Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘J.-C. Romand’ Category

…mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Chi è Jean-Claude Romand?

Forse è questa l’unica vera domanda alla base di tutto. Quella che si sono posti tutti, ininterrottamente, dopo l’incendio e dopo che si è scoperta la verità.

La domanda che, di fatto, rimane tuttora senza risposta.

Si conoscono date, si conoscono fatti, si conoscono luoghi. La realtà concreta di tutta la vicenda è stata disseppellita ormai da tempo e si è fatta luce su quasi tutte le zone d’ombra.

Ma questa domanda rimante tuttora senza una vera risposta.

La mattina del 9 gennaio del 1993, Jean-Claude Romand, 38 anni, sfonda il cranio a sua moglie Florence, spara a sua figlia Caroline, di sette anni, e a suo figlio Antoine, di cinque anni.

Poi esce a comprare il giornale.

Va a pranzo dai genitori e dopo aver pranzato li uccide con la stessa carabina con cui ha ucciso i figli.

Poi si cambia d’abito e si prepara per raggiungere la sua ex amante, con cui ha appuntamento.

Prova a uccidere anche lei ma non ci riesce.

Riesce comunque a far sì che la donna non chiami la polizia.

Torna a casa. La casa dove ci sono ancora i corpi di moglie e figli avvolti nei piumoni.

Tecnicamente pensa di suicidarsi ma in realtà passa troppo tempo tra quando pensa di farlo e quando cerca – piuttosto goffamente in verità – di mettere in atto il suo proposito.

Appicca il fuoco alla casa, partendo dalla soffitta, e ingerisce dei barbiturici scaduti.

Il fuoco viene visto quasi subito e l’intervento di vigili del fuoco e soccorsi è piuttosto tempestivo.

Jean-Claude è in coma ma sopravvive.

Basta poco per scartare l’ipotesi dell’incidente. Florence e i bambini non sono morti per l’incendio. E neanche i genitori, ritrovati dopo due giorni nella loro casa.

E allora perché quel gesto così assurdamente imprevedibile da una persona stimata e rispettata? Un uomo mite. Un medico che lavorava all’OMS, insegnava, intratteneva rapporti con personalità importanti della politica e della scienza. Una persona appartenente al ceto alto borghese, con la sua famiglia cattolica e gli amici di tutta una vita.

Non c’è risposta. Non c’è spiegazione.

Ci sono solo crepe che si aprono una dopo l’altra.

Perché Jean-Claude non è un medico – non ha mai superato il secondo anno di medicina, anche se ha continuato a frequentare, a studiare e a fingere di aver dato gli esami insieme ai suoi compagni.

Non lavora all’OMS – in realtà non lavora da nessuna parte, non ha un reddito.

Con la scusa del lavoro in Svizzera e con la prospettiva di agevolazioni fiscali è riuscito a farsi affidare la gestione del patrimonio dei genitori e di altri parenti anziani ed è con questi soldi che mantiene il suo tenore di vita.

Passa la giornata in macchina, nei bar, nei parcheggi, negli alberghi, impegnandosi tutt’al più a far quadrare i dettagli e a costruire finte prove della sua vita di medico e ricercatore.

Non conosce nessuna delle persone che dice di conoscere.

Non viaggia, non insegna.

La menzogna generalmente serve a coprire una realtà di qualche tipo.

La menzogna di Jean-Claude Romand copre solo il vuoto.

Jean-Claude Romand non è niente. Non è nessuno.

Per 18 anni ha interpretato un personaggio che non è mai esistito e quando il castello ha iniziato a cedere, l’unica reazione che gli è parsa logica è stata quella di eliminare tutte le persone coinvolte, il cui sguardo sarebbe stato una prova inconfutabile e irreversibile della sua falsa vita. Della sua non-esistenza.

Emmanuel Carrère segue per intero la vicenda giudiziaria che porterà alla condanna di Romand. Entra in contatto con lui, assiste al processo, studia i documenti dell’istruttoria, parla con le persone coinvolte.

L’Avversario ricostruisce meticolosamente la creazione del personaggio e la sua evoluzione, ripercorrendo gli eventi di una vita da leggersi in un altalenarsi continuo e allucinato tra apparenza e realtà.

E’ presumibile che Romand abbia mentito anche e prima di tutto a se stesso, relegando la parte cosciente della sua meticolosa architettura in una zona remota del suo io. E’ altresì presumibile che non sia in grado di essere altrimenti e che, una volta crollata la prima menzogna – e il primo personaggio – tuttora non sappia far altro che rifugiarsi in un altro sé fittizio sotto cui nascondersi e con il quale (auto)giustificarsi per il fatto di rimanere in vita.

C’è come una corazza impenetrabile che distorce reazioni comportamentali ed emotive e c’è un nucleo vero di che probabilmente ormai è al di là di qualsiasi possibilità di raggiungimento.

E possibile che una vera risposta non ci sarà mai, alla domanda insita nell’esistenza stessa di una psiche talmente alterata.

E’ un libro che si divora senza sosta, quello di Carrère, le cui pagine sollevano interrogativi scomodi e dubbi di quelli che possono togliere il sonno.

Un libro non facile, nemmeno per l’autore, costretto a confrontarsi con le possibili motivazioni alla base del libro stesso e con la curiosità – forse anche morbosa – che suscita una vicenda talmente terribile e talmente estrema nella sua lucida e logica assurdità.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: