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Traiettorie impercettibili

E con questo sparisco di nuovo per un po’.

Stavolta presumo fin verso metà settembre o giù di lì.

Buona estate a tutti 🙂

 

1985. Stephen King si dedica alla sceneggiatura del suo Cycle of the Werewolf, romanzo breve  pubblicato per la prima volta nel 1983, costituito da un collage di piccole storie autonome ma legate dal comune denominatore del lupo mannaro.

Regia di Daniel Attias, cineasta dalla carriera quanto mai scarna ma ritornato prepotentemente all’onor del mondo con la sua partecipazione a quella meraviglia di True Detective (prima stagione).

Cast tecnico assai vario, con una cospicua componente italiana per quel che riguarda scenografie, fotografia ed effetti speciali.

Cast artistico che comprende un giovanissimo Gary Busey (per gli amici, il quasi-sosia di Nick Nolte) e Terry O’Quinn prima che precipitasse sull’isola di Lost nei panni di Locke.

Non so se ho visto male io ma non mi è parso di individuare comparsate dello zio Steve.

Un piccolo paesino della provincia americana (chi l’avrebbe mai detto eh?) si trova di colpo afflitto da una serie di morti inspiegabili. Delitti cruenti ed efferati quanto misteriosi. Non ci sono tracce, non ci sono indiziati. La polizia – nei panni dello sceriffo Joe Haller – brancola nel buio e fatica a contenere la rabbia crescente di una popolazione che esige sempre più prepotentemente di farsi giustizia da sé.

A raccontare la storia è la voce fuori campo di Jane Coslaw, che ricorda gli avvenimenti vissuti da lei e suo fratello Marty – più giovane di lei e bloccato su una sedia a rotelle – aiutati dallo zio Red (Gary Busey), reticente a farsi coinvolgere ma suo malgrado costretto ad accettare di far fronte ad una situazione dai tratti surreali.

Allora. Se adottiamo una prospettiva strettamente orrorifca, Unico indizio la luna piena – in originale Silver Bullet (devo dirlo che era meglio? no, non mi par che sia necessario) – non fa paura. Non spaventa neanche un po’.

Perché è molto datato, perché la sceneggiatura è pur sempre di King, perché il nucleo della faccenda è telefonato fin dalla prima scena – e se ciò non bastasse, anche dal titolo e dalla copertina del dvd.

Si sa subito che si tratta di un lupo mannaro.

Non c’é la parte di mistero e di dubbio che accompagna l’entrata in scena della creatura sovrannaturale.

E tuttavia, forse per le stesse ragioni, mi è garbato parecchio.

Sarà il fascino vintage degli anni Ottanta. Gli effetti macabramente grezzi, la sceneggiatura prevedibile. Non so. Sta di fatto che questo filmettino, con la sua fiera essenza trash, è una piccola chicca per gli appassionati sia di King sia dei B-movie horror.

King non comprende tantissimi lupi mannari nelle sue storie ma ha sempre ricordato con affetto e ammirazione I Was a Teenage Werefolf, del ’57, e non ha mai mancato di sottolineare l’enorme influenza che ebbe sulla sua immaginazione di ragazzino.

Nota per chi, come me, di fronte ad una trasposizione libro-film nutre l’insopprimibile impulso di recuperare sempre i libri d’origine: la versione italiana del Cycle of the Warewolf – pubblicata con la stessa traduzione del titolo usata per il film – su amazon (o anche su altri canali se è per questo) non si trova a prezzi inferiori ai 110 euro e, in alcuni casi, ben superiori ai 200. La versione inglese arriva anche sopra i 300 in copertina rigida ma sul paperback si ragiona un po’ di più e si scende fino a 30/40 euro, che rimane comunque un bel pagare per 130 pagine scarse.

Il che significa che dovrò mestamente impormi di aspettare di imbattermi in canali più fortunati e meno dispendiosi.

Cinematografo & Imdb.

Questo non ho ancora capito bene che tono vuole avere ma mi incuriosisce.

E’ un po’ a rischio stucchevolezza&banalità, come sempre quando si tirano in ballo i loop temporali, però potrebbe anche essere interessante.

In uscita il 19 luglio.

E dunque mi par di capire che la Universal è in qualche modo un po’ invidiosetta delle cospicue dimensioni dell’universo Marvel (e DC se è per questo, anche se han tardato un po’ a mettersi in pari) e vuole un Universo tutto suo.

Nasce dunque il Dark Universe.

La parola chiave è universo – in caso fosse sfuggito.

Un qualcosa che dovrebbe riunire in una specie di continuity (non lineare) diverse figure romanzesche/fumettose di stampo specificatamente goticheggiante e già reclutate dai vecchi film horror della Universal.

Si capisce? Perché in effetti non è che sia chiarissimo neanche a me.

O meglio. Il fine economico di tutta l’operazione è più che lampante, e vabbé.

Ad essere più nebulosa è la logica con cui personaggi e tematiche sono stati raggruppati e arbitrariamente schiaffati a convivere in un’unica dimensione spazio-temporale che, per quanto ampia, risulta comunque avere confini un tantino forzati.

Per dirne una, cosa diamine ci fa il dottor Jekyll (e anche Mr. Hyde ovviamente) a caccia della Mummia? Bella domanda.

Ma andiamo con ordine.

Io, poiché sono ingenua, pensavo che il film di Kurtzman fosse semplicemente un film su una mummia. Senza pretese di collegamenti e con una discreta pigrizia nella scelta del titolo. Pensavo insomma di trovarmi di fronte ad una mummia genericamente rappresentativa della sua categoria.

