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Archive for the ‘Carne e Sangue’ Category

stava lavorando all’orto di suo padre e pensava al proprio, un quadrato di granito polverizzato che aveva recintato e rastrellato nella parte più alta della proprietà di famiglia. Per prima cosa sarchiò i filari di fagioli del padre, poi strisciò fra i nodi e i ceppi de vigneto, legando di nuovo ai paletti i viticci ribelli con della ruvida corda marrone che secondo lui aveva esattamente il colore e la consistenza di un nobile sforzo destinato a fallire. Quando suo padre parlava di “ammazzarsi di lavoro per mantenersi vivi”, Constantine immaginava questa corda, ruvida e forte e grigiastra, elettrizzata dai suoi stessi fili vaganti, che avvolgeva il mondo in un goffo pacchetto riluttante a restare legato, proprio come i viticci che continuavano a liberarsi e guizzar fuori in estatiche inclinazioni verso il cielo. Occuparsi dei viticci era uno dei suoi compiti, ed era arrivato a disprezzarli e a rispettarli per la loro indomabile insistenza. Avevano una loro aggrovigliata vita segreta, una torpida volontà, ma sarebbe stato lui, Constantine, a pagarla se non fosse riuscito a tenerli ordinati e palettati. Suo padre aveva un occhio spietato, capace di scoprire un’unica pagliuzza cattiva in dieci balle di buone intenzioni.

Mentre lavorava, pensava al suo orto, nascosto sulla sommità della collina dal bagliore del sole, un metro quadrato, così inutile al futuro fermamente prestabilito da suo padre che lo aveva regalato a lui, il più piccolo, come un giocattolo. La terra del suo orto era poco più di un centimetro di terriccio intrappolato nel declivio roccioso, ma lui l’avrebbe fatta fruttificare con la sua determinazione e il suo lavoro e la sua forza di volontà. Dalla cucina di sua madre aveva trafugato dozzine di semi, di quelli che restavano attaccati al coltello o cadevano sul pavimento nonostante la sua attenzione a non macchiarsi del peccato dello spreco. Il suo orto era su un cocuzzolo di roccia riarsa dove nessuno metteva mai piede; se fosse cresciuto qualcosa, avrebbe potuto occuparsene senza dir niente a nessuno. E avrebbe potuto aspettare la stagione del raccolto e scendere trionfante con una melanzana o un peperone, forse anche solo un pomodoro. Sarebbe tornato a casa nel crepuscolo autunnale mentre sua madre serviva la cena a suo padre e ai suoi fratelli. Avrebbe avuto la luce alle spalle, vivida e dorata. Che avrebbe squarciato la penombra della cucina appena lui avesse aperto la porta. La madre, il padre e i fratelli si sarebbero voltati verso di lui, il cucciolo, da cui ci si aspettava così poco. Quando nel vigneto guardava dall’alto il mondo – i ruderi della fattoria di Papandreous, gli uliveti della Kalamata Company, il luccichio lontano della città – pensava che un giorno si sarebbe arrampicato sulle stesse rocce per vedere i verdi germogli spuntati nella sua macchia di terriccio. Il prete sosteneva che i miracoli erano frutto della diligenza e della fede cieca. Constantine aveva fede.

Ed era diligente. Ogni giorno prendeva la sua razione d’acqua, ne beveva metà e spruzzava il resto sui suoi semi. Questo era facile ma aveva anche bisogno di terra migliore. I pantaloni cucitigli dalla madre non avevano tasche, ed era quindi impossibile rubare manciate di terriccio dall’orto di suo padre e arrampicarsi poi oltre la stalla per le capre e sulla parete curva della roccia senza farsi scoprire. Rubava quindi nell’unico modo possibile, chinandosi ogni sera al termine della giornata di lavoro, come per legare l’ultimo viticcio, e riempiendosi la bocca di terra. Aveva un sapore inebriante, fecale; un buio sulla sua lingua, insieme ripugnante e stranamente, pericolosamente squisito. Con la bocca piena saliva allora il ripido pendio verso le rocce. Il rischio non era grande anche se avesse incontrato suo padre o i suoi fratelli. Erano abituati al suo silenzio. Lo attribuivano al fatto che lo consideravano uno sciocco. In realtà, stava zitto perché aveva paura di sbagliare. Il mondo era fatto di sbagli, un groviglio spinoso, e per quanta corda si usasse, per quanto la si annodasse con cura, non c’era modo di legarlo bene. Il castigo era ovunque, in agguato. Meglio quindi non parlare. Ogni sera camminava in silenzio, come al solito, passando davanti a quelli dei suoi fratelli che erano ancora al lavoro fra le capre, ed evitando di muovere le guance perché nessuno si accorgesse che aveva la bocca piena. Attraversando il cortile e arrampicandosi sulle rocce, si sforzava di non inghiottire, ma era inevitabile che gli accadesse, e un po’ di terriccio gli filtrava in gola, infettandolo col suo acre sapore. Era infatti striato di sterco di capra, e gli faceva lacrimare gli occhi. Ma quando finalmente arrivava in cima, gli rimaneva una palla di terra umida di dimensioni discrete da sputare su un palmo. A quel punto, con grande rapidità, temendo che uno dei fratelli potesse averlo seguito per prenderlo in giro, conficcava la manciata di terriccio nel suo orticello. Era impregnata della sua saliva. La massaggiava e pensava a sua madre, che lo trascurava perché nella sua vita c’erano già fin troppi problemi di cui occuparsi. Pensò a lei che portava da mangiare ai suoi voraci e sguaiati fratelli. Pensò alla faccia che avrebbe fatto vedendolo entrare dalla porta una sera di raccolto. Si sarebbe fermato nell’obliqua luce polverosa davanti ai familiari sbalorditi. Poi si sarebbe avvicinato al tavolo per posarvi quel che aveva portato: un peperone, una melanzana, un pomodoro.

Michael Cunningham, Carne e Sangue, 1995

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