensione mentale sia meno prevalente. Anzi. Solo, lo è in modo diverso. L’Overlook di Kubrick è l’incubo nella testa di Jack Torrance, la materializzazione delle ossessioni in cui imprigiona anche la moglie e il figlio, essendovi imprigionato lui per primo.

Sono i fantasmi a scatenare il tutto? E’ l’Overlook, maledetto, a catturare Jack, vittima innocente? O non è piuttosto Jack a risvegliare l’Overlook con i suoi di fantasmi? A funzionare in qualche modo come una sorta di catalizzatore?

Dal punto di vista tecnico Shining ha fatto scuola. E’ un pilastro e un punto di riferimento per tutta la filmografia di genere pur essendo comunque un film impossibile da ridurre nei limiti di una categorizzazione. Shining è un horror perché fa comodo dire che è un horror, perché ci sono i fantasmi (prime fra tutti le due inquietantissime gemelline, anch’esse ormai un classico dell’iconografia cinematografica di genere) e allora è facile piazzare una bella etichetta. La realtà è che Shining fa paura e basta. C’è il sangue, ci sono le visioni, certo, ma la telecamera che segue Danny sul triciclo rimane una delle sequenze più spaventose della storia del cinema. Oltre ad essere tecnicamente geniale.

Visivamente poi, l’estetica anni Settanta amplificata – quasi esasperata – i ogni singolo dettaglio, contribuisce alla creazione di una dimensione straniante e sempre più surreale.

Shining è l’horror che bene o male conosce anche chi non ama l’horror. E’ un film che va visto a prescindere da gusti o generi. E’ la materializzazione di un incubo, una porta che si spalanca su un abisso di orrore che è molto più vicino di quanto si possa pensare. E’ la follia appena oltre la soglia rappresentata dalla celebre sequenza di Nicholson che abbatte a colpi d’ascia la porta dietro la quale tenta di nascondersi una terrorizzata Shelley Duvall – che, poverina, uscì dalle riprese fisicamente a pezzi e con un bell’esaurimento nervoso dovuto allo stato di continua e costante tensione in cui Kubrick teneva la troupe e lei in particolare, per tirare fuori la parte da lei, come era solito fare, con la sua tecnica di lavoro psicologico ai limiti del sopportabile su persone e personaggi. Che poi nella figura del Kubrick spietato ci sia molto del mito, probabilmente è anche vero, ciò non toglie che il mito fosse alimentato anche da una consistente parte di verità – per dire, basta vedere il filmato girato sulla lavorazione del film per rendersi conto dello stato della Duvall.

Dal canto suo, Nicholson è adatto alla parte in modo quasi inquietante e regala una di quelle interpretazioni che lasciano stremati tanta è l’intensità che trasmettono.

Shining è un film che terrorizza sempre. Per quante volte lo si possa vedere e per quanto lo si sappia a memoria. Perché va a scavare in profondità, risveglia la paura latente già presente nello spettatore. Non fa paura perché non si sa cosa succede. Fa paura perché ogni singola volta ti incastra in una dimensione allucinante e alterata che è più terrorizzante di qualsiasi sviluppo di trama. E’ il terrore puro del Male altrettanto puro e spogliato dalle sue sembianze e materializzazioni.

Cinematografo & Imdb.

kinopoisk.ru

cover1300

shining2

Read Full Post »

Dovrebbe essere un seguito, in realtà la prima parte sembra più un remake.

Read Full Post »

E figuriamoci se non arrivava anche lei. La cosa non sorprende.

Però c’è da dire che qui la regia è di Kenneth Branagh, il che fa ben sperare. E poi è vero che c’è Cate Blanchett che fa la matrigna ma non pare ci siano particolari intenti riabilitativi, quanto meno a vedere il trailer. Anche perché rendermi affascinante la matrigna di Cenerentola la vedo dura.

In arrivo a marzo.

Read Full Post »

ghosts

Titolo originale della raccolta di racconti che, di fatto, rappresenta l’esordio di Hill prima del successo della Scatola a forma di cuore. I singoli racconti in realtà sono apparsi su diverse pubblicazioni nel corso di vari anni e sono stati riuniti la prima volta in questa raccolta nel 2005. In Italia la prima edizione è del 2009, sempre Sperling & Kupfer.

Di norma le raccolte di racconti non sono esattamente in cima alla mia lista di preferenze, motivo per cui tendo sempre a snobbarle un po’. Non saprei neanche spiegare esattamente il perché. Probabilmente è solo che preferisco le storie lunghe, in cui ambientarmi e sistemarmi con calma mentre il racconto presuppone che si entri e si esca dalla storia troppo in fretta. Non a caso, infatti, anche tra i racconti prediligo sempre quelli piuttosto lunghi.

Ad ogni modo, come si sarà capito, ormai son partita in quarta con Hill e sto recuperando tutti gli arretrati.

Ghosts contiene 15 racconti di lunghezza, tono e atmosfere molto varie.

E’ una raccolta composta da elementi diversissimi che pure mantiene una sua omogeneità di fondo.

Il tono principale, se proprio si deve appiccicare un’etichetta, è prevalentemente horror, ma dirla così sarebbe riduttivo. C’è l’horror classico, certo, in storie come Best New Horror o Il telefono nero ma c’è molto di più. C’è la delicatezza di Pop Art che di orrorifico non ha proprio niente ma che è totalmente e meravigliosamente surreale.

C’è la malinconia di Un fantasma del Ventesimo Secolo che si porta attaccato il retrogusto delle storie di fantasmi di una volta e un presupposto dal forte sentore gotico.

C’è una forte, fortissima componente disturbante. Molto spesso, queste storie, più che far paura in senso immediato e diretto, sono inquietanti in un modo molto più subdolo e sottile. Lasciano addosso una sensazione di disagio, di irrequietezza. Davvero, a costo di ripetermi, disturbante è l’aggettivo più adatto a descrivere buona parte di questi racconti.

Il canto della locusta parte con un esplicito richiamo a Kafka ma lo rielabora in chiave semi-distopica, con tratti che ricordano più che altro Bradbury.

Nell’introduzione, Christopher Golden fa notare come I ragazzi Van Helsing ricordi, per impostazione e sviluppo, il film Frailty – Nessuno è al sicuro e in effetti è verissimo. Non so se mi sarebbe venuto in mente comunque, dato che tendo sempre a dimenticare quel film perché mi mette un’ansia incredibile, ma è assolutamente vero.

Meglio che a casa è di una tristezza infinita. Non te ne accorgi subito ma più  ci ripensi e più ti rendi conto che quello che rimane è la tristezza.

Tra due basi ha i presupposti per un piccolo thriller, mentre Il mantello è genuinamente simbolico e crudele.

L’ultimo respiro è cattivissimo e se fosse un film sarebbe senza dubbio di Cronenberg. Mi vedo già l’ambientazione cupa e magari un po’ steampunk dell’interno del museo.

Il bosco fantasma e La colazione della vedova sono di nuovo più malinconici che realmente spaventosi. Se non si considera spaventosa la struggente solitudine che si portano dietro.

Bobby Conroy ritorna dal mondo dei morti è un gioiellino. E’ divertentissimo per l’ambientazione e per il modo in cui la storia si innesta nel contesto.

La maschera di mio padre è allucinante. Ed è forse quello da cui ho fatto più fatica ad uscire perché ti risucchia ad una velocità impressionante in una realtà completamente distorta. E fa paura. Molta paura.

Ricovero volontario è il più lungo di tutta la raccolta e sicuramente uno dei miei preferiti. E’ una storia che emerge a poco a poco dai ricordi. Ricordi che non coincidono con la realtà dei fatti oggettivi. Una verità che non può essere detta e la realtà che diventa sottile e mutevole. La porta della cantina e tunnel di scatoloni di carta che sembrano non finire mai.

Read Full Post »

Read Full Post »

4376_big

“Per questo film sarà vietato l’accesso in sala dopo 10 minuti di proiezione. Intendiamo così proteggere la concentrazione degli spettatori”.

Già ai tempi di 4 mosche avevo chiesto e ottenuto che nei cinema in cui veniva proiettato il mio film non ci fosse l’intervallo. Non mi andava che la gente chiacchierasse, si rilassasse sorseggiando in caffè o fumandosi una sigaretta. Dovevano restare inchiodati alla seggiola, bersi la storia in un colpo solo senza possibilità di tirare il fiato.

