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Archive for the ‘L’ultima parola – La vera storia di Dulton Trumbo’ Category

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Bisognerebbe guardare questo film a stretto giro prima o dopo aver visto Il ponte delle spie. E, a pensarci, è una curiosa coincidenza che questi due film siano usciti lo stesso anno, a breve distanza, e partecipino alla stessa edizione degli Oscar. Neanche a farlo apposta, sono entrambi tasselli di quel quadro ampio e complesso che è l’America della guerra fredda, tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Se il Ponte delle spie puntava i riflettori, seppur tramite un caso singolo, sul fronte giudiziario, con Trumbo (il titolo originale è vagamente più sintetico di quello italiano. Da non credere eh?) diamo una sbirciata – letteralmente – dietro le quinte dell’industria hollywoodiana.

Dalton Trumbo è uno sceneggiatore. Già alla fine degli anni Quaranta è tra i più pagati di Hollywood. Ed è anche un fervente attivista per i diritti civili e per i diritti dei lavoratori. Hollywood non è fatta solo di stelle. E’ banale dirlo ma Hollywood va avanti grazie a migliaia di lavoratori anonimi. Migliaia di tecnici che muovono gli ingranaggi di questa pachidermica macchina da soldi.

Dalton Trumbo organizza scioperi di categorie. Si fa portavoce di rivendicazioni economiche ed egualitarie. E, tra le altre cose, ha anche la tessera del Partito Comunista.

La guerra è finita.

La guerra è appena cominciata.

Una guerra ideologica e subdola. La guerra fredda.

E allora si vede come la democraticissima America, paladina della giustizia e sempre pronta a schierarsi in difesa degli oppressi, violasse tranquillamente gli emendamenti della sua stessa beneamata costituzione.

Si vede come il Congresso si arrogasse arbitrariamente il diritto di sindacare sull’appartenenza politica del singolo individuo e pretendesse di conoscerne il voto.

Si vede come venissero stilate liste nere di persone indesiderate in quanto antiamericane.

Si vedono le ondate di odio e isteria collettiva.

Proprio a proposito del Ponte delle spie riflettevo di come sia turpe e banale il meccanismo della massa per cui basta identificare un nemico. Basta avere qualcuno contro cui accanirsi, da ritenere colpevole di tutto il male possibile.

E si vede, soprattutto, l’avvilente analogia di schemi e linguaggi che si trovava oltreoceano, nella tanto demonizzata Unione Sovietica. Sempre per le coincidenze, proprio in questo periodo ho finito di leggere un libro di cui tra un po’ parlerò anche e che, tra le altre cose, illustra in modo preciso e raggelante i meccanismi del regime sovietico, quindi le analogie a livello di dinamiche istituzionali mi sono balzate agli occhi in modo ancor più scioccante.

Poi, certo, gli Stati Uniti avevano, per fortuna, un altro contesto e un altro retroterra culturale, dotato di maggiori armi in difesa delle libertà rispetto all’allora URSS.

Però resta il fatto che gli anni Cinquanta in America – sì, proprio quei bellissimi anni Cinquanta alla Grease – sono stati anni di caccia alle streghe. Caccia spietata.

Il 1953 è l’anno dei Rosenberg condannati a morte.

Il 1953 è anche l’anno in cui Trumbo vince l’Oscar per Vacanze Romane, la cui sceneggiatura però porta il nome del collega Ian Mc Lellan Hunter, perché lui era già stato estromesso dal circuito e non poteva più lavorare.

Per anni scrive sotto falsi nomi.

Nel 1956 – l’anno prima dell’arresto della presunta spia Rudolf Abel del Ponte – vince un’altra statuetta per La più grande corrida, sempre sotto falso nome.

Gli anni Cinquanta sono stati anni di guerra.

Una guerra che non bombardava e non lasciava macerie ma che licenziava e lasciava nella più completa disperazione e solitudine.

La disperazione di chi veniva etichettato ed emarginato. Improvvisamente nemico in casa propria, destinato a porte sbattute in faccia e rifiuti e povertà.

Dalton Trumbo ha combattuto, si è infilato nel sistema, lo ha sfruttato e lo ha sconfitto con le sue stesse armi, giocando sul suo stesso terreno e riuscendo a riconquistare il suo nome e il suo diritto con quei due grandi pilastri della storia del cinema che sono Exodus di Otto Premiger e Spartacus di Kubrick.

Ma per una voce che è riuscita a farsi sentire, centinaia di altre sono state soppresse nell’ingiustizia e nell’oblio.

Ed è un pensiero agghiacciante.

Il film di Jay Roach è basato sulla biografia di Trumbo di Bruce Cook ed è costruito in modo interessantissimo.

Per chi è appassionato di cinema, o anche solo per chi abbia un po’ di conoscenza dei grandi nomi del cinema di quegli anni, scoprire i retroscena riguardanti alcuni personaggi notissimi come John Wayne o Kirk Douglas fa un po’ l’effetto di una collisione tra due mondi.

Forse si ha sempre un po’ la tendenza a considerare Hollywood come un mondo a parte e questo film illumina invece in modo chiaro e impietoso gli innumerevoli collegamenti tra il mito dorato delle scene e la realtà, spesso sgradevole, delle basse macchinazioni di politica e denaro che si muovono appena oltre la linea d’ombra.

Trumbo è interpretato da un spettacolare Bryan Cranston, candidato a miglior attore e per il quale non faccio il tifo proprio solo per non fare uno sgarbo a Leo. E che comunque finora è l’unico che mi impensierisca sul fronte pronostici degli Oscar – nel senso che non è così remota la possibilità che freghi la statuetta a Di Caprio (anche se negherò di aver mai detto una cosa del genere).

Tutto il cast è ottimo, a partire da Diane Lane – che, permettetemi il giudizio poco tecnico, diventa sempre più bella con gli anni – fino a Helen Mirren (odiosissima) e John Goodman. Bel ruolo anche per Elle Fanning, che si sta dimostrando decisamente più consistente della sorella Dakota.

Secondo me poteva starci anche una candidatura per la sceneggiatura non originale.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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