Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘In giro per il web’ Category

791978882005HIG_227X349_exact

Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strane ere anche la morte può morire.

H.P. Lovecraft.

 

Devo ancora cominciare a scrivere e mi son già inchiodata sul primo dilemma e son qui che oscillo con sguardo vacuo davanti al monitor manco dovessi decidere chissà che cosa.

Il dilemma è: spoiler o non spoiler? Sai che roba. E in effetti non è che sia questa questione di per sé, basta decidersi, però, appunto…basta decidersi. E, soprattutto, basta dirlo.

Non si capisce un tubo.

Ricomincio.

Non ho niente contro le recensioni spoilerose, per carità, ne produco a pacchi pure io. Si può parlare di un libro/film per intero rivolgendosi a chi lo ha già letto/visto o se ne può parlare per tutti, commentando senza necessariamente rivelare particolari salienti della trama.

Però.

Se si sceglie di spoilerare, soprattutto con un certo tipo storie, mi parrebbe il minimo sindacale in termini di comportamento civile, avvisare il lettore. Un warning, una nota, un segnale di fumo. Qualcosa che mi dica, occhio che se vai avanti ti racconto il finale o comunque parti consistenti della trama che sono invece pensate per arrivare a seguito di un preciso percorso di suspense e disvelamento.

E invece niente. Sono sinceramente allibita dalla quantità di recensioni di Revival (anche validissime eh, il mio non è un giudizio di valore, ci mancherebbe) presenti su grossi canali – quotidiani o blog ad altissima diffusione – che spiattellano allegramente il finale senza darsi pena di avvertire e senza, apparentemente rendersi conto della gravità della cosa.

Non mi metto a fare nomi o a linkare pagine perché non ho voglia di imbarcarmi nell’inevitabile sequela di battibecchi sterili che ne seguirebbe e quindi la pianto qui. Però la cosa mi urta. E se non avete ancora letto Revival e non volete rovinarvelo, aspettate prima di cercare recensioni.

E questo post non conterrà spoiler di alcun tipo. Adesso non ce li metto per principio.

 

Immagino che quello di H.P. Lovecraft sia un fantasma che prima o poi chiunque scriva horror è costretto ad affrontare.

Lovecraft é uno dei pilastri portanti dell’horror, padre di dimensioni altre e impensabili, creatore di divinità folli e abissi di orrore insondabile.

Lovecraft è inevitabilmente presente in chiunque voglia avventurarsi oltre i confini tracciati per contenere la mente umana.

In Revival (tradotto sempre da Giovanni Arduino), King mette in chiaro fin da subito quali sono i suoi debiti, con una bella dedica iniziale ad un elenco di autori e la citazione lovecraftiana che ho riportato all’inizio. La celebre frase che, secondo la mitologia di H.P.L. si trova nel Necronomicon, il libro proibito, scritto dal poeta pazzo Abdul Alhazred. Parentesi. Per chi non fosse pratico di materia lovecraftiana, il nome Alhazred non è casuale: il suono richiama All Has Read, colui che ha letto tutto, colui che ha la Conoscenza, e infatti è pazzo. Chiusa parentesi.

Ciò detto, Revival è sì un grande e bellissimo tributo a Lovecraft – così bello che solo lo potesse leggere, lo stesso H.P.L. tornerebbe da qualunque altra dimensione in cui è andato a cacciarsi per abbracciare lo zio Steve e dirgli che bel lavoro ha fatto – ma è anche tanto, tantissimo altro.

Un giorno dell’ottobre del 1962, Jamie Morton sta giocando in giardino con i soldatini ricevuti in regalo dalla sorella per il compleanno, quando un ombra cala improvvisamente ad oscurare il campo di battaglia. Jamie alza gli occhi e fa la conoscenza del pastore Charlie Jacobs, il nuovo parroco della piccola comunità.

In un certo senso la nostra vita è veramente un film. I protagonisti sono i famigliari e gli amici. Tra i comprimari rientrano vicini, colleghi, insegnanti e le conoscenze occasionali. Non mancano i ruoli minori: la giovane cassiera del supermercato con il sorriso carino,  il barista affabile del locale all’angolo, i tipi con cui vi allenate in palestra tre giorni alla settimana. E ci sono migliaia di comparse, persone che attraversano la vita di ognuno come fa l’acqua in un colino, viste una volta e poi mai più. Il ragazzino che curiosa tra le graphic nobel in libreria, che avete dovuto scansare (sussurando uno “Scusami”) per raggiungere le riviste. La donna nell’auto di fianco, che approfitta del semaforo per aggiustarsi il rossetto. La madre che pulisce dal gelato la faccia del suo marmocchio in un autogrill dove vi siete fermati per un boccone al volo. Il venditore allo stadio dal quale avete comperato un sacchetto di noccioline durante una partita di baseball.

Però a volte compare nella vostra esistenza qualcuno di estraneo a tali categorie. Una specie di jolly, che ogni tanto sbuca dal mazzo nel corso degli anni, soprattutto in un momento di crisi. Nei film un personaggio simile viene definito il quinto elemento o l’agente del cambiamento. Quando si presenta in un lungometraggio, sapete che è stato lo sceneggiatore a inserircelo. Ma chi scrive la nostra vita? Il fato o la pura coincidenza? Voglio credere che sia la seconda. Lo voglio con tutto me stesso. Quando ripenso a Charles Jacobs (il mio quinto elemento, il mio agente del cambiamento, la mia nemesi), non riesco neppure a considerare che la sua presenza nella mia vita fosse dovuta al destino.

La storia è raccontata proprio da Jamie, nella forma di una sorta di memoria – tratto, anche questo, estremamente lovecraftiano – e ripercorre la sua esistenza ricostruendo le tappe segnate dalla periodica ricomparsa di Jacobs nella sua vita, con tutte le implicazioni e le conseguenze che ha comportato.

Si capisce che è successo qualcosa e che quando Jamie sta parlando, questo qualcosa è ormai concluso, qualunque cosa voglia significare.

Si intuisce che Jamie sta raccontando per liberarsi di un peso e che c’è qualcosa che esige un tentativo di redenzione.

E c’è tanta vita in Revival. Vita quotidiana, immediata. Persone, famiglie. Anni che passano e cambiamenti a volte fluidi, a volte traumatici.

C’è la vivida, lucida e delicata nostalgia con cui si maneggiano i ricordi, come oggetti fragili, da rispolverare con cura e con altrettanta cura rimettere da parte.

“King è diventato nostalgico, King sta invecchiando”. Questo è uno degli altri leitmotiv che circolano ultimamente.

King è invecchiato, per certe cose, è vero. Ma non sicuramente perché si fa nostalgico nel rievocare il passato e gli anni della sua infanzia. Se devo indicare un tratto dal quale ho avuto la percezione di un cambiamento legato all’età, è qualcosa che avevo già identificato in Mr. Mercedes ed è il fatto di costruire personaggi principali appartenenti alla sua stessa fascia d’età e l’indulgere quindi nello specificare aspetti fortemente connotativi in questo senso, come per esempio gli acciacchi o il rapporto a volte zoppicante con le nuove tecnologie di comunicazione. Ma d’altronde, è pur vero che la creazione di protagonisti in cui si rispecchiasse non è di certo una novità, con Jack Torrance e Paul Sheldon a guidare la sfilata di riflessi letterari di King che popolano le sue pagine.

E ci sono persone con le loro scelte. Charlie Jacobs con la sua religione e con la sua passione per l’elettricità.

C’è la religione. Ma di Dio, in effetti, ce n’è ben poco.

Fulmini e citazioni divine. Spettacoli da fiera e squarci su qualcosa che non dovrebbe essere possibile.

E’ successo qualcosa.

E c’è la realtà che è sottile. Lo è sempre stata per King. Ha sempre cercato di vedere al di là della realtà, ma forse mai come questa volta.

Revival è un romanzo ambizioso e densissimo. E’ un piccolo capolavoro di equilibrio.

E’ un romanzo allo stesso tempo crudele e struggente. E’ terrificante nel suo presupposto e confortante nella sua concretezza.

Non riesco mai a fare dei paragoni sensati nell’ambito della vastissima produzione di King. Non so dire qualcosa tipo “questo è il suo romanzo migliore o peggiore o sta a metà”. Forse è un romanzo difficile, per certi aspetti. Perché c’è veramente tutta la vita, morte compresa. Una morte in qualche modo diversa da quella con cui King ha sempre intrattenuto la sua danza macabra. La morte impietosa dagli arti strappati senza un motivo, la morte stronza, che prima ti mangia vivo. Una morte che è protagonista esattamente come Jamie e Charlie.

Ho amato moltissimo Revival.

Ah sì, dimenticavo.

C’è anche tanto rock and roll. E quanto gli voglio bene quando comincia a sparpagliare citazioni e riferimenti rockettari qua e la? Quanto??

Tutta questa roba inizia in mi.

Read Full Post »

mr-mercedes

E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.

Sto vagando a caso per il web e sto cominciando a innervosirmi. Perché vado a caso e non concludo niente. Perché quando è così poi si finisce per prendere coscienza di cose sulle quali non ci sarebbe poi da soffermarsi più di tanto. Tipo che sono in fissa per le foto di camere da letto di Tumblr. Non di camere da letto in generale. Quelle di Tumblr. Che è diverso. Tumblr riesce a creare delle sottocategorie di genere che vivono solo al suo interno. Ci sono le foto di tazze e le foto di tazze di Tumblr. E così via. Che poi, cosa c’è da andare in fissa per una di queste cose? Niente. Solo che sto vagando a caso. Appunto.

E sto vagando a caso perché? Perché non riesco a concludere altro. E poi, perché no?

E già che vado a caso, perché non farmi un giro anche sotto l’ombrello blue di Debbie?

