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Nemesi

In uscita questa settimana, dal 19 ottobre.

Potrebbe avere buone potenzialità.

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Tratto dal romanzo di Julian Barnes, Il senso di una fine – che trovate nei post della scorsa settimana – L’altra metà della storia mi ha incuriosita fin da subito.

Per il cast e per Barnes. E anche perché, nonostante si tratti di un romanzo breve e, tutto sommato, lineare, non era così scontato che si prestasse all’adattamento cinematografico.

La regia di Ritesh Batra e la sceneggiatura dell’esordiente Nick Payne tuttavia hanno fatto un lavoro più che egregio riuscendo a raggiungere un buon equilibrio tra fedeltà al testo e le necessarie modifiche imposte dall’adattamento ma, soprattutto, riuscendo a non tradire il tono e lo spirito del libro benché il film risulti, nel complesso, un po’ meno amaro.

Un ottimo Jim Broadbent veste i panni di Tony Webster, pensionato divorziato e abitudinario, la cui routine e le cui certezze riguardo a presente e passato vengono messe in crisi nel momento in cui Sarah Ford, madre della sua ex fidanzata dei tempi dell’università, lo nomina nel testamento lasciandogli una strana e inaspettata eredità.

Tony si trova ributtato a forza in mezzo a ricordi che credeva sepolti, costretto a rivivere una storia che, man mano che la ripercorre, risulta essere sempre più diversa da come pensava di ricordarla.

Quanto sono affidabili i ricordi che abbiamo della nostra vita? Quante cose modifichiamo – più o meno consciamente – per trasformare la nostra esistenza nel copione coerente e autogiustificatorio che meglio si adatta al personaggio che vogliamo/pensiamo di incarnare?

Veronica Ford emerge dalle nebbie di un passato che Tony voleva credere risolto – al punto da non averne mai parlato neanche con l’ex moglie Margaret al tempo in cui erano sposati, dettaglio questo dalle molteplici interpretazioni – e lo costringe a fare i conti con una parte di sé che era riuscito tranquillamente a ignorare per quasi cinquant’anni.

Egoismo o sopravvivenza? Memoria selettiva e responsabilità.

Cosa c’è dietro il suicidio di Adrian, una volta migliore amico di Tony?

Com’è andata a finire tra Adrian e Veronica, dopo che lei e Tony avevano rotto?

Cosa c’è dietro il riflesso appannato di ricordi che, di punto in bianco, sembrano cambiare forma?

Basta un piccolo, impercettibile spostamento e la prospettiva viene sconvolta.

Come il ricordo di un weekend lontano, a casa della famiglia di Veronica.

Come il peso delle parole.

Veronica è interpretata da una grande Charlotte Rampling, mentre una non meno brava Harriet Walter interpreta Margaret, la ex moglie di Tony.

Nel cast anche Emily Mortimer e Matthew Goode (fratello e sorella in Match Point di Woody Allen).

Cinematografo & Imdb.

L’altra sera mi è capitato tra le mani questo dvd e mi sono resa conto che, pur avendolo visto anni fa, non ne conservavo alcun ricordo.

Avevo vaghe immagini di Ron Pearlman che diceva Tac con sguardo allucinato e una sensazione di lentezza ma non di più.

2006. A dieci anni esatti dalla pubblicazione del (quasi) omonimo romanzo (Desperation, 1996), Stephen King’s Desperation è una produzione per la TV che ha avuto una risonanza tutto sommato immeritatamente limitata. Non che sia un capolavoro eh, però non è peggio dei vari It e L’ombra dello scorpione (peraltro diretta dallo stesso Mick Garris che troviamo anche qui). O anche di un Pet Sematary, che pure era un film vero e proprio.

Ha delle pecche, questo sì.

La prima, come accennavo, è una certa lentezza dovuta al format – gli stacchi pubblicitari sono facilmente riconoscibili e, se non sbaglio, era pensata per essere trasmessa in due parti.

La seconda è che la sceneggiatura è dello stesso King, che negli anni continua a mantenere intatti i suoi talenti tra cui scrivere romanzi fantastici e sceneggiarli, nel migliore dei casi, in modo mediocre.

In questo caso va detto che non ho letto il libro ma, a naso, conoscendo l’autore, ho idea che quanto è finito nel film sia come sempre, a voler essere generosi, un 10 percento, non di più. E sì, è cosa nota che la trasposizione su schermo è sempre riduttiva rispetto al libro, ma è anche vero che nel caso di King questa sproporzione raggiunge sempre livelli particolarmente ragguardevoli.

Detto ciò, c’è una giovane coppia di New York (Annabeth Gish e Henry Thomas) che viaggia su una strada del Nevada e viene fermata da uno sceriffo non proprio centratissimo.

