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Archive for gennaio 2015

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Uscite di questa settimana, sempre tra i candidati agli Oscar.

 

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Come dice il proverbio: mi freghi una volta vergogna a te, mi freghi due vergogna a me, mi freghi tre vergogna a entrambi.

Ecco, qui non so se sono nel secondo o nel terzo caso, a seconda che si consideri solo Noah – se vogliamo rimanere in ambito strettamente biblico – o se consideriamo anche Godzilla (quello dell’anno scorso), in termini di action movie.

La parola chiave rimane comunque “fregatura”.

Ennesima fregatura che mi son presa perché mi son fatta abbindolare dal trailer.

Che poi, per carità, non è che mi aspettassi chissà cosa.

C’era una volta un mondo in cui il nome di Ridley Scott era una garanzia. Ma prima o poi tocca pure guardare in faccia la realtà e quel mondo ormai è finito. E da un bel pezzo per giunta. Ché abbiamo un bel ripeterci come un mantra sì-ma-è-il-regista-di-Blade-Runner-e-di-Alien…Blade Runner e Alien li ha diretti rispettivamente nel 1982 e nel 1979. Poi, per carità, non è che non abbia fatto altri film egregi dopo, però nel corso degli anni la sua produzione è diventata quanto meno altalenante.

Sto scorrendo avanti e indietro la filmografia di questo regista e ok, Il gladiatore (2000) ha fatto epoca ed era effettivamente un buon film nel suo genere, e anche American Gangster (2007) era un gran bel film, così come Nessuna verità (2008). Però in mezzo ci sono state cose come Le crociate (2005), discretamente imbarazzante, e Un’ottima annata (2006), che non ho visto ma sul quale ho sentito giudizi piuttosto perplessi.

E poi c’è l’ultimissima fase, che comincia dopo Nessuna Verità, con quel Robin Hood di cui non si sentiva assolutamente il bisogno e che ancora non ho digerito, con i suoi barconi da sbarco in Normandia ante-litteram. E Prometheus, che non ci sono vie di mezzo, è una cagata colossale.

E The Counselor, dell’anno scorso, che non è orrendo ma è piuttosto mediocre.

Niente da fare. Ridley sta perdendo colpi. E il fatto che nella programmazione del 2015 ci veda un Prometheus 2 forse è indice del fatto che non se ne sta mica rendendo troppo conto. Forse sarebbe carino che qualcuno glielo facesse cautamente notare.

Exodus – Dei e Re.

Allora. Va detto che questo filone neo-biblico-fantasy-catastrofico, proprio non riesce a piacermi. Però un film fatto male da uno fatto bene lo distinguo comunque, anche se il genere non mi aggrada.

E questo Exodus è fatto piuttosto maluccio, in verità.

Ripeto, non mi aspettavo chissà cosa. Mi aspettavo che la vicenda fosse una specie di pretesto per dare il via allo sbizzarrirsi di effetti speciali, battaglie e quant’altro. Mi aspettavo una carnevalata action divertente e piena di catastrofi scenografiche.

E invece no.

Ridley se la prende a cuore, la vicenda di Mosè. La racconta in dettaglio (non necessariamente un dettaglio fedele all’originale) e imbastisce una trama di gelosie di palazzo degna di un feuilleton.

Il tutto alternato all’evoluzione della coscienza di Mosè che prima rifiuta la sua appartenenza al popolo ebraico, poi vede Dio, si illumina e comincia a fare cose che prima non avrebbe mai fatto, apparentemente contro ogni buonsenso.

Il risultato è che il film si trascina un po’ per i primi due terzi, tra intrighi, strategie ed elucubrazioni, e concentra tutta l’azione vera e propria nella parte finale, con l’effetto di sciupare buona parte degli effetti speciali e dell’impatto scenografico.

Le piaghe d’Egitto arrivano in sequenza, una dopo l’altra, velocemente, senza che si abbia il tempo di assimilarle in un contesto, il che fa sì che perdano buona parte della loro potenza. Non è che visivamente siano fatte male, è solo che sono tirate via malamente, senza spazio, quasi senza pathos.

Sì, quella del Nilo rosso è bella ed è venuta particolarmente bene, ma le altre si susseguono troppo rapidamente perché possano essere apprezzate.

Anche la scena dell’onda gigante – che sì, dai, siamo andati tutti a vedere il film per quella cazzo di ondona – non è che sia poi chissà che.

Da un punto di vista di plausibilità, è sicuramente molto azzeccata la scelta di far ritirare il Mar Rosso in una sorta di bassa marea estrema e innaturale, piuttosto che rifare i muraglioni d’acqua dei Dieci Comandamenti del 1956.

Però resta il fatto che l’onda che arriva dopo non è fatta particolarmente bene. Ok, l’acqua è una rogna da digitalizzare decentemente, ma, come effetto, pare di non essersi evoluti poi molto rispetto a Deep Impact.