Che io poi l’ho cercato senza alcuna premeditazione, ma c’è davvero.

Ora. Magari sono io che vivo nella mia bolla e finisco con l’ignorare ciò che per gli altri è ovvio, però non pensavo che esistesse davvero. O magari sarà che, vista la mia natura notoriamente socievole, i siti di chat li ho sempre evitati come la peste e non sono minimamente aggiornata sul settore – per dire, sono ferma ad ICQ che andava di moda negli anni Novanta e ignoro se si usi ancora o meno.

Under Debbie’s Blue Umbrella è un vero sito di chat. Ed è esattamente come viene descritto nel libro.

tumblr_n7n6pvEmUU1r7blyco1_1280

Che poi non so neanche perché indulgo in queste stucchevoli manifestazioni di giubilo. Probabilmente in America è arcinoto. O – cosa ancora più probabile visto il rapporto dello zio Steve con il web – è addirittura vecchio.

Però chissà se gli accessi sono aumentati dopo l’uscita del libro?

Chissà se qualcuno si è già preso uno dei nickname usati nella storia?

Chissà se il sito e i suoi utenti apprezzano questa pubblicità?

Mi riservo di indagare.

*indossa figurativamente il cappello da Detective Hodges*

Mi è piaciuto proprio tanto, questo Mr. Mercedes.

Primo approccio di King con quello che viene definito hard-boiled e che, di fatto è un sottogenere del giallo. Stando alla dichiarazione dello stesso autore qualche tempo fa su Twitter, dovrebbe essere il primo di una trilogia, anche se, suppongo che si usi il termine di trilogia in senso piuttosto ampio. Mi immagino più che altro tre libri accomunati dall’appartenenza allo stesso genere, magari con lo stesso impianto logico deduttivo, e non tanto una serie vera e propria.

Staremo a vedere.

In ogni caso, l’esperimento gli è riuscito egregiamente (e avevamo dei dubbi?)

Mr. Mercedes è il nome affibbiato da stampa e polizia ad un misterioso assassino che una mattina ha lanciato la sua auto – una Mercedes appunto – sulla folla in coda per la Fiera del Lavoro in una cittadina della provincia americana, mietendo vittime e poi dandosi alla fuga.

Mr. Mercedes non è mai stato catturato.

Ad un anno di distanza, il Detective in pensione William Hodges riceve una lettera che pare sia proprio di Mr. Mercedes.

Questo è quanto si può dire senza spoilerare elementi essenziali.

Se leggete la quarta di copertina dell’edizione italiana, non prendetela per buona a cento per cento perché non lo è. Dice una cosa che è proprio sbagliata e, onestamente, non capisco come possa essersi verificata una svista così grossolana. Per carità, meglio un’inesattezza che uno spoiler, però…

Mentre d’altra parte non è una gaffe, come invece pensavo, il disegno sul retro di copertina, in quanto si capisce quasi da subito, data l’impostazione della narrazione.

Un bel giallo incalzante, con i particolari da mettere insieme e da far quadrare. Un puzzle complicato visto da diverse angolazioni, finché la visuale si unifica e il quadro si chiarisce.

Un cattivo classico alla King che, nonostante la differenza di genere, ricorda molti dei suoi bad guys storici.

E una parte finale da togliere il fiato, con un ritmo che non ti molla finché non sei arrivato in fondo.

E poi ci sono le solite autocitazioni che King sparpaglia qua e là e che mi fanno sempre morire dal ridere, oltre che inorgoglirmi in modo del tutto privo di senso. C’è anche un riferimento – confermo che non è uno spoiler, non faccio questo genere di scherzi macabri – a Judas Coyne, protagonista della Scatola a forma di cuore del figlio Joe Hill. Ma che dolcezza – sempre per le stucchevoli manifestazioni di giubilo di cui sopra.

E c’è il rapporto di King con le nuove tecnologie che emerge tantissimo nell’impostazione del personaggio di Hodges e che in più di un punto mi ha strappato un sorriso.

E se tu riguarderai a lungo in un abisso, ha scritto Nietzsche, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.

Nota random di fine post.

King usa questa citazione di Nietzsche presa da Al di là del bene e del male.

Mi sono imbattuta nella stessa citazione, esattamente tre giorni prima di leggerla nel libro, guardando American Horror Story – Asylum.

Quante probabilità c’erano?

E ancora.

Ad un certo punto nel libro si cita il modo di dire che “a volte un sigaro è solo un sigaro”.

Due giorni dopo mi imbatto nella stessa espressione in Annabelle.

Anche qui. Quante probabilità?

Poi c’è la cosa di Judas Coyne, che, guarda caso, avevo appena letto il mese scorso.

Morale?

Niente, che morale ci deve essere. E’ solo che ultimamente sono bersagliata da coincidenze/risonanze/corrispondenze/chiamatele-un-po’-come-vi-pare di questo tipo.

C’è chi potrebbe dire che sono segnali.

Di cosa?

Del fatto che sono sulla strada giusta.

