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Archive for gennaio 2018

Ennesima (auto)celebrazione dell’eroismo americano che più da copione non si può.

Senza nulla togliere alla vicenda – reale – in sé né a coloro che l’hanno vissuta – anch’essi realissimi, visto che sono i veri protagonisti di quel 21 agosto 2015 a portarla sullo schermo – l’argomento comincia a sapere un po’ di stantio ma la regia è del buon vecchio Clint Eastwood e quindi noi lo si andrà a vedere comunque, pur con qualche pregiudizio.

In uscita l’8 febbraio.

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2012. Scritto da Antony Johnston e illustrato da Sam Hart, The Coldest City, La città più fredda è salito alla ribalta l’anno scorso quando è uscito il film Atomica Bionda con Charlize Theron.

Film che personalmente ho trovato una gran figata ma del quale parlerò non appena riuscirò a metterci le mani, dato che ormai è passato troppo tempo da quando l’ho visto al cinema e non mi piace parlare di cose rimaste troppo a lungo a decantare.

Una graphic novel in perfetto stile spy story, ambientata in piena guerra fredda, avanti e indietro dalla cortina di ferro, tra le rovine di una Berlino divisa in due e i fantasmi di una guerra mai davvero finita.

Lorraine Broughton è un’agente dell’MI6 che viene incaricata di indagare sull’omicidio di un altro agente sotto copertura a Berlino e su una presunta lista contenente i nomi di tutti gli agenti occidentali infiltrati.

Una grafica asciutta e essenziale. Un bianco e nero che riflette la pretesa di schieramenti univoci e inequivocabili, coerentemente con l’ideologia illusoria del periodo. I buoni e i cattivi. Ma il bianco e i nero sono anche i toni ideali per le ombre. E le ombre cambiano le prospettive e possono giocare strani scherzi.

Una scrittura avvincente e un ritmo serratissimo.

Figure affascinanti che saltano fuori dalla pagina in poche e parole e pochi dettagli scelti con cura.

Una spirale discendente di dubbi, menzogne sepolte e verità fin troppo incustodite.

E allora chi sta dalla parte di chi? Chi sono i buoni e chi i cattivi?

Una storia avvincente, che ti butta nell’azione fin dalle prime righe e un piccolo gioiello di pulizia stilistica.

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Un freddo cane, fuori del normale, inchioda la città. I vecchi commentano che potrebbe essere il giorno più freddo del mondo. Il sole sembra scomparso per sempre. Il vento è sferzante, i fiocchi di neve sono più leggeri dell’aria. BIANCO! BIANCO! BIANCO! Esplosione sorda. Non si vede altro. Le case ricordano locomotive a vapore, il fumo grigiastro che esala dai camini fa scintillare un cielo d’acciaio.

Ed è in questa notte più fredda del mondo che, in una casetta abbarbicata sulla collina più alta di Edimburgo, viene alla luce Jack, tratto dal ventre di una madre giovanissima e impaurita e affidato alle sapienti mani della strana dottoressa Madeleine. Un po’ strega, un po’ levatrice, Madeleine si accorge che il cuore del piccolo Jack non batte perché è congelato e rimedia nell’unico modo che le viene in mente con quello che ha a portata di mano. Con dita abili e veloci sostituisce il cuore del piccolo con un orologio a cucù. Collega vene e meccanismi, carne e legno, nervi e ingranaggi.

Il piccolo Jack è salvo.
Avere per cuore un orologio a cucù presenta però qualche inconveniente.
Il ticchettio, per dirne una. Che, per giunta, aumenta in modo imbarazzante quando meno sarebbe opportuno.
E poi, un orologio di legno, per quanto preciso possa essere, deve essere ricaricato regolarmente.
E, non ultimo, è anche piuttosto fragile. Non si può pensare che regga gli sforzi e le emozioni di un cuore normale.

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle,
le tue ossa si frantumeranno,
e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi. 

Queste sono le condizioni. Ma non si può pensare di vivere al riparo dalle emozioni.
Ed è così che quando Jack per caso si imbatte in una piccola meravigliosa cantante andalusa dalla voce da usignolo e dalla vista debole, tutto si capovolge e tutto precipita.
Improvvisati duelli d’amore nel cortile di una scuola e un viaggio rocambolesco in giro per l’Europa, passando per Parigi e approdando a Granada.
Jack sa che rischia di compromettere irrimediabilmente il delicato meccanismo del suo cuore ma è disposto a tutto per la sua bella Acacia.

Mathias Malzieu dà vita ad una favola surreale, divertente e malinconica sugli effetti collaterali dell’amore e dei sentimenti in generale. Nel suo tono strano e negli accostamenti improbabili di immagini e parole si incrociano le invenzioni potenti e visionarie di un Méliès vagabondo e le elucubrazioni tristi di un solitario (e poteva essere altrimenti?) Jack lo Squartatore a fare da cornice e contorno alle avventure incoscienti del giovane Jack.

Bello. Mi è piaciuto molto. E se, ad una prima lettura, ho avuto qualche perplessità sul finale, più ci penso e più mi rendo conto che non avrebbe potuto essere diverso. E’ un finale perfetto per la storia.

Una curiosità. Il libro di Malzieu esce nel 2007 che è anche l’anno di uscita de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, di Brian Selznick dove, di nuovo, Georges Méliès compare come personaggio.
Non ho tuttavia idea di quali siano i rapporti tra i due autori e i due libri né se si tratti di qualcosa di più di una semplice coincidenza.

Nel 2013 è anche uscito Jack et la mécanique du cœur, film d’animazione (dai toni squisitamente burtoniani direi) tratto dal libro, sceneggiato e codiretto dallo stesso Malzieu che, con il suo gruppo, i Dionysos, ne ha composto e interpretato anche la colonna sonora.

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Avevo notato questo titolo quando era uscito in sala, mi pare non più tardi di quest’estate, ma non ero riuscita ad andarlo a vedere. E, a dir la verità, non mi ci ero impegnata neanche poi molto. Un po’ per il mio ben noto pregiudizio verso il pubblico medio da film horror al cinema, un po’ perché sembrava la classica roba da infilare a tempo perso ma non sicuramente da piazzare in cima alla watchlist.

Poi l’ho visto rispuntare ai Globes – seppur snobbato – e già questo mi aveva lasciato tra il perplesso e l’incuriosito.

E ora salta fuori anche agli Oscar. E con prepotenza, direi, visto che ha quattro nominations di quelle grosse. Miglior Film, Regia, Attore Protagonista e Sceneggiatura Originale.

E niente, son dovuta correre in Feltrinelli ad arraffare il dvd che ho visto in tutta fretta.

Morale?

Boh.

Non mi è dispiaciuto. Non è male. Ma, onestamente, non mi spiego neanche una di quelle quattro candidature. E neanche quelle dei Globes, a dirla tutta. In effetti non ho proprio idea di che cosa ci faccia questo film alla notte degli Oscar.

O c’è di mezzo qualche paraculata. O altrimenti non lo so.

Ripeto. Boh.

Cercherò di parlarne senza spoiler. Se proprio non resisto piazzo un avviso ben visibile dal momento in cui spoilero quindi per il momento può andare avanti anche chi non l’ha visto.

Chris e Rose stanno insieme da un po’ e Rose decide che è il momento di presentare il fidanzato a mamma e papà. Rose è bianca, Chris è nero ma lei sostiene che non c’è bisogno di specificare questo particolare ai suoi. Non sono mica razzisti.

I due ragazzi dunque partono per il weekend e Chris fa il suo ingresso nella tenuta dei quasi-forse futuri suoceri. Una bella casa circondata da ampi giardini.

Eppure qualcosa non va.

C’è qualcosa di esagerato, quasi insano, nel modo in cui i genitori di Rose ostentano la loro goffa e posticcia apertura mentale. C’è qualcosa di ancora più strano nei due domestici – guarda caso – neri, con gli sguardi svampiti e gli atteggiamenti tra il misterioso e l’illogico.

Come se tutto ciò non fosse sufficiente, Rose e Chris sono capitati a casa proprio nel weekend della riunione annuale di parenti e amici e il povero Chris si trova quindi catapultato in una fossa dei leoni in versione squisitamente WASP.

L’accumularsi di indizi e dettagli si fa sempre più fitto finché la situazione precipita.

Se non ci fosse di mezzo il discorso delle candidature probabilmente riuscirei a valutare più facilmente questo film.

