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Archive for the ‘B. Dern’ Category

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Tre candidature: miglior attrice non protagonista per Jennifer Jason Leigh, miglior colonna sonora per Morricone e miglior fotografia per Robert Richardson, che punta così alla sua quarta statuetta.

L’ottavo film di Quentin Tarantino, come viene diligentemente ricordato anche da trailer e titoli di testa, non delude le aspettative ed è…tarantinosissimo.

E’ nuovo, perché, nonostante abbia già sfruttato l’ambientazione western, si diverte a sperimentare un’impostazione teatrale per lui inedita, ed è intrinsecamente e inconfondibilmente suo nei metodi, nelle trovate e nelle autocitazioni.

Un emporio nel nulla profondo del Wyoming. La guerra civile finita da poco.

Una bufera di neve che impedisce di viaggiare e una diligenza costretta a fermarsi.

A bordo della diligenza ci sono due cacciatori di taglie, uno, il #1 Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), nero, ex ufficiale dell’esercito nordista, l’altro, #2 John Ruth il Boia (Kurt Russel) bianco, con la sua taglia viva incatenata al polso.

La prigioniera è Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) e vale diecimila dollari.

Insieme a loro viaggia, per una serie di fortuite circostanze, #3 Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente sceriffo della cittadina di Red Rock, che tutti stanno cercando di raggiungere.

A guidare la diligenza c’è #4 O.B. (James Parks).

Tappa obbligata dunque all’emporio di Minnie. Ma Minnie non c’è.

C’è però #5 Bob (Demiàn Bichir), un messicano che la sostituisce.

E ci sono degli altri viaggiatori, anche loro bloccati dalla tormenta.

Un veterano sudista, #6 Generale Sanford Smithers (Bruce Dern), #7 Oswaldo Mobray (Tim Roth), un boia, e #8 Joe Gage (Michael Madsen), che sta andando a trovare la mamma per Natale.

La porta si chiude (seppur con qualche difficoltà). La scena è completa.

L’impostazione, come si diceva, è quella di una pièce teatrale.

Un po’ dieci piccoli indiani, anche se solo in apparenza.

Dialoghi fittissimi e retroscena che gradualmente prendono forma.

Tutti hanno una storia che li ha condotti lì.

Non tutti dicono la verità sul perché sono lì.

Suddivisione per capitoli e intervallo in mezzo che divide nettamente un primo e un secondo atto.

La prima parte è costruzione. La seconda parte è sangue.

C’è del caffè sulla stufa e una partita a scacchi lasciata a metà.

C’è una lettera di Abramo Lincoln e una guerra civile che riprende forma nello spazio angusto dell’emporio.

Tanto sano odio per i razzisti schifosi, sparatorie in stile Le Iene e molte altre gratificanti autocitazioni. Sangue abbondante e anche questo in stile Quentin, da Pulp Fiction a Kill Bill. Non è propriamente splatter, quello di Tarantino, è una sua declinazione del macabro che ha sempre molto di ironico.

Veloce, cattivo, geniale, divertente. Non ti lascia tirare il fiato neanche un secondo.

Jennifer Jason Leigh è fantastica nel suo ruolo di donnaccia bastarda che ne passa di tutti i colori (Quentin non è contento se non massacra un po’ le sue attrici). Si merita in pieno la candidatura e non mi dispiacerebbe se vincesse.

La colonna sonora di Morricone…mah. Ci ho fatto particolarmente caso proprio perché sapevo che era di Morricone e che era candidata, ma onestamente non mi ha esaltato in modo particolare. Bella, certo, ma non così memorabile, ecco. Mi sa più di riconoscimento alla carriera (il secondo peraltro, visto che l’Oscar alla carriera vero e proprio l’ha ricevuto nel 2007) con particolare significato per il fatto che questa colonna sonora è stata composta appositamente per Tarantino (che di solito riciclava brani di Morricone di altri film).

Ruoli minori anche per Channing Tatum e l’immancabile Zoë Bell.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Dane e Lucas si sono – di nuovo – appena trasferiti. Nuova casa. Nuova città. Nuovo stato. Nuovo tentativo di ricominciare da capo e di lasciarsi alle spalle qualcosa che ha segnato la loro vita e quella della madre.

Lucas è più piccolo e reagisce in modo tutto sommato positivo all’ennesimo spostamento. Dane è arrabbiato. E sfiduciato nel fatto che questa possa essere la volta buona per stabilirsi.