Per dove?

E io che ne so.

[Ormai parlo proprio da sola, non aspetto neanche che arrivi la Voce. Preoccupiamoci].

Read Full Post »

snow_queen

Sto attraversando un momento di rara afflizione da spoiler. Ma perché cazzo la gente non è in grado di guardare una serie tv senza twittare di continuo (e già questa potrebbe essere una domanda di per sé, ma tralasciamo) cose tipo “wow fighissima l’ultima puntata della quarta stagione, quella dove si scopre che l’assassino è il maggiordomo”?!? E se glielo fai notare ti senti dire che “sì vabbè, dai, non era mica importante”. Ma cazzo! Non so, è come se ci fosse questa radicata convinzione che c’è una fetta di popolazione che guarda le serie TV al momento giusto, ergo o ti adegui o sei colpevole di late-following e ti meriti di dover schivare spoiler per il resto dei tuoi giorni. Che poi normalmente non me la prendo così tanto perché sono abbastanza allenata  filtrare le informazioni però non è neanche logico che si debba stare sempre costantemente in stato di allerta.

Togliti dai socialcosi, direbbe la Voce.

Ma equivarrebbe a dire non uscire di casa se non ti garba incontrare gente cafona.

Il problema, una volta tanto, non sono neanche i socialcosi di per sé. Il problema sono sempre le persone.

Come quelli che escono dalla sala del cinema elargendo dettagli sul finale a beneficio di coloro che stanno entrando per lo spettacolo successivo.

Che faccio, non vado neanche più al cinema?

Che io abbia tendenze sociopatiche e misantrope è una realtà. Sul fatto che esse siano del tutto immotivate sarei cauta nel pronunciarmi.

Anyway. Il libro.

Trovare il paio perfetto di jeans. Trovare i jeans che ti stanno così bene e ti donano tanto che in teoria a chiunque, a ogni creatura sulla faccia della terra, verrà voglia di trombarti.

Quanto adoro Cunningham. Quanto adoro ogni singolo dettaglio dei suoi personaggi e delle sue ambientazioni. La sua New York, le sue storie non-storie che si intrecciano in uno spaccato di vite colte in momenti più o meno decisivi.

Il riferimento del titolo all’omonima fiaba di Andersen è dichiarato e voluto ma, come dice l’autore stesso,

“Non è una riscrittura e nemmeno un tributo, ma quella fiaba ha un elemento che mi ha affascinato: il punto di vista. La storia di un ragazzino che a causa di un frammento di cristallo che entra nel suo occhio e nel suo cuore, vede il mondo in maniera diversa, pensando che quella desolazione sia il reale”.

E il punto di vista è l’elemento chiave fin dall’inizio. Fin da quando Barrett, appena lasciato dal fidanzato tramite sms, vive quella strana esperienza a Central Park, dove vede una luce che sembra destinata proprio a lui. Una luce che, vera o immaginata che sia, dà il via ad una ricerca nuova. Ricerca di senso, di un senso qualsiasi. Dell’immagine d’insieme che si può ottenere solo mettendo insieme tutti i tasselli, anche quelli dimenticati, ed allontanandosi abbastanza per non essere fuorviati dai particolari.

E ciò parrebbe implicare che la luce ha mentito. E che l’acqua sta dicendo la verità.

Accanto a Barrett c’è Tyler, suo fratello, ossessionato dal pensiero di scrivere una canzone d’amore per la sua sposa. Una canzone che sia quella definitiva. Che esprima il significato stesso dell’amore al di là del tempo e della realtà concreta. E c’è Beth, futura sposa di Tyler. Malata di cancro.

E c’è il cancro. Che è un personaggio a tutti gli effetti. Che è, per certi versi, la rappresentazione più efficace di quel concetto di punto di vista che Cunningham insegue. La condizione della malattia rende Beth diversa agli occhi degli altri e ai suoi stessi occhi e, contemporaneamente, ha un’azione straniante sulla realtà che viene percepita da Beth in modo alterato e distante.

Il cancro è la scheggia di ghiaccio, il frammento di cristallo.

L’amore, a quanto pare,  arriva non solo senza preavviso, ma in modo tanto accidentale, tanto casuale, da spingerti a domandarti come tu o chiunque altro possiate credere anche solo per un istante nella legge di causa ed effetto.

E poi c’è l’America. Non al centro, è vero, ma sempre presente, anche se forse sarebbe più corretto dire incombente. Gli Stati Uniti tra il secondo mandato di Bush e l’elezione di Obama.

E c’è il momento di stallo dell’esistenza. Quel momento in cui non hai più idea di che direzione prendere. Quel momento in cui senti che anche solo il più piccolo movimento, la più lieve contrazione di un muscolo basterebbe a far crollare tutto quello che hai faticosamente tenuto in piedi finora. Ognuno è chiuso nel proprio personale castello fatto di ciò a cui vuole credere. La creatività è una via? Fino a che punto?

Ricorrono gli interrogativi sull’arte, sul valore della creazione. Ritorna il risvolto blandamente autodistruttivo e l’inflazionata mistificazione dell’artista drogato che, in molti casi, è solo drogato e non artista.

C’è un senso di sospensione bellissimo che attraversa tutto il romanzo, una tensione leggera, quasi rassegnata. Una trama non-trama che attraversa le strade di Brooklyn, si affaccia su alcune esistenze e si ritira, discreta, senza la pretesa di aver svelato né risolto nulla. Come la luce di Barrett, che forse era vera, forse era solo il riflesso di una fiaba, ma, in ogni caso, ha posato uno sguardo diverso sulla sua esistenza.

Read Full Post »

X-MEN-giorni-di-un-futuro-passato-locandina

Io non riesco mai a seguire una serie TV al momento giusto. Vuoi perché non sono skymunita, vuoi perché sono una feticista degli originali e non mi garba scaricare, sta di fatto che arrivo sempre, ben che vada, con una stagione di ritardo sul resto del mondo. Se non a serie direttamente conclusa.

Questo comporta due svantaggi fondamentali.

Uno. Beccarsi dosi letali di spoiler – che per poco che si giri per i socialcosi è fisicamente impossibile evitare tutte le orde di gente che postano gif, citazioni o commenti, alcuni dei quali vorrebbero anche essere spacciati per innocui del tipo “aaawww dall’episodio 3.12 le cose si fanno finalmente interessanti!” con molti ringraziamenti per avermi ammazzato la suspance dei precedenti 11 episodi.

Due. Ritrovarsi inevitabilmente soli e incompresi a fronteggiare i propri raptus di shipping. Nel caso specifico, sto arrivando alla fine dei 4400, che per il resto del globo è finita addirittura anni fa e, al di là del giudizio complessivo sulla serie, che magari esprimerò prossimamente, mi ritrovo con un otp (Baldwin/Collier) del tutto privo del giusto sostegno.

Son cose.

Che poi io sia in un periodo particolarmente acuto perché sto scrivendo una quantità imbarazzante di ff, suppongo abbia il suo peso.

Cosa c’entra tutto questo con il film?

Niente. Se non fosse che per colpa di quei due lì adesso giro pure per il fandom di X-Men (rigorosamente il film).

Seriamente.

Quella degli X-Men è una delle poche serie lunghe tratte da fumetti che continua a migliorare ad ogni nuovo capitolo. Ok, c’era stato il flop dell’ultimo Wolverine: l’immortale, ma, per il resto, su un totale di sette film, non si trova poi molto altro da criticare.

Anzi. Quest’ultimo capitolo, insieme a X-Men – L’inizio costituisce un nucleo che mi sta piacendo anche di più della trilogia iniziale. I primi tre, in proporzione, erano sicuramente più slegati, oltre al fatto che, ovviamente, i protagonisti non avevano tutto lo spessore dei retroscena che ora si conoscono. E poi, detto sinceramente, non mi è mai andata giù del tutto la Famke Janssen nei panni di Jean. Jean è un personaggio cazzutissimo e la Janssen, per quanto esteticamente gradevole in versione total red, non le rende giustizia in termini di carisma.

Anyway. Con DOAFP – perdonate l’acronimo ma se fanno un titolo di sei righe non è neanche colpa mia – riprendiamo esattamente il filo narrativo nel punto in cui si era interrotto alla fine di X-Men – L’inizio. Ma. Non è una ripresa lineare.

Partiamo da un futuro di guerra e di morte e torniamo indietro nel tempo insieme a Logan per cercare di cambiare la storia di Erik/Magneto e Charles/Professor X. E’ necessario che collaborino. E’ fondamentale che siano uniti nel passato se si vuole avere speranza per il futuro.

E già qui la premessa è tutt’altro che banale. Mette in gioco una quantità di elementi da gestire nient’affatto semplice. E, cosa ancora più importante, basa tutto il film, fin dall’inizio, sul presupposto degli spostamenti tra piani temporali. Ora. Quello di saltare avanti e indietro nel tempo potrebbe sembrare un espediente fin troppo facile per aggiustare/movimentare trame che da sole non quadrerebbero. La realtà è che – come immagino di aver già detto anche a proposito di altri soggetti – mettersi a giocare con il tempo è una faccenda dannatamente rischiosa da un punto di vista della sceneggiatura. Le possibilità di incoerenze e, soprattutto, di incastrarsi in qualche loop di logica impossibile da sbrogliare sono enormi. Così come il rischio di cascare malamente su soluzioni arbitrarie per far tornare conti che ormai sono andati per la loro strada. E più sono gli elementi coinvolti, in termini di tempi e di eventi noti da non smentire, più la faccenda si fa delicata.

Bryan Singer – che, oltre ad essere il regista dell’1, del 2 e dell’Inizio, è pure il regista de I soliti sospetti, e scusate se è poco – fa un lavoro più che eccellente. Non c’è una sola incoerenza o una sola falla. Mi sono rivista da pochissimo il capitolo precedente e, davvero, non si è lasciato scappare neanche un dettaglio. I passaggi tra i piani temporali sono fluidi, logici, gestiti benissimo anche dove i tempi si sovrappongono. Anche dove il collasso dell’identità spezzata di Logan sembrerebbe imminente. Vengono fornite spiegazioni per gli avvenimenti ancora in sospeso, si creano gli ultimi collegamenti tra l’Inizio e i primi tre film, senza tralasciare i particolari forniti sulla storia personale di Logan. I piani narrativi si allontanano e mantengono la loro rotta per poi convergere in modo fluido e privo di sbalzi.

Trama impeccabile, ritmo serrato, personaggi connotati e interpretati benissimo. Tutti i tasselli di un puzzle complicato che vanno al loro posto.

Raven/Mystica (Jennifer Lawrence), manco a dirlo, uno dei miei personaggi preferiti da sempre, alla quale viene resa ampiamente giustizia in termini di importanza e approfondimento. Il suo ruolo tra Erik e Charles è essenziale.

E loro. Erik e Charles. James McAvoy e Michael Fassbender. Che se la coppia McKellen/Stewart funzionava meravigliosamente, questi due qui si confermano la loro degnissima versione giovanile.

Il loro rapporto ancora più complicato, doloroso, insondabile. Il loro legame che è al tempo stesso condanna e salvezza.

Le loro partite a scacchi.

Che detta così sembra una stronzata ma su quella cacchio di partita a scacchi (e su un paio di battute che la precedono, per dirla tutta) Singer si è perso metà del fandom che è a) morta di infarto b) ha iniziato una partita a scacchi con chiunque fosse a portata di mano c) benché sopravvissuta, da quel punto in poi non ha seguito più un cazzo con buona pace della solidità della trama. McFassy rules, poco da fare.

E poi Logan. Che, per quanto scontato, continua ad essere un gran personaggio. Poi vabbé, se qualcuno potesse dire a Hugh di smetterla di palestrarsi la cosa non giungerebbe sgradita.

Effetti speciali ovviamente ben fatti e ben dosati. La faccenda delle sentinelle sarà forse persino un po’ facile come espediente ma in definitiva regge ed è sfruttata più che bene.

Decisamente, finora è la trasposizione Marvel meglio riuscita che ci sia in circolazione. Forse solo Iron Man avrebbe potuto essere all’altezza come livello se si fosse mantenuto sul registro del primo, cosa che purtroppo non è stata.

Da vedere. Più e più volte.

Sto seriamente meditando una maratona X-Men

Cinematografo & Imdb.

1398461084000-XXX-XMEN-DAYS-FUTURE-PAST-MOV-jy-4327-

x-men-days-of-future-past-photos-jackman-hoult-mcavoy

men

Read Full Post »

E niente, stasera ho i neuroni che funzionano a intermittenza e non c’è verso di seguire un filo logico.

Ho scoperto che la prossima settimana (il 18 per un evento che ha a che fare con Artifact e il 19 per il concerto) ci saranno i 30 Second To Mars qui a Torino e, sebbene non sia esattamente un’estimatrice delle loro doti musicali – nel senso che dopo dieci minuti che Jared urla lo prederei a badilate per poi passare a fucilare i soci che gli fanno i coretti in sottofondo – ecco, dicevo, sebbene non smani per andarli a sentire riflettevo che invece non mi dispiacerebbe per niente incontrare Jared di persona in quanto essere che ha interpretato Rayon.

112012_jaredmakeupfeat-250x250

Che io lo apprezzi come attore è cosa cognita, dal momento che, soprattutto dopo Dallas Buyers Club ho rotto le palle un po’ a tutti con i miei apprezzamenti, perciò sto seriamente pensando di recuperarmi al volo una copia del dvd e partire in perlustrazione per il centro armata di indelebile e macchina fotografica.

Certo, a scoraggiarmi dovrebbe essere la prospettiva – piuttosto agghiacciante in verità – di venire travolta e uccisa da orde di bimbeminkia/groupies ululanti che ovviamente si muoveranno in branchi nelle zone eventualmente interessate, ma la mia parte stalker ultimamente è rimasta terribilmente inattiva e ora deve pur sfogarsi.

E poi siamo a giugno e la stagione è notoriamente propizia per nottate sui marciapiedi davanti al Golden Palace. *prende a testate il tavolo ripensando al fallito stalkeraggio ai danni dei Muse*

Anyway. Prima di virare troppo sul demenziale, altra cosa che volevo dire è questa qui:

mr-mercedes

In Italia arriverà il 30 settembre, di nuovo tradotto da Giovanni Arduino.

E King oggi ha annunciato su Twitter che si tratta del primo di una trilogia.

Read Full Post »

maleficent-poster

Angelina Jolie, altresì nota come l’unica donna che riesce ad essere gnocca anche con un paio di corna in testa.

Sono in arretrato con tutto e ci sarebbero titoli ben più vecchi di cui parlare ma in questi giorni continuo ad imbattermi in articoli e discussioni su questo qui, ergo mi esprimo prima di dimenticarmi cosa voglio dire, che qui i neuroni stanno già pericolosamente virando verso la modalità estiva.

Ennesima rivisitazione della fiaba della Bella Addormentata con annesso tentativo di riabilitazione della strega cattiva, come pare voglia la tendenza di questi ultimi anni.

E già questo ha suscitato una serie di polemiche del tipo “che bisogno c’era”.

Altro motivo di lamentazione che va per la maggiore è che sì, certo, hanno voluto riabilitare la strega cattiva ma non in quanto tale, bensì snaturandola e rendendola di fatto buona, in base alla politica disneyana dell’evisserofeliciecontenti.

Al che mi sorgono spontanee due considerazioni.

Considerazione uno.

No, è vero, non ce n’era bisogno, come probabilmente non c’è bisogno della maggior parte dei remake. Ma, se questa considerazione è valida per una grande fetta di produzione cinematografica, è anche vero che, se c’è un ambito che, per sua natura si presta a rivisitazioni, è proprio quello del fiabesco dal momento che le fiabe stesse sono il prodotto di continue rivisitazioni e reinterpretazioni di modelli canonici entrati a far parte del folklore proprio per il loro ricorrere periodicamente in diverse forme. Tutte le fiabe tradizionali contano nella loro storia diverse versioni di epoche diverse. Tutte contengono elementi diversi come variazione di un tema di base. E, in quest’ottica, non trovo poi così negativo il fatto che si abbia ancora voglia di crearne altre versioni.

Considerazione due.

Al di là dei gusti personali, del fatto che il film piaccia o meno, è un dato di fatto che è un film Disney. Che dichiaratamente si basa (in massima parte) sulla versione Disney della Bella Addormentata. Questo per dire che trovo leggermente pointless il fatto di uscire lamentandosi dell’eccessivo edulcoramento di stampo disneyano.

Da quando è nata, la Disney fa film per famiglie e fa un certo tipo di film per famiglie. Ha un suo approccio alle fiabe che è quello degli uccellini cinguettanti, del Principe Azzurro e dell’Amore con la A maiuscola che risolve tutto.

Cosa buona? Cosa cattiva? Né una cosa né l’altra. E’ così. Se ti garba vai a vedere i film Disney, altrimenti no. Fine. That’s it.

Se vai a vedere un film Disney aspettandoti che piazzino come protagonista una stronza impenitente e la facciano pure trionfare, una cocente delusione mi pare il minimo sindacale.

Che poi io sono la prima ad adorare i personaggi cattivi-cattivi-cattivi. Ma, una volta identificata la produzione, ripongo altrove le mie aspettative di un cattivo con i controcazzi.

Poi si può stare a discutere se il film sia riuscito o meno, ma quello è un altro discorso.

Nel caso specifico, a me Maleficent è piaciuto. E anche parecchio. Ok, non escludo che una parte consistente del mio giudizio sia dovuta al fatto che la Jolie così conciata è bellissima ma, d’altro canto, è lei il centro del film quindi direi che il fatto che concentri su di sé tutta l’attenzione è abbastanza legittimato.

La trama innesta la storia personale di Malefica nel tessuto della vicenda tradizionale ottenendo di fornire una prospettiva diversa sugli eventi conosciuti e, nel complesso, l’intreccio fila senza intoppi. La storia coinvolge e regala diversi momenti divertenti.

Visivamente ben fatto anche se – tolti il trucco di Malefica e le sue ali che sono gli elementi più degni di nota – non c’è quasi nulla che non si sia già visto, in un modo o nell’altro. C’è un po’ (manco a dirlo) di Signore degli Anelli, un po’ di Avatar, un po’ di Harry Potter, un po’ di Minimei e via dicendo.

Apprezzabile l’aver limitato le battaglie che sarebbero state un po’ fuori luogo.

Nei panni di Aurora troviamo Elle Fanning che non ci sta male anche se per i miei gusti sorride un po’ troppo (ma è pur vero che io ho sempre nutrito un po’ di diffidenza nei confronti di Aurora). E in ogni caso è una principessa e deve sorridere. Amen.

In definitiva è un film gradevole e fatto bene.

Sinceramente sono andata a vederlo solo per la Jolie e con il timore di replicare l’attacco di orticaria che mi colse in occasione di Biancaneve e il Cacciatore – dove neppure la bellezza della strega Charlize fu un’attenuante per un film sostanzialmente penoso – e ne sono uscita invece piacevolmente sorpresa.

Cinematografo & Imdb.

Maleficent-Evil-Glare

Disney's MALEFICENT

MALEFICENT

8601f540-dac3-11e3-9f86-9725a48e981b_maleficent_featurette_gs

Maleficent2

Read Full Post »

liebsteraward-1

Partiamo dagli aspetti pratici. Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato e quindi un grazie di cuore e CineClan – amo moltissimo questo blog e sono davvero lusingata dalla sua nomina.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande.

 

Post di ringraziamenti e di chiacchiere, dunque, che tanto era parecchio che non infliggevo un po’ di sproloqui random.

In realtà tutto ciò avrebbe dovuto uscire già ieri e, in effetti, ne avevo già scritto buona parte solo che poi ho cominciato a rispondere alle domande e…insomma, qual è la cosa peggiore che puoi fare ad una persona che ha problemi con le scelte chiuse come la sottoscritta? Farle le domande 5, 6 e 7. Mi sono inchiodata. E anche adesso che ho risposto so già che per i prossimi giorni continuerò a rimuginare cose tipo “no, ma forse avrei dovuto mettere quello…no, ma c’era anche l’altro…no, ma magari quello lì era più importante….” Sono un caso perso, y’know. Penso che questa cosa qui abbia anche un nome clinico ma al momento lo ignoro. Sono ancora ferma alla fase di Camus e del negozio di giocattoli (il principio per cui se porti un bambino in un negozio di giocattoli e gli dici “scegli” sicuramente non sarà in grado di farlo).

 

Anyway. In un modo o nell’altro mi sono sbloccata, quindi ecco qua le mie risposte.

1) La citazione di un libro in cui ti ritrovi

“E’ vivere che è importante, solamente vivere, il processo della scoperta, l’eterno e immutabile processo di scoperta, non la scoperta in se stessa”

Notte e Giorno, V. Woolf

2) La prima volta al cinema

Il libro della giungla della Disney – l’edizione italiana del 1983.

Ero veramente piccola ma tra i miei primi ricordi ci sono anche alcune scene di quel film.

3) Consigli a un giovane blogger ovvero una cosa da fare assolutamente e una da NON fare assolutamente!

Da fare: essere onesti. Prima di tutto con se stessi.

Da non fare: prendersi troppo sul serio. Arrogarsi il diritto di pontificare come se il fatto di pubblicare in rete di per sé conferisse qualche sorta di autorevolezza.

4) Cena col morto ovvero 5 personaggi morti con cui avresti voluto dannatamente andare a cena

1) Fabrizio De Andrè

2) Gabriel Garcìa Màrquez

3) Virginia Woolf

4) Stanley Kubrick

5) H.P. Lovecraft

5) 3 canzoni che ti hanno cambiato la vita

1) Nancy Boy – Placebo

2) Diane – Therapy?

3) Se ti tagliassero a pezzetti – De Andrè

6) 3 libri che ti hanno cambiato la vita

1) Il ritratto di Dorian Gray – O. Wilde

2) Cent’anni di solitudine – G.G.Màrquez

3) Orlando – V. Woolf

7) 3 film che ti hanno cambiato la vita

1)  Manhattan – W. Allen

2) Ultimo tango a Parigi – B. Bertolucci

3) Shining – S. Kubrick

8) Se la vita ti dà limoni, tu cosa fai?

Mi rallegro. Adoro la limonata XD

9) Da piccolo cosa sognavi di fare da grande?

Ma se rispondo “diventare Lady Oscar” vengo bannata a vita dal web?

*sospira e si rassegna all’idea di sputtanarsi del tutto*

No, ok, volendo far finta di essere una persona seria suppongo che dovrei rispondere che da piccola volevo fare la cantante dal momento che, oltre a correre per casa mascherata e armata di spada su un ipotetico equino, l’altra occupazione era brandire un uni-posca a mo’ di microfono berciando qualche sigla di cartoni animati.

Il bello è che con l’andare degli anni l’opzione Lady Oscar si è rivelata quella potenzialmente più verosimile delle due, dal momento che a cavallo ci so andare ma a cantare non ho mica ancora imparato (per la gioia dei miei vicini).

10) Consigli per Cineclan ovvero suggerimenti per una povera cinefila scappata di casa (ovvero io!)

Ma “scrivi scrivi scrivi(mi)” un sacco di bei post, magari anche uno al giorno” vale come consiglio? 😉

 

E arriviamo alla fase 3. I blog da nominare.

Per correttezza devo dire che non sono proprio ligia al regolamento perché il numero di followers in molti casi è superiore al limite, ma sono i blog che mi fa più piacere segnalare (cosa che, probabilmente, in alcuni casi, ho anche già fatto in passato ma si sa che con l’età si finisce col ripetersi quindi abbiate pazienza).

 

1) …and don’t forget the Joker

2) Frame by Frame

3) Music when the lights go out

4) Pollock of light

5) Noisy Road

6) L’alternativa nomade

7) Solo Frammenti

8) Ignorantedelcinema

9) Le mele del silenzio

10) Latex and Lollipops

 

E le mie domande, per chi avesse voglia e di rispondere.

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

6) Il concerto più bello della tua vita.

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

9) Cinema o dvd?

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta (aka ho esaurito le idee, nel caso non si fosse capito).

 

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: