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Archive for the ‘S. L. Jackson’ Category

I supereroi secondo Shyamalan.

Terzo capitolo di una trilogia che si è realmente palesata come tale solo alla fine di Split (2017), con l’ammiccamento a David Dunn – Bruce Willis di Unbreakable (2000) – Glass arriva a scoprire le carte e chiama le cose con il loro nome.

Non sono personaggi speciali o personalità particolari.

Stiamo parlando di supereroi.

Sì, proprio quelli dei fumetti.

David Dunn, Kevin Wendell Crumb (James McAvoy di Split) e Elijah Price (Samuel L. Jackson, anche lui in Unbreakable) si ritrovano per motivi diversi rinchiusi in uno strano ospedale psichiatrico, sottoposti alle insolite cure della dottoressa Staple, specializzata – stando a quanto afferma – in un particolare tipo di patologia. Una mania di grandezza che induce il malato a ritenere di avere poteri sovrannaturali. Insomma a credersi un supereroe.

David Dunn ha una forza e una resistenza fuori dal comune e con un semplice tocco riesce ad individuare i malvagi.

Kevin ha dentro di sé un’Orda di personalità e tra (e sopra) di esse c’è la Bestia, feroce, vendicativa e dalla forza sovrumana.

Elijah Price è Mr. Glass, l’uomo di vetro. Le sue ossa si spezzano alla minima pressione ma la sua mente è in grado di manipolare situazioni e persone.

Le strade dei tre sembrano quindi essersi incrociate per un motivo. Prendersi la loro rivalsa e provare al mondo la propria esistenza.

Quello che sembra un action lievemente sopra le righe scivola gradualmente in una struttura che è riflesso quasi perfetto dell’impianto del fumetto.

Quasi perché, come sempre, Shyamalan ci mette del suo e sposta, anche se di poco, l’asse della prospettiva. Quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo.

E quindi abbiamo quasi tutti gli elementi principali del canone.

Abbiamo l’origine degli eroi e la nascita dei loro poteri e dei loro punti deboli.

Abbiamo gli antagonisti e la lotta per l’identità.

Il tutto con tanto di ammiccamenti didascalici – non proprio uno sfondamento della quarta parete ma quasi – a puntualizzare quello che sta prendendo forma davanti agli occhi dello spettatore: una storia di origine.

Shyamalan si muove bene nell’universo nerd e come sempre, centra il bersaglio con un film divertente, appassionante e assolutamente originale, non tanto per i contenuti in sé quanto per la loro forma.

Ottimo tutto il cast, con una menzione speciale per McAvoy che supera veramente se stesso.

Mentre in Split l’alternarsi delle personalità era quasi sempre intervallato in scene distinte, qui i cambi, oltre che essere più numerosi, sono anche continui e repentini. Nel corso di uno stesso monologo McAvoy cambia un numero sconcertante di personalità, mimiche facciali e fisiche, voci, espressioni, consistenze regalando un incredibile pezzo di bravura che – nel caso ce ne fosse bisogno – anche da solo varrebbe tutto il film.

Particina anche per Anya Taylor-Joy, anche lei ripresa da Split.

Molto consigliato anche questo.

Cinematografo & Imdb.

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E via, alziamolo un po’ il livello di questo blog.

Ebbene sì, Xander Cage, campione di sport estremi, riluttante ex agente governativo arruolato segretamente per missioni fuori dal comune, è tornato, e decisamente in grande stile.

Questo terzo capitolo di una saga che pareva morta ancora prima di essersi identificata come tale, non solo non delude ma è parecchio al di sopra delle aspettative.

Ok, la tipologia è sempre quella tecnicamente definibile come tamarrata di alto livello, ma tralasciando le ovvie puntualizzazioni e gli snobismi di genere, va detto che noi xXx si è andati a vederlo perché si vuole bene allo zio Vin, perché si vuole ancora più bene allo zio Dom (Dominic Toretto di Fast&Furious per chi stesse brancolando sperduto nei riferimenti), perché comunque ci si ricordava di Asia Argento nel primo film e anche un po’ perché il nome di Augustus Gibbons vale da solo il prezzo del biglietto. Però, tolte queste dubbie ragioni, le aspettative erano un po’ della serie, speriamo che sia figo ma probabilmente sarà mediocre.

E invece è proprio figo.

Terzo cambio di regia, qui entra in scena D.J.Caruso che, al di là del nome che non si può sentire, risulta particolarmente a proprio agio con la materia e fa una serie di scelte intelligenti che non solo portano alla fine un buon film ma ricompongono i pezzi dei capitoli precedenti dando effettivamente corpo e consistenza a una serie degna di tal nome e, soprattutto, riabilitando anche un po’ il secondo capitolo – quello con Ice Cube – al tempo risultato piuttosto insipido.

Cambia un po’ l’impostazione. Non che prima i toni fossero serissimi ma qui si vira decisamente sull’autoironico, con battute e riferimenti che fioccano a destra e a manca.

Scelta commerciale per richiamare e parodiare i vari gruppi di supereroi fumettosi? Senza alcun dubbio. Ma non per questo meno riuscita.

E proprio sul gruppo si punta, oltre che ovviamente, sul catalizzatore Xander Cage. Creando una cricca di eroi volutamente e ostentatamente fuori dal canone – condizione che è poi una sorta di canone essa stessa, ma va bene così perché, in definitiva, funziona.

Divertente, esagerato (sulle forzature acrobatiche ho avuto solo un paio di perplessità all’inizio, poi tutto sommato l’incredulità rimaneva sospesa senza troppe proteste), e con una trama senza eccessive pretese ma di adeguato supporto all’azione.

Vin Diesel invecchia ma non lo dà troppo a vedere e mantiene bene il tono del personaggio – nel quale, peraltro, porta non pochi tratti del Toretto di F&F – anche se non escludo di essere io a vederceli perché sto riguardando i suddetti F&F per arrivare preparata all’ottavo capitolo e all’entrata in scena di Charlize Theron – cosa sulla quale mi dilungherò prossimamente.

Nel cast, oltre a Samuel L. Jackson – il Gibbons di cui sopra – anche Toni Colette, in un ruolo particolarmente riuscito.

Nel gruppo di questi avengers degli sport estremi, degne di nota sono, manco a dirlo, le due gnocche di turno, che oltre ad essere gnocche sono anche dei personaggi interessanti, Adele (la mia preferita e non solo perché ha i capelli verdi) – Ruby Rose – e Serena – tale Deepika Padukone.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dall’omonimo libro di Ransom Riggs di cui ho parlato qualche tempo fa QUI.

Dapprima ho aspettato con trepidazione questo film, poi, una volta addentratami nel secondo libro della trilogia di Riggs, ho iniziato ad avere qualche timore. Dei restanti libri parlerò più diffusamente in seguito, per ora basti dire che, man mano che si procede, gli sviluppi non si dimostrano all’altezza dell’originalità delle idee di partenza. Motivo per cui ho iniziato a temere che la trasposizione in film, con gli ovvi tagli che comporta, causasse la nascita di ulteriori buchi di trama qua e là.

Detto ciò, il film di Burton si è rivelato invece una sorpresa.

Piuttosto fedele per circa metà abbondante, da un certo punto in poi prende decisamente un’altra direzione, col risultato che, nella maggior parte dei casi, le buone idee alla base del libro vengono utilizzate in modo più proficuo e creativo.

Dopo la morte improvvisa del nonno in circostanze poco chiare, il giovane Jacob si trova a dover scegliere se seguire le strane indicazioni che il vecchio gli ha lasciato in eredità, o rassegnarsi a liquidarle come stramberie dovute all’età, come vorrebbe il resto della sua famiglia.

Jacob tenta di assecondare i suoi ma al tempo stesso non si dà pace e riesce a farsi portare dal padre su una piccola isoletta del Galles dove, secondo i racconti del nonno, dovrebbe trovarsi la casa dei bambini di Miss Peregrine.

Ma chi è Miss Peregrine? E com’è possibile che sia ancora viva dopo tutti questi anni? E i bambini, al tempo compagni del nonno? E i mostri? Sono solo i nazisti o sono anche qualcos’altro?

Strane storie emergono dall’infanzia di Jacob e prendono forma attraverso le nebbie del Galles. La realtà è molto più articolata di quanto si fosse mai aspettato. E anche molto più pericolosa.

Visivamente curatissimo e pieno di dettagli originali, Miss Peregrine è forse un po’ diverso dal Burton gotico a cui siamo abituati e, per alcuni versi, è forse un po’ più per ragazzi. Cionondimeno, rimane un bel film, divertente, misuratamente ammiccante al macabro da fiaba e coinvolgente.

Apprezzabile anche la scelta di un finale chiuso. Certo, la strutturazione dei personaggi fornisce spunti per altre possibili avventure, ma la storia in sé rimane chiusa e completa.

Viene ripreso anche il gioco delle fotografie, presente nel libro, anche se in questo caso le fotografie sono ovviamente rielaborare per adattarle agli attori.

Eva Green, manco a dirlo, è meravigliosa.

Nel cast anche Judy Dench e Samuel L. Jackson.

Bellissimi i Vacui, molto più fighi di quanto me li fossi immaginati leggendo.

La tipologia di figura ricorda un po’ la versione del Crooked Man di Conjuring 2, il che mi fa venire in mente che forse il richiamo comune sia qualche figura della tradizione anglosassone ma al momento non ho trovato nulla. Dovrò approfondire.

Cinematografo & Imdb.

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Ritorniamo alle buone abitudini.

Questo arriva in Italia il 21 aprile.

Prima di dire qualsiasi cosa, si prega di ricordare che io (insieme al regista e ad un altro paio di persone in tutto) avevo adorato il primo Cloverfield.

Questo esce il 12 maggio.

E sì, c’è Maggie dei Walking Dead.

Questo arriva il 28 luglio e spero tantissimo che abbiano continuato sulla scia del secondo, che era veramente ben fatto, meglio del primo.

E poi c’è questa cosa qui…

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Che non si capisce quando debba uscire ma promette bene. Negli USA è previsto per il 2016 e da noi forse se ne parla a inizio 2017.

Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Il cast replica il binomio riuscito di 1408 con John Cusack e Samuel L. Jackson.

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Tre candidature: miglior attrice non protagonista per Jennifer Jason Leigh, miglior colonna sonora per Morricone e miglior fotografia per Robert Richardson, che punta così alla sua quarta statuetta.

L’ottavo film di Quentin Tarantino, come viene diligentemente ricordato anche da trailer e titoli di testa, non delude le aspettative ed è…tarantinosissimo.

E’ nuovo, perché, nonostante abbia già sfruttato l’ambientazione western, si diverte a sperimentare un’impostazione teatrale per lui inedita, ed è intrinsecamente e inconfondibilmente suo nei metodi, nelle trovate e nelle autocitazioni.

Un emporio nel nulla profondo del Wyoming. La guerra civile finita da poco.

Una bufera di neve che impedisce di viaggiare e una diligenza costretta a fermarsi.

A bordo della diligenza ci sono due cacciatori di taglie, uno, il #1 Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), nero, ex ufficiale dell’esercito nordista, l’altro, #2 John Ruth il Boia (Kurt Russel) bianco, con la sua taglia viva incatenata al polso.

La prigioniera è Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) e vale diecimila dollari.

Insieme a loro viaggia, per una serie di fortuite circostanze, #3 Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente sceriffo della cittadina di Red Rock, che tutti stanno cercando di raggiungere.

A guidare la diligenza c’è #4 O.B. (James Parks).

Tappa obbligata dunque all’emporio di Minnie. Ma Minnie non c’è.

C’è però #5 Bob (Demiàn Bichir), un messicano che la sostituisce.

E ci sono degli altri viaggiatori, anche loro bloccati dalla tormenta.

Un veterano sudista, #6 Generale Sanford Smithers (Bruce Dern), #7 Oswaldo Mobray (Tim Roth), un boia, e #8 Joe Gage (Michael Madsen), che sta andando a trovare la mamma per Natale.

La porta si chiude (seppur con qualche difficoltà). La scena è completa.

L’impostazione, come si diceva, è quella di una pièce teatrale.

Un po’ dieci piccoli indiani, anche se solo in apparenza.

Dialoghi fittissimi e retroscena che gradualmente prendono forma.

Tutti hanno una storia che li ha condotti lì.

Non tutti dicono la verità sul perché sono lì.

Suddivisione per capitoli e intervallo in mezzo che divide nettamente un primo e un secondo atto.

La prima parte è costruzione. La seconda parte è sangue.

C’è del caffè sulla stufa e una partita a scacchi lasciata a metà.

C’è una lettera di Abramo Lincoln e una guerra civile che riprende forma nello spazio angusto dell’emporio.

Tanto sano odio per i razzisti schifosi, sparatorie in stile Le Iene e molte altre gratificanti autocitazioni. Sangue abbondante e anche questo in stile Quentin, da Pulp Fiction a Kill Bill. Non è propriamente splatter, quello di Tarantino, è una sua declinazione del macabro che ha sempre molto di ironico.

Veloce, cattivo, geniale, divertente. Non ti lascia tirare il fiato neanche un secondo.

Jennifer Jason Leigh è fantastica nel suo ruolo di donnaccia bastarda che ne passa di tutti i colori (Quentin non è contento se non massacra un po’ le sue attrici). Si merita in pieno la candidatura e non mi dispiacerebbe se vincesse.

La colonna sonora di Morricone…mah. Ci ho fatto particolarmente caso proprio perché sapevo che era di Morricone e che era candidata, ma onestamente non mi ha esaltato in modo particolare. Bella, certo, ma non così memorabile, ecco. Mi sa più di riconoscimento alla carriera (il secondo peraltro, visto che l’Oscar alla carriera vero e proprio l’ha ricevuto nel 2007) con particolare significato per il fatto che questa colonna sonora è stata composta appositamente per Tarantino (che di solito riciclava brani di Morricone di altri film).

Ruoli minori anche per Channing Tatum e l’immancabile Zoë Bell.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Ma quanto ci piacciono questi Avengers. E dire che mi rammaricavo che in questo secondo capitolo non ci fosse Loki. Ad essere onesta mi è piaciuto anche più del primo.

Sulla saga di Ultron originale del fumetto non sono ferratissima ma a quanto sento in giro da chi ne sa, pare che il tutto sia stato reso in modo più che soddisfacente in termini di fedeltà.

Di certo c’è che alcune scene di combattimento, per impostazione e costruzione, sembrano la trasposizione animata di alcune tavole Marvel e la cosa già di per sé è oltremodo gustosa. Quelle tavole fitte, dense di azioni e particolari in ogni angolo, di quelle che devi stare a spulciartele con una lente di ingrandimento per cogliere davvero tutti i dettagli e i riferimenti.

Il fatto che sia un secondo capitolo offre la possibilità di giocare su tutta una serie di dinamiche interne consolidate tra i vari personaggi che Whedon sfrutta bene, mantenendo il giusto equilibrio. Le battute sono divertenti e in certi momenti si ride anche di gusto, ma non si scade mai nel caricaturale e non si smette mai neanche per un momento di prendere sul serio quel che sta succedendo. Quel tanto che basta di autoironia proprio per evitare il caricaturale, in un senso e nell’altro.

Il tutto con il supporto di un cast ormai definitivamente consolidato nei panni dei vari supereroi. Rischio di rovinarsi la carriera finendo associati irrimediabilmente a un eroe mascherato? Via facile per adagiarsi su guadagni sicuri con relativamente poco sforzo? Forse. Ma forse anche no.

Tolto Chris Evans, che effettivamente è l’unico un po’ incastrato nel ruolo di Capitan America – e che lo è perché, diciamo la verità, non sa fare poi molto altro, con quella sua monoespressione da bellimbusto – gli altri sono tutti attori che nulla tolgono alle loro carriere e alle loro capacità pur avendo acconsentito all’associazione con una figura Marvel. Insomma, speculazione che lascia un po’ il tempo che trova.

New entry in questa allegra combriccola che, manco a dirlo, si trova per l’ennesima volta a salvare il mondo, Paul Bettany, nel ruolo di Jarvis/Visione, cosa che non può che rendermi felice, vista la mia pluriennale adorazione per Jarvis, le cui radici affondano in aneddoti che ho ancora il buon gusto di risparmiare ai più.