E poi è innegabile che ogni volta che si assiste a grandi scene di catastrofi o battaglie, il pensiero che colpisce la mente prima che lo si possa fermare è che sì, ok, figo, ma Peter Jackson l’avrebbe fatto meglio (e intanto Jackson non è stato così sprovveduto da andarsi a impelagare con gli effetti d’acqua).

Fatte le dovute proporzioni con i tempi, il film del ’56 era molto più avanti come tecniche ed effetti, rispetto a questo qui.

Nel complesso non offre niente che non si sia già visto e rivisto. Le battaglie sono sempre quelle del Signore degli Anelli, le piogge di frecce idem, solo meno coinvolgenti.

Il cast è prevalentemente valido ma non spicca e si limitano tutti a fare il loro mestiere. Da Christian Bale nel ruolo del protagonista, purtroppo sempre doppiato da Adriano Giannini e quindi sempre tendente al romanesco, a Ben Kingsley; da Sigourney Weaver a John Turturro. Joel Edgerton nei panni di Ramses riuslta invece piuttosto stonato. Non fa una gran figura, questo faraone. E non perché non è un personaggio positivo, ma perché sembra proprio un po’ scemo. Sempre con sta faccia stralunata, queste espressioni appiccicate e questo sembrare sempre capitato per caso nel posto in cui si trova. Parte relativamente minore anche per Aaron Paul (Jesse di Braking Bad).

Poteva essere carina l’idea di rappresentare il tramite di Dio che parla a Mosè  come un bambino. Non che fosse ‘sto picco di originalità da un punto di vista iconografico, ma almeno era un po’ insolito in ambito cinematografico. Peccato che abbiano scelto un ragazzino che tutto ispira tranne che simpatia. Figuriamoci devozione e obbedienza.

Morale. Mah, non è proprio un brutto film, alla fine ‘sti 150 minuti passano pure. Però se ne può fare tranquillamente a meno.

Cinematografo & Imdb.

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Più ci penso e meno mi piace, questo Hungry Hearts.

Nonostante la mia radicata diffidenza verso il cinema italiano – quanto meno quello contemporaneo – sono andata a vederlo tutto sommato speranzosa, forte della buona accoglienza di critica e di pubblico a Venezia e delle due coppe Volpi ad Alba Rohrwacher (che normalmente mi piace molto) e ad Adam Driver.

E poi non ero neanche particolarmente ostile a Saverio Costanzo. Di suo avevo visto solo La solitudine dei numeri primi  che è vero, non mi era piaciuto, ma perché non mi era piaciuta la storia e non avevo alcuna simpatia per il libro di partenza.  Lo avevo trovato comunque buono come regia e dal punto di vista della realizzazione. Oltre ad esserci anche lì la brava Alba.

 

Questa volta invece sono rimasta profondamente delusa.

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso – di cui ho parlato un po’ di tempo fa quiHungry Hearts racconta la storia di una donna e di una madre che sprofonda progressivamente nella sua ossessione per la purezza, nelle sue fobie da contaminazione. Che diventa schiava e vittima di questa ossessione al punto di non rendersi conto di mettere a repentaglio la vita di suo figlio. E racconta la storia di un padre e compagno che assiste quasi impotente a questo sprofondare. Che cerca come può di trattenere e salvare almeno suo figlio, nel momento in cui si rende conto che per la moglie probabilmente non può fare nulla. Che combatte contro una malattia invisibile e indimostrabile, senza altro supporto che quello di sua madre, in mezzo a legami assenti e autorità cieche e impotenti.

O almeno. Questo è quello che dovrebbe raccontare.

Perché vedevo scorrere queste immagini e continuavo a riempire i silenzi con quello che sapevo della storia avendolo letto nel libro.

Ho avuto, nettissima, l’impressione che, se non avessi letto prima il libro, avrei trovato il film sostanzialmente vuoto. E la persona che era con me, che il libro non lo aveva letto, ha confermato questa mia sensazione.

Tanti silenzi, tante inquadrature lunghe, musica classica e violoncello in sottofondo. Un non detto ingombrante che incombe su tutto con il suo peso insostenibile. Ok, facciamo cinema introspettivo, va bene, l’attenzione all’introspezione ci sta, dal momento che l’origine del dramma è sostanzialmente psicologica. Però un po’ di storia la vogliamo raccontare?

Costanzo fa rabbia perché spreca una storia buona e la riduce a poco più che niente.

Nel libro il personaggio di lei è complesso e si evolve (anche se più che di evoluzione sarebbe corretto parlare di involuzione) in modo graduale ed evidente. Si può percepire il suo progressivo rimanere sommersa dalle sue ossessioni. Lo si vede nel lento cambiare del comportamento quotidiano. Lo si legge nei dialoghi. In tante piccole cose concrete.

Qui di concreto non c’è quasi nulla. Sì, si capisce che lei non dà da mangiare al bambino, ma non viene mai articolato nulla di quelle che lei crede essere delle motivazioni.

E poi non si evolve. Tolta la scena iniziale del gabinetto (che peraltro nel libro non c’è e che avrebbe avuto senso se ne fosse stato in qualche modo sviluppato il significato implicito relativo al rapporto distorto e disfunzionale di lei con la fisicità, cosa che invece non succede), Mina sembra avere qualcosa che non va fin da subito. Sembra, se non proprio squilibrata dall’inizio, quanto meno sempre stralunata, distante in un modo che all’inizio è fuori luogo o comunque rende fuori luogo la normalità di Jude creando una disarmonia di comportamenti che appiattisce i personaggi invece di caratterizzarli.

Si ha una narrazione sostanzialmente ellittica.

Ci sono un po’ di frasi ad effetto piazzate lì giusto per far capire dove si va a parare ma non c’è uno sviluppo organico della vicenda. Tutti quei passaggi che, man mano che venivano raccontati, nel libro, gelavano il sangue. Quando Mina/Isabel smette di ingerire cibi solidi. Quando si ingozza per i colloqui con gli assistenti sociali per poi precipitarsi a vomitare una volta a casa.

La lucidità che mantiene sempre nella sua follia e che qui manca del tutto, rendendola una specie di fantasma allucinato – complice anche l’aspetto trasandato e forzatamente fuori posto nell’inverno newyorkese.

E anche qui. Che bisogno c’era di spostare tutto a New York?

Nel libro era interessante anche la parte di sviluppo burocratico legale della vicenda. L’ottusità e l’inutilità delle istituzioni che, in modo terribilmente plausibile, assistono allo svolgersi di una tragedia annunciata. Nel film anche questa parte risulta appena abbozzata, lontana e ovattata come tutto il resto.

Anche l’aspetto più tecnico lascia perplessi.

Ad un certo punto si ha una lunga sequenza girata tutta con il fish-eye che ha (fin troppo) palesemente l’intento di a) far sembrare innaturalmente più magri i protagonisti senza averli realmente fatti dimagrire (che sennò fa troppo mainstream) e b) rappresentare la realtà distorta in cui vivono ma che, di fatto, oltre ad essere visivamente fastidiosa, risulta una scelta forzata, scontata e stucchevole.

La Rohrwacher e Driver sono effettivamente bravi, per carità, ma questo non salva il film. Gestiscono bene il materiale che è stato loro fornito, il problema è che il materiale è scadente.

Non mi è piaciuta invece Roberta Maxwell nei panni della madre. Oltre all’appiattimento dei personaggi che coinvolge anche lei (nel libro è un personaggio forte e importantissimo e non solo per quello che fa), qui abbiamo anche una recitazione piuttosto sciatta.

La colonna sonora volutamente lenta e classicheggiante, a lungo andare risulta molesta.

Uniche variazioni, Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che va a coronare il cliché italiana a New York, (che se ne sentiva proprio la necessità, oh sì) e una ladrata colossale che è What a feelin’ di Irene Cara. Sì, non è una somiglianza, è proprio la colonna sonora di Flashdance. Io non ci potevo credere. Oltretutto arriva anche abbastanza all’inizio, il che ha contribuito a ridimensionare fin da subito le mie aspettative. Ma come cazzo ti viene in mente? Ma non si fa! E non perché è Flashdance ma perché è un pezzo che semplicemente appartiene ad un altro film. Non è una musica già utilizzata. E’ proprio una parte strutturale di un altro film. E’ scorretto nei confronti dello spettatore. Sa di presa in giro. Una cosa così o la fai in termini di citazione – e non è questo il caso – o ti rendi pateticamente ridicolo.

Niente. Occasione sprecata. Peccato.

Cinematografo & Imdb.

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Siamo nel 2002 e Richard Linklater comincia le riprese di un non meglio identificato progetto che prende il nome di Twelve Year Project.

Durante i dodici anni successivi, il regista raduna una volta all’anno la stessa troupe per girare alcune scene.

Un budget ridottissimo e un totale di meno di quaranta giorni di riprese per una lavorazione che si è conclusa nell’ottobre del 2013 ed è durata dodici anni.

Il risultato è Boyhood.

Orso d’argento a Berlino 2014.

Golden Globe 2015 per miglior film drammatico, miglior regia e miglior attrice non protagonista.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, regia, attore e attrice non protagonisti e sceneggiatura originale.

 

Sì, alla fine sono riuscita ad andarlo a vedere, con molti ringraziamenti al cinema Massimo di Torino per averlo rimesso in programmazione anche se è già stato nelle sale per mesi.

E sono davvero contenta di averlo visto.

A sentire l’aneddoto che racconta la sua genesi, Boyhood avrebbe potuto sì incuriosire, ma anche suscitare un po’ di diffidenza e il sospetto di una certa tendenza a voler essere sperimentali a tutti i costi.

La realtà è che questo film di quasi tre ore è leggero, gradevole, divertente e commovente. E’ uno strano esperimento che però è riuscito alla perfezione, pur non essendo di per sé un film perfetto.

