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Archive for the ‘J. Franco’ Category

Correva l’anno 2003 quando nelle sale cinematografiche (forse due ma forse esagero) statunitensi, faceva il suo ingresso un film indipendente intitolato The Room. Indipendente davvero, sotto ogni singolo aspetto. Regia, sceneggiatura, produzione, distribuzione. Tutto gestito dall’ideatore del soggetto nonché finanziatore di tutta la baracca, tale Tommy Wiseau.

The Room dunque esce in qualche sala – continuiamo a far finta di poter usare il plurale che almeno suona meglio – ci resta per poco e a fatica ma nel giro di pochissimo si guadagna la fama del peggior film mai girato nella storia del cinema.

Il peggior film. Che è talmente brutto che qualcuno che lo vuole vedere davvero si trova sempre e comunque. Così, giusto per curiosità. Che comincia a passare come spettacolo di mezzanotte. Che tra una zoppicata e l’altra passa – come spesso succede – da schifezza a cult nello spazio di un ciak. O magari di due o tre ma il succo non cambia.

E dunque chi è Tommy Wiesau?

Non è ancora del tutto chiaro.

Si dice originario di New Orleans ma ha un accento palesemente europeo, forse dell’est. Ha sempre la stessa età di chi gli chiede quanti anni abbia e, decisamente, non ha problemi di soldi.

Ha una sua visione, per così dire. Un suo personale pianeta su cui il resto dell’umanità non sembra ancora pronto ad atterrare.

A dieci anni di distanza, visto il discreto seguito sotterraneo che questo film strampalato continuava ad avere, l’attore e modello Greg Sestero, coprotagonista di Wiseau in The Room, decise di raccontare ai fan un po’ di retroscena della nascita di questo film in The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made.

Ed è su questo libro che James Franco si è basato per la ricostruzione del suo The Disaster Artist.

Passato qualche mese fa al Torino Film Festival, mi ero rassegnata ad averlo perso ma il cinema Reposi – che l’aveva preso in occasione del festival – mi ha fatto la gradita sorpresa di ritirarlo fuori, probabilmente a seguito delle nominations a Globes e Oscar.

E quindi vediamo un James Franco trasformato in Wiesau, che dirige e interpreta la storia tragicomica della genesi di The Room, affiancato dal fratello Dave, nel ruolo di Greg.

Una commedia surreale e squinternata, talmente assurda che sarebbe incredibile, se non esistesse davvero The Room a testimoniare la reale portata della stramberia di Wiseau.

Un outsider per eccellenza. Fuori posto. Fuori dagli schemi. Fuori dal business di Hollywood, di cui però sfrutta i mezzi, il linguaggio e soprattutto i meccanismi.

E allora…chi è davvero Tommy Wiseau?

Un personaggio? Autocreatosi? Quanto consapevolmente non è dato sapere.

O forse è semplicemente così com’è. Casuale e improvvisato.

Divertentissimo, ironico, geniale, The Disaster Artist è davvero una piccola chicca.

James Franco è bravissimo. Sia per la regia ma soprattutto per l’interpretazione di Wiseau – che pure fa un cameo nel film – con la parlata stramba e la gestualità scoordinata. Le scene tra il The Room rigirato per questo film e quello originale sono sovrapponibili in modo impressionante tale è il lavoro che fa Franco su tutta la sua fisicità e che è stato – meritatamente –  premiato con il Globes come miglior attore in un film commedia/musicale.

Bravo anche Dave Franco e buono tutto il resto del cast, nel quale appaiono anche Seth Rogen e Zac Efron.

Una caustica e spassosa sbirciata dietro le quinte di Hollywood, per seguire da vicino il processo attraverso cui questa grande macchina dell’intrattenimento sforna uno dei suoi prodotti. E poco importa che sia il peggior film mai fatto. L’importante è che sia stato fatto. E che non sia mediocre. E che in qualche modo se ne parli.

Vale tutto. C’è posto per tutti. Anche per Wiseau.

Nominato agli Oscar per la sceneggiatura non originale.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Haggis è un buon regista e un ottimo sceneggiatore e, cosa più importante, è capace di essere entrambe le cose contemporaneamente senza creare sbilanciamenti. Ricoprire due ruoli così primari nella creazione di un film comporta un rischio spesso sottovalutato. Un po’ come dirigere e interpretare insieme. O sei veramente bravo, o viene fuori una sbrodolata di ego.

Con Third Person Haggis ritorna a quello che gli è più congeniale e che fa emergere al meglio la sua capacità di fusione dei due ruoli. Ritorna alla struttura di Crash – Contatto fisico (Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2006).

Storie parallele, totalmente scollegate, almeno in apparenza.

Punti di contatto che sembrano emergere in modo accidentale.

Vite che si intrecciano, si sovrappongono, si confondono.

E un quadro finale che prende vita e corpo solo negli ultimi perfetti istanti di rivelazione.

Ho amato moltissimo questo film.

E trovo irritanti e riduttivi i maldestri tentativi di riassumerne la trama che si trovano un po’ dappertutto sui siti di programmazione cinematografica e che riducono il tutto a qualcosa che suona un po’ tipo “tre storie d’amore che si intrecciano”.

No. Non è vero.

Non sono storie d’amore. C’è tanto in questo film, ma di amore ce n’è poco.

Ci sono relazioni. Relazioni che sono tutto tranne che espressione di amore.

Colpa, rimorso, rabbia, sogni spezzati.

Desideri di rivalsa e fantasmi a cui bisogna dare un nome perché se ne possa parlare. Posti da cui fuggire e nascondigli in cui rifugiarsi.

Sono storie di segreti, verità sepolte e ferite che continuano a sanguinare nel profondo delle viscere, dove nessuno può vederle, dove nessuno può immaginarle, vestite di un abito rosso firmato, celebrate da centinaia di rose bianche.

Sussurri che perseguitano attraverso lo spazio e il tempo e distanze che si annullano in finestre temporali destinate a cedere.

Guardami.

Tre città. Parigi, New York, Roma.

Ma la distanza geografica è solo un pretesto. Una cornice.

E questo direi anche che è un bene perché, se voglio proprio essere onesta, un piccola pecca questo film ce l’ha. E per quanto faccia ostinatamente finta di dimenticarmela – perché, davvero, ho adorato il film – rimane comunque lì, latente, ai margini del campo visivo, a disturbarmi la contemplazione dell’insieme. E la pecca è, manco a dirlo, Roma. Cioè, non Roma in sé, ci mancherebbe. Roma (e l’Italia) rappresentata come succede sempre quando veniamo rappresentati da qualche regista straniero. L’Italia ridotta a nient’altro che un triste stereotipo di superstizioni dozzinali, arretratezza e ignoranza bifolca. Il tutto peraltro perfettamente incarnato dal personaggio del barista burino interpretato da Scamarcio. Che però risulta persino esagerato. Per dire, neanche il peggio tamarro ignorante caprone del più remoto paesino dimenticato dalla storia avrebbe bisogno di un americano per sapere che la birra si beve fredda.

Segue momento di sconforto.

In definitiva la parte italiana si salva perché è italiana solo di ambientazione e, tolto un primo pezzo, coinvolgendo insieme ad Adrien Brody, il personaggio di una zingara, assume tratti piuttosto impersonali e tecnicamente riciclabili un po’ dovunque.

Però mentirei se dicessi che non ho patito questo scivolone un po’ meschino di Haggis. Una grezzata che non mi sarei aspettata da un regista del suo livello.

Ciò detto, il film rimane ottimo e la costruzione – impeccabile in ogni minuscolo dettaglio e in ogni più sottile sfumatura – culmina in un finale che amplifica la bellezza struggente di tutto l’insieme, perfetto quanto inaspettato.

Ogni particolare ha un preciso significato. Ogni storia può e deve essere raccontata. Ogni vita può essere una o infinite storie.

Cast di altissimo livello, con Liam Neeson e Olivia Wilde per la parte parigina, Mila Kunis, James Franco e Maria Bello a New York, Adrien Brody e Moran Atias a Roma. Piccola parte anche per Kim Basinger.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Ricostruire la bibliografia completa (e soprattutto priva di strafalcioni) di tutte le storie ambientate nella terra di Oz è impresa più ardua di quello che potrebbe sembrare, anche volendosi limitare alle sole opere di L.F. Baum, che del Meraviglioso Mondo è il creatore.

