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Archive for gennaio 2013

Riflessioni sparse del giovedì.

Lavorare in un ambiente (quasi) esclusivamente femminile provoca inevitabilmente misoginia. E’ fisiologico.

Apparentemente slegati ma intimamente connessi a questo fenomeno: i clichè.

Odiati, evitati come la peste, incarnazione di tutto ciò che è male. Ma se esistono, purtroppo, un motivo c’è quasi sempre.

Non che questo mi induca a rivalutarli, semplicemente serve a focalizzare meglio che cosa detestare.

E sempre per rimanere in tema di donne e cliché, l’altra sera mi sono imbattuta in questo.

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Unfaithful (2002). Titolo sapientemente arricchito nella versione italiana con L’amore infedele. Grazie, davvero, se ne sentiva il bisogno.

Io giuro che non avevo intenzione di vederlo. Poi, un po’ per il fatto che il televisore in cucina, per qualche ragione che tuttora mi sfugge, prende pochi canali del digitale, un po’ perchè lo stavano dando su Iris che in genere ha un livello decoroso, mi sono ritrovata a guardarlo fino alla fine.

La storia è standard che più standard di così si muore. Coppia di mezz’età, famiglia perfetta con tanto di figlio, cane e casa strafiga nei dintorni di New York. Lei (Diane Lane – che è comunque sempre bella, questo va pur detto) incontra per caso un affascinante (?) giovane intellettuale (??) che le scatena la passione repressa che evidentemente nella dorata normalità del suo matrimonio latitava.

Sfilata di cliché – appunto – sulla donna che diventa preda di un’attrazione incontrollabile mista a sensi di colpa e che, in quanto innamorata, si rincoglionisce al punto di non riuscire neanche più a gestire un’acqua che bolle. E neanche il marito (Richard Gere – sempre brutto, anche questo va pur detto) ne esce tanto meglio. Tra indizi discreti quanto un’insegna al neon e goffi tentativi di non vedere la realtà.

Date le premesse, bisogna almeno concedere che l’evoluzione finale fa un tentativo – per quanto inutile – di elevarsi un po’ – ma proprio pochino – al di sopra della melma di ovvietà in cui sguazza.

C’è però un elemento che ha reso non del tutto vana questa visione. La filmografia del regista, Adrian Lyne (cito solo i principali):

Flashdance (1983)

9 settimane e ½ (1986)

Attrazione fatale (1987)

Proposta indecente (1993)

Prima considerazione. Ma il regista di Flashdance è lo stesso di 9 settimane e ½?!? E oltretutto. Com’è possibile che non l’abbia mai saputo?!? Son cose che fanno riflettere.

Seconda considerazione. Non ha per niente la fissa della donna travolta da passione ingestibile. Assolutamente no, anzi, è un argomento che gli sta pure un po’ sul culo.

In definitiva, il film potete perdervelo tranquillamente; io, in ogni caso vi metto lo stesso i link.

Cinematografo e Imdb.

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Io ho paura di volare. E’ un fatto ed è inutile girarci intorno. Fortunatamente però, non ho così tanta paura da rinunciarvi. Quando organizzo un viaggio e so che dovrò prendere un aereo, so anche che affronterò la mia brava dose di paranoie e che se mai dovessi incappare in una turbolenza mi ridurrò ad uno straccetto pigolante e privo di dignità per tutta la durata dell’evento. E’ anche probabile che mi ritrovi a pronunciare voti e solenni giuramenti che se mi va bene viaggerò via terra per il resto dei miei giorni. Fino al volo successivo. Basta conoscersi.

Tutto ciò per dire che se già di mio tendo a partecipare molto ai film dal punto di vista emotivo – sì, sono di quelli che piangono e all’occorrenza zompano sulla poltrona – la prima mezz’ora di Flight mi ha decisamente provata.

Avverto che ne parlerò in modo piuttosto dettagliato. Non che questo vada a svelare particolari determinanti nello svolgimento del film – tanto più che molto dell’incidente viene detto anche nel trailer – in ogni caso ve lo segnalo.

Penso sia una delle sequenze di incidenti aerei più belle e in assoluto fatte meglio nella storia di questo genere cinematografico. E il motivo principale penso sia il fatto che è di un realismo estremo. Sembra veramente di vivere quei momenti. Non è solo una questione di telecamera che si agita, passeggeri legati ai sedili e sballottati qua e là come al luna park e magari anche di qualche esplosione. Sì, certo, ovviamente si balla, ma quello che rende tutto così terrificante sono i particolari, gli elementi veri di tutta la situazione. La posizione d’emergenza che le hostess fanno assumere ai passeggeri come avvio di quelle procedure che normalmente ci si augura di vedere sempre solo stampate a colori nella tasca del sedile antistante. Non ricordo un solo altro film a tema in cui venga rappresentata questa cosa qui. Generalmente si passa da uno stato di normalità ad uno stato totalmente fuori controllo. Non ci sono mai i passaggi intermedi del personale che cerca in qualche modo di gestire la situazione.