Altre new entry sono Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen, nei ruoli dei gemelli superpotenziati, lui Quicksilver, lei Scarlet Witch – per inciso, personaggio fighissimo.

Piccola parte per Thomas Kretschmann nei panni del cattivo della parte iniziale che, tra le altre cose, è stata girata in Italia al Forte di Bard.

Altra curiosità, nella versione originale, la voce di Hulk è quella di Lou Ferrigno, il vero Incredibile Hulk del telefilm.

Effetti speciali spettacolari e abbondanti – non l’ho visto in 3D ma non penso avrebbe poi aggiunto granché; scene d’azione lunghe, articolate, complesse; ritmo velocissimo e trama ben strutturata secondo le logiche di coerenza interna da fumetto – prima o poi dovrò mettermi seriamente a ripassare tutte le varie diramazioni dei crossover Marvel tra Avengers e singoli fumetti.

Divertente. Se piace il genere è assolutamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Che Capitan America non sia mai stato tra i miei supereroi Marvel favoriti è cosa nota ai più.

Al di là dell’istintiva diffidenza che mi ispira, più o meno consciamente, l’incarnazione potenziata del patriottismo americano, ho sempre mal sopportato quel costumino da Superman a stelle e strisce e quello scudo che, in quanto a pacchianeria, è appena un mezzo punto sotto al mantello di Thor.

Ragion per cui, una volta visto il primo film nel 2011 non mi sono sentita particolarmente motivata ad andare a vedere anche il secondo al cinema.

L’ho recuperato la scorsa settimana in dvd, anche perché ha una candidatura agli oscar per gli effetti speciali e siccome sono in piena fase di visioni compulsive pre-cerimonia, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di depennare un altro titolo dalla lista dei candidati che mi porto sempre diligentemente appresso (per la serie, le cose che se anche uno non le dice fa lo stesso, aka, prove generali di squilibrio mentale).

Il risultato è stato che, alla fine, non mi è poi dispiaciuto, questo Winter Soldier. Ok, continuo a non strapparmi i capelli dall’entusiasmo però nel complesso non è male.

Da cosa comincio? Dall’elenco dei brontolii per le cose che non mi sono andate a genio o dagli aspetti validi?

Boh, facciamo che parto con le lamentele.

La prima è banale ma non ci posso fare niente. Chris Evans non mi garba proprio. E ho un bel ripetermi che alla fin fine quel suo aspetto da sano ragazzone americano è anche adatto al ruolo, sta di fatto che continua a non piacermi. E comunque il Capitan America della Marvel era sì un bellimbusto palestrato in perfetto stile USA, ma di certo non aveva un’espressione così vacua.

Poi. Nick Fury interpretato da Samuel L. Jackson è figo per il film, però continuo a dire che è un tantino snaturante rispetto al personaggio del fumetto.

Il Winter Soldier. Bucky. Quando ho visto che a interpretarlo era Sebastian Stan ero anche contenta. Peccato che risulti piuttosto sprecato. Fisicamente fedele al personaggio originale, dal punto di vista della caratterizzazione non gli viene praticamente lasciato spazio. Sì, Capitan America lo riconosce e per circa due secondi mostra incredulo disorientamento e afflizione per il compagno perduto ma non si va più in là di così. Viene ripetuto più volte che oddio è Bucky! per far passare il concetto, però, a parte questo, è poco più di un tizio con un braccio di ferro che mena a destra e a manca.

Probabilmente a causa della patologica esigenza dei film Marvel di lasciare aperte e sospese più strade possibili per preparare il terreno per il maggior numero possibile di seguiti, il risultato è stato la totale mancanza della dinamica relazionale tra Steve e Bucky. Si intuisce che probabilmente darà origine a futuri sviluppi, ma non sarebbe stato male sprecare un paio di battute in più anche qui.

Fine delle lamentele.

No.

Aspetta.

Ancora una.

Con quel cavolo di scudo sulla schiena, la sagoma di Capitan America mentre combatte sembra quella di una Tartaruga Ninja.

Adesso ho finito davvero.

