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Archive for the ‘Non ci sono solo le arance’ Category

A mio padre piaceva guardare la lotta, a mia madre piaceva farla; non importava quale. Lei era nel giusto, e poche storie.

Sceglieva le giornate più ventose per stendere i lenzuoli doppi. Esigeva che i mormoni bussassero alla porta. Durante le elezioni, in una cittadina operaia laburista mise alla finestra la foto del candidato conservatore.

Non aveva mai avuto incertezze. Per lei il mondo si divideva in amici e nemici.

I nemici erano:

Il Diavolo (nelle sue varie forme)

I vicini

Il sesso (nelle sue varie forme)

Le lumache

Gli amici erano:

Dio

Il nostro cane

La zia Madge

I romanzi di Charlotte Brontë

Il veleno per le lumache

e io, almeno all’inizio. Ero stata messa al mondo per essere sua alleata nella guerra santa contro il Resto del Mondo. La mamma aveva un atteggiamento misterioso nei confronti del generare bambini; non che non potesse farlo, piuttosto non voleva. L’amareggiava molto che la Vergine Maria ci fosse riuscita prima di lei. Così aveva optato per una soluzione di ripiego e aveva adottato una trovatella. Quella trovatella ero io.

Non ricoro ci sia stato un tempo in cui non sapevo di essere speciale. Non avevamo Re Magi, perché lei non credeva ci fossero uomini saggi, però avevamo le pecore. Uno dei miei primi ricordi è di me in groppa a una pecora il giorno di Pasqua, mentre lei mi raccontava la storia dell’Agnello Sacrificale. Lo mangiavamo la domenica con le patate.

La domenica era il giorno del Signore, il giorno più impegnativo della settimana. In casa avevamo un radiogrammofono con un’imponente cassa di mogano e una grossa manopola di bachelite per sintonizzarsi sulle stazioni. Di solito seguivamo il programma di musica leggera, ma la domenica era dedicata all’ascolto del Bbc World Service, per consentire alla mamma di tenersi aggiornata sui progressi dei nostri missionari. La nostra mappa della missioni era proprio bella. Sulla parte anteriore erano riportate tutte le nazioni e, sul retro, una legenda elencava le varie tribù e le loro caratteristiche. La mia favorita era la numero 16, I Buzule dei Carpazi. Erano convinti che se un topo trovava i capelli tagliati di qualcuno e ci faceva il nido, a questa persona sarebbe venuto il mal di testa. Se il nido era grosso abbastanza, si poteva ammattire. Per quanto ne sapevo nessun missionario li aveva ancora raggiunti.

La domenica la mamma si alzava di buon’ora e non permetteva a nessuno di entrare in salotto prima delle dieci. Era il suo luogo di preghiera e di meditazione. Pregava sempre in piedi, per via delle ginocchia, proprio come Bonaparte impartiva gli ordini da cavallo a causa della sua statura. Sono convinta che anche il suo rapporto con Dio fosse in fondo una questione di schieramenti. La mamma era Vecchio Testamento dalla testa ai piedi. Il docile Agnello pasquale non faceva per lei, che al contrario era lì, in prima fila coi profeti e incline a ritirarsi imbronciata sotto un albero se il giusto annichilamento tardava a concretizzarsi. Di solito comunque si concretizzava, non so se per volontà sua o di Dio.

Pregando seguiva sempre lo stesso ordine. Innanzi tutto ringraziava Dio per averle concesso di vivere un altro giorno, quindi Lo ringraziava per aver risparmiato anche il mondo per un altro giorno. Poi passava alla lista dei suoi nemici, che era quanto avesse di più simile a un catechismo.

Non appena sentivo rimbombare attraverso la parete della cucina: “La vendetta è mia, dice il Signore” mettevo il bollitore sul fuoco. Il tempo che occorreva per riscaldare l’acqua e preparare il tè era esattamente lo stesso che le serviva per arrivare all’ultimo punto: l’elenco degli ammalati. Era molto metodica. Io versavo il latte nelle tazze, lei entrava e, bevendo un gran sorso di tè, diceva una di queste tre cose:

“Il Signore è buono” (con occhi d’acciaio rivolti al cortile).

