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Archive for the ‘N. Gaiman’ Category

Cosa abbiamo imparato oggi.

Che il raffreddore può materializzarsi all’improvviso – tipo che un secondo prima stai bene e quello dopo hai smesso di respirare come se ti avessero cacciato la testa in un sacchetto di nylon.

Che il raffreddore non si cura a furia di bestemmie – dovrei essere super guarita.

Che forse tentare di fare il bagno al mare questo weekend non è stata tra le idee più luminose del secolo.

Anyway.

Nell’attesa di andare a vedere Venom – che mi sto trattenendo dal leggere recensioni in giro perché me lo sto pregustando parecchio -, nell’attesa che esca il dvd del Don Chisciotte di Gilliam – dato che, manco a dirlo, in sala è stato pochissimo e in orari demmerda sicché non son riuscita ad andare a vederlo – e nell’attesa che il gatto si tolga dalla tastiera, possiamo ingannare il tempo con questo fumettino che ho recuperato a Torino Comics di quest’anno.

Scritto da Neil Gaiman, illustrato da Michael Zulli – già collaboratore di Gaiman nell’illustrazione di Sweeney Todd, progetto poi naufragato – e adattato da Todd Klein, pubblicato per la prima volta nel 2008 da Dark Horse Comics e arrivato in Italia con Magic Press nel 2009.

Le vicende relative al caso della scomparsa di Miss Finch, o più semplicemente Miss Finch, per gli amici, è una piccola e intensa storia di descensio.

Un po’ sogno, un po’ visione, un po’ discesa nella tana del Bianconiglio e un po’ (molto in verità) Nessundove.

Appena sotto la superficie della quotidianità,  in un mondo sotterraneo in cui si perde gradualmente la cognizione del tempo e – cosa più importante – della realtà, il gruppo di protagonisti si imbatte nelle figure e nelle ambientazioni assurde, grottesche e surreali di uno strano tipo di circo.

Le stanze si susseguono, ognuna con le sue stranezze, ognuna con il suo tema. Nel gruppo di amici c’è Miss Finch, che non pare essere la compagnia più gradita per nessuno.

Una volta entrati nel circo, si può solo proseguire, non si può tornare indietro. Una volta entrati nel circo, quelli che sembravano normali artisti di strada sembrano qualcosa di più e di diverso.

E allora? Fin dove arriva la suggestione? Quanto può essere sottile la realtà – per usare un’espressione cara allo zio Steve?

Nelle potenti, coloratissime e trascinanti immagini di Michael Zulli prende vita un mondo incredibile, onirico eppure concreto.

E si delinea sullo sfondo il vecchio adagio del fare attenzione a ciò che si desidera, perché si lo si potrebbe ottenere.

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Pubblicato per la prima volta nel 1987 dalla Dark Horse Comics, Casi Violenti è una graphic novel scritta da Neil Gaiman e opera d’esordio del disegnatore Dave McKean.

Prima di diverse collaborazioni tra i due autori, quest’opera divenne quasi subito un caso editoriale per l’immediato – e forse anche inaspettato – successo.

Attraverso un turbine di illustrazioni realizzate con un mix di tecniche diverse – acquarello, pennino, fotografie rielaborate e non solo – prende vita la storia raccontata dal protagonista.

Un ricordo d’infanzia. Con tutte le connotazioni che questo comporta. Un ricordo che assume i tratti sfumati della favola o quelle proporzioni mitizzate così assolutamente plausibili agli occhi di un bambino.

L’infanzia del protagonista – un protagonista peraltro incredibilmente somigliante allo stesso Gaiman – dalla Portsmouth degli anni Sessanta sfuma gradatamente nel pieno della malavita di una Chicago degli anni Venti tratteggiata attraverso le parole di un dottore che sostiene di essere stato l’osteopata di Al Capone.