Dicevo prima, nel complesso è comunque un buon film. E, a ben vedere, è anche più fedele del primo allo spirito originale del fumetto.

La trama è complessa e ben articolata. Mentre nel primo capitolo avevamo i classici schieramenti buoni/cattivi senza ombre e senza sfumature, qui l’intreccio si fa più sottile. Il nemico è nascosto nel cuore dell’America e non si sa più con certezza di chi ci si possa fidare.

Impostazione da spy story degli anni Settanta – quasi uno 007 in versione supereroe – con la partecipazione di un attore in qualche modo, a sua volta simbolo degli anni Settanta come Robert Redford.

Scene d’azione coinvolgenti e ben costruite – la sequenza del tentativo di attentato a Fury è fighissima.

Ritmo veloce, struttura coerente, solida e senza cali di tensione.

Ben connotati i personaggi della Vedova Nera – sempre Scarlett Johansson, anche se qui un pochino più tirata e decisamente non al massimo della forma – e Falcon – che sì, è parecchio diverso rispetto al fumetto ma resta un gran bel personaggio sotto tutti i punti di vista.

Ben piazzati i numerosissimi riferimenti agli Avengers, al ruolo di Stark e alle sue varie implicazioni.

E bello anche il finale (ovviamente) aperto – anche se, come dicevo prima, è forse costato qualche sacrificio di troppo in termini di approfondimento del povero Winter Soldier.

Per la cronaca, dei candidati per gli effetti speciali mi manca solo I Guardiani della Galassia ma tanto il mio Oscar va subito e senza indugio a Interstellar.

Cinematografo & Imdb.

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1408

Stephen King è una di quelle cose a cui devo tornare periodicamente, in una forma o nell’altra. Non c’è molto da fare oltre a prenderne atto. Ci sono ancora molti suoi titoli che non ho letto ma tendenzialmente cerco distribuirli più o meno uniformemente in mezzo ad altri autori, un po’ per evitare di diventare compulsivamente monotematica, un po’ perché mi piace la sensazione di avere ancora una consistente scorta di sue storie.

Nel 2007, quando, è uscito al cinema, 1408 è passato piuttosto inosservato. Ricordo di aver appena fatto in tempo a notare che c’era un film tratto da King che era già sparito dalle sale. Tant’è che per un certo periodo non mi sono neanche preoccupata di recuperarlo.

Tratto da un racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, 1408 invece è fatto maledettamente bene.

Piuttosto fedele nell’impostazione della trama e del contesto, il film si distacca sensibilmente per quel che riguarda quel che avviene all’interno della camera, senza che però questo tolga qualcosa all’equilibrio della storia.

Ora, il racconto l’ho letto veramente molto tempo fa ma la differenza principale mi par di ricordare che risieda nel fatto che l’orrore che vive Mike nel libro è molto più mentale di quello che poteva essere rappresentato visivamente.

Nel film c’è ovviamente sempre la dimensione assolutamente allucinatoria di tutto quello che succede ma sono stati inseriti ex novo diversi espedienti più legati alla macabra storia della camera e, inoltre, viene sfruttato egregiamente lo sfasamento dei piani fisici, delle diverse dimensioni. Il che fornisce molta più libertà di movimento, proprio da un punto di vista prettamente scenografico, pur rimanendo confinati nei limiti di una stanza d’albergo.

John Cusack, ingrassato (non si sa se per il film o meno) e sciatto, è particolarmente adatto al ruolo di Mike Enslin, con il suo atteggiamento disilluso, cinico e assolutamente poco empatico, con la sua volontà di non credere a niente di sovrannaturale che viene progressivamente costretta a capitolare di fronte agli eventi.

Forse un po’ sopra le righe Samuel L. Jackson nei panni del direttore Olin, ma niente di particolarmente fuori luogo.

Ottima la costruzione della situazione, pochi tonfi dell’audio e forse anche pochi spaventi improvvisi – a parte la scena della finestra-specchio, ecco, lì credo di essere morta – ma una costante e crescente sensazione di terrore che regge per tutto il tempo di permanenza di Mike nella camera. E’ un film incredibilmente angosciante.