“Che tè è questo?” (con occhi d’acciaio su di me).

“Chi era l’uomo più vecchio della Bibbia?”

La numero tre ovviamente poteva avere infinite varianti, ma era sempre una domanda da quiz biblico.

Jeanette Winterson, Non ci sono solo le arance, 1985

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Ci sono libri che richiedono coraggio. Per leggerli e per scriverli.

Ci sono libri che scavano in profondità. E lo fanno a tradimento.

Il guaio di un libro è che scopri cosa contiene solo quando è troppo tardi.

E’ vero. Anche se ovviamente non nel senso in cui intendeva Mrs Winterson. Ti rendi conto di dove ti hanno portato solo quando sei già troppo a fondo per tornare indietro.

Ci sono libri che mordono, tagliano, divorano.

Perché essere felice… è un libro autobiografico. L’autobiografia è un terreno estremamente insidioso e in genere sono piuttosto diffidente. Nella maggior parte dei casi finisce col prevalere una fastidiosa auto-celebrazione/commiserazione e il tutto si risolve in un gratuito esercizio di gratificazione del proprio ego. Scrivere di sé e difficile e nel migliore dei casi il risultato non è interessante.

Per fortuna ogni tanto ci si deve ricredere.

In questo caso la narrazione della vicenda autobiografica è, in un certo modo, la naturale conclusione – forse l’unica conclusione possibile – di quel percorso le cui tappe sono costituite dai libri che l’hanno preceduta. Una delle caratteristiche delle opere di Jeanette Winterson è sempre stata la profonda commistione tra narrazione e vissuto. A partire proprio da Non ci sono solo le arance l’elemento autobiografico è sempre stato presente. Trasfigurato. Nascosto più o meno in profondità, ma c’è sempre stato. E’ un tratto distintivo e al tempo stesso è uno degli aspetti che me l’hanno sempre fatta amare moltissimo: la capacità di parlare di sentimenti (personali e non) senza essere sentimentale. La capacità di tenersi in equilibrio e non cadere mai nel patetico anche narrando della più profonda disperazione. Scritto sul corpo è un capolavoro da questo punto di vista. Un libro d’amore che non ha nessuno dei cliché delle storie d’amore. Scritto sul corpo è un capolavoro in assoluto ma questo è ancora un altro discorso e sto divagando.

La madre. Quella adottiva e quella biologica. L’Abbandono e il Rifiuto. Quelli raccontati e quelli vissuti in prima persona. La capacità/possibilità di amare/essere amati. La follia. Il perdono. L’elaborazione della perdita. La “perduta perdita”.

Perché è la perdita la misura dell’amore?  

E’ come se ogni libro fosse stato un passo che ha condotto a questo. Alla capacità di raccontare finalmente l’esperienza vissuta senza l’intermediazione di vicende inventate.

Un sì a quello che sei stata, il che significa venire a patti con l’antefatto.

Perché essere felice… è un libro di una sincerità dolorosa. Non c’è ostentazione. Non c’è autocompiacimento. Non c’è autocommiserazione. C’è anzi molta ironia. Anche se più amara di quanto non fosse in precedenza. JW ha scritto prima di tutto per se stessa. Non viene concesso alcun pensiero al lettore.

E’ un libro scritto per salvarsi.

E’ un libro vero. Suona banale ma non so come altro dirlo. E’ uno di quei libri che ti costringono a guardarti in faccia e a farti delle domande. Delle domande scomode.

Ogni cosa porta per sempre in sé l’impronta di ciò che è stato prima.

Tutti abbiamo un passato. Tutti abbiamo qualcosa di sepolto con cui prima o poi dovremo fare i conti. Tutti abbiamo i nostri fantasmi e i nostri mostri.

Il lieto fine è solo una pausa. Ci sono tre varianti di gran finale: Vendetta, Tragedia, Perdono. La Vendetta e la Tragedia sono contestuali. Il perdono redime il passato. Il perdono sblocca il futuro.

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