La vita di Mason dai sei ai diciotto anni. La sua storia e quella della sua famiglia. La madre single e il papà che compare solo ogni tanto, solo per fare cose divertenti. I trasferimenti. Cambi di scuola, cambi di amici. Le relazioni sbagliate della madre, famiglie che vanno e vengono, che si assemblano e si disfano. Fatica, traguardi e un tempo che scorre comunque, che si mangia ricordi, case, esperienze per proporne comunque sempre di nuove, di diverse.

Gli attori sono sempre gli stessi, e li si vede crescere e invecchiare man mano che questi dodici anni passano. Ovviamente i cambiamenti più significativi sono nei ragazzi, in Mason in particolare, che da bambino di sei anni diventa un giovane uomo diplomato e pronto per andare al college.

Ci si affeziona, a questi personaggi. Il fatto che lo scorrere del tempo sui loro corpi sia reale, rende in qualche modo reale anche la loro vita. Ci si dimentica che quella non è una vera famiglia e quelle non sono vere vite. Si entra nella loro quotidianità e l’effetto di coinvolgimento è immediato.

Una quotidianità, peraltro, che non reca traccia degli stereotipi rappresentativi che tendono spesso a caratterizzare la famiglia americana secondo Hollywood. Una quotidianità morbida e non scenografica, dai toni in sordina sia per i momenti belli che per quelli brutti. Niente eccessi, in nessun senso. Non c’è l’idealizzata esaltazione di un successo né la drammatica disperazione per un momento tragico o difficile. C’è la concreta realtà di come è plausibile che vadano effettivamente le cose.

Non c’è il sogno americano e non c’è la sua condanna. Ci sono solo persone.

E poi c’è il mondo intono che cambia. Il susseguirsi di conflitti e presidenti. La tecnologia che si evolve, i videogiochi che cambiano, l’avvento della bolla di internet e dei social.

Boyhood è al tempo stesso una storia umanissima, che suscita fin da subito profonda empatia, e uno spaccato estremamente rappresentativo di una fetta di storia americana (e non solo), il tutto senza che alcun intento sia palesemente rintracciabile, senza ombra alcuna di pedanteria, in un perfetto e discreto equilibrio degli elementi coinvolti.

Mason è interpretato da Ellar Coltrane, mentre nei panni dei genitori ci sono gli ottimi Ethan Hawke e Particia Arquette.

Molto contenta dei Globe e delle nominations. Non so se gli assegnerei anche gli oscar, ma rimane un film da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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No, non è che mi sono già stufata del Weekly Horror, è solo che tra Globes, Oscar, nuove uscite di inizio anno e arretrati che mi trascino, la coda dei miei post si sta facendo un po’ sovraffollata, motivo per cui WH va in pausa, presumibilmente almeno fino alla cerimonia degli Oscar (che sarà il 22 febbraio, il che significa per un mesetto), in modo da smaltire un po’ di novità e magari riuscire a inserire anche qualche libro, che altrimenti non so quando parlarne.

 

E niente, la parola chiave di questi mesi – e di questa edizione degli Oscar – pare essere “biografia”.

E American Sniper. E Imitation Game. E Big Eyes. Di quelli che ho visto.

E anche Foxcatcher e Turner e Unbroken per dirne altri che non ho visto.

E dire che il biopic non è neanche in cima alle mie preferenze.

E arriviamo a questa teoria del tutto.

In breve.

Il film vale la pena sostanzialmente per l’interpretazione di Redmayne. Per il resto è un normale film biografico, senza grosse particolarità, fin troppo aderente ai requisiti di genere, a tratti persino un po’ mediocre.

La storia di per sé è senza dubbio notevole come notevole è la figura di Stephen Hawking. Alla base del film c’è Travelling to Infinity: My Life with Stephen di Jane Hawking, che con Stephen è stata sposata per venticinque anni e con il quale ha avuto tre figli.

La narrazione ha una prospettiva e una dimensione molto personali e quotidiane ma è comunque apprezzabile la scelta di non indulgere in eccessivi sentimentalismi che avrebbero compromesso sensibilmente la riuscita del film. La situazione è già sufficientemente carica di pathos di per sé, senza bisogno che le scelte di regia enfatizzino ulteriormente gli aspetti drammatici. Questo, sicuramente è uno dei pregi maggiori del film: il modo asciutto in cui viene raccontata una situazione che vede per forza coinvolto un eccesso di emozionalità difficilmente gestibile e che invece viene presentata senza fornzoli e senza troppi abbellimenti.

La storia di Jane e Stephen viene fotografata nella sua quotidianità. Una quotidianità forse un po’ addolcita ma non sicuramente idealizzata. Se, da un lato, Jane che sceglie di rimanere accanto a Stephen anche dopo la diagnosi della malattia che lo immobilizzerà, potrebbe avere i tratti di un’eroina romantica, d’altro canto l’immagine di lei che emerge è quella di una persona vera, reale, concretissima, con le sue scelte e la sua fatica. Così come è concreto e realistico il modo in cui si evolvono i rapporti tra le persone coinvolte. Il divorzio di Stephen e Jane è, se vogliamo, cinematograficamente scorretto. E’ contrario all’idealizzazione dei personaggi, contrasta con l’incarnazione di questa favola triste.

