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Archive for novembre 2018

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Sezione After Hours, questo decisamente è un horror a tutti gli effetti. Non di altissimo livello ma comunque horror.

Diciamo che è più il classico elemento di serie c che ti passa la Notte Horror di Italia 1 quando si è già giocata i titoli grossi.

Cominciamo con un bell’antefatto di impostazione super canonica: la giovane coppia che si infratta nei boschi in macchina per trovare un po’ di intimità e trova invece una morte sanguinosa.

Diciamo che non si fa molto mistero di chi sia l’assassino perché viene subito inquadrata una disturbante figura solo vagamente umana.

Insomma, nel bosco c’è qualcosa e, a suo modo, questo qualcosa è affamato.

Stacco.

Una famiglia in viaggio verso una casa isolata nei boschi. In vacanza ma non solo. Il padre è malato di cancro e la madre si è incaponita di poterlo aiutare o curare grazie alle energie derivanti dal suolo su cui la casa è costruita.

Parallelamente, una puntata di Inside Crime trasmessa in televisione, ricostruisce e racconta un sanguinario fatto di cronaca avvenuto proprio in quella casa. Una sorta di flash forward parziale, in cui si anticipa quello che è stato trovato ma non si spiega cosa sia effettivamente successo. E che, per inciso, ricorda un po’ l’impostazione di AHS Roanoke.

E poi una donna misteriosa trovata nei boschi. La famiglia la porta in casa per aiutarla ma lei comincia a comportarsi in modo piuttosto strano ed arrogante.

Antichi poteri dimenticati – sembra un po’ il ritornello del terreno sacro di Pet Sematary – evocazioni e patti con forze oscure.

Una bella accetta – che non si nega a nessuno – arti mozzati e sangue a volontà, di quello che schizza a fontanella dalle amputazioni.

Un horror piuttosto prevedibile e assolutamente nei limiti del canone ma comunque non sgradevole. La trama funziona e si fa seguire, l’impostazione è un po’ slasher e questo crea comunque il giusto minimo di tensione.

Cast piuttosto sconosciuto, se non per Barbara Crampton.

Imdb.

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Allora.

Ieri ho passato mezz’ora a pianificare la suddivisione dei film del TFF nei vari post cumulativi di questa e della prossima settimana.

Adesso, come è mio costume, mando allegramente affanculo la programmazione perché sono reduce da due film che mi sono piaciuti veramente troppo per aspettare a parlarne.

In concorso.

Danimarca. Regia di Gustav Möller.

Interprete (quasi) unico Jakob Cedergren.

Durata 86 minuti.

Un poliziotto di Copenhagen addetto al servizio telefonico di assistenza per le emergenze riceve una chiamata da una donna che fa capire di essere stata rapita. Gli indizi che fornisce sono pochi, anche perché alle orecchie del suo rapitore deve sembrare che lei stia parlando con la figlioletta a casa. E’ in un furgone bianco. C’è la geolocalizzazione satellitare ma di più non c’è.

Il poliziotto è inchiodato al suo telefono e tutto quello che può fare lo può fare per telefono. Avvertire i vari dipartimenti perché mandino pattuglie, risalire all’abitazione della donna e via così.

Una storia costruita praticamente con niente e sul niente e un risultato a dir poco fenomenale.

Cedergren è ottimo, con la telecamera piantata in faccia che riprende ogni minima contrazione del suo viso.

La tensione si crea fin da subito, ti prende e ti rimolla solo a cose fatte.

Un piccolo capolavoro (quasi) inaspettato. Uno stato di grazia di recitazione e sceneggiatura.

Consigliatissimo.

Anche questo in concorso.

E anche questo votato senza indugio.

Esordio alla regia di Valerio Mastandrea.

Di nuovo mi scontro con il mio pregiudizio per i film italiani e di nuovo mi devo ricredere, questa volta senza neanche una riserva piccola piccola.

Carolina rimane vedova prematuramente quando Mauro, suo marito, resta ucciso in un incidente sul lavoro.

Carolina è sola con suo figlio Bruno e deve affrontare tutta la burocrazia del lutto, unita al fatto che l’incidente ha avuto un forte richiamo mediatico.

Senza mai entrare realmente nel dettaglio della vicenda, lo spettro delle morti sul lavoro incombe su tutto il film e lo pervade con la sua presenza.

L’attenzione è però sull’oggi. Su quello che deve affrontare chi rimane – a chi rimane è proprio la dedica a fine film.

E quindi seguiamo Carolina, che deve confrontarsi con amici e parenti e che deve conciliare l’immagine che gli altri si aspettano del suo dolore con quello che lei prova realmente.

Carolina che non riesce a piangere.

Con toni leggerissimi da commedia, Mastandrea riesce a restituire un quadro umano e delicatissimo toccando un tema scottante senza però caricarvi alcuna pesantezza.

Un film divertente e serissimo al tempo stesso, interpretato più che egregiamente da una Chiara Martegiani pulita ed essenziale nella sua recitazione.

Buono anche il resto del cast – i due ragazzini, Arturo Marchetti e Mattia Stramazzi sono davvero spassosi – con una parte anche per Renato Carpentieri.

Anche questo molto consigliato.

Dovrebbe addirittura arrivare nelle sale.

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Per la sezione After Hours.

Regia di Joel Potrykus.

Interprete quasi unico Joshua Burge.

Data la sezione di appartenenza speravo che ammiccasse un po’ di più all’horror ma in realtà di horror non ha quasi niente.

Siamo in un punto imprecisato del 1999. Si parla di Millennium Bug e circolano profezie di catastrofi.

Ma ad Abbie tutto questo non interessa. Perché lui non si schioda dal divano. Deve giocare a i videogiochi, battere record ma, soprattutto, vincere le sfide che Cam, suo fratello, continua ad imporgli.

Un rapporto malato lega i due fratelli. Cam è sadico e si accanisce perversamente sul fratello che chiaramente manca di stabilità psico-emotiva.

E arriva la sfida definitiva. Superare il livello 256 di Pac Man, battere il record assoluto, vincere 100 milioni di dollari. Il tutto senza mai alzarsi dal divano.

E poi Cam se ne va. E Abbie non può mollare. Perché sarebbe un perdente.

E allora gioca. E cerca di procurarsi da mangiare. E gioca. E cerca di fare qualsiasi cosa sempre rimanendo seduto sul divano.

Non sa che giorno sia. Non sa da quanto sia lì. Ogni tanto qualcuno entra servendosi della chiave di riserva ma nessuno sblocca la situazione.

Grottesco ma non tanto da essere disturbante, a tratti davvero divertente, Relaxer che, per inciso, sembra essere piaciuto solo a me in sala domenica pomeriggio, è un trionfo di citazioni nerd anni Ottanta/Novanta. Dai videogiochi ai film, alla subcultura pop di un certo inconscio collettivo.

Forse sul finale vira un po’ troppo sul surreale, ma nel complesso rimane un film interessante e divertente. Ottimi dialoghi – da cui viene fuori tutto ciò che non si vede. Ottima costruzione della tensione. Ottimo Burge sul divano.

Sezione Festa Mobile.

Regia di Duccio Chiarini.

Nonostante il mio pessimo rapporto con i prodotti italici ho trovato questo filmettino davvero gradevole.

Guido e Chiara. Un preservativo rotto. Lo spettro di una gravidanza. E tutto precipita.

Guido va via di casa per un po’, ospite un po’ dei suoi e un po’ di varie altre coppie di amici, anche loro con le loro dinamiche e i loro problemi.

Panoramica dello stato emotivo e relazionale della generazione dei (quasi) quarantenni di oggi, tra insicurezze, cliché e insoddisfazioni.

Tematica forse un po’ a rischio di cadere nello stucchevole ma, nel complesso, gestita molto bene.

E’ un po’ il genere di film alla Muccino senior ma fatto bene, per capirci, senza le scenate di urla, pianti e isteria di Muccino e senza eccessive mielosità.

Recitazione non perfetta, soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili, ma comunque contenuta.

Bravo Daniele Parisi (Guido).

Alcuni momenti davvero spassosi.

Cameo di Brunori Sas che ammicca un po’ a tutto un certo filone di intellettualismo italico che non apprezzo particolarmente, ma pazienza, era una cosetta di pochi minuti.

Tracce della coproduzione francese nella gestione degli interni, con appartamenti e ambientazioni bellissime.

Di nuovo sezione After Hours.

Di nuovo niente horror, anche se avrebbe dovuto.

Tyler finisce con un suo amico ad una festa di compleanno in uno chalet isolato in montagna.

Tyler è l’unico ragazzo nero ed è l’unico che non conosca già tutti gli altri.

Ecco, ora, a leggere il riassunto della trama sul programma, l’idea sarebbe quella che all’inizio sembra andare tutto bene ma poi la situazione degenera e il fatto che Tyler sia nero comincia a pesare. A tal proposito si fa anche il paragone con Get Out.

Il condizionale rimane d’obbligo perché, di fatto, in questo film non succede niente. E non solo niente di quello che ci si aspetta. Proprio niente e basta.

Sì, ok, Tyler si sente a disagio – come in fin dei conti è normale in una compagnia già affiatata. Tyler si sente escluso o minacciato a seconda dei momenti. Non si trova bene, e questo è un fatto. Ma non c’è altro. E giuro che non ho dormito.

Poi, per carità, non è un brutto film e non è fatto male.

Solo che è completamente inutile. Vuoto.

Visto di meglio.

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E anche quest’anno ci siamo. Venerdì 23 è iniziata la 36a edizione del Torino Film Festival e io sono mortalmente in ritardo perché non ho neanche messo fuori una locandina o un trailer.

Anyway, ritardi a parte, anche quest’anno sono riuscita a ritagliarmi i miei tre giorni per chiudermi nella bolla TFF e farmi una sana cura intensiva di film da mattino a sera.

E dunque cominciamo.

Wildlife. Produzione statunitense. In concorso.

Inizio un po’ mainstream, verrebbe da dire, e forse in parte è anche vero, ma non per questo meno apprezzabile.

Esordio alla regia di Paul Dano (Il petroliere, 12 anni schiavo), Wildlife porta sullo schermo il romanzo Incendi di Richard Ford.

Attraverso gli occhi del 14enne Joe Brinson, assistiamo al lento e inesorabile disgregarsi dei legami della sua famiglia.

Jerry e Jeanette, i suoi genitori, si sono appena trasferiti nel Montana, quasi al confine con il Canada, e stanno vivendo un momento difficile dopo la perdita del lavoro da parte di Jerry.

Comprensiva e incoraggiante nonostante tutto, Jeanette perde di colpo speranza e fiducia nel futuro e in Jerry quando lui decide arruolarsi nelle squadre che si occupando di domare gli spaventosi incendi che infuriano sulle montagne circostanti.

Jerry lascia la sua famiglia, spinto da un’esigenza che è qualcosa di più del semplice portare a casa lo stipendio. Jeanette non lo capisce e, soprattutto, non lo perdona.

E’ un po’ la goccia che fa traboccare il vaso. O, come sarebbe più adatto, la scintilla da cui parte l’incendio che brucia tutto e che si lascia alle spalle solo macerie.

Joe assiste impotente al progressivo allontanarsi dei suoi genitori e, soprattutto, alla deriva sempre più precipitosa che imbocca sua madre.

In un’inquadratura memorabile, vediamo le fiamme dell’incendio riflesse nelle iridi di Joe, specchio del disastro che si sta mangiando il mondo intorno a lui, fisicamente e metaforicamente.

Jerry è Jake Gyllenhaal, Jeanine è una Carey Mulligan eccezionale – benché il personaggio in sé sarebbe da prendere a schiaffi più di una volta.

Il giovane Joe è Ed Oxenbould e anche lui è decisamente degno di nota.

Un esordio alla regia di tutto rispetto. Un film incredibilmente reale e toccante. Un quadro perfetto della disgregazione dei legami, indipendente dagli affetti.

Una cura per la costruzione delle scene, che in certi momenti, regala delle inquadrature di rara perfezione.

Non so come e quando arriverà in distribuzione in Italia, in ogni caso è assolutamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Classico teen horror sul lato oscuro – o almeno così pare – che potrebbe anche offrire qualche spunto interessante.

Non è dato sapere se e quando arriverà in Italia.

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Nelle sale da domani.

Non so se essere perplessa o divertita.

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Tratto dall’omonimo libro di Ian Mc Ewan e sceneggiato dall’autore stesso, Chesil Beach è davvero un bellissimo film.

In un perfetto adattamento dalla pagina scritta allo schermo, siamo spettatori della storia di Florence ed Edward e, soprattutto, della loro prima notte di nozze.

Siamo nel 1962, in Inghilterra. La rivoluzione sessuale è alle porte ma non è già realmente arrivata e i due giovani sono ancora il frutto di una società borghese fatta di convenzioni, schemi predefiniti e soprattutto enormi tabù.

Edward e Florence si amano. Si amano davvero.

Ma non sanno nient’altro.

Sanno parlare di musica e di storia.

Ma non sanno da che parte cominciare quando si trovano in camera da letto da soli.

E quello che avrebbe dovuto essere il coronamento della loro indipendenza, del loro ingresso nella vita adulta, si trasforma in un vicolo cieco in cui rimangono incastrati.

In un alternarsi sempre più dissonante e doloroso tra presente – nella camera dell’albergo della luna di miele a Chesil Beach – e passato – nel periodo felice e spensierato della loro conoscenza – si delineano i tratti di una vicenda che precipita rapidamente verso la tragedia.

L’enorme potere dei condizionamenti sociali impedisce ai due ragazzi di superare lo scoglio delle inibizioni fisiche.

Soli e abbandonati a loro stessi con l’unico bagaglio di nozioni bislacche e di seconda mano, Florence ed Edward rimangono impantanati. Nessuno dei due riesce a superare i condizionamenti che si porta dietro a proposito di ciò che pensano debba essere fatto e detto. Una volta marito e moglie, è come se fossero diventati due estranei.

Se non ci fossero i flashback, la narrazione sarebbe quasi teatrale. Il dialogo serrato di una coppia che non riesce realmente a parlare.

Lei è Saoirse Ronan, che pensavo potesse puntare all’Oscar per questa parte e che invece si è rivelata brava ma non particolarmente sopra le righe come mi sarei aspettata.

Lui è Billy Howle e a vederlo dal trailer non mi piaceva come scelta. Invece ho dovuto ricredermi perché, oltre ad essere fisicamente adatto, è anche dannatamente bravo. In proporzione ha finito col piacermi molto più lui di lei. Non so se addirittura da nomination ma vedremo.

L’atmosfera sempre più oppressiva della camera va di pari passo con il convergere di passato e presente.

Le interpretazioni di entrambi i protagonisti sono ottime e restituiscono perfettamente la sensazione di impotenza e di claustrofobia che imprigiona Edward e Florence all’interno di muri mentali sempre più alti e sempre più insormontabili.

Nel resto del cast, particine anche per Emily Watson e Anne-Marie Duff.

Regia del quasi esordiente Dominic Cooke che riesce a mantenersi delicato ed equilibrato.

Assolutamente da non perdere.

Cinematografo & Imdb.

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Secondo e sempre super atteso capitolo della saga spin-off dell’universo di Harry Potter.

La squadra è sempre la stessa del primo Animali Fantastici con David Yates alla regia, la Rowling alla sceneggiatura e le musiche di James Newton Howard.

Anche il nucleo centrale del cast rimane invariato con Eddie Redmayne sempre ben calibrato nei goffi panni di Newt Scamander affiancato da Katherine Waterson nel ruolo di Tina.

Per Grindelwald, come promesso dal finale del primo capitolo, troviamo un Johnny Depp particolarmente serio e asciutto e incredibilmente per nulla Jack Sparrow. Niente sculettamenti, per capirci, ma un buon mago cattivo come si deve anche se di una tipologia forse meno misticheggiante di Voldemort, se mi si passa l’accostamento.