Per Profondo Rosso alzai l’asticella della mie richieste: entrare a film iniziato sarebbe stato un delitto perpetrato ai miei danni, mentre fino a prova contraria sporcarsi le mani di sangue era un privilegio riservato al sottoscritto. Del resto era messo bene in evidenza il fatto che riabbracciavo un vecchio amore: “Dario Argento torna al thrilling!” urlavano i flani pubblicitari – storpiando persino la lingua inglese.

Ricordo che i distributori storsero il naso di fronte alla mia proposta: obiettarono che impedire l’accesso in sala per qualche minuto di ritardo sarebbe potuto risultare controproducente. Dalla mia, però, avevo ancora una volta Alfred Hitchcock. Era stato proprio lui, nel 1960, a rivoluzionare per sempre le abitudini del pubblico: quand’ero un ragazzo nei cinema si entrava in qualsiasi momento, anche durante il secondo tempo; il resto del film lo si recuperava assistendo alla proiezione successiva. Ma per il suo Psyco il grande regista aveva messo un veto, lo stesso che volevo venisse applicato ora al mio nuovo film.

Sarò spoilerosa. L’ho già detto nel titolo ma lo ripeto. Un po’ perché sono ipersensibile sull’argomento – non è che perché un film ha 40 anni vuol dire che tutti debbano per forza averlo visto; un po’ perché, davvero, è uno di quelli che è proprio un peccato rovinarsi con delle anticipazioni.

E’ uno di quei film che mi piacerebbe non aver ancora visto per poter rivivere le stesse impressioni di quando lo vidi per la prima volta. La tensione continua e crescente. I tentativi di capire chi potesse essere l’assassino. La sensazione di essere a un passo dalla soluzione. L’immedesimazione con il protagonista e l’opprimente sensazione di ansia. Di essere braccati da qualcuno troppo folle per poter pensare di sfuggirvi.

E comunque, anche ora, conoscendolo praticamente a memoria, ogni volta che mi metto a guardarlo non posso fare a meno di spaventarmi.

Profondo Rosso è un pezzo di storia del cinema. E’ sinonimo di thriller-horror. Col passare del tempo è diventato una sorta di canone esso stesso, per la quantità di elementi che ha introdotto e che successivamente sono entrati a far parte del repertorio referenziale di base per questo genere di film. E’ il film di Dario Argento che hanno visto e ammirato anche coloro che Dario Argento proprio non lo possono sopportare. Anche chi non apprezza in generale il suo modo di fare cinema, di solito finisce col salvare Profondo Rosso.

E Profondo Rosso è un capolavoro.

Di costruzione, di tecnica e di innovazione.

L’idea stessa di costruire un thriller – quindi con una struttura di trama logico-consequenziale, un colpevole e una serie di fatti ricostruibili – innestandolo su una rappresentazione della realtà prevalentemente emotiva e (soprattutto) onirica, dava origine a un ibrido del tutto fuori dagli schemi.

Il film è fatto per catturare lo spettatore sia avvincendolo con lo svolgimento della trama sia, soprattutto, coinvolgendolo emotivamente, trascinandolo a fondo in uno stato di ansia e inquietudine sempre più totalizzante.

E’ come se la prospettiva si spostasse dentro e fuori dalla mente – deviata – dell’assassino ma senza che questo venga in qualche modo esplicitato.

Il fatto che l’assassino non sia svelato fino alla fine ma, di fatto, si veda nella prima mezz’ora di film e il modo in cui si vede è qualcosa che va oltre la definizione di geniale.

Il mio protagonista, nel tentativo di soccorrere la medium ormai priva di vita, doveva percorrere un lungo corridoio abbellito da quadri antichi e cornici di ogni genere – una versione non troppo diversa dal corridoio che io stesso ero stato costretto ad affrontare ogni notte da bambino. E il killer, provando a mimetizzarsi contro un quadro che rappresentava un insieme scomposto di volti, si sarebbe in realtà messo in bella vista piazzandosi a favore di uno specchio. L’impavido pianista, e insieme a lui lo spettatore, per un solo istante avrebbe registrato la sua faccia: ma tanto bastava. All’epoca non c’erano supporti per rivedere i film, né tantomeno per bloccare un singolo fotogramma. Avrei mostrato a tutti l’assassino, senza che nessuno se ne rendesse conto.

E ora, ogni volta che lo vedo, fermo per un momento l’immagine sul fotogramma del volto di Clara Calamai riflesso in quello specchio e ogni volta mi stupisco della semplicità e della perfezione di quell’espediente. Perché se non lo sai, davvero non la vedi. Ti passa davanti al naso, ma sei talmente immedesimato in Mark-David Hemmings che è fisicamente impossibile che tu la noti. La sovrapposizione di visione tra lo spettatore e il protagonista è già completa.

E poi l’estetica dell’omicidio, come la definisce Dario stesso, che si delinea in modo sempre più dettagliato film dopo film e che ha fatto scuola per certi elementi che sono diventati sia un marchio di fabbrica sia un must del genere, radicandosi saldamente nell’immaginario collettivo. Basti pensare ai guanti di pelle nera dell’assassino.

[…] l’assassino in guanti neri seguiva un preciso rituale prima di commettere le sue efferatezze. Si truccava gli occhi, contemplava le sue armi, e indugiava a lungo su alcuni piccoli oggetto, che potevano essere tanto reali quanto proiezioni della sua mente malata. Dovevo dire grazie allo Snorkel, un’avveniristica microcamera snodabile che funzionava col principio dell’endoscopia […].

Le scene di violenza non sono forse tanto dettagliate quanto saranno nella produzione successiva ma mostrano già il genere di splatter che caratterizzerà poi gli horror veri e propri.

Dall’accetta che si abbatte sulla medium, alla scrittrice Amanda Righetti (Giuliana Calandra) affogata nell’acqua bollente, al professor Giordani (Glauco Mauri), massacrato contro gli spigoli dei mobili e poi pugnalato, fino alla celebre scena della decapitazione di Clara Calamai con la sua collana che resta impigliata nell’ascensore in movimento (un trucchetto che a Dario piacque e che riutilizzò anni dopo anche in Trauma, se non ricordo male).

A fare più paura però, come sempre, non sono le scene cruente in sé, quanto i particolari al contorno. Le bambole impiccate a casa della Righetti, tanto per fare un esempio. O il pupazzo meccanico che compare a casa di Giordani. E che nessuno voleva inserire. Tutti quelli coinvolti nella lavorazione l’hanno ostacolata, la scena del pupazzo. Non volevano fargliela girare. Personalmente, come ho già avuto modo di esternare, sono piuttosto terrorizzata da bambole, bambolotti & affini, quindi magari son di parte, ma per me quella scena è una delle più inquietanti in assoluto.

Insieme alla casa. La bellissima villa Scott, sulla collina di Torino, che all’epoca era un istituto gestito dalle suore. Alle suore e alle ragazze della struttura venne pagata una vacanza e il film ottenne la sua Villa del bambino urlante.

Se piazza Cln, con la famosissima sequenza del primo omicidio, è quella che ha sancito definitivamente l’associazione di Torino con Dario Argento, anche la villa ha goduto per un consistente periodo di tempo dell’inquietante fama derivata dal film.

E poi la colonna sonora. Non solo il pezzo, anch’esso storico, composto dai Goblin, ma anche la canzoncina infantile dell’antefatto, che poi accompagna anche gli omicidi. Composta da Giorgio Gaslini, si tratta di una musichetta tutta dissonante, cantata da una voce femminile accompagnata da un carillon, e devo ammettere che pure a distanza di così tanto tempo riesce ancora a spaventare.

Accanto a David Hemmings, una bellissima Daria Nicolodi negli anni della relazione con Argento, poco prima della nascita di Asia, e un giovanissimo Gabriele Lavia nel ruolo di Carlo.

Nel corso della mia carriera ho imparato che se riesci a costruire un universo coerente, per quanto folle esso sia, hai già ottenuto la sospensione dell’incredulità necessaria a raccontare quello che vuoi. L’importante è stabilire fin da subito un patto d’acciaio con lo spettatore: io non ti frego, fidati di me e vedrai che non te ne pentirai.

La gente vuole rassicurazioni, e io mi guardo bene dal fornigliele.

Cinematografo & Imdb.

Profondo-rosso

646464-profondo-rossohfdgs

profondo-rosso_villa-scott3

profondo-rosso2-334624_0x745

Profondo_rosso

Deep%20Red%20Blu-Ray%20(22)

david-hemmings-e-daria-nicolodi-in-una-scena-del-film-profondo-rosso-1975-128365

 

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: