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Archive for the ‘W. Salles’ Category

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Probabilmente mi attirerò da disapprovazione dei puristi dell’horror giapponese ma Dark Water è l’ennesimo film che conosco prima in versione americana e solo dopo – precisamente con i titoli di coda – scopro essere proveniente da area orientale (romanzo di Koji Suzuki e film di Hideo Nakata).

Stessa cosa fu per The Ring e The Grudge. E, nonostante l’immancabile polemica da ecco-gli-americani-devono-sempre-uniformare-tutto-al-loro-stile, continuo a trovare tutti questi film che ho citato molto ben riusciti.

La realtà è che penso che il voler fare dei confronti a tutti i costi tra versioni americane e giapponesi abbia poco senso di per sé, in quanto c’è proprio un discorso di canone diverso alla base. Non è la stessa cosa di un remake di un film francese o comunque di provenienza europea. In quel caso la storia della spocchia monopolizzante americana ci può anche stare. Nel caso specifico dell’horror entrano in gioco altri fattori. Cinema orientale ed occidentale – e prima ancora cultura orientale e occidentale – hanno un modo diverso di spaventare. Un modo diverso di percepire la paura e ciò che la scatena. Sono proprio diversi i mezzi con cui il terrore viene veicolato.

In certi casi la distanza è tale da coinvolgere la tematica stessa e lì diventa impossibile un passaggio tra le due culture.

In molti casi però è solo una questione di come la tematica viene rappresentata.

Per Dark Water, peraltro come per The Ring e The Grudge, siamo nel filone dei fantasmi bambini.

Ora, è vero che nella versione americana si perde tutto l’aspetto inerente il significato del fantasma nella cultura giapponese, ma ai fini della riuscita del film horror in quanto tale la cosa non è che sia poi così rilevante. Anzi. Per quanto si possa conoscere una cultura diversa dalla quella propria di origine, le reazioni emotive saranno sempre più radicalmente legate ai parametri di provenienza. E la reazione che il film horror deve provocare, la paura, è quella più emotiva e più inconscia in assoluto.

Per dire, l’originale di The Ring l’ho apprezzato, ma con la versione americana mi sono decisamente cagata sotto.

E non che l’originale non inquietasse.

Dark Water (2005), è un film dai toni cupi, opprimenti, che trasmette fin da subito, a livello epidermico, una sensazione di soffocamento.

L’ambientazione a Roosvelt Island, triste appendice di Manhattan, risulta particolarmente adatta a rendere visivamente la condizione di miseria emotiva, prima ancora che economica, in cui versa la protagonista, Dahlia (Jennifer Connelly), giovane madre neodivorziata, alle prese con una bambina, Ceci, che adora in modo incondizionato e totalizzante, e con il trauma non rielaborato dell’abbandono subito dalla propria madre.

Da bravo americano, il regista Walter Salles (I diari della motocicletta, On the Road) non resiste alla tentazione di metterci una buona dose di psicologia, giocando con tutta una serie di particolari dalle valenze doppiamente interpretabili – primo fra tutti il fatto che Natasha, l’amica immaginaria di Ceci, e Dahlia da piccola, nei flashback, sono interpretate dalla stessa attrice. Un significato, questo, che, se per quasi tutto il film rimane un dubbio in sottofondo, con il finale diventa talmente presente da poter essere una chiave di lettura vera e propria, senza tuttavia intaccare la logica dell’horror in sé e per sé.

Bravissima Ariel Gade, nei panni di Ceci.

Nel cast anche gli ottimi John C. Reilly e T. Roth.

Curatissimo in ogni dettaglio, Dark Water crea la tensione in modo graduale ma inesorabile. Evita i grossi colpi di scena così come il sangue e gli effetti sonori per farti fare un salto a tutti i costi e ti tiene incollato fino alla fine inoltrandosi progressivamente in un orrore quotidiano e strisciante.

Molti i rimandi e gli omaggi a Rosemary’s Baby. Sono anche quasi certa che il set della lavanderia nei sotterranei del palazzo sia lo stesso usato proprio in RB ma non sono riuscita a trovare conferma di questa mia ipotesi. Dovrei andare a rivedermi la scena del film di Polanski.

