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Miss Peregrine

15 dicembre.

Torna Tim Burton con la mia adorata Eva Green e si cimenta nella trasposizione del primo romanzo della trilogia di Miss Peregrine, di Ransom Riggs.

Trilogia di cui, peraltro, ignoravo vergognosamente l’esistenza e che sono corsa a procurarmi (almeno i primi due volumi, dato che il terzo arriva a ottobre) perché voglio assolutamente leggere il libro prima del film.

 

WEEKLY HORROR – Blair Witch

Prendiamo definitivamente atto del fatto che l’universo dell’horror si sta muovendo affinché io colmi le mie lacune.

Ebbene no, non ho mai visto il primo Blair Witch Project del ’99. E se devo proprio essere sincera non mi attirava allora e non mi attira adesso. Forse per l’eccesso di telecamera a mano, forse per tutta la fama che gli si è costruita intorno. Non so, ma credo di non essermi mai del tutto tolta la convinzione di sottofondo di essere di fronte ad una grossa presa per il culo, commercialmente parlando.

La realtà è che probabilmente lo è anche, ma non più di tanta altra roba che c’è in giro e che mi sorbisco senza batter ciglio, e che questo qui, oltretutto, ormai è pure diventato una sorta di must.

Mi par di capire che l’esistenza del sequel Blair Witch 2 – Il libro segreto delle streghe, uscito a caldo nel 2000, viene qui del tutto ignorata e che trattasi di un ritorno diretto dal primo capitolo.

Nelle sale da questa settimana.

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Basato su un fatto di cronaca riportato da Guy Lawson in un articolo per Rolling Stone nel 2011 e poi diventato un libro, Arms and the Dudes, nel 2015, War Dogs – questo il titolo originale banalmente ridotto a Trafficanti – racconta la storia di Efraim Diveroli e David Packouz, ex compagni di scuola che sono riusciti a infilarsi di straforo nel giro delle aste per gli approvvigionamenti di armi indette dal governo americano.

La storia vera non la conoscevo e, a dir la verità, ne so ben poco anche adesso perché non ne avevo mai sentito parlare e dovrò documentarmi. Non so quanto il regista Todd Phillips si sia attenuto alla realtà dei fatti e quanto sia andato per la sua strada, in ogni caso, ha tirato fuori un buon film.

La struttura della storia di per sé non è particolarmente originale e la scelta della scena iniziale con David (Miles Teller) con una pistola puntata in faccia apre la strada a tutta una serie di frangenti dall’esito prevedibile.

Ciononostante l’insieme funziona.

Perché il ritmo è veloce e coinvolgente.

Perché le situazioni sono costruite in modo sufficientemente goliardico da stemperarne le implicazioni potenzialmente drammatiche (Phillips è il regista di Una notte da leoni e l’impronta in certi momenti si riconosce) e perché i due personaggi sono sufficientemente divertenti per non risultare antipatici. Anche Efraim (Jonah Hill), che pure riveste fin dall’inizio il ruolo più ambiguo.

Non c’è niente di vero. Niente di legale.

Efraim e David non sono dei piccoli fornitori d’armi. Sono solo due piccoli truffatori abbastanza furbi da capire come funziona il meccanismo degli approvvigionamenti di armi e munizioni dell’esercito americano e tutto il circo delle aste che vi ruota intorno. Aste che macinano milioni di dollari. Una torta milionaria dalla quale si staccano briciole di valore proporzionale.

Efraim e David puntano alle briciole. Puntano a fare i soldi tra le righe, come dice Efraim.

E la cosa funziona. Funziona così dannatamente bene che la posta in gioco si alza e si arriva al punto di tentare il colpaccio e sbancare.

Molto bravi sia Teller che Hill, credibili e senza eccessi, nonostante i ruoli si prestassero facilmente all’esagerazione.

Ruolo minore anche per Bradley Cooper.

Trafficanti è un buon film, dicevo, ma non solo perché coinvolge e diverte.

A farlo funzionare è anche il fatto di essere totalmente e coerentemente politically uncorrect.

E’ scorretto fino ad essere impietoso. E lo è con una leggerezza che non lascia spazio a repliche.

La guerra è solo un grande sistema economico.

Non c’è altro.