Collie Entragian (Ron Pearlman) trova un motivo per arrestare la coppia portarla a Desperation. Dove sono tutti morti.

Tutti tranne un gruppetto di persone chiuse nelle celle dello sceriffo e un inquietante numero di cani che ostentano un comportamento parimenti inquietante.

Si creano subito le situazioni tipicamente kinghiane del piccolo paesino caduto vittima di strani eventi e forze misteriose e il gruppetto di protagonisti, associati in modo casuale, che deve trovare il modo di uscirne, con tutto quello che ne consegue in termini di dinamiche relazionali tra perfetti sconosciuti provenienti da background totalmente diversi e capitati lì ciascuno sulla scia delle proprie circostanze fortuite.

C’è un vecchio veterinario con un problema con la bottiglia, una famiglia già provata dalla morte della bambina – ammazzata dallo sceriffo – , uno scrittore spocchioso, reduce del Vietnam e in giro per l’America sulla sua moto (cosa che ha fatto lo stesso King)(attraversare gli Stati Uniti in moto, non il Vietnam e la spocchia), un ragazzino – il figlio della famigliola di cui sopra – che pare avere un rapporto privilegiato con Dio. In arrivo, oltre alla coppia di newyorkesi, c’è anche il tecnico dello scrittore – che lo segue con un camion e l’attrezzatura per allestire di volta in volta le sue presentazioni – e un’autostoppista recuperata per caso.

Toni horror mediamente inquietanti, molto giocati sull’effetto macabro della città fantasma piena di morti in ogni angolo. Splatter contenuto – il che fa passare sotto silenzio la mediocre qualità degli effetti – salvo qualche caduta di stile pseudo digitale nel finale.

Citazioni come se piovesse, incrociate tra i libri ma anche tra i film a partire dalla scritta Redrum sulla parete come in Shining.

Sempre parlando di citazioni, mi è rimasto un dubbio che forse potrei chiarire leggendomi il libro forse anche no per un discorso di cronologia (nel senso che penso sia una cosa presente solo nel film). Ad un certo punto – senza specificare contesto e personaggi per evitare spoiler – si trova un biglietto dove qualcuno che si firma Barbie si rivolge ad un certo Jim.

Ora, Barbie e (Big)Jim sono i due protagonisti di The Dome, che uscirà solo nel 2010 e se nel ’96 era forse improbabile che King ci stesse già lavorando – anche se nulla si può escludere – non lo è altrettanto se parliamo del 2006.

E dunque, sono davvero loro? C’è qualche collegamento che mi sfugge o è solo uno dei tanti giochetti di riferimenti che si trovano un po’ ovunque?

Da approfondire.

In ogni caso il film merita un’occhiata.

Nel cast anche Tom Skerritt (Viper di Top Gun), nel ruolo dello scrittore.

Imdb.

Questo dovrebbe uscire il 9 novembre e pare interessante. Magari non originale, ma interessante.

Promozione quasi nulla su circuiti cinematografici, nonostante il cast, come quasi tutto quello che arriva da Netflix.

 Ricordo, in ordine sparso:

– un lucido interno polso;

– vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato ridendo una padella rovente;

– fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;

– un fiume che sfida ogni legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;

– un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;

– una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa.

L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.

Tony Webster. Un uomo normale. Nella media. Conduce e ha condotto una vita altrettanto normale, altrettanto regolare. Niente picchi di genio, niente colpi di testa o abissi di disperazione.

Tony racconta la sua vita, i suoi ricordi. Agli altri ma soprattutto a se stesso. Con l’aiuto di un tempo che, tutto sommato, sembra in qualche modo stare dalla sua parte, evitando di fornire smentite o insinuare dubbi.

Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi?

Finché.

Finché il lascito inaspettato del diario di un amico morto suicida molti anni prima apre uno squarcio improvviso nella coerente realtà del suo passato.

I fatti non combaciano più con i ricordi. I ricordi si fanno improvvisamente frammentari e incompleti. Ciò che Tony pensava di ricordare con chiarezza, ciò che pensava di sapere, viene reso fragile e incerto dallo specchio della memoria altrui. Uno specchio che restituisce un riflesso distorto di ciò che Tony avrebbe voluto essere ma non è riuscito a diventare.

Procediamo a casaccio, prendiamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell’accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge a vita. E, come ricorda il poeta, c’è differenza tra addizione e crescita.

La mia esistenza si era sviluppata o solo accumulata?

Conosco Barnes da poco ma sta rapidamente diventando uno dei miei autori preferiti.

La bellezza, l’assoluta lucida perfezione dei ritratti cui riesce a dare vita è qualcosa di grandioso e al tempo stesso estremamente doloroso.

Il senso di una fine è un libro crudele e verissimo.

