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Archive for the ‘I. McKellen’ Category

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Io non riesco mai a seguire una serie TV al momento giusto. Vuoi perché non sono skymunita, vuoi perché sono una feticista degli originali e non mi garba scaricare, sta di fatto che arrivo sempre, ben che vada, con una stagione di ritardo sul resto del mondo. Se non a serie direttamente conclusa.

Questo comporta due svantaggi fondamentali.

Uno. Beccarsi dosi letali di spoiler – che per poco che si giri per i socialcosi è fisicamente impossibile evitare tutte le orde di gente che postano gif, citazioni o commenti, alcuni dei quali vorrebbero anche essere spacciati per innocui del tipo “aaawww dall’episodio 3.12 le cose si fanno finalmente interessanti!” con molti ringraziamenti per avermi ammazzato la suspance dei precedenti 11 episodi.

Due. Ritrovarsi inevitabilmente soli e incompresi a fronteggiare i propri raptus di shipping. Nel caso specifico, sto arrivando alla fine dei 4400, che per il resto del globo è finita addirittura anni fa e, al di là del giudizio complessivo sulla serie, che magari esprimerò prossimamente, mi ritrovo con un otp (Baldwin/Collier) del tutto privo del giusto sostegno.

Son cose.

Che poi io sia in un periodo particolarmente acuto perché sto scrivendo una quantità imbarazzante di ff, suppongo abbia il suo peso.

Cosa c’entra tutto questo con il film?

Niente. Se non fosse che per colpa di quei due lì adesso giro pure per il fandom di X-Men (rigorosamente il film).

Seriamente.

Quella degli X-Men è una delle poche serie lunghe tratte da fumetti che continua a migliorare ad ogni nuovo capitolo. Ok, c’era stato il flop dell’ultimo Wolverine: l’immortale, ma, per il resto, su un totale di sette film, non si trova poi molto altro da criticare.

Anzi. Quest’ultimo capitolo, insieme a X-Men – L’inizio costituisce un nucleo che mi sta piacendo anche di più della trilogia iniziale. I primi tre, in proporzione, erano sicuramente più slegati, oltre al fatto che, ovviamente, i protagonisti non avevano tutto lo spessore dei retroscena che ora si conoscono. E poi, detto sinceramente, non mi è mai andata giù del tutto la Famke Janssen nei panni di Jean. Jean è un personaggio cazzutissimo e la Janssen, per quanto esteticamente gradevole in versione total red, non le rende giustizia in termini di carisma.

Anyway. Con DOAFP – perdonate l’acronimo ma se fanno un titolo di sei righe non è neanche colpa mia – riprendiamo esattamente il filo narrativo nel punto in cui si era interrotto alla fine di X-Men – L’inizio. Ma. Non è una ripresa lineare.

Partiamo da un futuro di guerra e di morte e torniamo indietro nel tempo insieme a Logan per cercare di cambiare la storia di Erik/Magneto e Charles/Professor X. E’ necessario che collaborino. E’ fondamentale che siano uniti nel passato se si vuole avere speranza per il futuro.

E già qui la premessa è tutt’altro che banale. Mette in gioco una quantità di elementi da gestire nient’affatto semplice. E, cosa ancora più importante, basa tutto il film, fin dall’inizio, sul presupposto degli spostamenti tra piani temporali. Ora. Quello di saltare avanti e indietro nel tempo potrebbe sembrare un espediente fin troppo facile per aggiustare/movimentare trame che da sole non quadrerebbero. La realtà è che – come immagino di aver già detto anche a proposito di altri soggetti – mettersi a giocare con il tempo è una faccenda dannatamente rischiosa da un punto di vista della sceneggiatura. Le possibilità di incoerenze e, soprattutto, di incastrarsi in qualche loop di logica impossibile da sbrogliare sono enormi. Così come il rischio di cascare malamente su soluzioni arbitrarie per far tornare conti che ormai sono andati per la loro strada. E più sono gli elementi coinvolti, in termini di tempi e di eventi noti da non smentire, più la faccenda si fa delicata.

Bryan Singer – che, oltre ad essere il regista dell’1, del 2 e dell’Inizio, è pure il regista de I soliti sospetti, e scusate se è poco – fa un lavoro più che eccellente. Non c’è una sola incoerenza o una sola falla. Mi sono rivista da pochissimo il capitolo precedente e, davvero, non si è lasciato scappare neanche un dettaglio. I passaggi tra i piani temporali sono fluidi, logici, gestiti benissimo anche dove i tempi si sovrappongono. Anche dove il collasso dell’identità spezzata di Logan sembrerebbe imminente. Vengono fornite spiegazioni per gli avvenimenti ancora in sospeso, si creano gli ultimi collegamenti tra l’Inizio e i primi tre film, senza tralasciare i particolari forniti sulla storia personale di Logan. I piani narrativi si allontanano e mantengono la loro rotta per poi convergere in modo fluido e privo di sbalzi.

Trama impeccabile, ritmo serrato, personaggi connotati e interpretati benissimo. Tutti i tasselli di un puzzle complicato che vanno al loro posto.

Raven/Mystica (Jennifer Lawrence), manco a dirlo, uno dei miei personaggi preferiti da sempre, alla quale viene resa ampiamente giustizia in termini di importanza e approfondimento. Il suo ruolo tra Erik e Charles è essenziale.

E loro. Erik e Charles. James McAvoy e Michael Fassbender. Che se la coppia McKellen/Stewart funzionava meravigliosamente, questi due qui si confermano la loro degnissima versione giovanile.

Il loro rapporto ancora più complicato, doloroso, insondabile. Il loro legame che è al tempo stesso condanna e salvezza.

Le loro partite a scacchi.

Che detta così sembra una stronzata ma su quella cacchio di partita a scacchi (e su un paio di battute che la precedono, per dirla tutta) Singer si è perso metà del fandom che è a) morta di infarto b) ha iniziato una partita a scacchi con chiunque fosse a portata di mano c) benché sopravvissuta, da quel punto in poi non ha seguito più un cazzo con buona pace della solidità della trama. McFassy rules, poco da fare.

E poi Logan. Che, per quanto scontato, continua ad essere un gran personaggio. Poi vabbé, se qualcuno potesse dire a Hugh di smetterla di palestrarsi la cosa non giungerebbe sgradita.

Effetti speciali ovviamente ben fatti e ben dosati. La faccenda delle sentinelle sarà forse persino un po’ facile come espediente ma in definitiva regge ed è sfruttata più che bene.

Decisamente, finora è la trasposizione Marvel meglio riuscita che ci sia in circolazione. Forse solo Iron Man avrebbe potuto essere all’altezza come livello se si fosse mantenuto sul registro del primo, cosa che purtroppo non è stata.

Da vedere. Più e più volte.

Sto seriamente meditando una maratona X-Men

Cinematografo & Imdb.

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Non so bene da che parte prenderla, questa desolazione di Smaug.

Non lo so perché mi è piaciuto e non mi è piaciuto allo stesso tempo. Perché ci sono troppi aspetti contrastanti. Perché, davvero, forse Jackson nella foga di metterci tutto ha finito col metterci troppo.

Che nel libro de Lo Hobbit non ci fosse materiale sufficiente per tre film – e oltre tutto tre film da quasi tre ore l’uno – era chiaro fin dall’inizio. Così come il fatto che la nuova trilogia fosse – se proprio non vogliamo usare il termine di operazione commerciale – un inevitabile prodotto della scia di entusiasmo lasciata dal Signore degli Anelli. E tuttavia, con il primo capitolo ci si lasciava coinvolgere dalla speranza che, tutto sommato, potesse decollare, avesse un’effettiva ragione di esistere. Con il primo Hobbit si aveva la sensazione di tornare a casa, tornare in posti familiari, di cui si sentiva la mancanza. E questo, unito alla realizzazione, come sempre grandiosa, faceva un po’ dimenticare gli inevitabili scogli di trama destinati ad emergere.

Con questo secondo capitolo cominciano a farsi sentire gli effetti collaterali dell’eccessiva lunghezza.

Si passa dalla fedeltà maniacale al testo – che aveva connotato il capitolo precedente – alla divagazione per testi tolkeniani paralleli al fine di arricchire la trama, cercare altro materiale, arrivare alla fine di queste tre ore, insomma.

E se questa poteva essere un’operazione discutibile ma ancora accettabile da un punto di vista meramente filologico, quello che invece disturba parecchio è l’introduzione di elementi nuovi di cui assolutamente non si sentiva la necessità.

Viene riesumato Legolas – fondamentalmente in osservanza della terza legge di Hollywood in base alla quale un film senza un figo non avrà mai un vero successo – contentino per la fanbase improvvisata del film e ignara delle origini cartacee, e probabilmente anche per il povero (si fa per dire) Orlando, che non ha poi lavorato granché dopo la Terra di Mezzo.

Non contento di ciò, Jackson introduce anche un’elfa assolutamente inventata di sana pianta – variazione femminile della terza legge di cui sopra – palesemente aspirante-clone di Arwen – come personaggio – e, come se non bastasse, coinvolta in un doppio flirt con Legolas e con il più carino dei nani – risaliamo così alla seconda legge di Hollywood, un film senza una storia d’amore non va da nessuna parte.

E se pure sono contenta di rivedere in giro Evangeline Lilly, superstite di Lost e sempre bellissima, la porcata di trama, in questo caso, la maldigerisco proprio.

Poi, per carità, non si può proprio dire che sia un brutto film, sia chiaro.

E’ divertente, è spettacolare, è tecnicamente impeccabile sotto tutti i punti di vista – compreso un 3D molto ben sfruttato. Solo che non coinvolge neanche lontanamente come Il Signore degli Anelli.

Lo guardi, dici wow, passi oltre. Non ti resta dentro.

I combattimenti sono troppo lunghi. Non sono noiosi, ma sono obiettivamente troppo lunghi, perfetti esercizi di stile. Divagazioni di uno che, comunque sia, ha mestiere, anche quando cazzeggia, ma pur sempre quello, divagazioni per dilatare il tempo.

Meraviglioso Smaug. Quel drago è veramente un capolavoro. Così come tutta la sequenza finale è una delle meglio costruite del film.

E se, nella versione italiana, il nuovo doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti mi disturba abbastanza perché ho troppo presente la persona del doppiatore, la voce di Luca Ward per Smaug è meravigliosamente calzante.

Morale. Andate a vederlo perché comunque merita.

Però Il Signore degli Anelli era decisamente un altro pianeta. Aveva un altro valore.

Il Signore degli Anelli ha di fatto ricreato i canoni del fantasy in ambito cinematografico. Lo Hobbit è una variazione sul tema.

Cinematografo & Imdb.

Lo Hobbit - La Desolazione di Smaug

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Allora. Lo so che mettersi a fare il film de Lo Hobbit, il che fondamentalmente vuol dire il prequel del Signore degli Anelli, e per di più suddividerlo in tre (tre!?) capitoli puzza di operazione commerciale quanto un cumulo di carcasse di orchi lasciate al sole. Ma. Marketing o no, Peter Jackson lo fa talmente bene che le dinamiche in sottofondo non hanno granché importanza.

Devo dire che il libro di Tolkien l’ho letto davvero molti anni fa e mi rendo conto che al momento non sono in grado di portare avanti un giudizio legato alla trasposizione dal testo allo schermo. Posso solo parlare del film e ne dico un gran bene.

E’ esattamente quello che mi aspettavo. Un trionfo della potenza visiva di Jackson per un universo che nessuno dopo di lui riuscirà mai a rappresentare in modo così perfetto e completo, dal punto di vista della sua costruzione fisica ma, soprattutto, dal punto di vista dello spirito che esso incarna.

Se, da un lato, è pur vero che il Signore degli Anelli ha ammazzato il fantasy nel senso che ormai, chiunque sia venuto dopo nel genere non può astenersi dal fare i conti con il debito che –volente o nolente – si trova ad avere nei confronti del film tolkeniano, è anche vero che è stata una morte ampiamente onorevole perché P. J. è stato il primo a sfruttare davvero tutte le potenzialità di questo genere in termini di avventura, di trama, ma soprattutto di ambientazioni.

Se già nella precedente trilogia scenografie, immagini e fotografie erano spettacolari, qui il regista si sbizzarrisce con tutto quello che evidentemente non aveva potuto inserire nel SdA. Battaglie ancora più epiche, scontri tra creature antichissime, fughe rocambolesche.

In più ci aggiunge anche il 3D che, se è vero che di solito non arricchisce particolarmente il film, è comunque fatto davvero bene e bastano anche solo due o tre scene (gli artigli dell’aquila che sollevano il corpo di Thorin e l’occhio del drago) perchè senta di aver speso bene i soldi del sovrapprezzo del biglietto.

Sulla trama, come dicevo, a parte i punti salienti, come il ritrovamento dell’anello e alcuni altri, non saprei dire con esattezza dove P.J. ha aggiunto qualcosa, e come.

Anche il cast, come sempre, molto valido con M. Freeman nei panni di un Bilbo Baggins davvero ben riuscito, tra ironia e coraggio e R. Armitage nel ruolo di Thorin – finalmente un nano privo di quel sottofondo sempre un po’ ridicolizzante e caricaturale. E poi l’ottimo Ian McKellen – anche se non ho apprezzato particolarmente il cambio di doppiatore.

Decisamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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