E dunque cos’è realmente accaduto? I ricordi del vecchio dottore sono attendibili o sono le esagerazioni di una persona un po’ in là con gli anni? Oppure quelli raccontati dall’osteopata sono fatti tutto sommato normali ma ingigantiti dalla memoria impressionabile di un ragazzino?

I ricordi sono a volte vaghi e a volte non affidabili, come ci tiene a precisare lo stesso narratore, che si sforza il più possibile di attenersi alla realtà di quello che ha vissuto.

Quale che sia la verità, comunque siano andate le cose, a prendere forma è la storia misteriosa e avvincente di un personaggio ambiguo e accattivante che si muove attraverso un ambiente uscito direttamente dai più classici film di gangster.

Una storia dai tratti marcatamente noir, impregnata di quell’inquietudine tipica dell’infanzia ma anche del fumo denso di sigarette in locali malfamati, dell’odore di alcool illegale e del fragore assordante di feste sontuose e colpi d’arma da fuoco.

Sapevo che l’ uomo calvo era pericoloso.
Le cose pericolose è meglio guardarle da dietro i divani, o da sotto le coperte: posti da cui tu puoi vederli, se vuoi, ma loro non possono vedere te.

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Il coltello aveva un manico d’osso, lucido e nero, e una lama più sottile e affilata di un rasoio. Se ti avesse ferito, avresti anche potuto non accorgertene, non subito.

Il coltello aveva fatto quasi tutto ciò per cui era stato portato in quella casa; la lama era bagnata, e così il manico.

La porta d’ingresso, da dove si erano insinuati il coltello e l’uomo che lo impugnava, era ancora aperta, appena un po’, e viluppi di nebbia notturna serpeggiavano e si intrecciavano dentro la casa.

Quell’uomo qualunque si fermò sul pianerottolo. Con la mano sinistra prese un grande fazzoletto bianco dalla tasca del cappotto nero, ripulì il coltello e la mano inguantata che l’impugnava, e lo mise via. La caccia si era quasi conclusa. Aveva lasciato la donna sul letto, l’uomo accasciato per terra, la figlia maggiore nella sua cameretta dai colori vivaci, tra giocattoli e modellini incompleti. Restava da sistemare solo il piccolo, un bimbo poco più che in fasce. Ancora uno e la missione sarebbe stata compiuta.

Fletté le dita. Quell’uomo qualunque chiamato Jack era prima di tutto un professionista, o così amava definirsi, e non si sarebbe concesso un sorriso finché il lavoretto non fosse stato portato a termine.

Aveva capelli scuri e occhi scuri, e portava guanti neri della pelle d’agnello più fine.

La stanza del bimbo era all’ultimo piano. Quell’uomo qualunque salì gli scalini, i piedi silenziosi sulla moquette. Poi spalancò la porta della mansarda ed entrò. Portava scarpe di cuoio nero, tirate a lucido come specchi scuri: vi si poteva vedere riflessa la luna, una minuscola falce.

La luna vera splendeva fuori dalla finestra a battenti. Era velata dalla nebbia, ma l’uomo chiamato Jack non aveva bisogno di molta luce. Quella della luna era sufficiente. Gli sarebbe bastata.

Riusciva a scorgere l’ombra del bimbo nel lettino, la testa, gli arti e il busto.

Il lettino aveva alte sponde ad asticelle per impedire al piccolo di uscire. L’uomo chiamato Jack si sporse, sollevò la mando destra, quella che reggeva il coltello, puntò al petto…

…e abbassò la mano. La sagoma nella culla era un orsacchiotto. Non c’era nessun bambino.

Gli occhi dell’uomo chiamato Jack si erano abituati al flebile chiarore lunare, quindi non aveva alcun desiderio di accendere la luce. Vedere non era poi così importante, in fondo. Lui aveva altre doti.

