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Archive for gennaio 2015

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Uscite di questa settimana, sempre tra i candidati agli Oscar.

 

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Come dice il proverbio: mi freghi una volta vergogna a te, mi freghi due vergogna a me, mi freghi tre vergogna a entrambi.

Ecco, qui non so se sono nel secondo o nel terzo caso, a seconda che si consideri solo Noah – se vogliamo rimanere in ambito strettamente biblico – o se consideriamo anche Godzilla (quello dell’anno scorso), in termini di action movie.

La parola chiave rimane comunque “fregatura”.

Ennesima fregatura che mi son presa perché mi son fatta abbindolare dal trailer.

Che poi, per carità, non è che mi aspettassi chissà cosa.

C’era una volta un mondo in cui il nome di Ridley Scott era una garanzia. Ma prima o poi tocca pure guardare in faccia la realtà e quel mondo ormai è finito. E da un bel pezzo per giunta. Ché abbiamo un bel ripeterci come un mantra sì-ma-è-il-regista-di-Blade-Runner-e-di-Alien…Blade Runner e Alien li ha diretti rispettivamente nel 1982 e nel 1979. Poi, per carità, non è che non abbia fatto altri film egregi dopo, però nel corso degli anni la sua produzione è diventata quanto meno altalenante.

Sto scorrendo avanti e indietro la filmografia di questo regista e ok, Il gladiatore (2000) ha fatto epoca ed era effettivamente un buon film nel suo genere, e anche American Gangster (2007) era un gran bel film, così come Nessuna verità (2008). Però in mezzo ci sono state cose come Le crociate (2005), discretamente imbarazzante, e Un’ottima annata (2006), che non ho visto ma sul quale ho sentito giudizi piuttosto perplessi.

E poi c’è l’ultimissima fase, che comincia dopo Nessuna Verità, con quel Robin Hood di cui non si sentiva assolutamente il bisogno e che ancora non ho digerito, con i suoi barconi da sbarco in Normandia ante-litteram. E Prometheus, che non ci sono vie di mezzo, è una cagata colossale.

E The Counselor, dell’anno scorso, che non è orrendo ma è piuttosto mediocre.

Niente da fare. Ridley sta perdendo colpi. E il fatto che nella programmazione del 2015 ci veda un Prometheus 2 forse è indice del fatto che non se ne sta mica rendendo troppo conto. Forse sarebbe carino che qualcuno glielo facesse cautamente notare.

Exodus – Dei e Re.

Allora. Va detto che questo filone neo-biblico-fantasy-catastrofico, proprio non riesce a piacermi. Però un film fatto male da uno fatto bene lo distinguo comunque, anche se il genere non mi aggrada.

E questo Exodus è fatto piuttosto maluccio, in verità.

Ripeto, non mi aspettavo chissà cosa. Mi aspettavo che la vicenda fosse una specie di pretesto per dare il via allo sbizzarrirsi di effetti speciali, battaglie e quant’altro. Mi aspettavo una carnevalata action divertente e piena di catastrofi scenografiche.

E invece no.

Ridley se la prende a cuore, la vicenda di Mosè. La racconta in dettaglio (non necessariamente un dettaglio fedele all’originale) e imbastisce una trama di gelosie di palazzo degna di un feuilleton.

Il tutto alternato all’evoluzione della coscienza di Mosè che prima rifiuta la sua appartenenza al popolo ebraico, poi vede Dio, si illumina e comincia a fare cose che prima non avrebbe mai fatto, apparentemente contro ogni buonsenso.

Il risultato è che il film si trascina un po’ per i primi due terzi, tra intrighi, strategie ed elucubrazioni, e concentra tutta l’azione vera e propria nella parte finale, con l’effetto di sciupare buona parte degli effetti speciali e dell’impatto scenografico.

Le piaghe d’Egitto arrivano in sequenza, una dopo l’altra, velocemente, senza che si abbia il tempo di assimilarle in un contesto, il che fa sì che perdano buona parte della loro potenza. Non è che visivamente siano fatte male, è solo che sono tirate via malamente, senza spazio, quasi senza pathos.

Sì, quella del Nilo rosso è bella ed è venuta particolarmente bene, ma le altre si susseguono troppo rapidamente perché possano essere apprezzate.

Anche la scena dell’onda gigante – che sì, dai, siamo andati tutti a vedere il film per quella cazzo di ondona – non è che sia poi chissà che.

Da un punto di vista di plausibilità, è sicuramente molto azzeccata la scelta di far ritirare il Mar Rosso in una sorta di bassa marea estrema e innaturale, piuttosto che rifare i muraglioni d’acqua dei Dieci Comandamenti del 1956.

Però resta il fatto che l’onda che arriva dopo non è fatta particolarmente bene. Ok, l’acqua è una rogna da digitalizzare decentemente, ma, come effetto, pare di non essersi evoluti poi molto rispetto a Deep Impact.

E poi è innegabile che ogni volta che si assiste a grandi scene di catastrofi o battaglie, il pensiero che colpisce la mente prima che lo si possa fermare è che sì, ok, figo, ma Peter Jackson l’avrebbe fatto meglio (e intanto Jackson non è stato così sprovveduto da andarsi a impelagare con gli effetti d’acqua).

Fatte le dovute proporzioni con i tempi, il film del ’56 era molto più avanti come tecniche ed effetti, rispetto a questo qui.

Nel complesso non offre niente che non si sia già visto e rivisto. Le battaglie sono sempre quelle del Signore degli Anelli, le piogge di frecce idem, solo meno coinvolgenti.

Il cast è prevalentemente valido ma non spicca e si limitano tutti a fare il loro mestiere. Da Christian Bale nel ruolo del protagonista, purtroppo sempre doppiato da Adriano Giannini e quindi sempre tendente al romanesco, a Ben Kingsley; da Sigourney Weaver a John Turturro. Joel Edgerton nei panni di Ramses riuslta invece piuttosto stonato. Non fa una gran figura, questo faraone. E non perché non è un personaggio positivo, ma perché sembra proprio un po’ scemo. Sempre con sta faccia stralunata, queste espressioni appiccicate e questo sembrare sempre capitato per caso nel posto in cui si trova. Parte relativamente minore anche per Aaron Paul (Jesse di Braking Bad).

Poteva essere carina l’idea di rappresentare il tramite di Dio che parla a Mosè  come un bambino. Non che fosse ‘sto picco di originalità da un punto di vista iconografico, ma almeno era un po’ insolito in ambito cinematografico. Peccato che abbiano scelto un ragazzino che tutto ispira tranne che simpatia. Figuriamoci devozione e obbedienza.

Morale. Mah, non è proprio un brutto film, alla fine ‘sti 150 minuti passano pure. Però se ne può fare tranquillamente a meno.

Cinematografo & Imdb.

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Più ci penso e meno mi piace, questo Hungry Hearts.

Nonostante la mia radicata diffidenza verso il cinema italiano – quanto meno quello contemporaneo – sono andata a vederlo tutto sommato speranzosa, forte della buona accoglienza di critica e di pubblico a Venezia e delle due coppe Volpi ad Alba Rohrwacher (che normalmente mi piace molto) e ad Adam Driver.

E poi non ero neanche particolarmente ostile a Saverio Costanzo. Di suo avevo visto solo La solitudine dei numeri primi  che è vero, non mi era piaciuto, ma perché non mi era piaciuta la storia e non avevo alcuna simpatia per il libro di partenza.  Lo avevo trovato comunque buono come regia e dal punto di vista della realizzazione. Oltre ad esserci anche lì la brava Alba.

 

Questa volta invece sono rimasta profondamente delusa.

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso – di cui ho parlato un po’ di tempo fa quiHungry Hearts racconta la storia di una donna e di una madre che sprofonda progressivamente nella sua ossessione per la purezza, nelle sue fobie da contaminazione. Che diventa schiava e vittima di questa ossessione al punto di non rendersi conto di mettere a repentaglio la vita di suo figlio. E racconta la storia di un padre e compagno che assiste quasi impotente a questo sprofondare. Che cerca come può di trattenere e salvare almeno suo figlio, nel momento in cui si rende conto che per la moglie probabilmente non può fare nulla. Che combatte contro una malattia invisibile e indimostrabile, senza altro supporto che quello di sua madre, in mezzo a legami assenti e autorità cieche e impotenti.

O almeno. Questo è quello che dovrebbe raccontare.

Perché vedevo scorrere queste immagini e continuavo a riempire i silenzi con quello che sapevo della storia avendolo letto nel libro.

Ho avuto, nettissima, l’impressione che, se non avessi letto prima il libro, avrei trovato il film sostanzialmente vuoto. E la persona che era con me, che il libro non lo aveva letto, ha confermato questa mia sensazione.

Tanti silenzi, tante inquadrature lunghe, musica classica e violoncello in sottofondo. Un non detto ingombrante che incombe su tutto con il suo peso insostenibile. Ok, facciamo cinema introspettivo, va bene, l’attenzione all’introspezione ci sta, dal momento che l’origine del dramma è sostanzialmente psicologica. Però un po’ di storia la vogliamo raccontare?

Costanzo fa rabbia perché spreca una storia buona e la riduce a poco più che niente.

Nel libro il personaggio di lei è complesso e si evolve (anche se più che di evoluzione sarebbe corretto parlare di involuzione) in modo graduale ed evidente. Si può percepire il suo progressivo rimanere sommersa dalle sue ossessioni. Lo si vede nel lento cambiare del comportamento quotidiano. Lo si legge nei dialoghi. In tante piccole cose concrete.

Qui di concreto non c’è quasi nulla. Sì, si capisce che lei non dà da mangiare al bambino, ma non viene mai articolato nulla di quelle che lei crede essere delle motivazioni.

E poi non si evolve. Tolta la scena iniziale del gabinetto (che peraltro nel libro non c’è e che avrebbe avuto senso se ne fosse stato in qualche modo sviluppato il significato implicito relativo al rapporto distorto e disfunzionale di lei con la fisicità, cosa che invece non succede), Mina sembra avere qualcosa che non va fin da subito. Sembra, se non proprio squilibrata dall’inizio, quanto meno sempre stralunata, distante in un modo che all’inizio è fuori luogo o comunque rende fuori luogo la normalità di Jude creando una disarmonia di comportamenti che appiattisce i personaggi invece di caratterizzarli.

Si ha una narrazione sostanzialmente ellittica.

Ci sono un po’ di frasi ad effetto piazzate lì giusto per far capire dove si va a parare ma non c’è uno sviluppo organico della vicenda. Tutti quei passaggi che, man mano che venivano raccontati, nel libro, gelavano il sangue. Quando Mina/Isabel smette di ingerire cibi solidi. Quando si ingozza per i colloqui con gli assistenti sociali per poi precipitarsi a vomitare una volta a casa.

La lucidità che mantiene sempre nella sua follia e che qui manca del tutto, rendendola una specie di fantasma allucinato – complice anche l’aspetto trasandato e forzatamente fuori posto nell’inverno newyorkese.

E anche qui. Che bisogno c’era di spostare tutto a New York?

Nel libro era interessante anche la parte di sviluppo burocratico legale della vicenda. L’ottusità e l’inutilità delle istituzioni che, in modo terribilmente plausibile, assistono allo svolgersi di una tragedia annunciata. Nel film anche questa parte risulta appena abbozzata, lontana e ovattata come tutto il resto.

Anche l’aspetto più tecnico lascia perplessi.

Ad un certo punto si ha una lunga sequenza girata tutta con il fish-eye che ha (fin troppo) palesemente l’intento di a) far sembrare innaturalmente più magri i protagonisti senza averli realmente fatti dimagrire (che sennò fa troppo mainstream) e b) rappresentare la realtà distorta in cui vivono ma che, di fatto, oltre ad essere visivamente fastidiosa, risulta una scelta forzata, scontata e stucchevole.

La Rohrwacher e Driver sono effettivamente bravi, per carità, ma questo non salva il film. Gestiscono bene il materiale che è stato loro fornito, il problema è che il materiale è scadente.

Non mi è piaciuta invece Roberta Maxwell nei panni della madre. Oltre all’appiattimento dei personaggi che coinvolge anche lei (nel libro è un personaggio forte e importantissimo e non solo per quello che fa), qui abbiamo anche una recitazione piuttosto sciatta.

La colonna sonora volutamente lenta e classicheggiante, a lungo andare risulta molesta.

Uniche variazioni, Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che va a coronare il cliché italiana a New York, (che se ne sentiva proprio la necessità, oh sì) e una ladrata colossale che è What a feelin’ di Irene Cara. Sì, non è una somiglianza, è proprio la colonna sonora di Flashdance. Io non ci potevo credere. Oltretutto arriva anche abbastanza all’inizio, il che ha contribuito a ridimensionare fin da subito le mie aspettative. Ma come cazzo ti viene in mente? Ma non si fa! E non perché è Flashdance ma perché è un pezzo che semplicemente appartiene ad un altro film. Non è una musica già utilizzata. E’ proprio una parte strutturale di un altro film. E’ scorretto nei confronti dello spettatore. Sa di presa in giro. Una cosa così o la fai in termini di citazione – e non è questo il caso – o ti rendi pateticamente ridicolo.

Niente. Occasione sprecata. Peccato.

Cinematografo & Imdb.

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Siamo nel 2002 e Richard Linklater comincia le riprese di un non meglio identificato progetto che prende il nome di Twelve Year Project.

Durante i dodici anni successivi, il regista raduna una volta all’anno la stessa troupe per girare alcune scene.

Un budget ridottissimo e un totale di meno di quaranta giorni di riprese per una lavorazione che si è conclusa nell’ottobre del 2013 ed è durata dodici anni.

Il risultato è Boyhood.

Orso d’argento a Berlino 2014.

Golden Globe 2015 per miglior film drammatico, miglior regia e miglior attrice non protagonista.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, regia, attore e attrice non protagonisti e sceneggiatura originale.

 

Sì, alla fine sono riuscita ad andarlo a vedere, con molti ringraziamenti al cinema Massimo di Torino per averlo rimesso in programmazione anche se è già stato nelle sale per mesi.

E sono davvero contenta di averlo visto.

A sentire l’aneddoto che racconta la sua genesi, Boyhood avrebbe potuto sì incuriosire, ma anche suscitare un po’ di diffidenza e il sospetto di una certa tendenza a voler essere sperimentali a tutti i costi.

La realtà è che questo film di quasi tre ore è leggero, gradevole, divertente e commovente. E’ uno strano esperimento che però è riuscito alla perfezione, pur non essendo di per sé un film perfetto.

La vita di Mason dai sei ai diciotto anni. La sua storia e quella della sua famiglia. La madre single e il papà che compare solo ogni tanto, solo per fare cose divertenti. I trasferimenti. Cambi di scuola, cambi di amici. Le relazioni sbagliate della madre, famiglie che vanno e vengono, che si assemblano e si disfano. Fatica, traguardi e un tempo che scorre comunque, che si mangia ricordi, case, esperienze per proporne comunque sempre di nuove, di diverse.

Gli attori sono sempre gli stessi, e li si vede crescere e invecchiare man mano che questi dodici anni passano. Ovviamente i cambiamenti più significativi sono nei ragazzi, in Mason in particolare, che da bambino di sei anni diventa un giovane uomo diplomato e pronto per andare al college.

Ci si affeziona, a questi personaggi. Il fatto che lo scorrere del tempo sui loro corpi sia reale, rende in qualche modo reale anche la loro vita. Ci si dimentica che quella non è una vera famiglia e quelle non sono vere vite. Si entra nella loro quotidianità e l’effetto di coinvolgimento è immediato.

Una quotidianità, peraltro, che non reca traccia degli stereotipi rappresentativi che tendono spesso a caratterizzare la famiglia americana secondo Hollywood. Una quotidianità morbida e non scenografica, dai toni in sordina sia per i momenti belli che per quelli brutti. Niente eccessi, in nessun senso. Non c’è l’idealizzata esaltazione di un successo né la drammatica disperazione per un momento tragico o difficile. C’è la concreta realtà di come è plausibile che vadano effettivamente le cose.

Non c’è il sogno americano e non c’è la sua condanna. Ci sono solo persone.

E poi c’è il mondo intono che cambia. Il susseguirsi di conflitti e presidenti. La tecnologia che si evolve, i videogiochi che cambiano, l’avvento della bolla di internet e dei social.

Boyhood è al tempo stesso una storia umanissima, che suscita fin da subito profonda empatia, e uno spaccato estremamente rappresentativo di una fetta di storia americana (e non solo), il tutto senza che alcun intento sia palesemente rintracciabile, senza ombra alcuna di pedanteria, in un perfetto e discreto equilibrio degli elementi coinvolti.

Mason è interpretato da Ellar Coltrane, mentre nei panni dei genitori ci sono gli ottimi Ethan Hawke e Particia Arquette.

Molto contenta dei Globe e delle nominations. Non so se gli assegnerei anche gli oscar, ma rimane un film da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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No, non è che mi sono già stufata del Weekly Horror, è solo che tra Globes, Oscar, nuove uscite di inizio anno e arretrati che mi trascino, la coda dei miei post si sta facendo un po’ sovraffollata, motivo per cui WH va in pausa, presumibilmente almeno fino alla cerimonia degli Oscar (che sarà il 22 febbraio, il che significa per un mesetto), in modo da smaltire un po’ di novità e magari riuscire a inserire anche qualche libro, che altrimenti non so quando parlarne.

 

E niente, la parola chiave di questi mesi – e di questa edizione degli Oscar – pare essere “biografia”.

E American Sniper. E Imitation Game. E Big Eyes. Di quelli che ho visto.

E anche Foxcatcher e Turner e Unbroken per dirne altri che non ho visto.

E dire che il biopic non è neanche in cima alle mie preferenze.

E arriviamo a questa teoria del tutto.

In breve.

Il film vale la pena sostanzialmente per l’interpretazione di Redmayne. Per il resto è un normale film biografico, senza grosse particolarità, fin troppo aderente ai requisiti di genere, a tratti persino un po’ mediocre.

La storia di per sé è senza dubbio notevole come notevole è la figura di Stephen Hawking. Alla base del film c’è Travelling to Infinity: My Life with Stephen di Jane Hawking, che con Stephen è stata sposata per venticinque anni e con il quale ha avuto tre figli.

La narrazione ha una prospettiva e una dimensione molto personali e quotidiane ma è comunque apprezzabile la scelta di non indulgere in eccessivi sentimentalismi che avrebbero compromesso sensibilmente la riuscita del film. La situazione è già sufficientemente carica di pathos di per sé, senza bisogno che le scelte di regia enfatizzino ulteriormente gli aspetti drammatici. Questo, sicuramente è uno dei pregi maggiori del film: il modo asciutto in cui viene raccontata una situazione che vede per forza coinvolto un eccesso di emozionalità difficilmente gestibile e che invece viene presentata senza fornzoli e senza troppi abbellimenti.

La storia di Jane e Stephen viene fotografata nella sua quotidianità. Una quotidianità forse un po’ addolcita ma non sicuramente idealizzata. Se, da un lato, Jane che sceglie di rimanere accanto a Stephen anche dopo la diagnosi della malattia che lo immobilizzerà, potrebbe avere i tratti di un’eroina romantica, d’altro canto l’immagine di lei che emerge è quella di una persona vera, reale, concretissima, con le sue scelte e la sua fatica. Così come è concreto e realistico il modo in cui si evolvono i rapporti tra le persone coinvolte. Il divorzio di Stephen e Jane è, se vogliamo, cinematograficamente scorretto. E’ contrario all’idealizzazione dei personaggi, contrasta con l’incarnazione di questa favola triste.

A prevalere è sicuramente la storia personale, umana. Non sarebbe stato male se avessero invece speso qualche scena in più per rendere meglio l’idea della portata del lavoro di Hawking. E’ pur vero che tentare di inserire concetti di quel livello di complessità nel copione di un film equivale nel 99 percento dei casi a propinare un sacco di sciocchezze pseudo-divulgative, quindi forse è meglio così.

Il ritmo è discreto e si viene coinvolti abbastanza, anche se l’impostazione è, come accennavo prima, fin troppo classica.

Il punto forte sono indubbiamente gli attori. Felicity Jones nei panni di Jane è brava e adatta alla parte, con il bel viso sereno, delicato, infantile ma forte e determinato.

E poi lui, Eddie Redmayne. La vera perla del film. Che per certi versi parrebbe ovvio, dato che è il protagonista, ma ovvio non è data la difficoltà della parte.

Parlare di difficoltà è persino riduttivo, in effetti. Il ruolo che interpreta richiede uno stravolgimento fisico totale che non è, come più spesso capita, legato ad un cambiamento nel proprio aspetto. Non si tratta di dimagrire o ingrassare. In questo caso si tratta di stravolgere completamente tutti i normali comportamenti del fisico. Dai movimenti più grandi fino alla più piccola espressione facciale. Sradicare la coordinazione motoria, imparare ad escludere progressivamente sempre più parti del corpo, imparare a utilizzare le parti che funzionano che sono via via sempre di meno. Fino a che tutta l’espressività si concentra in poco più che un sopracciglio inarcato.

E qui sicuramente salterà di nuovo fuori la solita polemica per cui se si vuole un Oscar basta rovinarsi fisicamente. Bah. Non lo so. Immagino che la discussione in sé lasci un po’ il tempo che trova. Christian Bale nel 2004 perse 40 chili per L’uomo senza sonno, battendo qualsiasi record di dimagrimento a scopo cinematografico ma non mi pare che abbiano fatto la fila per dargli un qualsivoglia premio. Anzi. Quel film, che pure è un gran bel film, è passato quasi inosservato.

Sicuramente il coinvolgimento fisico nella parte ha il suo effetto ma non credo, onestamente, che sia una via facile alla premiazione.

Nel caso specifico, non credo che La teoria del tutto meriti particolari riconoscimenti in sé. Certo non miglior film e neanche migliore attrice protagonista, per quanto la Jones sia brava. Miglior sceneggiatura non originale ancora meno (quello per ora lo darei a Imitation Game anche se sono impazientissima di vedere Vizio di Forma – che purtroppo uscirà dopo la cerimonia). E anche la candidatura per la colonna sonora non me la spiego poi molto perché non l’ho trovata niente di eccezionale.

Però il Golden Globe a Redmayne è indubbiamente meritato. E lo sarebbe anche l’Oscar. E’ vero che non ho visto ancora Bridman e magari resto folgorata da Micheal Keaton, però, chiunque ci sia in concorso, se Redmayne si porta a casa miglior attore protagonista lo fa a buon diritto.

Cinematografo & Imdb.

La-Teoria-del-Tutto-trama

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