Bello il modo in cui vengono sfruttati gli effetti con l’acqua nera e malata che è di fatto la protagonista principale del film.

Cinematografo & Imdb.

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Cerco di dimenticare che non dovrei mai scrivere quando sono di cattivo umore. Cerco di dimenticare che non sono solo di cattivo umore. Mi girano proprio i coglioni. Cerco di dimenticare che non c’è un motivo preciso. E’ lunedì. Fa un freddo malefico e io non ho ancora riesumato niente di propriamente invernale. E poi c’è il sole sull’iPad e non ci vedo un tubo (non sto scrivendo dall’iPad ma non è rilevante). E poi è lunedì. E poi fa freddo. E poi niente, mi girano e basta.

E poi penso che voglio scrivere due righe su On the Road ma ripensare a Kirsten Stewart non è che mi migliori lo stato d’animo. No, così non va. Ricominciamo.

On the Road non è un brutto film. E’ solo un film troppo in ritardo. Diciamo di un quindici-vent’anni almeno.

Va detto che il libro di Kerouac l’ho letto qualcosa come diciassette anni fa (ma perché mi metto a fare ‘sti calcoli che poi mi deprimo) e la mia memoria sui particolari non è così attendibile. Ricordo comunque distintamente l’impressione generale che mi lasciò: non esattamente delusione ma qualcosa del tipo “tutto qui?”.  La potenza rivoluzionaria/provocatoria di quel libro era già praticamente esaurita, per la mia generazione. Se ne coltivava ancora in parte il mito ma era più che altro un rituale estetico, un nostalgico (dove neanche la nostalgia era veramente nostra) girare intorno a quello che rappresentava/aveva rappresentato più che a quello che effettivamente era ai nostri occhi. Mentre, per dire, un altro libro per molti aspetti fortemente generazionale come Cent’anni di solitudine, per me fu una folgorazione (e, nella migliore tradizione degli anni Settanta, mi imparai pure a memoria l’incipit), On the Road mi ha sempre dato l’idea di essere ormai troppo distante per un reale coinvolgimento ma ancora troppo vicino per un approccio letterariamente distaccato.

Tutto questo sproloquio per dire che come trasposizione, il film di Salles è tecnicamente molto valido. E’ molto fedele (forse persino troppo in certi punti) sia dal punto di vista delle vicende narrate, sia proprio per quel che riguarda lo spirito con cui esse vengono vissute e il ritmo del racconto. E’ tutto perfettamente dosato in proporzione al contesto dell’America alla fine degli anni Quaranta. E’ inevitabile che l’esaltazione dei protagonisti appaia datata ai nostri occhi, che i loro miti per noi abbiano ormai un che di scontato.

On the Road è un testo troppo intriso del contesto in cui (e da cui) è stato prodotto e soprattutto ha una prospettiva troppo interna, troppo soggettiva, perché lo si possa presentare in un modo che non sia generazionale. E lo stesso vale per il film. Chi, con stupore, ha definito il film piatto o noioso, probabilmente o non ha mai letto il libro, o non lo ricorda.

Il cast. Garrett Hedlund nei panni di Dean Moriarty è abbastanza ben riuscito anche se forse è esteticamente un po’ troppo moderno e nel doppiaggio gli hanno appioppato una voce che sarà pure quella di Adriano Giannini ma non c’entra niente né con l’attore né con il personaggio. Sam Riley è molto azzeccato nella parte di Sal sia come aspetto sia come recitazione ed è secondo me il personaggio meglio riuscito del film.

Le due Kirsten. Stewart (Marylou) non guadagna neanche mezzo punto nella mia personale scala di valutazione. Permane la monoespressione sulla quale mi sono già dilungata tempo fa e c’è solo da ringraziare che il suo ruolo non preveda grandi dialoghi; e Dunst (Camille) senza infamia e senza lode in un ruolo sciatto per il quale sembra essere fin troppo portata. C’è anche Viggo Mortensen nella parte (brevissima) di Old Bull Lee.

Nel complesso è un film giustamente lento, esteticamente curato; non è di quelli da cui esci esaltato ma si guarda volentieri.

Cinematografo & Imdb.

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