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I figli della notte. Regia di Andrea De Sica, nipote di Vittorio, figlio di Manuel, per capirci. Italia. In concorso, non ha ricevuto né premi né menzioni.

Un collegio per ragazzi ricchi e disagiati, sperduto fra le montagne, al riparo – almeno ufficialmente – da tentazioni e distrazioni.

Un posto per riallacciare i fili delle vite troppo presto incasinate dei figli di famiglie troppo ricche e troppo impegnate per occuparsene.

Una sorta di isola fuori dal mondo per tentare di riparare ai danni causati dal vuoto di genitori peggio che inesistenti.

Giulio ed Edoardo. Un’amicizia esclusiva, che può essere al tempo stesso salvezza e condanna. Una casa misteriosa nel bosco e un intero piano del collegio chiuso e inutilizzato.

De Sica giovane promette bene. Forse è vero che alcune caratteristiche saltano una generazione. Se si è disposti a passare sopra alcune ingenuità quali le citazioni forse un po’ troppo palesi dalle fonti illustri – L’attimo fuggente, Shining, Suspiria, La grande fuga, per dirne alcune – e magari un po’ troppo timore nell’approfondire alcune dinamiche tra i personaggi, abbiamo un buon film, che regge bene e coinvolge, tra atmosfere inquietanti (ma decisamente non horror, anche se al lancio pubblicitario è piaciuto tanto insistere su questa cosa) e claustrofobiche.

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The Polar Boy. Regia di Anu Aun. Estonia. Sezione TorinoFilmLab.

Mattias sta per finire il liceo. Aspirante fotografo, spera di venire accettato all’Accademia delle Arti di Berlino. Mentre è in giro con la sua macchina fotografica vintage, si imbatte in Hanna e quello che è un incontro casuale diventa il catalizzatore di una serie di eventi che sconvolgono radicalmente la sua esistenza. Hanna è bella, folle, disinibita. E affetta da disturbo bipolare.

Mattias ne è catturato e finisce nei guai per lei. Oltrepassa quello che sembra un punto di non ritorno per poi, di nuovo, rimettere tutto in discussione.

Una sorta di storia di formazione, in equilibrio tra normalità e follia, dove i confini sono labili e le definizioni sempre più vuote di fronte alla realtà concreta dell’articolato legame che si sviluppa tra i due ragazzi. Una storia delicata, mai eccessiva, mai tragica, nemmeno nel dramma. Viene resa l’enorme complessità della situazione emotiva in modo assolutamente umano, vero, plausibile.

Bello. Non so se arriverà mai in distribuzione ma vale la pena recuperarlo. Forse il più bello che abbia visto in questa edizione del TFF.

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Erase Everything I Said About Love. Regia di Guillermina Pico. Argentina. Sezione TFFDOC.

Una serie di lampi, immagini, impressioni scandite dal voiceover che imposta, a intervalli, una lieve linea guida.

Bellezza che si fa appena in tempo a cogliere e poi sfugge, cambia, scompare per sempre.

Bellezza che è un sentiero da seguire, come una scia di indizi, verso qualcosa che non conosciamo.

Interessante e leggero.

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34TFF – #3 Christine

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Non sono sicura di come parlare di questo film.

Riguarda un caso di cronaca e quindi lo svolgimento dei fatti è di pubblico dominio. Ma. E’ pur vero che io non sapevo nulla della vicenda in questione e questo ha sicuramente influenzato il modo in cui ho guardato il film.

In definitiva, è probabile che parlerò in modo esplicito della vicenda. Se questo sia da considerarsi spoiler o meno, non mi è del tutto chiaro, ad ogni modo, vi ho resi partecipi di questo dubbio amletico, ergo, decidete voi se proseguire o fermarvi.

Regia di Antonio Campos.

Tra i film in concorso in questa 34a edizione del TFF.

La vera storia di Christine Chubbuck.

Siamo in Florida, a metà degli anni Settanta. Christine ha 29 anni e sembra avviata verso una promettente carriera giornalistica presso un’emittente locale.

Christine è una bella ragazza dai lunghi capelli neri e dai modi sbrigativi e decisi. Fin da subito si vede la sua dedizione a ciò che fa e ci va un po’ per capire che l’ostentata sicurezza è una facciata dietro la quale si nasconde una situazione estremamente complessa.

Christine è spigliata e determinata. E’ sempre impegnata e oltre al lavoro si dedica al volontariato in ospedale, facendo spettacoli di marionette per i bambini.

Però. Christine vive con sua madre, e ha paura di andare da un dottore.

E poi c’è qualcosa. Qualcosa di non detto che aleggia nelle conversazioni con la madre. Qualcosa che è rabbia, risentimento, paura.

Un trasferimento alle spalle perché è successo qualcosa. Qualcosa che, sia lei che la madre, temono possa ripetersi.

Christine è dura e fragile.

E poi ci sono le cose che non vanno come dovrebbero andare. I suoi servizi che non piacciono al direttore dell’emittente.

Un collega per cui Christine ha un interesse ma con il quale non sa interagire, come non sa interagire quasi con nessuno, se non a livello superficiale.

Una promozione che non arriva e la sempre più crescente tendenza sensazionalistica dei media che impongono servizi ad effetto, notizie cruente, continui shock per i telespettatori.

Quello che conta – quello che porta soldi – è la cruda realtà, in living colors, direttamente dalla strada nelle case.

Christine si sgretola.

Assistiamo ad un processo di disintegrazione della sua persona fino al crollo definitivo e totale.

Fino a quando

“In keeping with Channel 40’s policy of bringing you the latest in ‘blood and guts’, and in living color, you are going to see another first—attempted suicide.”

Il 15 luglio del 1974, Christine Chubbock si toglie la vita, sparandosi in testa in diretta tv.

Campos dirige un film di perfetto equilibrio e di estrema delicatezza.

Entra gradualmente nella vita di Christine e coglie in pieno la dolorosa umanità della sua condizione.

Christine è prigioniera e vittima di se stessa. Ha bisogno di un aiuto che non è mai arrivato e che non è mai riuscita a chiedere.

E’ una creatura sperduta nell’abisso di un’esistenza che non sa gestire.

E’ sola e terrorizzata.

Nei panni di Christine è una fenomenale Rebecca Hall, in quella che è senza dubbio la sua interpretazione più notevole e che ha meritatamente ricevuto il premio come migliore attrice.

E già che si parla di premi, sabato sera c’è stata la cerimonia di premiazione del Festival e QUI potete trovare l’elenco di tutti i vincitori.

Cinematografo & Imdb.

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Quest’anno non sono riuscita a inserire nel mio programma del TFF neanche un horror, motivo per cui il Weekly Horror va in pausa per un po’, altrimenti finisco di smaltire i titoli del festival dopo Natale.

Ad essere onesti, quest’anno è già stato un miracolo riuscire a metterlo insieme, il mio programma del TFF, ma questo è un altro discorso e non necessariamente interessante.

Dunque.

Free State of Jones.

Regia di Gary Ross e un bel ruolo eroico per Matthew McConaughey.

Diciamo che è il tributo del festival al mainstream, per quanto non ami mai molto usare questa parola, per lo meno non seriamente.

Ma tant’è.

Sì, c’è anche Sully di Eastwood che fa il filmone di richiamo, ma Eastwood, a ragione o a torto che sia, mantiene comunque un tono un po’ più snob.

Free State of Jones decisamente no. E sicuramente in buona parte per colpa del buon Matthew – tralascerò di narrare del branco di quasi-cinquantenni infoiate esaltate che a momenti mi calpestano per entrare in sala, probabilmente convinte di trovare Matthew in carne e ossa a tener loro il posto.

Anyway.

Storia vera di Newton Knight, contadino della contea di Jones, nel Mississippi, che durante la Guerra Civile disertò dall’esercito e si ribellò al governo dei confederati, rifiutando di combattere per una causa non sua e opponendosi allo sfruttamento da parte dei ricchi padroni delle piantagioni di cotone.

A guerra finita e ancora dopo l’abolizione della schiavitù, Newt non smise mai di lottare e fu dalla parte degli schiavi liberati, animato da principi, al tempo, rivoluzionari quanto semplici. Perché un uomo possiede di diritto ciò che ha ottenuto dalla terra col proprio lavoro. Perché un uomo è un uomo, e non c’è bisogno di altre distinzioni.

Si unì inoltre con Rebecca, una ex schiava, quando di unioni miste non era lecito neanche parlare. Ebbero un figlio e, a distanza di più di ottant’anni, il suo discendente si troverà ancora a dover lottare nella democraticissima America a causa del sangue negro che gli scorre nelle vene.

Gary Ross dirige un film impeccabile, ben calibrato sotto ogni aspetto, per un totale di 139 minuti che filano lisci senza appesantire.

McConaughey è fenomenale, immenso con il suo accento del sud strettissimo e la sua presenza che riempie sempre totalmente la scena in un ruolo che sarebbe anche da oscar se non fosse troppo normale considerarlo da oscar e che offusca un tantino tutto il resto del pur meritevole cast.

Resta il fatto che a) decisamente non era un film adatto a questo festival e b) è sempre la solita salsa di patriottismo americano e grandi valori umani e civili.

Per carità, magari al momento l’America ha anche bisogno di ripassarseli un po’ i suoi presunti valori, e sì, il personaggio di Knight è effettivamente interessante e poco conosciuto, però annega nell’impostazione di quello che è ormai un formato standard per questo genere di argomento.

E su questo genere di argomento devo dire che, pur non riuscendo a trovare degli effettivi difetti, ho visto film più coinvolgenti.

Oltretutto è rientrato al festival proprio per il rotto della cuffia, visto che il 1 dicembre arriva già nelle sale.

Cinematografo & Imdb.

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Matthew McConaughey and Bill Tangradi star in FREE STATE OF JONES

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Moses (Mahershala Ali) wearing the slave collar in the maroon camp

34TFF – #1 L’avenir

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Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino di quest’anno.

Regia di Mia Hansen-Løve.

Nathalie è una professoressa di filosofia e scrittrice che si dedica con passione al suo compito. La sua vita intellettuale è ricca e piena. Tra le varie cose, collabora anche con un suo ex studente a progetti di pubblicazioni. Ha un marito, anch’egli professore, con cui ha condiviso 25 anni della sua vita e due figli ormai grandi e pronti a prendere la loro strada.

L’avenir si apre sul quadro di una donna realizzata e stabile, con l’unico cruccio di una madre anziana e un po’ difficile.

E poi, lentamente ma inesorabilmente, le cose cominciano a cambiare.

Prima sono solo dettagli. I responsabili del marketing della sua casa editrice vogliono stravolgere la veste grafica della sua collana per motivi di vendite.

E le copie omaggio dei suoi libri non sono più omaggio.

E i picchetti di scioperi davanti a scuola le impediscono di insegnare.

Un susseguirsi di piccoli problemi che si ingigantiscono, piccole stanchezze che si accumulano, dapprima solo sul fronte professionale.

Poi lo sgretolamento intacca anche il lato personale.

E il marito di Nathalie le confessa di avere un’altra e di aver deciso di andarsene a vivere da lei.

E la madre peggiora, al punto da non poter più stare da sola. Fino al punto di non ritorno.

I figli ormai stanno per conto loro.

La casa editrice la molla definitivamente.

Senza più né la madre, né il marito, Nathalie sperimenta una condizione spiazzante che è al tempo stesso di vuoto e di libertà – come lei stessa ha la lucidità di riconoscere.

Si ritrova insieme alla gatta Pandora – la gatta di sua madre, cui lei è pure allegrica – a casa del suo ex studente, circondata da ragazzi animati da idee profondamente radicali.

Nathalie deve dimenticare tutto. Rimettere tutto in discussione.

E’ arrivata quasi all’apice della sua vita solo per vederla disfarsi pezzo per pezzo e ora deve trovare il modo di tenere insieme i brandelli di una se stessa che a tratti sembra quasi non appartenerle.

Nel ruolo di Nathalie, una meravigliosa Isabelle Huppert, con la sua espressività essenziale e intensissima.

Sezione TFF – Festa Mobile.

Resta da capire perché nel mini riassunto di presentazione siano partiti dal finale, ma pazienza.

Cinematografo & Imdb.

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E finalmente è arrivato.

Dopo quasi due anni di trailer, anticipazioni, supposizioni e quant’altro, abbiamo infine tra le zampe l’agognato spin off della saga più celebre dell’ultimo decennio.

Animali Fantastici e dove trovarli è tutto quello che ci si aspetta che sia.

E’ il mondo di Harry Potter che esce fuori dai confini di Hogwarts. E’ quello di cui si è solo sentito parlare durante i sette anni alla scuola di magia.

E’ tutto un oooohh e aaaahh di riconoscimento e ritrovamento.

E’ divertente, curatissimo e ovviamente ben calibrato dall’esperta regia di Yates, che tra maghi e simili ormai si muove come a casa sua.

La prima prova di sceneggiatura della Rowling è più che valida. Niente buchi, né rallentamenti e non commette l’errore molto spesso comune a chi è anche autore, di perdersi in dettagli sulla carta estremamente efficaci ma non altrettanto significativi sullo schermo.

Siamo nella New York degli anni Venti e un giovane mago esperto di animali (magici) arriva nella metropoli con una curiosa valigia piena di creature fantastiche e assolutamente vietate negli Stati Uniti.

Ovviamente la valigia finisce per conto suo, le creature scappano e il goffo e impacciato Newt Scamander si trova nei guai.

A complicare il tutto ci si mettono strani attacchi in giro per la città che minano la sicurezza dei non maghi e soprattutto la segretezza dei maghi.

Ora, se ci si aspetta una saga dalla complessità di intreccio pari a quella di Harry Potter, è probabile che si rimarrà delusi.

Almeno da questo primo capitolo, le dinamiche in gioco paiono più lineari e la trama meno articolata.

E’ pur vero che anche il primo libro di HP non lasciava presagire tutto quell’ambaradan di roba che è venuta fuori dopo eh, però, ad oggi, l’impressione di questo primo Animali Fantastici è quella di una cosa un po’ più semplice. Poi staremo a vedere, cinque capitoli non sono pochi.

In ogni caso, l’ambientazione vale tutto.

La bellezza del contesto e la genialità di tutte le trovate, oltre, come dicevo prima, a quella bella sensazione di ritornare in posti familiari.

E poi ci sono, ovviamente, gli animali fantastici.

Alcuni nuovi, alcuni già sentiti nei libri precedenti, sono tutti davvero fantastici.

Io probabilmente sono il target ideale per questo genere di operazioni di marketing, ma appena saranno disponibili i gadget mi precipiterò a procurami pupazzi e pupazzetti.

O almeno uno Snaso.

Dai, uno Snaso non si nega a nessuno.

Insomma. Se avete amato Harry Potter, apprezzerete anche questo.

Operazione commerciale?

Certo, non penso che nessuno provi a negarlo.

Per fortuna questo non implica necessariamente la mancanza di qualità e qui la qualità del prodotto è, come era lecito aspettarsi, più che eccellente.

Buono anche tutto il cast.

Eddie Redmayne è adattissimo alla parte, con quel suo sguardo timido e impacciato, la postura studiatamente sbilenca e gli occhi bassi.

Ottimo anche il coprotagonista Dan Fogler, nel ruolo del babbano Jacob Kowalski, misuratamente comico, mai macchiettistico.

Katerine Waterston nel ruolo della protagonista femminile, Tina Goldstein.

E poi Colin Farrell, Ezra Miller, Samantha Morton, John Voight e anche un paio di particine per Ron Perlman e Johnny Depp.

Cinematografo & Imdb.

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