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Here comes Johnny Yen again

E con questo il blog va in vacanza per un po’. Credo fin verso metà settembre.

Buona estate (se arriva) a tutti.  :)

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Ultimo capitolo. Questa volta davvero.

E tutto sommato, pur essendo al di fuori della continuity in senso stretto, risulta meglio collegato a tutto il resto di alcuni dei capitoli precedenti.

A dieci anni esatti dal primo film, Wes Craven torna alla regia. In fin dei conti Freddy è una sua creatura e se bisogna dirgli addio, vuole farlo a modo suo.

Siamo fuori dall’incubo. Siamo nel mondo reale.

Heather Langenkamp – l’attrice che interpretò la Nancy dei primi Nightmare – è tormentata da strani sogni che hanno in qualche modo a che fare con Freddy e con il guanto artigliato di Krueger a cui suo marito – addetto agli effetti speciali – sta lavorando.

E poi ci sono i terremoti, un maniaco che continua a telefonarle imitando la voce di Freddy e Dylan, il figlioletto di Heather, che comincia a comportarsi in modo strano.

La serie di Nightmare è famosissima e Heather si trova spesso coinvolta in iniziative che vi ruotano intorno. Viene chiamata per un’intervista dove, a sorpresa, compare anche l’amico e collega Robert (Englund), conciato per l’occasione con i panni di Freddy.

Heather e Robert parlano e viene fuori che anche Robert ha degli incubi.

E poi arriva Wes.

Wes che propone ai suoi attori storici un ultimo film per chiudere in bellezza.

Wes che ha gli incubi più di chiunque altro.

Wes che sa che Freddy è venuto fuori dai suoi incubi e si è legato al film e sa che un ultimo film è l’unico modo per liberarsene.

Heather è incerta e incredula ma Dylan è sempre più strano e il confine tra ciò che reale e ciò che è finzione si assottiglia progressivamente.

Heather accetta di essere Nancy ancora una volta e così Robert e gli altri membri del cast.

Ognuno interpreta se stesso che interpreta il ruolo che aveva nei primi Nightmare.

Un film nel film. La figura di Freddy che buca lo schermo, che conferma la sua realtà, identificandosi come l’incubo che ha tormentato il regista che gli ha dato vita.

Freddy salta tutti i passaggi e diventa fisicamente reale.

Il meccanismo dei salti di livello è lo stesso degli altri film. Solo che qui fa un ultimo balzo ed esce dal copione.

Questo era l’unico film della serie che avevo già visto a suo tempo. Ricordo che mi piacque allora e confermo che mi è piaciuto ancora adesso, riguardandolo a distanza di anni.

Il presupposto di una realtà fatta a scatole cinesi e di una dimensione del sogno che coinvolge trasversalmente tutti i livelli è interessante e viene sfruttato bene, con un buon equilibrio tra la nuova storia e il divertimento di vedere la saga di Nightmare dall’esterno – Robert Englund in abiti civili, autocitazioni (in particolare nelle modalità delle uccisioni) e frecciatine (non poteva mancare quella in cui si commentava che il primo film era il migliore).

Nell’ultima parte la struttura diventa un po’ più standard, con la lotta con Freddy impostata in modo abbastanza classico e il solito splatter sempre rigorosamente di bassa categoria, ma il ritmo tiene e la trasformazione degli attori in personaggi avviene in modo fluido ed efficace.

Nel ruolo di Dylan, il figlio di Heather, c’è Miko Hughes, il bambino zombie di Pet Sematary – che evidentemente è cresciuto con un’alimentazione a base di horror.

Da vedere. Anche se non si sono visti tutti i capitoli intermedi.

Cinematografo & Imdb.

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Allora. Io volevo parlare degli X-Men, ma poi ieri sera ho visto questa bella cosa qui e mi son distratta, ecco.

E quindi facciamo così, per Apocalypse vi mando a leggere il post dell’amica CineClan – che tanto ha detto tutto quello che volevo dire io e anche di più e mi ha pure tirato via una lacrimuccia – e adesso vi sorbite le mie elucubrazioni su Warcraft.

Warcraft è fighissimo!

Diretto da Duncan Jones, e basato sull’universo di World of Warcraft, il videogioco MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) più giocato al mondo, con più di 5 milioni di partecipanti attivi, Warcraft – L’inizio mi ha incuriosita fin da subito ma, ad essere del tutto onesta, temevo un po’ la baracconata.

Certo, dal trailer il livello visivo sembrava valido ma si sa, ingannevole è il trailer, come già più di una volta mi è capitato di sperimentare.

Anyway. Mi è piaciuto. E anche parecchio.

Non che non abbia dei difetti. Ma l’insieme funziona ed è visivamente molto gratificante per chi abbia voglia di una bella scorpacciata di fantasy.

Parto dai difetti, così mi tolgo il pensiero.

Il primo che mi viene in mente in realtà non è neanche un difetto di cui si possa fare più di tanto una colpa al film in sé. E’ più che altro il problema del fantasy in generale da Peter Jackson in poi.

Sono passati 15 anni (!!!) dal Signore degli Anelli e ancora il canone rappresentativo dei film fantasy è rimasto quello dato da Jackson. Per certi versi è ormai una cosa a cui abbiamo fatto l’abitudine, però resta il fatto che ad ogni inquadratura area, ad ogni panoramica su grandi e maestosi scenari, ad ogni torre o statua che si staglia in proporzioni mastodontiche e struggenti, stiamo pensando tutti a Peter Jackson. Cosa che, peraltro, è pure un po’ inquietante se si pensa che nonostante gli ovvi progressi nella realizzazione visiva e digitale, l’impostazione strutturale sembra non sapere più dove andare per evolversi.

Altra pecca è nella realizzazione di alcuni dettagli – per dire, le armature degli uomini sono forse un po’ troppo luccicanti.

E forse si poteva approfondire un po’ di più la presa di consapevolezza degli orchi nei confronti della malvagità del potere di Gul’dan.

In definitiva però direi che non trovo molto altro da criticare.

Tra i pregi principali, invece, c’è sicuramente la scelta di usare il motion capture per la riproduzione degli orchi, e quindi l’impiego di attori veri mappati digitalmente – come al tempo fu per Gollum – invece di creare figure interamente digitalizzate. Il risultato di questa operazione è realmente impressionante e si raggiungono livelli di perfezione notevoli.

Il ritmo è veloce ma non va a discapito della chiarezza. La situazione del regno e dell’imminente conflitto, benché complessa, viene presentata in modo efficace e senza deviazioni inutili.

Lieta di essermi risparmiata anche la storia d’amore interrazziale, benché rimanga palesemente in agguato per i capitoli a venire.

Grandioso e coinvolgente. Personaggi tratteggiati senza eccessi eroico-sentimentali ma non per questo piatti. In particolare, proprio gli orchi suscitano molta empatia.

Gul’dan è un cattivo fighissimo e penso che quanto prima sarò costretta a procurarmi un action figure da piantare in soggiorno.

Anche Mediv, il Guardiano, è fatto benissimo, soprattutto nell’evoluzione della parte conclusiva.

Se da un lato la trama portante è piuttosto classica, d’altro canto va detto che vengono lasciate aperte un sacco di porte. Bisognerà vedere come si giocheranno gli spunti lasciati in sospeso.

Cast anonimo – l’unico nome un po’ noto è quello di Dominic Cooper.

Cinematografo & Imdb.

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Prendente Ryan Gosling e mettetegli i panni di Holland March, scalcagnato investigatore privato che spilla soldi a vedove svampite in cerca di mariti defunti e vecchie zie con la vista acuta come quella di una talpa sotto metanfetamine; poi prendete Russel Crowe, chiamatelo Jackson Healy, detective dai modi piuttosto sbrigativi e dalla scarsa inclinazione alle soluzioni pacifiche; unite un’attrice porno defunta, una quasi attrice porno in fuga, una politica con problemi di autorità materna e cospargete il tutto con una generosa spolverata di anni Settanta.

The Nice Guys è servito.

Spassosissimo, intelligente, ben costruito, questo film mantiene le promesse del trailer e offre due ore di sincero divertimento.

La coppia Gosling-Crowe funziona benissimo e le risate sono ben calibrate per non far calare la tensione sulla trama che è piuttosto intricata.

Degna di nota anche Angourie Rice, nel ruolo di Holly, la figlia adolescente di Holland, che si dimostra assolutamente all’altezza di dividere la scena con i due protagonisti.

Cinematografo & Imdb.

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E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambelle e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino nella foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando poi te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente fin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancor peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

Crave – Febbre, 1998

 

Non avevo idea di chi fosse Sarah Kane.

E probabilmente non ce l’ho nemmeno adesso.

Ho pescato questo libro a caso, in base al principio che se continuo a comprare solo cose che conosco, o di cui in qualche modo ho sentito parlare, non vado da nessuna parte e quindi porto avanti uno sgangherato, incoerente, disomogeneo e disorientante percorso di acculturamento casuale.

Ci sarebbe da approfondire la mia più o meno inconscia attrazione per autori e autrici che si sono suicidati.

E ci si potrebbe soffermare sulla fitta rete di legami e risonanze che mi hanno portato ad avere tra le mani questo libriccino scritto da una ragazza che si è tolta la vita a 28 anni dopo aver lasciato cinque lavori teatrali di indubbia potenza.

Per tutti i primi tre testi, Blasted, Phedra’s Love e Cleansed, devo dire la verità che l’ho odiato, questo libriccino.

E ho odiato l’autrice e la critica che ne ha osannato la portata dirompente.

Non so. Riesco a capire cosa stesse cercando di fare ma non riesco ad apprezzare queste gallerie di orrori reali che in certi momenti mi hanno ricordato la morbosità di un Bret Easton Ellis. Sesso e violenza nelle loro declinazioni peggiori. Mutilazioni e cannibalismo e via così.

Davvero. Ho odiato quei tre testi. Non credo che vorrei mai vederli rappresentati. E non per un problema di finto moralismo.

Non mi sento ferita né tanto meno il bersaglio di una deliberata intenzione di stupire – mi parrebbe persino banale, dato che stiamo parlando degli anni Novanta.

E’ solo che c’è una certa declinazione del disturbante che non fa per me. Non riesco a entrarvi in sintonia.

E poi sono arrivata a Crave (Febbre) e a 4:48 Psychosis e si è come aperto uno squarcio nell’orrore trasmesso dai lavori precedenti.

Sono due testi difficili, inquietanti ed estremamente dolorosi al fondo dei quali si riesce a intravedere l’abisso che alla fine ha inghiottito Sarah.

Sono due testi che ho trovato estremamente toccanti. Toccanti in un modo persino più inquietante dell’orrore degli altri tre.

Non lo so. Devo ancora inquadrare molti elementi.

Ci sono domande che emergono provocatorie, come per esempio, quanto ha contato nella consacrazione di questa autrice il fatto che si sia tolta la vita dopo aver concluso 4:48 Psychosis – che altro non è che una lunga suicide note in forma di monologo?

Quanto ha influito il fatto che fosse donna nell’amplificare ulteriormente l’impatto della violenza dei suoi testi?

Ci sono elementi che mi hanno colpita molto e altri che mi hanno lasciato enormi perplessità.

Controversa. Almeno nella mia opinione. Probabilmente rileggerò e approfondirò.

Di sicuro interessante.

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Mah. Non so.

Non è che non mi sia piaciuto eh. E’ solo che il primo mi è piaciuto di più e speravo in un bis.

Dal punto di vista della continuity, riprendiamo esattamente da dove abbiamo lasciato il primo capitolo e introduciamo subito la nuova famigliola protagonista: due fratelli, Dylan, Zach, e la madre Courtney, in fuga dal padre dei ragazzi e ex marito violento. Nel corso dei loro spostamenti, si sistemano temporaneamente in una vecchia casa che aspetta da un po’ di essere venduta. Una parente di Courtney lavora per l’agenzia immobiliare e assicura a Courtney che per il momento non ci sono acquirenti in vista.

Quello che Courtney non sa è quello che è successo nella casa, o meglio, nella chiesa immediatamente adiacente. Courtney non sa esattamente come sono morti i precedenti proprietari.

A saperlo sono Dylan e Zach. In particolare Dylan.

E a raccontarglielo sono stati i bambini.

Bambini fantasmi, che popolano gli incubi e interrompono il sonno.

Bambini ansiosi di condividere con Dylan la propria storia. Orgogliosi di mostrare i loro film su come hanno eliminato le loro famiglie.

Bambini che hanno scelto Dylan, perché la prossima famiglia sarà la sua e perché Mr. Boogey vuole la sua innocenza.

A fare fisicamente da collegamento tra la vicenda del primo film e quella presente è il personaggio del vice sceriffo che aveva aiutato Ethan Hawke nelle indagini e che era rimasto sconvolto dalla fine della famiglia dello scrittore e da quanto aveva scoperto al riguardo.

L’ex vice sceriffo Tal dei Tali, come hanno reso in italiano So&So, segue le tracce delle famiglie uccise. Ha capito il meccanismo che muove Mr Boogey e sta cercando di spezzare la catena bruciando le case teatro dei massacri.

Sta per bruciare anche quest’ultima casa ma la trova inaspettatamente occupata da Courtney e dai suoi figli e deve quindi trovare il modo di fermare la catena del male evitandone il sacrificio.

I collegamenti con il primo capitolo sono buoni, la trama è valida e il ritmo è discreto. Si crea tensione nei momenti giusti e l’atmosfera generale è inquietante. Ripeto, non è fatto male e non è un brutto film.

Però, non so come dire, è…più normale rispetto al primo.

Perché si sa già chi è il cattivo.

Perché si sa come opera.

Nel primo film tutta la tensione si creava nel non sapere mai fino a che punto si parlava di thriller o si parlava di horror.

E tutta la potenza disturbante risiedeva nei minuti finali della versione estesa dei filmini.

Qui si sa già tutto in partenza.

E, ok, i filmini delle famiglie massacrate sono comunque disturbanti, ma sono più una variante sul tema che non un vero e proprio elemento costitutivo. Una galleria degli orrori su un tema già dato.

Parallelamente, le indagini per approfondire la figura del Bughuul – che rimane comunque inquietante – rischiano di appesantire una spiegazione già fornita in partenza e di confondere un po’ le carte.

L’unico elemento di vera suspense è quello di vedere come l’ex vice sceriffo riuscirà a fermare il tutto – il se non è nemmeno in forse perché verrebbe meno il presupposto di tutto il film.

Morale, se il primo capitolo aveva tutta l’originalità di un canone classico dell’horror (l’Uomo Nero che mangia i bambini) rielaborato in modo insolito, questa seconda tappa è un episodio successivo che nulla aggiunge all’idea originaria ma che ne sfrutta il presupposto per dar vita ad un horror decisamente più tradizionale.

Cinematografo & Imdb.

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