Qui potete trovare a grandi linee (è una voce da verificare per molti aspetti, ma per dare un’idea può andare) l’elenco dei libri principali, a partire dai quattordici di Baum, nucleo di partenza.

Mi sembra quindi logica conseguenza che, con una così vasta scelta di materiale a cui attingere, la Disney sia riuscita a fare un film genericamente tratto “dalle opere di L.F. Baum” ma che di fatto non è la trasposizione di nessun libro in particolare – sempre che non abbia preso una colossale cantonata, in tal caso, si apprezzano segnalazioni.

No, scherzi a parte, davvero, mi sta sorgendo il dubbio che quello di Oz sia il regno più movimentato della letteratura fantastica, sia dal punto di vista delle vicende sia dal punto di vista del traffico di autori che vi ha messo mano in una forma o nell’altra.

Esaurite le questioni di ordine filologico, resta comunque un giudizio positivo sul film – si può dire quel che si vuole, ma è un dato di fatto che la Disney rappresenta una garanzia dal punto di vista delle trame. Poi si può stare a discutere di quanto siano standardizzate e/o moraleggianti, ma comunque funzionano.

Probabilmente in vista di un futuro remake de Il Mago di Oz, quello della vicenda classica di Dorothy (tratto dal primo libro Il Meraviglioso Mago di Oz, 1900) – che, per inciso, è sempre stato tra le mie fiabe preferite fin da piccola – ci troviamo qui di fronte ad una sorta di prequel dove si racconta di come Oz sia diventato il mago e sovrano del regno che porta il suo nome.

Anche in questo caso si parte dal Kansas – terra che per me, quando ero bambina, è sempre stata fiabesca e irreale quanto il regno di Oz, non avendo io alcuna percezione concreta dell’esistenza né dell’una né dell’altro – dove Oz – diminutivo di Oscar – è un mago da fiera imbroglione, dongiovanni e dallo scarsissimo successo.

Anche in questo caso arriva un uragano che coglie Oz mentre è in fuga su una mongolfiera e lo trasporta nel regno.

Da qui partono una serie di vicende che, per quanto al di fuori del canone, si integrano bene con gli aspetti più noti della vicenda di Dorothy e spiegano la storia dei personaggi che vi prenderanno parte. Oltre a capire come Oz diventa il Mago di Oz, vediamo chi erano in origine le streghe cattive dell’Est e dell’Ovest, così come la strega buona del Sud.

Molte delle creature sono quelle che già si conoscono. C’è una scimmia alata, c’è una fugace apparizione di un leone incidentalmente definito codardo e ci sono spaventapasseri animati.

Bellissimo inoltre il personaggio della bambina di porcellana.

Nei panni di Oz c’è James Franco, che se la cava bene, con un personaggio che è molto più autoironico di quanto non sembri ad una prima occhiata.

Le streghe. Mila Kunis – oltre ad essere bellissima, ma questo è un commento poco tecnico – interpreta Theodora, che, se all’inizio mi ha lasciato qualche perplessità perché sembra un personaggio fin troppo svampito, si riscatta ampiamente con un’evoluzione inaspettata.

Rachel Weisz – anche lei bella e brava come sempre – veste i panni di Evanora e per Glinda c’è Michelle Williams, che avrà pure interpretato Marilyn ma a me continua a non piacere granché. Non che reciti male, ma in questo caso il suo aspetto rende forse un po’ troppo stucchevole il personaggio.

La regia è di Sam Raimi e le musiche di Danny Elfman.

Visivamente è molto bello e molto ben fatto. Si sono sbizzarriti a dar vita a creature e ambientazioni un po’ prese dai testi e un po’ – almeno così mi pare – elaborate ad hoc. Anche il 3D ci sta bene. E’ divertente e ben sfruttato – con un paio di scene dove ti ritrovi un bestio non meglio identificato che ti salta fuori all’improvviso davanti al naso facendo fare un salto ai bambini presenti in sala. E ovviamente alla sottoscritta.

Morale. Andate a vederlo.

Per quel che mi riguarda, ogni volta che rientro per qualche motivo in contatto con il Mondo di Oz, mi riprende la fissa, per cui parto a caccia di libri e film che non ho visto o che ho visto anni addietro. Ergo, probabilmente seguiranno sviluppi sul tema.

Cinematografo & Imdb.

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