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Archive for the ‘T. Mann’ Category

E ritorniamo anche alle sane abitudini del giovedì.

In realtà al momento sono piuttosto distratta perché mi rendo conto che questo posto avrebbe bisogno di una bella ripulita/rinnovata, tra link che portano a perdere e feed che non funzionano, ma la situazione è un po’ quella di quando si devono far le pulizie di primavera e ci si convince che in fin dei conti è ancora inverno. Aspetto fiduciosa che prima o poi mi colga un raptus – come per le pulizie – e mi venga l’ispirazione per ribaltare tutto.

 

Nel frattempo facciamoci un giro al 112 di Ocean Avenue ad Amityville, New York.

Alle 3.15 del mattino del 13 novembre 1974, Ronald DeFeo Jr., 23 anni, massacra a colpi di fucile tutta la sua famiglia, madre, padre e quattro tra fratelli e sorelle.

E questo è un fatto.

Dopo alcuni maldestri tentativi di depistaggio, Ronald sostenne di fronte agli agenti che erano state le voci e gli spiriti della casa a guidarlo nel suo folle gesto.

E anche questo è un fatto.

 

Il 18 dicembre 1975, la famiglia Lutz entra al 112 di Ocean Avenue. Madre, padre e tre figli resistono 28 giorni nella casa appena acquistata, fino al 14 gennaio 1976, quando fuggono terrorizzati nel cuore della notte.

E questo è un altro fatto.

 

Dopo di che, comincia il mito. La leggenda dell’Orrore di Amityville.

La bibliografia e la filmografia sul tema sono parecchio vaste. Si va dalla fantasia ai tentativi di ricostruzione.

Ci sono fonti, articoli, interviste, racconti, romanzi, film, documentari.

Ci sono fatti e ci sono ipotesi.

Ci sono i coniugi Warren che si occuparono del caso dopo la fuga della famiglia Lutz, amplificando ulteriormente il circo mediatico intorno alla vicenda.

Di certo c’è che per essere una vicenda al limite tra cronaca e paranormale, ebbe una risonanza insolitamente ampia nei media e nell’opinione pubblica.

 

L’idea di Franck Khalfoun (attore nel ruolo di Jimmy in Alta tensione di Alexandre Aja) di andare a pescare nel calderone di Amityville non era dunque quel che si dice originale.

Al di là della mia istintiva contentezza nel veder di nuovo abitata la bella casetta in stile coloniale olandese con le sue belle finestrelle curve come gli occhi tristi di un basset hound – che tenerezza nevvero? – non è che avessi delle reali aspettative perché alla fin fine, giocarsi la carta della casa stregata ad Amityville suona un po’ come un tipiacevincerefacile.

Parentesi. Se proprio c’è ancora qualcosa che vorrei vedere ben raccontato in un film su Amityville è la parte sui coniugi Warren, possibilmente nella versione del filone Conjuring. L’antefatto di Conjuring 2 mi aveva fatto ben sperare ma poi non mi pare se ne sia fatto niente. Chiusa parentesi.

Seconda parentesi. Le finestrelle curve non ci sono più, sostituite alla fine degli anni Ottanta con due banali finestre quadrate dagli O’Neil, allora proprietari. Chiusa seconda parentesi.

Dicevamo. Franck Khalfoun torna ad Amityvile ma contrariamente alle aspettative non se la gioca malaccio.

Oddio, non stiamo parlando di un capolavoro eh. Mi aspettavo il classico teen-horror che sfrutta spudoratamente la fama di Amityville e in effetti lo è ma questo Risveglio ha un suo perché e tutto sommato funziona.

Belle, adolescente pseudo darkettona, si trasferisce con la sua famiglia – madre, fratello e sorellina – al 112 di Ocean Avenue ad Amityville. Sua madre, Joan, ha scelto e comprato la casa e non le ha detto niente della sua fama sinistra. Si sono trasferite lì per essere più vicine alla sorella di Joan e per avere più aiuto dal momento che James, il fratello gemello di Belle, è in stato vegetativo in seguito a un brutto incidente.

La situazione all’interno della famiglia è difficile e si esplicitano fin da subito tensioni e un fondo di rancore neanche poi troppo dissimulato che ruota intorno alla condizione di James.

Inevitabilmente Belle viene a sapere dai compagni di scuola del passato orrorifico della casa e questo non fa che peggiorare il tutto.

Nel frattempo, ovviamente, cominciano a succedere cose strane e, soprattutto, comincia a succedere qualcosa a James. E’ davvero possibile che si risvegli?

Anche se bene o male si sa fin da subito dove si va a parare – la casa è infestata da forze del male etc., etc. – la tensione si crea e la vicenda si sviluppa in modo coinvolgente. Anzi. Proprio perché si sa dove si va a parare la cosa funziona.

Khalfoun sceglie intelligentemente di utilizzare in modo esplicito il passato della casa anche in termini narrativi – gli amici che Belle conosce a scuola sono presi benissimo all’idea di guardare il film del ’79 (The Amityville Horror di Rosenberg) proprio in quella casa e non si risparmiano commenti ironici sulla scarsa qualità di seguiti e remake.

Il cast è buono. Bella Thorne è particolarmente riuscita nel ruolo di Belle e Joan è interpretata da una sempre ottima Jennifer Jason-Leigh. Ci sono anche Thomas Mann (II) nel ruolo di un compagno di scuola e Jennifer Morrison che fa la sorella di Joan.

La figura di James con il corpo deforme e scheletrico è parecchio disturbante e le sequenze semi oniriche sono discretamente inquietanti.

La faccenda della comunicazione via scrittura mentale su uno schermo ricorda molto Patrick – il remake del 2013 più che l’originale del ’78 per ovvie ragioni di supporto comunicativo.

La ricostruzione della casa, per quel che mi ricordo, è abbastanza fedele. La porta di ingresso è rossa e questo è un dettaglio che dovrei verificare perché non so se fosse davvero rossa o se sia una citazione del numero 10 di Elm Street (Nightmare).

Il primo ringraziamento finale va ad Alexandre Aja. Al di là del legame col regista per Alta tensione non so se abbia partecipato in qualche modo alla produzione e se ci sono altre citazioni dei suoi film probabilmente me le sono perse perché è una vita che non li vedo.

Cinematografo & Imdb.

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– Eh, diavolo, c’est la question, ma très chère demoiselle!

La moglie del console Buddenbrook, seduta accanto alla suocera sul sofà rettilineo laccato di bianco e adorno di una testa di leone dorata, con i cuscini ricoperti di stoffa giallo-chiara, gettò un’occhiata al marito nella poltrona al suo fianco e venne in aiuto alla figlioletta, che il nonno teneva sulle ginocchia, presso la finestra.

– Tony! – disse. – Io credo che Dio…

E la piccola Antonie, una bimba di otto anni dalle membra delicate, vestita di un abitino di leggerissima seta cangiante, la graziosa testa bionda in po’ discosta dal viso del nonno, fissò verso il centro della stanza gli occhi grigio-azzurri sforzandosi di riflettere e, senza veder nulla, ripeté ancora una volta: – Com’è? – poi disse adagio: – Io credo che Dio…- E tutto d’un fiato, rischiarandosi in viso, continuò: -…mi ha creata insieme con tutte le altre creature – . Di colpo si trovò in carreggiata e snocciolò ormai, raggiante e inarrestabile, tutti gli articoli del credo, secondo il catechismo riveduto e corretto, uscito in quell’anno di grazia 1835 con l’approvazione dell’illustre e saggio Senato. Una volta lanciati, pensò la bimba, era come filar giù in slitta dal monte Jerusalem con i fratelli; i pensieri si perdevano, e non si poteva fermarsi, neanche volendo.

– E i vestiti e le scarpe, – disse – il mangiare e il bere, la casa e i terreni, la moglie e i figli, i campi e il bestiame…-

A queste parole il vecchio Johann Buddenbrook scoppiò in un’aperta risata, quella risata limpida e maliziosa, che teneva già pronta da un poco. Rideva per la gioia di potersi burlare del catechismo, e solo a tale scopo, probabilmente, aveva intrapreso il suo piccolo esame. S’informò dei campi e del bestiame di Tony, chiese quanto faceva pagare per un sacco di grano, e le propose di concludere affari con lei. La sua faccia rotonda, bonaria e rosata, alla quale con la migliore volontà non riusciva a dare un’espressione maligna, era incorniciata di capelli incipriati bianchi come la neve, e una specie di codino appena accennato cadeva sul largo colletto della sua giubba color grigio-topo. A settant’anni, egli restava fedele alla moda della sua gioventù; aveva rinunziato soltanto agli alamari fra i bottoni e alle grandi tasche, mai però in vita sua aveva portato calzoni lunghi. La sua vasta pappagorgia era comodamente adagiata sul jabot di pizzo bianco.

Tutti avevano fatto coro alla sua risata, soprattutto per ossequio al capo della famiglia. Madame Antoniette Buddenbrook nata Duchamps rise esattamente come suo marito. Era una signora corpulenta, con spessi boccoli bianchi sugli orecchi, un vestito a righe nere e grigio-chiare senza guernizioni, indizio di semplicità e di modestia; le mani ancora bianche e belle posavano sul grembo, stringendo una piccola borsa pompadour di velluto. Con gli anni i suoi lineamenti s’erano fatti stranamente simili a quelli del marito. Solamente il taglio e la vivacità dei suoi occhi scuri tradivano un poco la sua origine mezzo latina: da parte del nonno ella discendeva da una famiglia della Svizzera francese, ma era amburghese di nascita.

Sua nuora, Elizabeth Buddenbrook nata Kröger, rideva alla maniera dei Kröger, incominciando con uno scoppiettio delle labbra e premendo il mento sul petto. Come tutti i Kröger aveva una figura estremamente elegante; e se anche non la si poteva dire una bellezza, la sua voce limpida e pacata, i suoi movimenti tranquilli, dolci e sicuri davano a tutti un senso di chiarezza e di confidenza. Ai capelli rossicci, intrecciati in una piccola corona a sommo del capo e scendenti in larghi boccoli sugli orecchi, s’intonava la pelle bianchissima e delicata cosparsa di piccole efelidi.

T. Mann, I Buddenbrook, 1901

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