A prevalere è sicuramente la storia personale, umana. Non sarebbe stato male se avessero invece speso qualche scena in più per rendere meglio l’idea della portata del lavoro di Hawking. E’ pur vero che tentare di inserire concetti di quel livello di complessità nel copione di un film equivale nel 99 percento dei casi a propinare un sacco di sciocchezze pseudo-divulgative, quindi forse è meglio così.

Il ritmo è discreto e si viene coinvolti abbastanza, anche se l’impostazione è, come accennavo prima, fin troppo classica.

Il punto forte sono indubbiamente gli attori. Felicity Jones nei panni di Jane è brava e adatta alla parte, con il bel viso sereno, delicato, infantile ma forte e determinato.

E poi lui, Eddie Redmayne. La vera perla del film. Che per certi versi parrebbe ovvio, dato che è il protagonista, ma ovvio non è data la difficoltà della parte.

Parlare di difficoltà è persino riduttivo, in effetti. Il ruolo che interpreta richiede uno stravolgimento fisico totale che non è, come più spesso capita, legato ad un cambiamento nel proprio aspetto. Non si tratta di dimagrire o ingrassare. In questo caso si tratta di stravolgere completamente tutti i normali comportamenti del fisico. Dai movimenti più grandi fino alla più piccola espressione facciale. Sradicare la coordinazione motoria, imparare ad escludere progressivamente sempre più parti del corpo, imparare a utilizzare le parti che funzionano che sono via via sempre di meno. Fino a che tutta l’espressività si concentra in poco più che un sopracciglio inarcato.

E qui sicuramente salterà di nuovo fuori la solita polemica per cui se si vuole un Oscar basta rovinarsi fisicamente. Bah. Non lo so. Immagino che la discussione in sé lasci un po’ il tempo che trova. Christian Bale nel 2004 perse 40 chili per L’uomo senza sonno, battendo qualsiasi record di dimagrimento a scopo cinematografico ma non mi pare che abbiano fatto la fila per dargli un qualsivoglia premio. Anzi. Quel film, che pure è un gran bel film, è passato quasi inosservato.

Sicuramente il coinvolgimento fisico nella parte ha il suo effetto ma non credo, onestamente, che sia una via facile alla premiazione.

Nel caso specifico, non credo che La teoria del tutto meriti particolari riconoscimenti in sé. Certo non miglior film e neanche migliore attrice protagonista, per quanto la Jones sia brava. Miglior sceneggiatura non originale ancora meno (quello per ora lo darei a Imitation Game anche se sono impazientissima di vedere Vizio di Forma – che purtroppo uscirà dopo la cerimonia). E anche la candidatura per la colonna sonora non me la spiego poi molto perché non l’ho trovata niente di eccezionale.

Però il Golden Globe a Redmayne è indubbiamente meritato. E lo sarebbe anche l’Oscar. E’ vero che non ho visto ancora Bridman e magari resto folgorata da Micheal Keaton, però, chiunque ci sia in concorso, se Redmayne si porta a casa miglior attore protagonista lo fa a buon diritto.

Cinematografo & Imdb.

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Un Tim Burton anomalo rispetto alla quasi totalità della sua produzione, è vero, ma pur sempre un Tim Burton da vedere. Certo, deluderà (e ha deluso) chi si aspettava la consueta dose di fantasy surreale e visionario ma non per questo il film è meno buono.

Che poi, se da un lato è vero che non si ha lo stile classico di Burton e che – se non vogliamo chiamare biografico Ed Wood – è probabilmente la prima volta che questo regista si cimenta con un film biografico, è anche vero che non è sicuramente la prima volta che Burton fa un film, per così dire, normale. Secondo canoni visivi e di genere comuni al filone in cui si inserisce. Uno per tutti, Planet of the Apes. Al di là del fatto che, secondo me, quel pianeta delle scimmie resta se non il suo peggior film poco ci manca, è un dato di fatto che si tratta semplicemente di un film di fantascienza. E una fantascienza tutto sommato piattina e poco personale. Però in quel caso nessuno si era lamentato della mancanza dell’impronta-Burton. Mah.

Forse in questo caso, a fuorviare un po’ le aspettative potrebbe esser stato il montaggio del trailer e l’indugiare su quell’unica scena in cui Margaret vede le donne intorno a sé con gli occhioni dei suoi quadri.

A me è piaciuto, questo Big Eyes.

E’ la storia – vera – della pittrice Margaret Keane, a lungo derubata di meriti, talento, fama e identità dallo squilibrato e prevaricante consorte che per anni si è attribuito la paternità dei suoi quadri.

Margaret, donna separata negli anni Cinquanta, fa fatica a tirare avanti da sola con sua figlia in un mondo che sostanzialmente non prevede l’anomalia di una donna sprovvista della tutela economica (e non solo) di un marito. Dipinge per strada. Vende i suoi quadri per pochi spiccioli. Dipinge sempre bambini dagli occhi enormi. Occhioni tristi e sproporzionati. Sguardi enormi.