Ma andiamo con ordine. Questo benedetto volo, diciamocelo, è parecchio sfigato, su questo non ci sono dubbi. Si alza in volo nel bel mezzo di una turbolenza di quelle serie e già qui si ha un assaggio sia di quello che si vive tra i passeggeri sia di quello che succede tra i piloti. In particolare, colpisce l’estrema lucidità professionale di Whip Whitaker (Denzel Washington) che risulta fin da subito estremamente credibile.

Quando il grosso del volo è ormai alle spalle e devono cominciare la discesa, arriva il casino vero e proprio. Guasto tecnico. L’aereo precipita.

Parentesi. Notevole davvero l’assoluta precisione dei dettagli tecnici – tutto quello che viene rappresentato è plausibile quando non addirittura possibile. Chiusa parentesi.

Per frenare la caduta, Whip tenta una manovra estrema e porta l’aereo in volo rovescio, per poi raddrizzarlo nuovamente e farlo planare – ormai senza quasi più nessun motore funzionante – in una zona disabitata.

Risultato. Niente vittime a terra e quasi nessuna vittima a bordo. Un caso più unico che raro ma tecnicamente e teoricamente possibile.

La lunga sequenza della manovra è un capolavoro. Anche tralasciando il fatto che io ero artigliata al sedile e tra un po’ mi mettevo a piangere da quanto me la stavo facendo sotto, è davvero coinvolgente anche perchè non si perde mai la dimensione umana delle persone che stanno facendo di tutto per evitare il disastro. La freddezza, mai spaccona, di Whip (la stessa che gli fa pronunciare la frase sulla scatola nera – poi capirete) e la prontezza – nonostante il panico – dell’assistente di volo contribuiscono a dare alla scena quell’equilibrio che la rende verosimile.

Poi certo, c’è anche il resto del film. Che è un po’ diverso da quello che il trailer lascia intendere. C’è il problema dell’alcool e c’è Denzel Washington che dà un’ottima prova, alternando momenti di lucidità a momenti in cui sprofonda tra i suoi demoni.

Molto (forse persino troppo?) politically correct dal punto di vista dei contenuti, Zemeckis riesce tuttavia a bilanciare bene tutti gli elementi in gioco evitando di scadere nel solito cliché da redenzione. O per lo meno, un po’ lo fa ma senza darlo troppo a vedere.

Nel cast troviamo anche Kelly Reilly – nei panni di un personaggio triste che forse avrebbe potuto avere un po’ più di spazio – e John Goodman, in un ruolo che fornisce anche diversi spunti divertenti.

Un buon film. Meritata la candidatura di DW anche se non credo sarebbe altrettanto meritata la vittoria – è una buona parte, è vero, ma non così tanto sopra le righe, soprattutto per lui.

Anche questo è abbastanza lungo ma il ritmo è buono e la narrazione scorrevole.

Da vedere. Magari non proprio prima di prendere un aereo, ma comunque da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Non conosco molto Giuseppe Tornatore. A parte il classico Nuovo cinema Paradiso (1988) non credo di aver visto molti altri suoi film. Tant’è che quando La migliore offerta è arrivato nelle sale l’ho relegato piuttosto in fondo alla mia personale programmazione.

Devo ringraziare le opinioni favorevoli delle persone che l’hanno visto e me lo hanno consigliato se alla fine ho deciso di andare a vederlo. E per fortuna, perchè davvero mi sarei persa un gran film.

Un affermato curatore d’aste ed esperto d’arte dal carattere duro e dallo stile di vita solitario ed eccentrico viene contattato da una misteriosa giovane donna che gli affida l’incarico di inventariare, valutare e preparare per un’asta l’eredità dei suoi genitori. Eredità che consiste in un’enorme e decadente villa piena di ogni sorta di antichità.

Non posso dire molto di più sulla trama perchè qualsiasi altro dettaglio finirebbe con lo spoilerare qualcosa (e probabilmente è anche il motivo per cui, una volta tanto, dal trailer non si capisce dove si vada a parare).

Impeccabile sotto tutti i punti di vista, dall’ambientazione curata ed esteticamente perfetta negli interni – di quest’abitazione misteriosa che sembra fuori dallo spazio e dal tempo – come negli esterni – di una città volutamente non identificata ma che richiama di volta in volta diverse città (ed effettivamente le riprese si sono svolte in più luoghi), all’interpretazione di Geoffrey Rush che lascia letteralmente senza fiato; dalla trama, costruita magistralmente in ogni dettaglio dall’inizio alla fine – avrei visto più che meritata una candidatura a miglior sceneggiatura originale – agli interpreti che affiancano Rush, tra i quali, oltre al sempre ottimo Donald Sutherland, troviamo di nuovo Jim Sturgess, che abbiamo visto in Cloud Atlas e vedremo in Upside Down e che probabilmente sta attraversando quel momento della carriera di un attore che può significare l’affermazione e lo sta sfruttando egregiamente.

La migliore offerta è un film delicato e potente allo stesso tempo. Uno di quei film che ti toccano nel profondo e che ti rimangono impressi per le emozioni che suscitano.

E’ effettivamente presto per fare delle classifiche ma sono abbastanza sicura che per me sarà tra i migliori di quest’anno.

Bellissimo, davvero vedetelo, vedetelo e rivedetelo.

Cinematografo & Imdb.

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Devo dire che sono molto soddisfatta di come è cominciato quest’anno sotto il profilo cinematografico. Passare davanti ad un multisala e constatare di aver visto tutti i film in programmazione è cosa che mi riempie d’orgoglio. Poi, probabilmente, qualcuno penserà che ho i miei problemi e non si può dargli neanche completamente torto, ma tant’è. Son soddisfazioni.

Frankenweenie.

Dopo aver rimandato per anni, finalmente Burton rimette mano ad un progetto nato nel 1984 e realizzato allora solo in forma di cortometraggio.

Una piccola e tranquilla cittadina (che ricorda molto quella di Edward mani di forbice); un ragazzino, il piccolo Victor, con il suo affezionatissimo cagnolino Sparky; i compagni di scuola, ciascuno con il suo animaletto domestico; un sindaco antipatico e un professore di scienze decisamente insolito. Un giorno Sparky viene investito da un’auto e Victor, ispirato dagli insegnamenti del suo professore, mette in pratica un peculiare esperimento.

Come sempre a metà strada tra fiaba e grottesco, Burton riprende la grafica di Nightmare before Christmas e la tecnica della stop motion animation già sperimentata con Mars Attak (1996) e con La Sposa Cadavere (2005) e mette in scena una sorta di parodia in versione infantile della storia di Frankenstein.

Tutto in bianco e nero, in 3D e costellato di citazioni cinematografiche, Frankenweenie non sarà forse all’altezza di una Sposa Cadavere ma è simpatico e divertente, sia per la storia sia per tutti i particolari e le trovate geniali che come sempre connotano i personaggi di Burton – le predizioni del gatto mi hanno fatto ridere tantissimo, così come ho trovato assolutamente deliziosa l’apertura sul filmino casalingo che Victor mostra ai suoi genitori.

Musiche come sempre di Danny Elfman.

Per chi fosse curioso, qui, trovate il cortometraggio originale con Shelley Duvall.

Cinematografo & Imdb.

La citazione del titolo è di Frankenstein Junior (1974, Mel Brooks).

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Leggetevi questo post (e relativo link).

Fatto?

Ok. Ora prendete un foglio bianco e scrivete i primi dieci aggettivi che vi vengono in mente da attribuire a NME.

Fatto?

No. Non ci sono in palio rivelazioni epocali su qualche lato nascosto del vostro carattere in base agli epiteti che avete scelto, ma, dite la verità, non vi sentite meglio? Almeno un po’?

No, perché i primi dieci minuti ci ho riso su, ma la realtà è che non c’è niente da ridere. Stiamo parlano di NME, non del giornaletto della pro-loco. E’ come trovare Gigi D’Alessio sulla copertina di Rolling Stone.

E non me la prendo solo perché sono coinvolti Muse e Mumford&Sons sui quali sono particolarmente sensibile. Al di là dei miei gusti personali, sono classifiche che tecnicamente si possono definire come fatte col culo. Se non altro per l’assoluta mancanza di una visione d’insieme del panorama musicale del 2012 che trapela da tutte le parti.

Il risultato è stato che per vendicarmi, dopo aver letto le classifiche, con la scusa che tanto dovevo cercare Cloud Atlas (l’ho trovato!), mi sono comprata questo:

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ed è pure l’edizione aggiornata 2012 che include anche The 2nd Law.

Ecco.

Se all’improvviso nei miei post cominceranno a comparire nozioni di Storia dei Muse assolutamente a sproposito saprete perché.

Come se ci fosse ancora bisogno di questo per farti parlare dei Muse…

Guarda che dall’inizio dell’anno non ho postato neanche un loro video e non li ho nominati neanche una volta, anzi, direi che li ho vergognosamente trascurati.

Bugiarda. Hai tirato in ballo il Bellamy l’altro ieri parlando di Cloud Atlas.

Ma figurati! Cosa c’entra Matt Bellamy con Cloud Atlas?!

Appunto.

Mi stai distraendo dall’argomento del post.