L’inganno della memoria ma, soprattutto, dell’autogiustificazione. Il peso della responsabilità. Anche la responsabilità stessa di scegliere di rimanere in vita.

L’immensa ineluttabilità del rimorso e la sua stupida banalità.

E allora perché Adrian si era tolto la vita? Cosa manca al quadro così lineare che Tony ha dipinto nella sua mente per quasi tutta la sua esistenza? Cosa ha guardato, per tutti questi anni, senza riuscire realmente a vederlo?

Il tempo molto inquieto.

 

Il 19 ottobre arriva nelle sale il film tratto da questo libro – che essendo solo di 150 pagine sono riuscita a leggere al volo in tempo utile.

Titolo modificato in italiano con L’altra metà della storia, che se non era necessario, almeno non è dannoso o eccessivamente anticipatorio.

Ci sono film che non si dovrebbero toccare. Dovrebbero essere dichiarati patrimonio dell’umanità e basta. Per dire, io non vorrei sapere cos’ha combinato Rossella O’Hara dopo che Rhett l’ha mandata al diavolo. Domani è un altro giorno. E per quel che mi riguarda anche un altro film. E lo so che è stata fatta una miniserie sul romanzo sequel di Margaret Mitchell ma era una cosetta di scarsa risonanza e tranquillamente ignorabile.

Non so, certi finali vanno lasciati così come sono. Pretendere di andare oltre è un po’ come sbirciare dopo il vissero felici e contenti delle favole. E’ morboso.

E soprattutto è fonte quasi certa di delusioni. Perché alla fin fine lo sappiamo tutti che non vissero felici e contenti.

E allora perché andarsele a cercare?

Tutto questo per dire che sono andata a vedere questo secondo Blade Runner con non poca apprensione.

A darmi coraggio c’erano sostanzialmente i nomi di Villeneuve e di Gosling, nei quali ripongo molta fiducia.

Una fiducia che, per fortuna, è stata degnamente ripagata.

Perché questo Blade Runner 2049 non niente affatto male e non si è rivelato per nulla una delusione.

A vedere il trailer pareva una roba, manco a dirlo, molto più action. Invece Villeneuve entra perfettamente nell’ottica del film di Ridley Scott, accordandosi egregiamente al suo stile.

Le stesse atmosfere cupe, la stessa dimensione lenta di tempo sospeso.

La fotografia non vuotamente spettacolare ma densa di una solenne maestosità nei suoi colori assoluti e contrastati.

La maniacale attenzione per ogni dettaglio – ogni cosa è un richiamo, niente è stato scelto per caso o semplicemente perché ci stava bene.

Il modo discreto ma precisissimo di riprendere il filo rosso di ogni particolare, ogni più piccolo elemento.

La scelta di una trama lineare, che non perde tempo in inutili arrotolamenti e colpi di scena ma procede senza incertezze e lascia al contempo lo spazio per una buona connotazione dei personaggi.

Il tema di fondo è sempre lo stesso. Il conflitto uomo-macchina che diventa di fatto la lotta per essere umani. Lotta per sopravvivere. Lotta per l’identità. Uomo contro replicante. Replicante più umano dell’uomo stesso. Esseri più umani degli umani. E l’assolutezza dei sentimenti che fanno da catalizzatore per annullare qualsiasi relativizzazione.

L’agente K (Gosling) è un replicante che si occupa, come già il suo predecessore del 1982, di eliminare i lavori in pelle che non servono più al sistema e che tentano di vivere al di fuori di esso. Durante una missione si imbatte però in un segreto di proporzioni tali da minare le fondamenta stesse di quel sistema. Un segreto che lo precipita in un viaggio a ritroso, sulle tracce di ricordi che forse sono suoi, forse no, ma sono comunque le uniche tracce che ha. Un segreto che lo porta sulle tracce di Deckard.

Se da un lato Harrison Ford interpreta il suo personaggio invecchiato in modo assolutamente misurato e privo di autocompiacimento, d’altro canto abbiamo un Ryan Gosling perfetto per il ruolo, con una recitazione asciutta, essenziale, del tutto priva di sbavature ed intensamente espressiva.

Nel cast anche Jared Leto, nel ruolo di una sorta di leader/guru cieco dalla potente visione del futuro, e Robin Wright, sempre notevole, nei panni dell’agente capo di K.

A questo punto possiamo metterci a disquisire sulle solite annose questioni. Su quanto non si sentisse l’esigenza di questo film, su quanto si vada ormai sempre a pescare tra i vecchi successi, su come non ci siano più idee e noncisonopiùifilmdiunavolta e blablabla. Però dopo un po’ diventano tutte questioni piuttosto oziose.

Il film c’è. Ed è un buon film.

E tanto basta.

Cinematografo & Imdb.

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