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Archive for the ‘C. Affleck’ Category

Ispirato ad una curiosa vicenda di cronaca e basato principalmente sulla ricostruzione che di questa vicenda fornì un articolo di David Grann apparso sul New Yorker del 27 gennaio 2003, Old Man and the Gun pare proprio che sarà l’ultimo film di Robert Redford.

E, tutto sommato, direi che come conclusione non è male.

Forrest Tucker è un distinto gentiluomo di una certa età, dai modi cortesi e dall’aspetto impeccabile.

La sua attività consiste nel presentarsi in una banca e chiedere gentilmente alla cassiera, o a chi per lei, di riempire di soldi una borsa semplicemente limitandosi a puntualizzare di essere in possesso di una pistola.

Il tutto con molta calma, pacatezza e assoluta cortesia.

Altra attività di Forrest consiste nell’evadere dal carcere – o da qualsivoglia struttura in cui qualcuno provi a rinchiuderlo – per un totale di almeno 18 evasioni accertate – e riuscite.

Un inizio forse un po’ lento – con l’incontro casuale di Forrest e Jewel (una strepitosa Sissy Spacek), in cui il corteggiamento tra i due appare forse un po’ scontato e si trascina un po’ troppo per le lunghe – lascia gradualmente il posto ad un ritmo più dinamico man mano che si entra nel vivo della storia.

A dare la caccia Tucker c’è un ottimo Casey Affleck nei panni dell’investigatore John Hunt, che comincia a tracciare collegamenti tra una lunga serie di rapine che presentano forti analogie in tutti gli Stati Uniti.

Ne viene fuori una storia poliziesca dal sapore d’altri tempi, retrò e garbata come il protagonista stesso.

Redford è molto Redford. E’ inconfondibilmente se stesso ma la cosa non disturba più di tanto perché risulta comunque molto centrato sul personaggio. Nomination per lui ai Globe in categoria commedia/film musicale.

Lowery mantiene una regia pulita e una narrazione lineare e mette insieme un film leggero e gradevole.

Cinematografo & Imdb.

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Lee Chandler vive in uno squallido buco a Boston. Lavora come custode tuttofare e si occupa, sottopagato, di diversi condomini. E’ solitario, taciturno, scontroso e un po’ attaccabrighe.

La morte improvvisa di suo fratello Joe lo costringe a mollare tutto e a ripartire d’urgenza per la sua cittadina d’origine, Manchester by the Sea, appunto, nel Massachusset, dove Lee ha un nipote, Patrick, di cui si trova nominato tutore legale, e un passato ingombrante dal quale è già sfuggito una volta ma che sembra rimasto fermo negli anni, in attesa del suo ritorno per assestargli il colpo finale.

Lee si ritrova buttato indietro nel tempo, travolto da un misto di ricordi e di quotidianità, oppresso dalle incombenze pratiche della morte, con la documentazione da sbrigare e il funerale da organizzare, impacciato nell’entrare nella vita di suo nipote, con il quale deve trovare un equilibrio di convivenza.

Il film alterna il presente, con l’interazione da (ri)costruire con Patrick, a flash back sempre più dettagliati che restituiscono il quadro della vita di Lee con la moglie prima della separazione. Prima che lui se ne andasse. Prima di tutto quello che lo ha portato ad andarsene.

Nonostante la drammaticità di quasi tutti gli eventi narrati, Manchester by the Sea è un film a suo modo leggero e, forse anche per questo, estremamente toccante.

Si sorride, si ride, si piange e ci si lascia prendere dalla malinconia stanca dell’ottimo Casey Affleck (Lee), in un ruolo che di sicuro ha ragione di esser stato candidato.

Affleck non è tra i miei attori preferiti ma qui è innegabile che sia bravo a gestire la complessità di un personaggio che si svela gradualmente. Ho idea che il pessimo doppiaggio italiano sia dovuto al tentativo di riprodurre l’accento del personaggio di Lee ma dovrei rivederlo in originale per rendermi conto dell’effettivo lavoro di Affleck su voce e accento – che si intuisce benché non sia molto apprezzabile.

Un film delicato, equilibrato, diretto. Un film onesto, anche.

Nomination anche per Lucas Hedges, miglior attore non protagonista per il ruolo di Patrick, che dà vita ad un personaggio realistico e ironico, ottima spalla di Affleck nella costruzione di una dinamica relazionale umanissima, divertente e coinvolgente.

Candidata anche Michelle Williams nel ruolo dell’ex moglie di Lee, con poco più di due scene significative nel copione che però, davvero, bastano a farla schizzare rapidamente in cima alla classifica – della quale, pure, mi mancano un paio di titoli.

E poi regia, film, sceneggiatura.

Bellissima anche la fotografia – quasi tutto il film è stato girato a Gloucester, quello della Tempesta perfetta.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Cazzeggiando in attesa delle candidature agli Oscar – annunciate il 24 gennaio, se non ho preso cantonate – e cercando di colmare la lacuna di non aver speso neanche due misere righe sui Globes di quest’anno, cosa per la quale ci sentiamo pure un po’ in colpa.

Questo arriva il 26 gennaio. Non so bene cosa aspettarmi. E’ tutto un gran parlare per i 7 globes e per la Coppa Volpi della Stones. Sono sinceramente curiosa.

In uscita il 9 febbraio. Regia di Mel Gibson. Ha avuto anche Andrew Garfield candidato al Globe per miglior attore. Per la cronaca, io faccio il tifo per Andrew Garfield dai tempi di Boy A, tralasciando l’incidente-Spiderman. Trovo che sia cosa buona e giusta se arriva finalmente il suo momento di emergere.
Il film di per sé mi incuriosisce moderatamente. Quando c’è di mezzo Mel Gibson si è sempre un po’ a rischio overdose di patriottismo. Staremo a vedere.

Questo invece arriva il 16 febbraio e lo aspetto parecchio.
Globe come miglior attore a Casey Affleck – altresì noto come il-fratello-che-sa-recitare.

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Tralasciando il fatto che ho visto questo film in condizioni ai limiti del disagio, in una sala minuscola (non nel senso di piccola e carina da cinema d’essai, no, proprio solo piccola e scomoda) e con un proiettore di quelli che forse vent’anni fa andavano bene per vederci le diapositive (e che oltretutto era pure piazzato storto), dicevo, tralasciando il contesto, il film non è male.

Totalmente diverso da quello che lascia intendere il trailer, Il fuoco della vendetta è sostanzialmente un cast-movie, dove la statura e le doti di tutti gli attori coinvolti fanno passare in secondo piano una trama pur ben costruita ma non esattamente originale.

Tra atmosfere decadenti e post-industriali si colloca la storia di due fratelli, Russell (Christian Bale) e Rodney (Casey Affleck). Entrambi tirano avanti come possono ed entrambi hanno fantasmi con cui devono fare i conti.

L’America povera, la presenza costante della miseria e dello spettro incombente dell’Iraq.

Una storia di legami spezzati, più che di vendetta vera e propria. Legami che cedono e crollano sotto il peso insostenibile di eventi che non si possono fermare.

Cast di altissimo livello, dicevo, con un Bale che rende sempre al meglio in questi ruoli tristi, solitari, poveri e che riesce sempre ad essere incarnazione plausibile di un eroismo proletario non ostentato e, per questo, credibile. E poi sa piangere. Cosa che non è per niente scontata.

Il cattivo di turno è interpretato da Woody Harrelson e non c’è molto da dire se non che fa veramente paura. E’ esattamente il tipo di ruolo per cui è tagliato.

Molto bella la parte di Willem Dafoe, così come quella di Forest Whitaker, anche se forse è l’unico a risultare un po’ sprecato.

La trama di per sé non è nulla di originale. Niente che non si sia già visto e le dinamiche tra i personaggi si intuiscono in modo piuttosto chiaro già nel primo quarto di film. Ciò non toglie che risulti ugualmente coinvolgente e che sia da apprezzare il tentativo di Scott Cooper di conferire alla vicenda un taglio inconsueto presentando gli eventi in un ordine diverso da quello che ci si aspetterebbe da questo genere di film, procedendo in modo volutamente lento e costruendo una sorta di anti-climax su alcune scene decisive.

Cinematografo & Imdb.

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