In definitiva, se pure il filone delle camere d’albergo maledette è più che inflazionato e se pure King stesso pareva aver già detto tutto quello che poteva dire sull’argomento con Shining, questo 1408 merita decisamente una visione.

Cinematografo & Imdb.

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Tarantino è sempre Tarantino. E per fortuna, direi.

Non sono mai stata grande cultrice di western – spaghetti o meno – ma non ho avuto il minimo dubbio sul fatto che il caro vecchio zio Quentin avrebbe reinterpretato a suo modo anche questo genere.

Siamo negli Stati Uniti del Sud, negli anni prima della Guerra Civile. Uno schiavo liberato (Jamie Foxx – Django) e un dentista tedesco cacciatore di taglie (Christoph Waltz – Dott. Schultz) si uniscono dapprima per portare a termine un lavoro per il Dottore e poi per liberare la moglie di Django, schiava nella grande e famigerata piantagione di Candyland.

Il film è diviso nettamente in due parti. La prima è un continuo crescendo, sia dal punto di vista dell’azione sia per il susseguirsi di svariate situazioni paradossali ed estremamente divertenti (il personaggio di Waltz è qualcosa di geniale e la scena dei cappucci, tanto per dirne una, mi ha veramente fatto morire dal ridere).

Poi si arriva ad un punto di svolta, improvviso. Talmente repentino che per un attimo ho pensato che volesse essere una conclusione e mi son detta se lo fa finire così lo odierò per il resto dei miei giorni.

Per fortuna però prosegue, e ci si addentra nella seconda parte. Meno spassosa, forse non più violenta ma sicuramente molto più cattiva. L’ironia rimane ma vira sul pulp ed è assolutamente spietata.

Cast perfetto. Jamie Foxx avrebbe quasi meritato una candidatura all’oscar. Christoph Waltz invece la nomination l’ha (meritatamente) ricevuta ma difficilmente vincerà dopo aver già vinto con Inglorious Basterds nel 2009. Di Caprio è molto bravo e molto antipatico nel ruolo di Mr Candie e un giorno o l’altro dovrò parlare seriamente di questo attore che, davvero, è tra i migliori che ci siano attualmente in circolazione. E nei panni dello schiavo Stephen c’è Samuel L. Jackson che merita tutto quel che di buono si può dire.

Tra gli interpreti secondari (anche se in questo caso sarebbe meglio parlare di comparsa) c’è anche Zoe Bell (vedere la voce Grindhouse – Death Proof).

E c’è Tarantino stesso, che si ritaglia sempre una piccola parte e che a me fa ridere a prescindere.

Tantissime come sempre le citazioni di altri film, primo fra tutti ovviamente Django di Sergio Corbucci (1966) omaggiato anche con la presenza nel cast di Franco Nero; e poi Mandingo di Richard Fleischer (1975), tanto per menzionare i due principali. Non manca una consistente dose di autocitazioni, che tanto piacciono al regista e forse ancora di più ai suoi fan che vanno a caccia di riferimenti e dettagli. Sparatorie che ricordano Le Iene, battutacce a non finire sugli americani e i soliti litri di sangue che schizzano ovunque – anche se non si può parlare di splatter dal momento che, a parte un bel po’ di rosso, non si vede niente di particolarmente cruento.

Immancabile anche una certa quantità di polemiche. Da parte di quelli che non hanno capito che non è un film storico e commentano piccati la non plausibilità del personaggio. O peggio, si sentono offesi. Che è una cosa che succede puntualmente con i film di Tarantino. C’è sempre qualcuno che si offende per qualcosa. Per principio. Nel caso specifico, Spike Lee ha dichiarato (twittato per l’esattezza) che assolutamente non andrà mai a vedere questo film perché sarebbe “disrespectful to my ancestors.” e aggiunge “American Slavery Was Not A Sergio Leone Spaghetti Western. It Was A Holocaust. My Ancestors Are Slaves. Stolen From Africa. I Will Honor Them.”

Tarantino ha dichiarato di non avere intenzione di perdere tempo su questa critica. E io mi raccolgo le braccia che mi sono cascate per averla letta.

Cinematografo & Imdb.

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