L’uomo chiamato Jack annusò l’aria. Non badò agli odori che erano entrati nella stanza assieme a lui, scartò quelli che poteva facilmente ignorare, si concentrò sul profumo di ciò che era venuto a cercare. Riusciva a distinguere l’odore del bimbo: un profumo di latte, come di biscotti con le scaglie di cioccolato, e quello acre di un pannolino bagnato. Sentiva l’odore dello shampoo nei capelli del bimbo e di un oggetto piccolo, di gomma (“un giocattolo” si disse, “o forse no, qualcosa da succhiare”) che il piccolo aveva avuto addosso.

Il bambino era stato lì. Ma adesso non c’era più. L’uomo chiamato Jack si lasciò guidare dall’olfatto e scese le scale dell’edificio alto e stretto. Ispezionò la stanza da bagno, la cucina, l’essiccatoio per la biancheria e infine l’ingresso, dove non trovò altro che le bici della famiglia, un mucchio di sacchetti del supermercato vuoti, un pannolino caduto a terra e le spire di nebbia, entrate dalla porta aperta sulla strada, che strisciavano all’interno.

L’uomo chiamato Jack si lasciò sfuggire un brontolio, un borbottio di frustrazione e soddisfazione al tempo stesso. Infilò il coltello nel fodero, nella tasca interna del lungo cappotto, e uscì per strada. C’erano il chiarore della luna e dei lampioni, ma la nebbia soffocava ogni cosa, smorzava le luci e attutiva i suoni, rendendo la notte infida e caliginosa. L’uomo guardò a fondovalle, verso le luci dei negozi chiusi, poi si voltò verso la cima della collina, dove le ultime case si abbarbicavano, a zig zag, vino alle tenebre del vecchio cimitero.

L’uomo chiamato Jack annusò l’aria. Poi, senza fretta, si incamminò verso la sommità della collina.

Neil Gaiman, Il figlio del cimitero, 2008

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La casa era molto vecchia, con una soffitta, una cantina e un giardino pieno di erbacce e di grossi vecchi alberi.

Date le sue notevoli dimensioni, però, non era occupata esclusivamente dalla famiglia di Coraline. I suoi ne possedevano solo una parte.

Nel resto dell’edificio abitavano altre persone.

Nell’appartamento del pianterreno, sotto quello di Coraline, vivevano Miss Spink e Miss Forcible. Le due donne erano anziane e grassocce, e occupavano l’appartamento in compagnia di alcuni vecchi terrier scozzesi che portavano nomi come Hamish, Andrew e Jock. Il passato Miss Spink e Miss Forcible erano state attrici, e Miss Spink in persona lo aveva rivelato a Coraline, non appena si erano conosciute.

– Vedi, Caroline – le aveva detto Miss Spink, sbagliando a pronunciare il nome – sia io che mia sorella Forcible eravamo attrici famose, ai nostri tempi. Calcavamo le scene, tesoruccio. Ehi, togli quella torta di frutta da sotto il muso di Hamish o avrà mal di pancia per tutta la notte.

– Mi chiamo Coraline. Non Caroline. Coraline – aveva fatto notare la bambina.

Nell’appartamento sopra quello di Coraline, nel sottotetto, viveva un vecchio pazzo con un paio di baffoni enormi. Le aveva detto che stava ammaestrando un circo di topi, ma non permetteva a nessuno di vederlo.

– Un giorno, piccola Caroline, quando tutto sarà pronto, il mondo intero assisterà alle meraviglie del mio circo. Mi domanderai perché adesso non puoi vederlo. Me lo hai appena chiesto vero?

– No – aveva risposto Coraline sottovoce. – Le ho chiesto di non chiamarmi Caroline. Il mio nome è Coraline.

– La ragione per cui adesso non puoi vedere il mio circo – aveva detto l’uomo del piano di sopra – è che i topi non sono ancora pronti e non hanno provato abbastanza. Inoltre si rifiutano di suonare le canzoni che ho scritto per loro. Tutte le canzoni che ho scritto per i topi fanno umpah umpah. Ma il topo bianco si ostina a suonare solamente tudle udle. Sto pensando di metterli alla prova con diversi tipi di formaggio.

Secondo Coraline, quel circo di topi non esisteva affatto. Anzi, era convinta che il vecchio si fosse inventato tutto.

Il giorno dopo il trasloco, Coraline andò in esplorazione.

Esplorò il giardino. Era davvero grande: in fondo, nel punto più lontano, c’era un vecchio campo da tennis, ma in casa nessuno giocava a tennis, così il campo era pieno di buche e la rete addirittura decrepita; c’era anche un roseto, pieno di arbusti striminziti e coperti di polvere; c’era un giardino giapponese tutto di rocce; c’era un cerchio delle fate, fatto di funghi velenosi marrone e umidicci, che puzzavano tremendamente se uno ci andava a finire sopra per sbaglio.

C’era anche un pozzo. Il giorno in cui la famiglia di Coraline si era trasferita lì, Miss Spink e Miss Forcible si erano subito premurate di spiegare alla bambina quanto fosse pericoloso quel pozzo, e l’avevano messa in guardia perché ne stesse alla larga. Perciò Coraline non aveva perso tempo e aveva subito cominciato a cercarlo, per sapere con precisione dove si trovasse e poterne effettivamente stare alla larga.

L’aveva trovato il terzo giorno, in un prato pieno di erbacce accanto al campo da tennis, dietro un boschetto: un muretto di mattoni basso e circolare, quasi nascosto dall’erba alta. Il pozzo era stato coperto con alcune tavole, per impedire che qualcuno ci cadesse dentro. In una delle assi c’era un piccolo buco, e Coraline aveva trascorso un pomeriggio intero a gettarci dentro ghiande e sassolini e ad aspettare, canticchiando, di sentire il plop che producevano toccando l’acqua.

Era anche andata in cerca di animali. Aveva trovato un porcospino, una pelle di serpente (ma non il serpente), una roccia che pareva proprio una rana, e poi un rospo che pareva proprio una roccia.

C’era anche un altezzoso gatto nero che si sedeva sui muretti e sulle ceppaie per osservarla, ma che sgattaiolava subito via se lei gli andava vicino e cercava di giocarci.

Aveva trascorso così le prime due settimane nella nuova casa: esplorando il giardino e i dintorni.

Sua madre la chiamava all’ora di pranzo e di cena e Coraline doveva assicurarsi di uscire ben coperta, perché quell’anno l’estate era davvero freschetta. Tuttavia, ogni giorno uscì ed esplorò, finché cominciò a piovere e fu costretta a restare in casa.

– E adesso che faccio? – domandò.

– Leggi un libro – le rispose sua madre. – Guarda un video. Gioca con i tuoi giocattoli. Va’ a dare fastidio a Miss Spink o a Miss Forcible, o a quel vecchio pazzo che abita sopra di noi.

– No – disse Coraline. – Non mi va di fare queste cose. Voglio esplorare.

– A essere sincera non mi interessa quello che fai – disse sua madre – purché tu non metta in disordine.

Coraline andò alla finestra e guardò la pioggia che cadeva. Non era una pioggia del tipo che ti permette di uscire, ma dell’altro tipo, cioè quella che scroscia violentemente dal cielo e tocca terra schizzando dappertutto. Era il tipo di pioggia che fa sul serio, e ciò che stava facendo, in quel momento, era trasformare il giardino in una specie di zuppa umida e fangosa.

Coraline aveva guardato tutti i video. Si era stufata dei giocattoli e aveva letto tutti i libri che possedeva.

Accese la televisione. Passò da un canale all’altro, ma c’erano solo uomini in giacca e cravatta che parlavano del mercato azionario, e programmi sportivi. Alla fine trovò qualcosa da guardare: la seconda parte di un programma di storia naturale su una faccenda che si chiamava mimetismo. E vide animali, uccelli e insetti che si mimetizzavano tra le foglie e i ramoscelli o tra gli altri animali, per fuggire da cose o creature che avrebbero potuto far loro del male. Il programma le piaceva, ma finì troppo presto e venne seguito da un altro su una fabbrica di dolci.

Era arrivato il momento di parlare con suo padre.

Il papà di Coraline era in casa. Tutti e due i genitori lavoravano con il computer, perciò passavano molto tempo in casa. Ciascuno aveva il suo studio personale.

– Ciao Coraline – le disse suo padre quando la vide entrare nello studio, ma non si voltò verso di lei.

– Uffa – disse Coraline – Piove-

– Eh già – replicò suo padre. – A catinelle.

– No, è una semplice pioggia. Posso andare fuori?

– Tua madre che ne dice?

– Dice “Con un tempo così non esci di sicuro Coraline Jones.”

– Allora no.

– Ma io voglio continuare la mia esplorazione.

– Bene, puoi esplorare l’appartamento – le suggerì suo padre – Tieni! Eccoti un foglio e una penna. Conta tutte le porte e tutte le finestre. Fa’ un elenco di tutte le cose blu. Organizza una spedizione per trovare lo scaldabagno. E lasciami lavorare in santa pace.

– Posso andare in salotto? – Il salotto era la stanza in cui i Jones tenevano i mobili costosi (e scomodi) che la nonna di Coraline aveva lasciato alla sua morte. A Coraline non era permesso entrarci. Nessuno ci entrava. A fin di bene.

– Se non metterai in disordine. E se non toccherai niente.

Coraline ci pensò su, poi prese carta e penna e cominciò a esplorare l’appartamento.

Neil Gaiman, Coraline, 2002

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Neanche tanto grande.

Lettie Hempstock diceva che era un oceano, ma io lo sapevo che non poteva essere. Diceva che attraversando l’oceano erano arrivati qui dalla loro vecchia terra.

Sua madre diceva che Lettie ricordava male, che era stato tanto tempo fa e che comunque la vecchia terra era sprofondata.

Mrs. Hempstock Vecchia, la nonna di Lettie, diceva che si sbagliavano tutte e due, e che il posto sprofondato non era la terra veramente vecchia. Diceva che lei se la ricordava, la terra veramente vecchia.

La terra veramente vecchia era saltata in aria, diceva.

Bello, bello, bello.

Gaiman ritorna con un viaggio all’indietro. Nel tempo, nella memoria, nella storia di un ragazzino e nella storia dell’universo intero.

Una storia di ragazzi ma non per ragazzi.

Un uomo che torna nei luoghi della propria infanzia e ripercorre strade che non sapeva di ricordare.

L’infanzia. La sua solitudine. I ricordi confusi di quel periodo di cambiamento in cui le cose cominciano a non essere più le stesse. La sensazione di qualcosa che si rompe in modo definitivo. Il pane bruciato. Un micetto. Gli inquilini. La macchina. L’uomo che si è ucciso con un vestito diverso da quello che portava di solito. Il legame con Lettie, una ragazzina poco più grande di lui e con la sua famiglia, composta da mamma e nonna. Tre donne insolite, abituate a parlare con noncuranza di cose straordinarie. A spiegare l’incredibile con la compostezza di chi si limita a puntualizzare l’ovvio.

Chi sono Lettie, sua mamma e sua nonna? Il ragazzino di allora non lo sapeva ma sapeva che poteva fidarsi di loro.

I ricordi sempre più vividi e cose sepolte che tornano alla luce. Acque che si espandono e creature grigie e rosa dall’aspetto di governanti troppo sensuali. Ursula Monkton. Inquietante e spaventosa.

La luna piena dalla parte giusta.

Metafora di un tappa obbligata di crescita? Delle inevitabili ingiustizie? Anche. Probabilmente.