Durante le esplorazioni della nuova casa i due ragazzi scoprono una botola che nasconde un pozzo che sembra essere senza fondo. Ai loro esperimenti intorno a questo pozzo si unisce Julie, una vicina di casa, e tutti e tre i ragazzi cominciano a vedere cose insolite. Dalle profondità della botola esce qualcosa e, una volta aperta, la botola non vuole farsi richiudere.

Teen-horror del 2009 firmato Joe Dante – il papà dei Gremlins, tanto per capirci – dai toni non particolarmente orrorifici, in verità, ma dalla struttura fluida e accattivante. Fortemente e dichiaratamente simbolico, The Hole mette insieme i canoni da casa infestata e da materializzazione dell’inconscio, in quello che diventa una sorta di rito iniziatico di passaggio per l’età adulta.

Insomma, per poter davvero andare avanti bisogna dire addio una volta per tutte ai propri incubi peggiori. E per farlo bisogna affrontarli, guardarli dritti negli occhi.

I toni non sono mai particolarmente spaventosi né particolarmente cruenti ma la suspense si crea e regge bene fino al finale, coerente, seppur un po’ scontato.

Il film viene quasi sempre identificato con il titolo di The Hole 3D, un po’ per distinguerlo dall’omonimo film del 2001, un po’ perché il lancio era stato particolarmente incentrato sull’impiego del 3D. Ora, io l’ho visto in tv quindi non posso dare un giudizio sull’aspetto tecnico in sé. Di sicuro però si capisce qual era la parte del film studiata apposta per la resa tridimensionale, vale a dire la discesa nella botola con il mondo che si trova al suo interno. Un po’ Esher un po’ De Chirico, si intuiscono i modi e le forme con cui Dante ha voluto mettersi anche lui a giocare con il 3D cercando effetti che non fossero solo quelli del mostro più grande e più brutto.

Piccola parte per Bruce Dern nel ruolo del vecchio stralunato proprietario della casa.

Carino. Il classico horror-ma-non-troppo da serata estiva, senza eccessive pretese ma curato e coinvolgente.

Cinematografo & Imdb.

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Bellissimo.

Poetico, delicato, ironico. Un piccolo capolavoro.

Un on the road su scala ridotta, nello spazio dei 1.200 chilometri che separano Billings nel Montana da Lincoln nel Nebraska.

Un viaggio fisico e simbolico ma senza gli stereotipi del caso. Diretto, semplice.

Una galleria di figure sconfitte ma non patetiche. Vere, umanissime, mai eccessive.

Woody Grant, anziano, mezzo alcolizzato e mezzo acciaccato, si mette in testa di aver vinto un milione di dollari. Ha ricevuto una lettera che lo dice. C’è scritto il suo nome. Perché non dovrebbero dargli il suo milione di dollari?

Tutti cercano di convincerlo che è una truffa ma lui continua a partire, a piedi, da solo e barcollante per andare a ritirare il suo premio.

Pur di farlo smettere una volta per tutte con queste fughe, David, suo figlio, decide di accompagnarlo in Nebraska, in modo che possa verificare di persona che non c’è nessun milione di dollari.

Macchina, strada, tempo trascorso insieme. Parole a metà. Gesti.

Una tappa nel paese d’origine. Una tappa per la memoria e per rendere una sorta di discutibile omaggio al passato. Una tappa piena di fantasmi e pezzi di vita rimasti sepolti.

Scene divertentissime che si alternano a momenti profondamente commoventi.

La consapevolezza che prima o poi tutti dovremo fare i conti con le stesse cose. Che niente resta sepolto per sempre. Che a volte allontanarsi non basta per riuscire a fuggire.

Anche la scelta del bianco e nero risulta particolarmente azzeccata, più ancora che per rendere la malinconica vastità dei paesaggi, ben si adatta alla dimensione esistenziale dei personaggi.

Ottimo il cast, con Bruce Dern in una parte difficilissima e perfetta, nei panni del vecchio Woody, Will Forte nel ruolo di David e un’insopportabilmente brava June Squibb nel ruolo della madre.

Degna di nota anche la colonna sonora.

6 nominations agli Oscar:

Miglior film

Miglior regista a Alexander Payne

Miglior attore protagonista a Bruce Dern

Miglior attrice non protagonista a June Squibb

Miglior sceneggiatura originale a Bob Nelson

Miglior fotografia a Phedon Papamichael

Non so se vincerà effettivamente qualcosa perché la concorrenza è notevole ma le candidature sono di certo più che meritate.

Ho idea che questo rimarrà uno dei migliori film dell’anno.

Cinematorafo & Imdb.

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