Grindelwald è evaso e sta radunando seguaci. In particolare vuole Credence, il ragazzino legato all’Obscurus e potenzialmente detentore di un enorme potere.

Qualcuno deve trovare Credence prima di lui. Qualcuno deve fermare Grindelwald.

Il mite Newt Scamander, suo malgrado, si trova coinvolto in questa faccenda e vincolato in questo modo al ministero della magia che vorrebbe affidargli un incarico che lui non si sente di accettare.

Altro paio di maniche è quando a chiedergli aiuto è Silente.

Incontriamo qui un Albus Silente – un ottimo Jude Law – con parecchi anni di meno e qualche segreto di troppo – alla fine rimane non esplicitato l’ammiccamento all’omosessualità nel legame con Grindelwald, ma l’ambiguità del legame sotto molti aspetti resta tuttavia un punto cruciale – ma in ogni caso già incarnazione di un punto di riferimento inequivocabile.

Si ritorna anche a Hogwarts per una breve tappa e, anche se sappiamo tutti perfettamente che si tratta di una gigantesca, enorme, spudorata operazione commerciale rivolta al fandom degli inizi, è pur vero che il suo effetto lo fa e non si può negare un brivido nel ripercorrere le sale e i percorsi dei primi libri.

Visivamente perfetto, curatissimo, impeccabile, I crimini di Grindelwald presenta atmosfere decisamente più cupe rispetto al capitolo precedente, nonché una trama sensibilmente più complicata.

Aspetto, questo, che se da un lato era auspicabile – ricordo che nel primo film pensai che la trama fosse troppo semplice e troppo intuibile ma ricordo anche che giustificai questa scelta con l’ampio spazio dato alla connotazione e all’introduzione dei personaggi – d’altro canto apre la strada ad una serie di criticità non banali.

Perché sì, l’intreccio è più complesso e stratificato, ma forse lo è persino un po’ troppo.

E’ come se la Rowling avesse voluto riprodurre la complessità di legami e implicazioni degli ultimi libri della serie di Harry Potter senza però fornire prima un’adeguata preparazione del terreno in termini di distribuzione di indizi e costruzione di presupposti.

Non so bene in che altro modo spiegarlo. E’ come se Harry Potter e il Principe Mezzosangue fosse arrivato subito dopo La pietra filosofale. Certe cose vanno costruite con calma. Se si scava nel passato dei personaggi lo si deve fare con cautela e con i giusti tempi.

E’ un processo che non si può affrettare altrimenti il rischio è quello di trovarsi con una serie di rivelazioni a raffica che lungi dall’ottenere l’effetto di svelamento lasciano solo perplessi per la loro estemporaneità.

Ecco, la Rowling ha forse voluto un po’ strafare da questo punto di vista, affastellando trame e sottotrame, rivelazioni su rivelazioni a discapito di una strutturazione più lenta e più efficace e anche un po’ a discapito dei personaggi che vengono qui appena abbozzati senza eccessivo approfondimento.

Forse perché, ce ne sono troppi? Per dire, ok che la tentazione di mettere Nicholas Flamel era forte ma usarlo così come ha fatto è stato un po’ uno spreco. E anche il personaggio di Leta Lestange (Zoë Kravitz) avrebbe meritato un’introduzione più lenta e più curata mentre risulta un po’ tirata via.

Detto ciò, a me Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è comunque piaciuto. E’ divertente e di certo si vede che Yates ha padronanza della materia. Se proprio devo dirla tutta, avrei forse sperato in qualche bestiola in più ma tant’è.

Spero che nel terzo capitolo non si metta troppa altra carne al fuoco ma si approfondiscano meglio i vari filoni introdotti qui.

Buono come sempre Ezra Miller (Credence) e bravo anche Dan Folger nonostante qui il personaggio di Kowalski sia un po’ sottosfruttato.

Resterebbero ancora dire due parole sulla natura essenzialmente di fan fiction di tutta questa saga ma temo che finirei col tirarla troppo per le lunghe.

Cinematografo & Imdb.

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