Non c’è eroismo. Non ci sono ideali. Non ci sono buoni né cattivi.

Ci sono soldi. Ci sono equipaggiamenti, armi, munizioni. E ci sono soldi per comprarli, per spostarli, per rivenderli. Da qualunque parte la si guardi.

E’ di un’ovvietà e di una banalità che si potrebbero dire disarmanti se non fosse che il gioco di parole è pessimo.

E Phillips fa la scelta giusta e mette subito le carte in tavola senza provarci neanche a raccontarla diversamente.

Buone anche le scelte per la colonna sonora, spesso coerentemente dissacrante.

Cinematografo & Imdb.

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Porca troia quanto è fatto bene!

Lo voglio subito.

Bon, vado a giocarci un po’ (che va detto che per i videogiochi vivo in una dimensione ancor più sfasata che per le serie tv e il mio ritardo assume proporzioni generazionali e quindi sì, sto per cominciare a giocare il secondo Assassin).

Ah, sì. La parte utile. Da noi arriva il 5 gennaio 2017.

E il regista, Justin Kurzel, è lo stesso che ha diretto Fassbender nel Macbeth, il che già me lo fa stimare un bel po’.

E nel cast ci sono anche Marion Cotillard, Jeremy Irons e Brendan Gleeson.

Vado a improvvisare una scomposta danza di gioia per ingannare l’attesa.

 

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Lucas, Cathrine, Simon.

Cat, Simon, Luke.

Simon, Catareen, Luke.

Un uomo, una donna, un bambino.

Tre storie, tre tempi, tre mondi.

La seconda metà dell’Ottocento, il nostro tempo, il futuro tra un secolo.

Tre vicende concluse, eppure irrisolte.

Tre racconti come tre tasselli in un meccanismo infinitamente più ampio.

E’ un gioco di echi e risonanze, quello che costruisce Cunningham in questo libro. Cambia contesto, cambia storia, cambia personaggi ma traccia sottili collegamenti che emergono nei dettagli.

I nomi. Una tazza. I versi di Foglie d’erba di Walt Whitman.

Il tempo è una macchina impietosa e perfetta e, se si sa ascoltare, si può sentire la sua musica. Una musica fatta di voci, di ricordi, di fantasmi.

E’ curioso e a suo modo assolutamente logico che le parole che continuano a risuonarmi in testa e che meglio si adattano a questo romanzo siano quelle di un altro libro, Gli dei di pietra di Jeanette Winterson.

Ogni cosa porta per sempre in sé l’impronta di ciò che è stato prima.

E’ curioso perché mi sembra che il gioco di risonanze sia uscito dal libro per venirmi a prendere. Perché per varie ragioni cronologiche e personali ho sempre associato Cunningham e la Winterson, prima ancora di mettere a fuoco gli effettivi punti di contatto e le motivazioni plausibili per questa associazione.

Ed è vero.

Con Giorni Memorabili (2005) stiamo parlando di impronte.

Stiamo seguendo delle tracce attraverso lo spazio e il tempo.

Tracce che mutano aspetto e profondità ma che alla fine sono sempre riconoscibili. Sempre riconducibili ad un unica grande forma che riusciamo solo ad intuire, senza mai vederla completamente.

Siamo questo adesso. Eravamo stanchi e sfruttati, vivevamo in stanze minuscole, mangiavamo dolci di nascosto, ma adesso siamo raggianti e pieni di gloria.

Cunningham azzarda l’ipotesi di un grande quadro in cui niente è perduto. Forse non c’è un senso ma c’è una grande, struggente armonia.

Ogni atomo che mi appartiene, appartiene anche a te.

Le parole di Foglie d’erba di Whitman sono l’elemento che lega le tre storie in modo più viscerale e profondo (il titolo stesso del libro, Specimen Days, è quello dell’opera in prosa di Whitman pubblicata nel 1882).

Un libro malinconico. Non triste, Perché ha in sé troppa bellezza per essere realmente triste.

Perché oggetti, parole e pensieri possono viaggiare nel tempo e perché c’è una tazza che porta dei segni che dobbiamo ancora decifrare.

Non sappiamo tutto, non abbiamo visto tutto. Dobbiamo solo andare avanti.

Lasciarci mangiare. Lasciarci respirare.

 

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