Ah, perché, c’è un argomento in mezzo al cazzeggio?

Se mi lasci parlare..

—————–

Grazie.

Allora, questo dovrebbe uscire il 7 febbraio 2013.

Remake dell’omonimo film del 1966 con Shirley MacLaine e Michael Cane. La regia è di Michael Hoffman, che non mi dice granchè, ma la sceneggiatura è dei fratelli Coen, il che invece merita attenzione. Soprattutto quando l’impressione che trasmette il trailer – pur da prendersi con la dovuta diffidenza poiché si sa, ingannevole è il trailer più di ogni cosa – è quella di essere in zona Burn After Reading.

Mi stupisce che non gli abbiano ancora appioppato un sottotitolo.

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Dalla quarta di copertina.

Benvenuti a Niceville, una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti, circondata dal verde delle colline, popolata di alberi e di antiche ville coloniali… E abitata dal male.

Nella sue strade deserte, illuminate dalla luce seppiata del pomeriggio che inonda prati perfettamente curati, da anni ormai  troppa gente sparisce nel nulla.

Come Rainey Teague, di appena dieci anni, che la madre aspetta invano di veder spuntare lungo il vialetto di casa, strascicando i piedi come ogni giorno dopo la scuola. Quando scatta l’allarme della sua scomparsa, la polizia si mobilita in massa, anche se non c’è nessun indizio da seguire.

O quasi.

Perché a Niceville ogni famiglia nasconde un segreto.

La scomparsa di Rainey è soltanto il primo anello di una catena di avvenimenti che nel giro di sole trentasei ore travolgeranno la vita di molte persone. Soprattutto quella di Nick Kavanaugh, un poliziotto con un lato oscuro, e di sua moglie Kate, appartenente ad una delle più antiche famiglie di Niceville.

Una realtà agghiacciante sta per riemergere, e nessuno può fare nulla per impedirlo.

Perché a Niceville niente rimane sepolto per sempre.

No, non siamo a Derry. Siamo a Niceville.

E anche se leggendo la trama non si può fare a meno di pensare a King, di fatto il libro di Carsten Stroud non potrebbe esserne più lontano. Come stile di scrittura innanzi tutto. E anche come storia, che si rivela essere parecchio diversa da come la presentazione lasciava (volutamente?) intendere.

Sì, c’è l’elemento piccola-città-custode-di-torbidi-e-malefici-segreti, ma fin dalle prime pagine viene stroncata del tutto qualsiasi velleità associativa con il caro vecchio zio Steve.

Il che può essere un bene o un male, a seconda di quello che ci si aspetta.

Un bene sicuramente perchè, davvero, non sappiamo che farcene dell’ennesimo aspirante Re.

Un male (almeno nel mio caso) perchè personalmente credo che la mia reazione piuttosto fredda nei confronti di questo libro possa essere dovuta in parte anche al divario tra le mie aspettative kinghiane e quello che effettivamente mi sono trovata davanti. In parole povere, avrei preferito una presentazione priva di questo tipo di richiamo.

Intendiamoci, è un buon libro, ben scritto, scorrevole, avvincente. Si articola in diversi filoni narrativi volti a convergere verso un unico nodo finale. E c’è questo elemento dello svolgersi tutto nell’arco di tre giorni che contribuisce a creare tensione. Ma. C’è qualcosa che gli impedisce di fare il salto e di essere uno di quei libri da cui non riesci a scollarti.

Magari è solo l’aspetto “gangster” – non esattamente il genere che preferisco (e peraltro reso in modo molto accurato, quasi cinematografico) – a non avermi coinvolta particolarmente. Ma mi è comunque rimasta la sensazione di una certa debolezza nei collegamenti. Non a livello logico. Non ci sono buchi strutturali di trama. E’ proprio più un discorso di rappresentazione di questa trama. Alcuni elementi chiave, soprattutto riguardanti la ricostruzione di eventi passati, avrebbero dovuto, secondo me, essere distribuiti diversamente. A volte sono inseriti in modo troppo repentino in mezzo ad altri avvenimenti e se ne perde un po’ l’effettiva importanza.

Da un punto di vista dello stile, la scrittura di Stroud è senza dubbio scorrevole e asciutta. Poco descrittiva e molto centrata sulla narrazione, il che è un grosso pregio in questo genere di romanzi.

Di sicuro c’è che voglio andare a lezione di similitudini dall’autore. Mentre leggevo sono stata tentata di prendere nota ma poi non l’ho fatto, per cui al momento non ho citazioni da sfoderare, ma nelle descrizioni spesso e volentieri si incontrano dei paragoni a dir poco geniali.

In definitiva. Lo consiglio? Sì. Mi aspettavo forse qualcosetta in più (complici anche diverse recensioni entusiaste in cui ero incappata) ma si legge comunque volentieri.

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