Ma è il potere dei ricordi ad essere centrale. E’ la chiave di tutto. Il potere di quei ricordi che non sappiamo di più di avere ma che custodiamo ancora da qualche parte.

“Ho trovato un gattino” dissi

[—]

“Eh, sì. Ti ha già detto come si chiama?”

“No, perché? Lo fanno?”

“Certe volte. Se ascolti.”

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“I really enjoyed it. I think I preferred The Dark Knight movie, because it had Heath Ledger’s Joker and a plot I found hard to predict. Dark Knight Rises doesn’t have those things: once the set-up is done you have a pretty good idea of what’s going to happen and when (even if you’ve worked hard to keep yourself spoiler free, as I had), but how it happens is the delight. I preferred the last movie, but this is a better Batman movie, and, I suspect, a better film.”

Questo il giudizio di Neal Gaiman (qui il post completo) dopo aver assistito alla premiére del film a luglio di quest’anno.

In effetti sono d’accordo su tutto tranne sul fatto che questo sia un film migliore. Secondo me non c’è neanche paragone come livello. Il primo Cavaliere Oscuro aveva alzato enormemente la posta. Aveva preso personaggi ispirati al fumetto ma poi aveva seguito la sua strada. Il CO è un film enormemente complesso, sia dal punto di vista psicologico e umano dei protagonisti sia dal punto di vista della trama stessa che – coerentemente direi – non ha niente degli standard di un film da supereroi, non segue gli schemi nè nel suo svolgimento nè tanto meno nel finale. E’ un film senza redenzione.

Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno riporta tutto nei ranghi. Questo non significa che non sia un bel film. Ha un buon ritmo (non ti accorgi che è anche piuttosto lungo) ed è curato in ogni sua parte. Ma è – appunto – quello che ci si aspetta da un film su un supereroe da fumetto. E’ esattamente quello che deve essere un film di Batman. C’è un po’ di strascico emotivo da quello prima, ma in confronto è appena un accenno. Ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Sai esattamente chi deve fare cosa e tutti fanno la loro parte. Non c’è caos e non ci sono suoi agenti.

I cattivi. Anzi, Il Cattivo. Sinceramente quello che ci offre questo film è un Cattivo talmente standard da finire addirittura in fondo alla classifica dei nemici di Batman – e lascio volutamente fuori dal discorso il Joker di Heath Ledger perchè lì stiamo parlando proprio di un altro mestiere. Forse è il personaggio meno riuscito di tutti. Sembra tratteggiato di fretta, senza troppa convinzione. Sembra che sia solo un pretesto per dare a Bruce Wayne la possibilità di regolare una volta per tutti i suoi conti in sospeso con Gotham, con il suo passato, con se stesso. Ripeto, non è che mi aspettassi qualcuno all’altezza del personaggio incarnato da Ledger – quello sì, che era un Antagonista con i controcazzi, uno di quelli che ti fanno passare dalla sua parte e al diavolo Batman e i torpidi cittadini di Gotham – ma almeno qualcuno tipo Ra’s Al Ghul sì. E questo, detto tra parentesi, è anche il motivo per cui ho trovato piuttosto tirate per i capelli le varie elucubrazioni a sfondo emulativo che sono state partorite intorno all’episodio della sparatoria. Senza nulla togliere alla gravità dell’accaduto. Chiusa parentesi. 

Nota dolente unicamente della versione italiana è – tanto per cambiare – il doppiaggio. Comincio a credere che Christian Bale abbia fatto uno sgarbo personale a qualcuno di influente in quel settore per essere condannato a venire doppiato in romanesco.

Qui e qui i soliti link.

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“There are authors with whom one has a personal relationship and authors with whom one does not. There are the ones who change your life and the ones who don’t. That’s just the way of it.”

Qui il testo completo del discorso di Gaiman nel 2004 alla Mythopoeic Society. Enjoy.

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