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I supereroi secondo Shyamalan.

Terzo capitolo di una trilogia che si è realmente palesata come tale solo alla fine di Split (2017), con l’ammiccamento a David Dunn – Bruce Willis di Unbreakable (2000) – Glass arriva a scoprire le carte e chiama le cose con il loro nome.

Non sono personaggi speciali o personalità particolari.

Stiamo parlando di supereroi.

Sì, proprio quelli dei fumetti.

David Dunn, Kevin Wendell Crumb (James McAvoy di Split) e Elijah Price (Samuel L. Jackson, anche lui in Unbreakable) si ritrovano per motivi diversi rinchiusi in uno strano ospedale psichiatrico, sottoposti alle insolite cure della dottoressa Staple, specializzata – stando a quanto afferma – in un particolare tipo di patologia. Una mania di grandezza che induce il malato a ritenere di avere poteri sovrannaturali. Insomma a credersi un supereroe.

David Dunn ha una forza e una resistenza fuori dal comune e con un semplice tocco riesce ad individuare i malvagi.

Kevin ha dentro di sé un’Orda di personalità e tra (e sopra) di esse c’è la Bestia, feroce, vendicativa e dalla forza sovrumana.

Elijah Price è Mr. Glass, l’uomo di vetro. Le sue ossa si spezzano alla minima pressione ma la sua mente è in grado di manipolare situazioni e persone.

Le strade dei tre sembrano quindi essersi incrociate per un motivo. Prendersi la loro rivalsa e provare al mondo la propria esistenza.

Quello che sembra un action lievemente sopra le righe scivola gradualmente in una struttura che è riflesso quasi perfetto dell’impianto del fumetto.

Quasi perché, come sempre, Shyamalan ci mette del suo e sposta, anche se di poco, l’asse della prospettiva. Quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo.

E quindi abbiamo quasi tutti gli elementi principali del canone.

Abbiamo l’origine degli eroi e la nascita dei loro poteri e dei loro punti deboli.

Abbiamo gli antagonisti e la lotta per l’identità.

Il tutto con tanto di ammiccamenti didascalici – non proprio uno sfondamento della quarta parete ma quasi – a puntualizzare quello che sta prendendo forma davanti agli occhi dello spettatore: una storia di origine.

Shyamalan si muove bene nell’universo nerd e come sempre, centra il bersaglio con un film divertente, appassionante e assolutamente originale, non tanto per i contenuti in sé quanto per la loro forma.

Ottimo tutto il cast, con una menzione speciale per McAvoy che supera veramente se stesso.

Mentre in Split l’alternarsi delle personalità era quasi sempre intervallato in scene distinte, qui i cambi, oltre che essere più numerosi, sono anche continui e repentini. Nel corso di uno stesso monologo McAvoy cambia un numero sconcertante di personalità, mimiche facciali e fisiche, voci, espressioni, consistenze regalando un incredibile pezzo di bravura che – nel caso ce ne fosse bisogno – anche da solo varrebbe tutto il film.

Particina anche per Anya Taylor-Joy, anche lei ripresa da Split.

Molto consigliato anche questo.

Cinematografo & Imdb.

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Per la regia di Adam McKay (La grande scommessa, 2016) torna l’accoppiata Christian Bale – Amy Adams (American Hustle, 2013) in un biopic politico potenzialmente rischioso ma, in definitiva, perfettamente riuscito.

La vita di Richard Bruce Cheney, meglio noto come Dick Cheney, figura di spicco nella politica statunitense e vicepresidente sotto l’amministrazione di Georg W. Bush.

Ripercorrendo le tappe dell’esistenza di Cheney, si ripercorre anche una fetta considerevole della storia americana recente, a partire dal ’69, in piena era Nixon, fino alla vicepresidenza, il che significa Torri Gemelle e guerra in Iraq.

Una panoramica impietosa e agghiacciante del dietro le quinte della politica americana. Niente di realmente sorprendente, sia chiaro, niente che non si sappia se si ha voglia di saperlo. Ma questo non riduce in alcun modo la portata dei fatti.

Un’impostazione molto dinamica e soprattutto fortemente ironica dà al film un ritmo serrato e vivace. Non è solo una mera ricostruzione biografico-politica che avrebbe rischiato di essere materialmente noiosa almeno quanto teoricamente interessante. E’ un racconto leggero e veloce, connotato da un’ironia che non è solo espediente narrativo per far sorridere ma è intelligente richiamo alla riflessione.

Cast interamente ottimo, a partire da Bale, grasso (oltre 20 chili presi apposta per il ruolo), calvo e dallo sguardo penetrante, candidato e vincitore del Globe in categoria miglior attore in un film musicale/commedia.

Accanto a lui Amy Adams, strepitosa come sempre, qui nel ruolo della moglie di Cheney, perfetta incarnazione della consorte wasp in ogni sua sfumatura, dall’aspetto fisico al supporto morale, politico, psicologico.

E poi Steve Carell nel ruolo di Donald Rumsfeld e un fantastico Sam Rockwell a interpretare il giovane Bush.

Un quadro spietato di giochi di potere dove nulla è salvabile e nulla si salva.

Le altre nominations ai Globes erano per film (commedia/musical), regia, sceneggiatura, attrice e attore non protagonista per Amy Adams e Sam Rockwell.

Domani vedremo quante di queste candidature passeranno anche agli Oscar.

In ogni caso consigliatissimo.

Cinematografo & Imdb.

Umbre de muri, muri de mainé

WEEKLY HORROR – Noi

Scritto e diretto da Jordan Peele, regista e sceneggiatore di Get Out.

Ora, ricordandomi quanto poco mi fosse piaciuto Get Out e quanto avessi giudicato immeritata anche solo la partecipazione agli oscar, forse dovrei usare cautela nell’approcciarmi a questo.

Però il trailer mi piace parecchio.

In uscita il 28 marzo.

Vedremo.

La Favorita

In uscita il 24 gennaio.

E’ stato uno dei più nominati ai Globes di quest’anno e, in effetti, il trailer sembra divertente e interessante.

Resta il fatto che con Lanthimos non sono in rapporti proprio amichevoli e ho sempre un po’ paura di dove voglia andare a parare.

Vedremo.

Ispirato ad una curiosa vicenda di cronaca e basato principalmente sulla ricostruzione che di questa vicenda fornì un articolo di David Grann apparso sul New Yorker del 27 gennaio 2003, Old Man and the Gun pare proprio che sarà l’ultimo film di Robert Redford.

E, tutto sommato, direi che come conclusione non è male.

Forrest Tucker è un distinto gentiluomo di una certa età, dai modi cortesi e dall’aspetto impeccabile.

La sua attività consiste nel presentarsi in una banca e chiedere gentilmente alla cassiera, o a chi per lei, di riempire di soldi una borsa semplicemente limitandosi a puntualizzare di essere in possesso di una pistola.

Il tutto con molta calma, pacatezza e assoluta cortesia.

Altra attività di Forrest consiste nell’evadere dal carcere – o da qualsivoglia struttura in cui qualcuno provi a rinchiuderlo – per un totale di almeno 18 evasioni accertate – e riuscite.

Un inizio forse un po’ lento – con l’incontro casuale di Forrest e Jewel (una strepitosa Sissy Spacek), in cui il corteggiamento tra i due appare forse un po’ scontato e si trascina un po’ troppo per le lunghe – lascia gradualmente il posto ad un ritmo più dinamico man mano che si entra nel vivo della storia.

A dare la caccia Tucker c’è un ottimo Casey Affleck nei panni dell’investigatore John Hunt, che comincia a tracciare collegamenti tra una lunga serie di rapine che presentano forti analogie in tutti gli Stati Uniti.

Ne viene fuori una storia poliziesca dal sapore d’altri tempi, retrò e garbata come il protagonista stesso.

Redford è molto Redford. E’ inconfondibilmente se stesso ma la cosa non disturba più di tanto perché risulta comunque molto centrato sul personaggio. Nomination per lui ai Globe in categoria commedia/film musicale.

Lowery mantiene una regia pulita e una narrazione lineare e mette insieme un film leggero e gradevole.

Cinematografo & Imdb.

Apprezzato e denigrato in egual misura dalla critica, questo Van Gogh di Julian Schnabel (Basquiat, 1996) arriva in coda ad una lunga e ricca filmografia che si è cimentata nel ricostruire la vita del celebre pittore.

E se da un lato c’è chi parte in quarta con i paragoni e giudica insuperate le interpretazioni di Kirk Douglas (Brama di vivere, 1956, Vincente Minnelli), di Scorsese (Sogni, 1990, Akira Kurosawa), di Tim Roth (Vincent & Theo, 1990, Robert Altman) e di Benedict Cumberbatch (Van Gogh, Painted with Words, 2010, Andrew Hutton), d’altro canto c’è chi, per fortuna direi, è riuscito ad apprezzare l’assoluta unicità dell’interpretazione di Willem Dafoe, alle prese con un ruolo e con una sceneggiatura tutt’altro che facili.

Schnabel non sceglie la via del biopic tradizionale ma tenta di fare con il mezzo cinematografico ciò che la mente di Vincent faceva sulle tele, restituendo un quadro potente e tormentato, emotivamente travolgente e visivamente abbagliante.

La costruzione lascia pochissimo spazio a cronologia e contesto e si viene subito catapultati all’interno della vita interiore di Vincent.

Vincent che cerca una luce che nessuno è ancora riuscito a trovare.

Vincent che vede un mondo diverso e che deve dipingere perché anche gli altri possano vedere.

Vincent che dipinge per fermare la mente. Per avere pace. Perché non sa e non può fare altro.

Vincent che è solo con se stesso e con il suo disperato bisogno di una condivisione e di una comprensione impossibili per il mondo in cui viveva.

Willem Dafoe ha 63 anni. Vincent ne ha 37 quando muore. Eppure la differenza di età viene spazzata via da un’interpretazione che è pura emotività.

Dafoe restituisce tutta la struggente delicatezza del tormento interiore di Vincent e si muove con maestria sulla linea di un copione difficile, fatto di voiceover su schermo nero, inquadrature ravvicinatissime, soggettive agitate e progressivamente sempre meno nitide, probabilmente per rispecchiare l’indebolimento della vista di Vincent.

Nel cast anche Oscar Isaac, nel ruolo di Gauguin, Rupert Friend nei panni di Theo, fratello di Vincent e poi Mads Mikkelsen e una particina anche per Emmanuelle Seigner.

Coppa Volpi a Dafoe a Venezia 2018 e candidatura al Globe come miglior attore in un film drammatico.

Vedremo se arriverà anche agli Oscar. Non sarebbe fuori luogo una qualche menzione per la sceneggiatura.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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