Quando incontra Walter, rimane travolta dalla sua esuberanza e dal suo carisma e la sua proposta di matrimonio arriva come una benedizione, un’ancora di salvezza. Anche Walter dipinge e cerca qualcuno disposto a esporre i suoi quadri. E magari anche quelli di Margaret.

Quando qualcuno si dimostra interessato a comprare un quadro della moglie, la menzogna di Walter non ha neanche un secondo di esitazione e ha inizio così quella che sarà una truffa lunga anni e dal valore di migliaia di dollari.

E se l’esuberanza e l’atteggiamento istrionico di Walter, agli occhi degli spettatori, sono sospetti fin da subito, Margaret è invece succube della parlantina e dell’ostentata sicurezza del marito. Soffre fin dal primo istante per la bugia ma non riesce ad opporvisi. Resta incastrata. Prima solo dalla sua insicurezza, poi dall’ondata di una realtà soverchiante che non riesce a gestire. Perché più gli occhioni hanno successo e più lei sprofonda nel silenzio. Un silenzio fatto di ricatti e paura. Un silenzio di quadri dipinti di nascosto anche dalla propria figlia. Di soldi sporchi, di solitudine e di un senso di colpa che diventa un’ulteriore catena impossibile da spezzare. O quasi.

Amy Adams è bella e brava anche se il suo secondo Golden Globe mi pare un po’ stiracchiato. Avrebbe avuto decisamente più senso darle un Oscar l’anno scorso per American Hustle.

Christoph Waltz è bravissimo come sempre anche se devo dire che il suo personaggio risulta a volte persino un po’ troppo calcato. In certi momenti diventa quasi macchiettistico e di conseguenza un po’ forzato. Ricorda quasi un po’ il cattivo della Sposa Cadavere. Forse la sensazione di forzatura dipende anche un po’ dal contrasto che si crea: l’esagerazione del personaggio vorrebbe essere tale per fare ridere un po’, ma il personaggio stesso è talmente odioso, un tale bastardo impenitente, da rendere stridente qualsiasi moto di simpatia – seppur superficiale – nei suoi confronti (davvero, esci dal film e vuoi spaccare la faccia a Christoph Waltz, poveretto).

L’ambientazione anni Cinquanta/Sessanta è adorabile, perfetta e curata in ogni dettaglio e, quella sì, forse un po’ burtoniana, nelle tinte accese e nei toni brillanti.

Nel cast anche Krysten Ritter (che molti riconosceranno per Breaking Bad) e un inflessibile Terence Stamp.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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The Imitation Game è stata una bella sorpresa. Ne avevo sentito parlare bene e mi incuriosiva. Mi aspettavo che fosse ben fatto ma non particolarmente sopra le righe. Quando si affrontano vicende storiche le incognite sono in agguato un po’ da tutte le parti. Meticolosità della ricostruzione e realismo spesso comportano il rischio di piattezza e scarso coinvolgimento; per contro, eccesso di interventi a fini narrativi rischiano di minare la credibilità.

The Imitation Game è invece un film di raro equilibrio. E’ fedele e preciso nel ripercorrere gli eventi storici, garbato e discreto nel definire i tratti romanzati dei personaggi, pur senza mai stravolgerli.

La storia è quella di Alan Turing, considerato uno dei padri dell’informatica moderna e celebre, tra le altre cose, per aver decifrato Enigma e averne svelato il funzionamento.

Enigma era la macchina utilizzata dalle forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale, per trasmettere messaggi cifrati che, anche se intercettati, non potevano essere in alcun modo interpretati. Turing inventò un’altra macchina e definì i parametri e le impostazioni per fornire una chiave di lettura delle impostazioni di Enigma e, quindi, per decifrare i messaggi che vi transitavano.

Si calcola che l’aver avuto accesso alle comunicazioni tedesche abbia ridotto la durata della guerra di almeno due anni e che sia stato un elemento fondamentale per la vittoria.

Oltre alla storia del matematico Turing, c’è però anche la storia di dell’uomo Turing. La storia di Alan. La storia di un uomo che ha custodito per tutta la vita il segreto della sua omosessualità. Che, una volta scoperto, è stato condannato. Che di fronte alla scelta tra due anni di carcere e la castrazione chimica ha scelto quest’ultima, vi si è sottoposto per oltre un anno con conseguenze traumatiche finché, nel 1954 si è tolto la vita.

L’omosessualità è legale in Inghilterra solo dal 1967.

Soltanto nel 2009 il governo del Regno Unito ha presentato delle scuse ufficiali per l’accaduto. Ha concesso una grazia postuma e ha riconosciuto a Turing i suoi meriti. Anche se ci sono comunque volute una petizione e una raccolta di firme per far ammettere al governo l’iniquità del trattamento inflittogli.

Nei panni di Alan c’è Benedict Cumberbatch, in una prova davvero eccellente e del tutto meritevole della nomination a miglior attore protagonista. Che poi le probabilità che vinca siano scarse, vista la concorrenza di Redmayne, è un altro discorso.

Forse un po’ meno meritata invece la nomination per Keira Knightley come miglior attrice non protagonista, anche se rimane comunque molto brava.

In totale le candidature sono 8 e, sinceramente, non lo vedrei male né come miglior film né come miglior regia. Ovviamente tutte e due sono improbabili ma spero proprio che vinca qualcosa.

Morten Tyldum dirige un film davvero bello e toccante, senza sbavature sentimentalistiche o intenti eccessivamente celebrativi. Ok, c’è forse un po’ di indulgenza verso lo stile americano nell’impostazione di come viene rappresentata la ricerca, prima, e la soluzione del problema, poi. Un tocco di eroismo e fatalità che è di certo una concessione a Hollywood ma che non intacca minimante un film che rimane di altissimo livello.

Nel cast anche Mark Strong – quasi irriconoscibile tanto è dimagrito – e Matthew Goode.

Alla base del film c’è la biografia Alan Turing. Storia di un enigma di Andrew Hodges.

Cinematografo & Imdb.

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La scorsa settimana ho completamente trascurato il panorama eventi, quindi occorre fare un po’ il punto della situazione.

 

I Golden Globes.

 

Miglior film drammatico

  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Foxcatcher, regia di Bennett Miller
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh

Miglior film commedia o musicale

  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • Into the Woods, regia di Rob Marshall
  • Pride, regia di Matthew Warchus
  • St. Vincent, regia di Theodore Melfi

Miglior regista

  • Richard LinklaterBoyhood
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ava DuVernay – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • David Fincher – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Alejandro González Iñárritu – Birdman

Migliore attrice in un film drammatico

  • Julianne MooreStill Alice
  • Jennifer Aniston – Cake
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore in un film drammatico

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Jake Gyllenhaal – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)
  • David Oyelowo – Selma – La strada per la libertà (Selma)

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Amy AdamsBig Eyes
  • Emily Blunt – Into the Woods
  • Helen Mirren – Amore, cucina e curry (The Hundred-Foot Journey)
  • Julianne Moore – Maps to the Stars
  • Quvenzhané Wallis – Annie

Miglior attore in un film commedia o musicale

  • Michael KeatonBirdman
  • Ralph Fiennes – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Murray – St. Vincent
  • Joaquin Phoenix – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Christoph Waltz – Big Eyes

Miglior film d’animazione

  • Dragon Trainer 2 (How to Train your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • The LEGO Movie, regia di Phil Lord e Chris Miller
  • Il libro della vita (The Book of Life), regia di Jorge Gutierrez

Miglior film straniero

  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Turist (Force Majeure), regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Viviane (Gett: The Trial of Vivianne), regia di Ronit Elkabetz e Shlomi Elkabetz (Israele)

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Jessica Chastain – A Most Violent Year
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Miglior attore non protagonista

  • J. K. Simmons – Whiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore sceneggiatura

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando BoBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Gillian Flynn – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Graham Moore – The Imitation Game

Migliore colonna sonora originale

  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Trent Reznor e Atticus Ross – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Antonio Sanchez – Birdman
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone originale

  • Glory (John Legend e Common) – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • Big Eyes (Lana Del Rey) – Big Eyes
  • Mercy Is (Patti Smith e Lenny Kaye) – Noah
  • Opportunity (Greg Kurstin, Sia Furler e Will Gluck) – Annie
  • Yellow Flicker Beat (Lorde) – Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I (The Hunger Games: Mockingjay – Part 1)

Premi per la televisione

Miglior serie drammatica

  • The Affair
  • Downton Abbey
  • The Good Wife
  • House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)
  • Il Trono di Spade (Game of Thrones)

Migliore attrice in una serie drammatica

  • Ruth WilsonThe Affair
  • Claire Danes – Homeland – Caccia alla spia (Homeland)
  • Viola Davis – Le regole del delitto perfetto (How to Get Away with Murder)
  • Julianna Margulies – The Good Wife
  • Robin Wright – House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Kevin SpaceyHouse of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)
  • Clive Owen – The Knick
  • Liev Schreiber – Ray Donovan
  • James Spader – The Blacklist
  • Dominic West – The Affair

Miglior serie commedia o musicale

  • Transparent
  • Girls
  • Jane the Virgin
  • Orange is the New Black
  • Silicon Valley

Migliore attrice in una serie commedia o musicale

  • Gina RodriguezJane the Virgin
  • Lena Dunham – Girls
  • Edie Falco – Nurse Jackie – Terapia d’urto (Nurse Jackie)
  • Julia Louis-Dreyfus – Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)
  • Taylor Schilling – Orange is the New Black

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Jeffrey TamborTransparent
  • Louis C.K. – Louie
  • Don Cheadle – House of Lies
  • Ricky Gervais – Derek
  • William H. Macy – Shameless

Miglior mini-serie o film per la televisione

  • Fargo
  • The Missing
  • The Normal Heart
  • Olive Kitteridge
  • True Detective

Migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Maggie GyllenhaalThe Honourable Woman
  • Jessica Lange – American Horror Story: Freak Show
  • Frances McDormand – Olive Kitteridge
  • Frances O’Connor – The Missing
  • Allison Tolman – Fargo

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Billy Bob ThorntonFargo
  • Martin Freeman – Fargo
  • Woody Harrelson – True Detective
  • Matthew McConaughey – True Detective
  • Mark Ruffalo – The Normal Heart

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Joanne FroggattDownton Abbey
  • Uzo Aduba – Orange is the New Black
  • Kathy Bates – American Horror Story: Freak Show
  • Allison Janney – Mom
  • Michelle Monaghan – True Detective

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Matt BomerThe Normal Heart
  • Alan Cumming – The Good Wife
  • Colin Hanks – Fargo
  • Bill Murray – Olive Kitteridge
  • Jon Voight – Ray Donovan

Golden Globe alla carriera

  • George Clooney

 

Le nominations per gli Oscar.

 

Miglior film

  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González Iñárritu – Birdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman
  • Eddie Redmayne – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior attrice protagonista

  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Julianne Moore – Still Alice
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher
  • J. K. Simmons – Whiplash

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia Arquette – Boyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo – Birdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Jason Hall – American Sniper
  • Graham Moore – The Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Damien Chazelle – Whiplash

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Birdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam Stockhausen – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Djurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game
  • Tom Cross – Whiplash

Migliore colonna sonora

  • Alexandre Desplat – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Hans Zimmer – Interstellar
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Migliore canzone

  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott Fisher – Interstellar
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • American Sniper
  • Birdman
  • Interstellar
  • Unbroken
  • Whiplash

Miglior montaggio sonoro

  • American Sniper
  • Birdman
  • Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Interstellar
  • Unbroken

Migliori costumi

  • Milena Canonero – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)

Miglior trucco e acconciatura

  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Frances Hannon e Mark Coulier – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano
  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby

Miglior cortometraggio d’animazione

  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Considerazioni sparse.

Sono contenta delle nomination per American Sniper ma, onestamente, non faccio il tifo per Clint. Perché continuo a non provare empatia per il protagonista e perché non credo meriti degli oscar.

Non vedo l’ora di vedere Birdman. Adoro Inarritù e mi aspetto parecchio.

Sono anche molto contenta delle sorti di Grand Budapest Hotel. Per il Globe e per le nominations. Ho qualche dubbio che abbia delle reali possibilità per Miglior Film perché è persino troppo leggero per gli standard dell’Academy e visto il tenore degli altri concorrenti, ma magari miglior regia potrebbe anche spuntarla e non sarebbe immeritato. Sono dell’idea che Wes Anderson vada premiato a prescindere.

Mi sono persa Boyhood e la cosa mi fa oltremodo incazzare, dato che è stato nelle sale tantissimo. Dovrei riuscire comunque a mettere le zampe sul dvd prima della cerimonia degli Oscar.

Molto, molto felice anche per le nominations ad Imitation Game. Non sono ancora riuscita a parlarne decentemente ma ho amato molto questo film e spero che qualcosa si porti a casa.

Lieta anche di vedere il nome di Julianne Moore, anche se di Still Alice non so quasi nulla.

Non eccessivamente meritato invece il Globe a Amy Adams per Big Eyes. Meritava sicuramente di più di essere premiata l’anno scorso per American Hustle. Anche di Big Eyes dovrei riuscire a parlare dei prossimi giorni, se una volta tanto riesco a mantenere un programma per una settimana.

Sulle candidature della Teoria del tutto per ora non mi pronuncio. Ho visto il film e anche questo è tra i post della settimana quindi non mi dilungo adesso. Mi limito a dire che la nomination a Redmayne – così come il Globe – è ovviamente meritata e, altrettanto ovviamente darà di nuovo il via al solito ritornello dello stravolgimento fisico=premio assicurato.

Molto delusa invece per la quasi totale esclusione di Interstellar. Sette oscar, l’anno scorso, a quella cagata colossale di Gravity e neanche una nomination decente per questo qui. Almeno miglior sceneggiatura originale potevano dargliela.

Per la sezione film d’animazione sono smodatamente contenta della nomination per Song of the Sea di Tomm Moore. L’ho visto nell’ambito del festival Sottodiciotto ed è veramente adorabile. Gli storyboard del film sono opera di Alessandra Sorrentino e Alfredo Cassano, torinesi e miei carissimi amici. E lo so che in concorso ci sono Dragon Trainer2 e Big Hero6, ma, per quel che mi riguarda, io faccio il tifo per Song of the Sea.

E un po’ di trailer.

 

Questo dovrebbe uscire il 22 gennaio. In realtà mi pare persino un po’ troppo drammatico e un po’ troppo classico nella sua drammaticità. Se vado a vederlo è proprio solo per Julianne.

In uscita il 5 febbraio. Il che significa che dovrei riuscire a vederlo prima della premiazione.

E questo invece me lo perdo per forza, almeno prima della cerimonia, perché esce il 5 marzo.

E questo spero tanto che arrivi anche in Italia.

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