Come dicevo all’inizio, non è male e non mi è dispiaciuto affatto.

A metà tra thriller (psicologico ma non solo) e horror, segue lo schema tradizionale della semina di particolari inquietanti in un crescendo di tensione che culmina in una risoluzione che si spera inaspettata.

Diciamo che il fatto di sapere fin dall’inizio – causa trailer – dove bene o male si va a parare influenza parecchio l’interpretazione di tutta una serie di situazioni. E’ anche vero che non saprei dire in che altro modo si sarebbe potuto tirar fuori un trailer diverso.

L’atmosfera è discretamente inquietante e c’è un certo buon equilibrio di regia (Jordan Peele al suo primo lavoro da regista) che riesce a vendere in modo egregio la plausibilità di alcuni passaggi che, a ben vedere, plausibili non sono. Tiene l’assurdo sotto controllo, per così dire, e riesce a farlo passare quasi inosservato.

L’idea di fondo alla base della risoluzione non è male ma non è neanche nuovissima. Che è un altro dei motivi che mi lasciano perplessa di fronte all’Academy e in particolare di fronte al discorso della Sceneggiatura Originale. Chiunque si muova con un minimo di dimestichezza nella filmografia di genere riconosce subito le tracce e i riferimenti e, personalmente avevo intuito quale fosse il nodo della questione ben prima della metà film – anche se non mi erano chiare le modalità. Non che sia necessariamente una soluzione banale o mal gestita. Solo non è nuova.

E ora la pianto perché altrimenti finisco col farmi scappare qualcosa.

Sottilmente ironica e divertente tutta la prima parte con la fiera delle ipocrisie bianche – cosa che peraltro credo faccia parte dei motivi per cui questo film è stato notato, anche se ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla reale interpretazione di questo utilizzo del cliché della minoranza discriminata.

Daniel Kaluuya offre una buona prova anche se, come per le altre candidature, non mi spiego come possa concorrere per Miglior Attore. Senza nulla togliere alla sua performace, non è un ruolo tale da far emergere molto in termini di doti interpretative.

E poi che dire? Non so, si potrebbe disquisire di come l’Academy voglia far vedere che è in grado di sdoganare l’horror e non sia necessariamente snob – un po’ l’effetto Nobel a Bob Dylan. Ma si potrebbe anche non fare, data l’oziosità dell’argomento.

E quindi niente. Non male ma neppure nulla di indimenticabile. Forse sono io che mi aspettavo troppo ma la realtà è che non è neanche immune da tutta una serie di pecche tipiche del genere di serie b, come l’eccessiva pretestuosità di alcuni gesti o situazioni create troppo palesemente apposta per preparare il terreno. E anche la parte conclusiva, se vogliamo, quella post-svelamento, è un po’ troppo affrettata, semplicistica.

Davvero, la smetto perché se no finisco col demolirlo del tutto e non credo che lo meriti. Però di sicuro non meritava le candidature.

Cinematografo & Imdb.

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L’ora più buia. Altresì noto come il prequel di Dunkirk.

In pratica funziona così, Nolan fa il filmone su Dunkirk e si becca 8 nominations (sono finalmente note e ci sarebbe parecchio da dire ma aspetto di aver visto un po’ più di titoli), poi arriva Wright e ti spiega il retroscena – beccandosi comunque anche lui qualche candidatura.

Nel maggio del ’40, nel pieno di un’Europa scossa dal delirio egemonico nazista, la Gran Bretagna, orfana di un governo impreparato a quanto stava per accadere, vede la carica di primo ministro ricadere sulle spalle di quest’ometto goffo, scontroso e scorrettamente imprevedibile che porta il nome di Winston Churchill.

Churchill, che porta sulle spalle il peso di essere a capo di un paese in guerra, che potrebbe essere il salvatore della patria o il suo carnefice, che è simpatico a pochi ma sufficientemente determinato per non farsi influenzare da questo aspetto.

Wright mette insieme quello che è sostanzialmente un one-man-show che gravita attorno alla fenomenale interpretazione di un Gary Oldman invecchiato, ingrassato, magistralmente truccato e somigliante al vero Churchill in modo impressionante sia nell’aspetto che nelle movenze. Dagli atteggiamenti in pubblico alle più piccole espressioni quotidiane. Dalle abitudini alla parlata.

Più o meno come mi aspettavo da trailer e prime impressioni, siamo davanti ad un prodotto di buona fattura ma in cui il vero elemento di spicco è l’interpretazione del protagonista.

Per il resto è comunque un buon film anche sotto altri aspetti, non fraintendiamoci, però rimane strettamente dentro i canoni del suo genere senza tentare nulla più di quanto è dovuto. Un po’ come se facesse attenzione a non turbare in alcun modo il primato di Oldman e a non distogliere l’attenzione da lui neanche per un minuto.

Buona la ricostruzione storica degli eventi – scorrevole, senza lentezze – e buone anche le interpretazioni dei personaggi secondari – Kristin Scott Thomas nei panni della moglie, Lily James nel ruolo della segretaria dattilografa e Ben Mendelsohn come re Giorgio IV.

Ben dosati i vari aspetti della persona di Churchill, tra personaggio pubblico, uomo di potere – necessariamente solo con i suoi demoni – marito e essere umano, con i suoi vizi e le sue fisse. Qualche momento di umorismo alleggerisce e umanizza i tratti dell’uomo politico senza però mai esagerare e senza sviare il tono del film.

In definitiva, consigliato senza riserve.

Delle 6 nominations ricevute, la più probabile è sicuramente quella di Oldman come miglior attore protagonista. Indubbiamente appropriata anche quella per miglior trucco (anche se c’è Wonder nominato che potrebbe potenzialmente rivelarsi un avversario temibile) mentre miglior film, fotografia, costumi e scenografia mi paiono piuttosto improbabili.

Cinematografo & Imdb.

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Avevo detto che ne avrei parlato, e dunque parliamone.

Mi è piaciuto proprio tanto, questo The Greatest Showman. Detto così, assolutamente di pancia.

Un bel musical di impostazione tradizionale, senza eccessive pretese o ambizioni ad uscire dai confini del suo genere. Divertente, spettacolare, colorato, coinvolgente. Del tutto in tono con l’argomento trattato, il film di Michael Gracey è un grande spettacolo.

La vera storia romanzata di Phineas Taylor Barnum, qui dipinto come genio visionario, in realtà probabilmente più un impostore ma, in ogni caso, uomo di forte spinta creativa.

La versione del film ripulisce la realtà dai risvolti sgradevoli e contraddittori e lascia intatta la fiaba, con quel tanto di conflitto che basta a porre le basi per la redenzione dopo la caduta, come previsto da copione.

E quindi sullo sfondo di un’America fervente e fumosa e di scenografie tra il teatrale e – manco a dirlo – il circense, prende vita la storia di come venne messo insieme il primo grande circo dei cosiddetti (più o meno autentici) fenomeni da baraccone, di come un genere diverso di spettacolo – cialtrone, scorretto e sostanzialmente proletario ante litteram –  emerse a contrapporsi al divertimento canonico della classe agiata in un modo difficile da ignorare a causa di una pubblicità martellante – approccio tutto sommato nuovo per l’epoca, quanto meno in quelle proporzioni.

Senza prestare eccessiva attenzione all’attinenza storica, alcuni elementi chiave riscontrabili fanno da guida all’evolversi di una vicenda per buona parte inventata ma non per questo meno credibile.

Ne risulta un perfetto miscuglio di finzione e realtà che, paradossalmente, finisce con l’essere il tratto determinate per una riproduzione fedele dello spirito di Barnum e del suo Barnum & Bailey Circus.

Ottimo Hugh Jackman, già rodato in veste canora con I Miserabili e qui candidato al Globe.

Buona anche la prova di Michelle Williams ma assolutamente favolosa Rebecca Ferguson, che non sapevo avesse una tale voce. [E che infatti non ha, visto che Never Enough è cantata da Loren Allred, come giustamente mi è stato fatto notare – cosa che io mi ero persa allegramente].

Nel cast anche Zac Efron, bravo ma un po’ messo in ombra da Jackman.

Musiche forse non indimenticabili ma comunque molto belle. Globe alla miglior canzone per This is Me di Justin Paul e Benj Pasek e interpretata da Keala Settle.

Cinematografo & Imdb.

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