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Archive for marzo 2018

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William Hallek è un avvocato obeso dalla morale non eccessivamente rigida. Il pensiero costante del cibo contrasta con la dieta che cerca di seguire senza eccessivi risultati. Una sera, rientrando in macchina da un party, sua moglie lo distrae, per così dire, dalla guida e William non si accorge di un’anziana zingara che sta attraversando la strada.

Investita, la donna muore.

Segue il processo ma non una condanna.

Ad aspettare fuori dal tribunale però c’è il padre della zingara che si avvicina a Will, lo sfiora e sussurra una parola.

Will, di colpo comincia a perdere peso. Dapprima è felice della cosa ma presto si accorge che non c’è niente di naturale nel suo dimagrimento.

Lo zingaro gli ha detto di consumarsi e lui non può fare altro che osservare il lento deperire del suo corpo.

Solo, senza nessuno che gli creda, Will deve trovare il modo di farsi togliere questa maledizione.

1996, titolo originale Thinner, tratto dal romanzo omonimo di Stephen King uscito nel 1984 ancora sotto lo pseudonimo di Richard Bachman – e che non ho letto, non potendo quindi dire niente sulla fedeltà al testo.

Per la regia di Tom Holland – il papà di Chucky, per intenderci – L’occhio del male è il classico film per la tv tratto da King e da lui stesso sceneggiato.

Il taglio marcatamente televisivo e una certa prevedibilità di trama ne fanno un prodotto decisamente di serie B, ma non per questo necessariamente negativo.

Nonostante i limiti stilistici la trama coinvolge e si è (anche un po’ morbosamente) curiosi di vedere cosa succederà a Will mentre continua a dimagrire a vista d’occhio pur abbuffandosi in modo patologicamente smodato, preda di una fame ormai totalmente fuori controllo.

Incarnazione estrema dell’insano desiderio di mangiare senza freni e, non solo non ingrassare, ma anche dimagrire, Will sprofonda gradualmente in un incubo che sembra non avere via d’uscita.

Cast tutto sommato neanche troppo anonimo, con Robert John Burke nel ruolo di Will, Joe Mantegna e Micheal Constantine.

Non manca neanche il consueto cameo di King stesso, questa volta nei panni di un farmacista.

Imdb.

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Sempre dall’universo Marvel, uscita prevista per il 4 ottobre.

Sembra interessante e la scelta di Tom Hardy non mi dispiace. Resta da vedere se riusciranno a mantenere la complessità e l’ambiguità del personaggio.

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Inizialmente scettica verso quella che dal trailer mi sembrava una scopiazzatura dell’idea di fondo di No Man’s Land (Danis Tanovic, 2001) – un uomo bloccato su una mina – seguendo l’onda del momento-Armie-Hammer in seguito a Chiamami col tuo nome, mi sono finalmente decisa a recuperare questo film.

2016, regia di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro.

Armie Hammer protagonista e quasi unico personaggio. Annabelle Wallis in sottofondo.

Nell’ambito di un non meglio identificato conflitto in terra afghana, il marine Mike Stevens sta cercando di rientrare alla base a seguito di una missione fallita che ha costretto lui e il suo compagno a modificare i piani originari.

Quando Mike si accorge di essere su un campo minato è ormai troppo tardi. Il suo piede sinistro calpesta inavvertitamente una mina, inchiodandolo così sul posto.

Solo, in mezzo al deserto, senza quasi più scorte e con i soccorsi troppo lontani per sperare in un’estrazione in tempi brevi.

Mike non ha scelta. Può solo aspettare e resistere.

Mine è un film costruito con pochissimo ma incredibilmente efficace e, decisamente, ho dovuto ricredermi sia sui miei pregiudizi di banalità sia sulla rassomiglianza con No Man’s Land. Quest’ultimo era un film di guerra in senso stretto. Mine è un film ambientato in un contesto di guerra ma che, in definitiva, è tutt’altro.

O meglio. Sempre di conflitti si parla ma non conflitti armati.

Perché la vera guerra che Mike combatte è quella contro se stesso e i suoi fantasmi.

Inchiodati alla poltrona per l’intera durata del film esattamente come Mike è inchiodato al suolo sabbioso, soffriamo con lui, patendo caldo, sete, fame, ma, più di ogni altra cosa, ci troviamo sopraffatti dalla soverchiante sensazione di paralisi di cui la mina è solo un’esternazione superficiale.

Mine – plurale di mina in italiano, sostantivo per bomba in inglese ma anche pronome possessivo in inglese, mio – è un film fortemente simbolico e dalla grande carica emotiva. Le immagini potenti dell’immobilità forzata di Mike ma, soprattutto, delle forze che lo tengono bloccato, costituiscono il percorso della sua liberazione dall’eredità di un passato ingombrante con cui Mike non si è mai deciso a chiudere i conti.

Solitudine e confronto con il proprio io spogliato di tutto. L’idea di poter essere i peggiori nemici di se stessi.

Armie Hammer è decisamente molto bravo e, al di là della presenza scenica particolarmente adatta, regge perfettamente quasi due ore di telecamera piantata addosso, senza strafare e senza lasciarsi scoraggiare dalle scarsissime possibilità offerte dalla staticità del ruolo.

Un film intelligente, che non cade nelle trappole dei cliché troppo facili offerti dalla tematica ma che sfrutta appieno le potenzialità di significato offerte dalla situazione di partenza.

Cinematografo & Imdb.

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Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizzazione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca.

Siamo in Inghilterra, nel 1959 e quella di Stella Raphael è la storia che ci viene narrata dalla voce di Peter Cleave, prima suo amico, poi suo psichiatra.

E’ una storia che nasce all’interno del microcosmo di un manicomio criminale di cui Max Raphael, marito di Stella, è il nuovo vicedirettore.

E’ la storia della passione morbosa e ossessiva tra Stella e uno dei pazienti della struttura, Edgar Stark, rinchiuso per il brutale assassinio della moglie. E per quello che ha fatto dopo al suo cadavere.

Stella e Edgar. Una coppia talmente improbabile da risultare impensabile. Una relazione che nasce subito come ossessione e che si impossessa di Stella azzerando di colpo qualsiasi difesa, annullando in brevissimo tempo qualsiasi pretesa di volontà. Una passione fortemente sessuale e altrettanto fortemente compensatoria per tutto ciò che è opposto alla vita che Stella ha sempre condotto.

Ma non è sufficiente. Perché quello di Stella non è un mero atto di trasgressione e quella di Edgar non è solo una cinica manovra per raggiungere i suoi scopi.

Un viaggio allucinato negli abissi di una psicosi sempre più profonda e sempre più totalizzante. Una storia sordida, spiata attraverso lo spiraglio (auto)giustificatorio dell’analisi psichiatrica. Una storia morbosa dalla quale risulta impossibile staccarsi.

Sono diversi mesi che Patrick McGrath staziona nella mia coda di lettura. A ottobre, se non mi sbaglio, è venuto a Torino al Circolo dei Lettori per presentare il suo ultimo libro, La Guardarobiera, ma alla fine non ero riuscita ad andare. Da allora però mi sono incuriosita per questo scrittore cresciuto nell’ambiente del manicomio criminale presso cui suo padre lavorava come psichiatra e mi sono ripromessa di leggere qualcosa. Per un po’ sono stata indecisa se incominciare L’estranea ma alla fine ho deciso di iniziare con questo Follia, che è il suo titolo più famoso e che si è rivelato assolutamente all’altezza della sua fama.

La scrittura di McGrath è ipnotica e impossibile da lasciare. Ti tiene incollato alle pagine, ti risucchia in un vortice di orrore a attrazione dal quale è impossibile staccarsi.

Un gioco di specchi in cui il confine tra normalità e follia si fa sempre più labile e un cui i ruoli si confondono e si capovolgono fino a sradicare qualsiasi certezza.

Davvero bellissimo. Una folgorazione. Siamo solo a marzo e le graduatorie sono un po’ premature ma, per il momento, va dritto in cima alla mia classifica del 2018.

Patrick McGrath, Follia, Adelphi Edizioni, 1998

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New England, 1630. Un colono e la sua famiglia vengono scacciati dalla loro comunità presumibilmente per motivi religiosi.

Si allontanano dunque dalle piantagioni e trovano una sistemazione ai margini della foresta dove tentano di sopravvivere coltivando, cacciando e osservando la parola di Dio.

Eppure, fin dall’inizio, le cose non vanno per il verso giusto.

Il più piccolo dei figli scompare inspiegabilmente e questo evento dà il via ad una serie di disgrazie sempre più terribili.

C’è qualcosa di maligno che ha preso di mira la famiglia, e il maligno si può nascondere ovunque. E in chiunque.

Per la regia dell’esordiente Robert Eggers, The Witch è un film decisamente insolito e anche piuttosto inaspettato.

Basato in parte su racconti e testi originali del 1.600 – alcuni dialoghi sono addirittura trasposizioni letterali prese dai registri e dai documenti riguardanti i processi per stregoneria – questo film, presentato per la prima volta al Sundance nel 2015, ha fin da subito suscitato grande interesse e riscosso notevole successo.

Quattro anni di produzione, ventisei giorni di riprese, girato, a quanto pare, nello stesso formato ideato da Kubrick per Barry Lyndon (1.44:1) e totalmente in luce naturale per gli esterni e a lume di candela per gli interni, un budget di tre milioni e mezzo di dollari per un incasso quasi immediato di 40 milioni.

Una ricostruzione storica meticolosa in ogni minimo dettaglio – dalla quotidianità delle attività contadine ai modi di esprimersi e di relazionarsi – fa da sfondo ad una vicenda che mescola in modo inquietantemente plausibile reale e sovrannaturale.

Il passaggio dalla fede al delirio religioso è graduale ma inesorabile. La caccia alle streghe può avvenire ovunque e nessuno è immune se può fungere da giustificazione per le avversità.

Se la sensazione di minaccia incombe fin dall’inizio, man mano che si procede l’atmosfera intorno alla famiglia diventa veramente insostenibile nel farsi sempre più cupa e opprimente.

Storia di streghe del bosco, fiaba per non dormire ma anche critica rappresentazione simbolica socio-politico-antropologica di una realtà dove i veri demoni tramano indisturbati all’ombra di un patriarcato prevaricante e negli angoli bui della cattiva coscienza di una religione e di una società fortemente discriminanti e intolleranti.

Angosciantissimo nella sensazione di impotenza che trasmette, insieme ad un senso di oppressione che si fa via via intollerabile fino a diventare delirio allucinato.

Un film intelligente e realmente diverso da tutto quello che c’è in circolazione di più o meno rientrante nel genere – quanto meno parlando del panorama degli ultimi 10-15 anni.

Buono il cast, seppur privo di nomi celebri, con particolare menzione per Anya Taylor-Joy – qui al suo esordio cinematografico – nel ruolo di Thomasin.

Decisamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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