Mi sbagliavo.

Presentato come reboot della saga Universal della Mummia – quella con Brendan Fraser di fine anni Novanta che nel frattempo è diventata un media franchise – questa mummia qui dovrebbe essere anche il primo di una lunga (?) serie di film dalle prospettive di ampio respiro. Talmente ampio da partire dall’Egitto per spaziare fino a Van Helsing – che dovrebbe essere il prossimo capitolo – all’Uomo Invisibile, passando per Frankenstein, l’uomo lupo e magari anche il mostro della laguna nera.

Mah. Non so.

Non metto in dubbio che si possano fare cose divertenti ripescando ciascuno di questi personaggi. Solo non vedo tanto l’esigenza di accomunarli per forza in un’unica dimensione.

La psicosi da serialità avanza imperterrita e miete nuove vittime.

L’universo Marvel e l’universo DC esistono. Sono un bacino fisicamente reale cui attingere. Poi si può discutere su quanto sia opportuno o meno andare a spremere proprio tutti i filoni, ma questo è ancora un altro discorso.

Qui il passato comune è imposto a posteriori e già a dirla, la cosa suona male.

Comunque.

Tornando al singolo film, questa nuova Mummia non è malaccio ma non è nemmeno niente di memorabile.

Un inizio e una fine in voiceover per spiegare esattamente antefatto e prossime aperture – affinché nulla affatichi i neuroni del povero spettatore – racchiudono una presentazione di contesto e personaggi piuttosto affrettata per lasciare spazio ad un mischione di inseguimenti e effetti speciali sicuramente non malfatti quanto piuttosto fine a se stessi.

Tom Cruise ovviamente precipita con un aereo e non si fa un cazzo – qui è merito della Mummia che lo ha prescelto ma in Mission Impossible succedeva uguale anche senza Mummia, quindi penso che sia proprio merito di Tom.

Un po’ action, un po’ (molto in verità) Walking Dead – anche se con meno splatter – un po’ di storia antica massacrata e una spolverata di letteratura gotica tradizionale.

Si fa guardare ma anche dimenticare, ecco.

Russel Crowe nei panni di un Jekyll/Hyde piuttosto improbabile, a capo di una società segreta a caccia di mostri, ha senso solo nell’ottica di una continuazione che pure non pare eccessivamente auspicabile.

Tom Cruise è Tom Cruise, quindi è tamarro per definizione.

Annabelle Wallis è carina ma non viene approfondita, come del resto nessuno degli altri personaggi.

La Mummia è Sofia Boutella, che al momento identifico solo come quella che si fa Charlize Theron nel trailer di Atomica Bionda.

Un po’ sprecato il nome di David Koepp per la sceneggiatura.

Se come film a sé stante avrebbe anche potuto reggere, come capostipite risulta davvero troppo debole.

Cinematografo & Imdb.

L’inganno – Cannes 2017

Sofia Coppola, miglior regia a Cannes di quest’anno.

Sono impazientissima di vederlo.

Nelle sale il 14 settembre.

Los Angeles, anni Sessanta.

Andiamo a conoscere in dettaglio il retroscena che nel primo capitolo era soltanto abbozzato e scopriamo per intero la storia di Alice Zander e delle sue due figlie, Paulina e Doris.

Alice, vedova, sbarca il lunario come può e arrotonda facendo la medium. E’ ben organizzata, con le figlie a darle una mano e tutta una serie di aggeggi per spegnere candele, far ballare tavoli e dare segnali per conto degli spiriti.

Quando Paulina si imbatte in una tavoletta Ouija – un gioco da tavolo tra tanti – Alice decide che vale la pena inserirlo nella sua attrezzatura e, per così dire, ravvivare lo spettacolo.

Ovviamente la tavoletta si rivela funzionare ben oltre le aspettative di madre e figlie. In particolare Doris, la più piccola, pare sviluppare un legame forte e diretto con il potere della tavola.

Dapprima spaventata, Alice si lascia gradualmente coinvolgere nell’esperienza incredibile che sta vivendo Doris e, oltre a sfruttarla per soldi, si ostina a vedere in essa l’unica via per non rassegnarsi alla perdita del marito.

Ma la tavola è uno strumento infido e ingannevole e gli spiriti magari non mentono ma di sicuro nascondono molte cose.

Se da un lato c’è un’innegabile pecca nella struttura complessiva dei due capitoli che fa sì che il finale del primo sia eccessivamente rivelatore del finale del secondo, d’altro canto con questo prequel abbiamo un film che, preso singolarmente, ha una corposità e una consistenza sicuramente più definite.

Meno teen-horror, più classico nell’impostazione e nei riferimenti, il film di Flanagan non sarà forse originalissimo ma riesce bene nel suo sporco lavoro di tenerti in ansia per tutta la sua durata.

Doris, per quanto ennesima bambina-poltergeist prescelta dagli spiriti, è inquietantissima e il progressivo manifestarsi delle entità è ben orchestrato per far crescere la tensione.

Nient’affatto male anche la risoluzione finale, che forse non è originale come avrebbe voluto ma si vede che è ragionata.

Un po’ insipido il personaggio del prete – Henry Thomas – che ad un certo punto sfodera anche una citazione biblica clamorosamente inesistente.

Brava Elizabeth Reaser – Alice – che rende bene i vari passaggi tra stadi emotivi contrastanti.

Lulu Wilson, che interpreta Doris, pare avere una predisposizione per l’horror dato che, a quel che vedo, è stata la figlia di Eric Bana in Liberaci dal male e compare anche nel cast di Annabelle 2.

Cinematografo & Imdb.

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