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Archive for the ‘S. Paulson’ Category

Bella. Bellissima. Scala come un fulmine la mia personale classifica di AHS e si piazza comodamente in cima.

La stagione più bella della serie e una delle stagioni che mi sono piaciute di più in assoluto in questi anni.

Non che non abbia delle pecche o dei limiti – anche solo banalmente quelli imposti dal suo stesso format – ma stavolta gli sceneggiatori hanno veramente dato il meglio.

Si parte con quello che è stato l’evento più orrorifico degli ultimi anni: l’elezione di Trump.

Il fulcro attorno a cui tutto ruota è la notte delle elezioni.

E’ l’inizio e il catalizzatore.

Con la consueta alternanza di passato e presente e, soprattutto, di prospettive diverse per lo stesso evento, si costruisce gradualmente una grande affresco di degenerazione sociale.

Vengono portati alle estreme conseguenze i presupposti che hanno reso l’America un paese capace di eleggere Trump. Capace di meritarselo.

Da un lato abbiamo Ally (Sarah Paulson) e Ivy (Allison Pill), sposate, con un figlio. Una famiglia non tradizionale, come piace tanto dire, che vede il suo status di famiglia messo a rischio dall’elezione del nuovo presidente.

Al lato opposto abbiamo Kai (Evan Peters). Morbosamente esaltato dall’esito delle elezioni.

Kai, con i capelli blu e lo sguardo magnetico.

Kai, trascinante e carismatico, con la parlantina sciolta e la capacità di dire alle persone esattamente cosa vogliono sentirsi dire.

Kai che ha un copione che da solo vale tutta la serie.

Che è la voce incarnata del grande imbroglio americano.

Che è modellato molto direttamente su Charles Manson ma che, in definitiva, è la rappresentazione di tutti i grandi American Psycho dal secolo scorso ad oggi.

E questo è un tratto significativamente distintivo rispetto alle altre stagioni, dove si prendeva come punto di partenza un canone dell’horror per giocare sulle sue declinazioni.

Qui no. Qui è davvero storia, è davvero orrorifica, ed è davvero americana. Perché non c’è bisogno di inventarsi niente. Il vero orrore sono le persone. Sono le persone ad essere terrorizzanti. E gli abissi che possono spalancare.

E quindi abbiamo una galleria di grandi massacri americani e di grandi leader carismatici che hanno catalizzato questi massacri – sempre rigorosamente interpretati da Kai, che diventa massima espressione di quello spirito americano che ha reso possibile Trump.

Poi sì, abbiamo anche, come sempre, canoni paralleli, declinati però più come fobie e quindi sempre con una connotazione molto reale e concreta.

Ally è il tramite principale per la materializzazione delle fobie. E’ psicologicamente la vittima ideale del clima dell’era di Trump. Perché ha paura e la Paura è l’altra grande protagonista di questa stagione.

Non la paura del buio o del mostro sotto il letto ma la paura dei propri vicini, dei propri amici, dei familiari e dei conoscenti. E’ la paura che si insinua strisciante e allontana da tutto e da tutti.

E’ la paura che diventa terrore vero e proprio, come quello di Ally per i clown – cameo di Twisty e poi altre maschere da clown in quantità – per i buchi – la tripofobia in effetti è una cosa borderline piuttosto disturbante e per tutta una serie di cose che diventano sempre più invasive nella sua vita fino a prenderne possesso. Fino a isolare completamente Ally.

I toni grotteschi e politicamente scorretti che connotano da sempre questa serie, sono qui particolarmente significativi come tramite per portare in superficie il grottesco di un paese incapace di accorgersi del pericolo che sta correndo.

Cast storico molto ridotto, con sostanzialmente solo Sarah Paulson e Evan Peters – entrambi fantastici – in ruoli importanti.

Particina per la mia amata Frances Conroy e diversi camei di altri attori storici della serie.

Tra le new entries, degna di nota Billie Lourd – la figlia di Carrie Fisher – nel ruolo di Winter.

Pochi riferimenti alle altre stagioni, giusto qualche accenno.

Citazioni cinematografiche comunque sempre abbondanti, anche se più in direzione distopica, vista l’impostazione – per dirne una, impossibile non pensare alla recente serie della Notte del Giudizio.

Splatter tutto sommato limitato, con solo qualche scena un po’ disturbante.

Davvero consigliatissima, anche a chi non è troppo amante del genere e anche a chi non è troppo fan della serie.

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I supereroi secondo Shyamalan.

Terzo capitolo di una trilogia che si è realmente palesata come tale solo alla fine di Split (2017), con l’ammiccamento a David Dunn – Bruce Willis di Unbreakable (2000) – Glass arriva a scoprire le carte e chiama le cose con il loro nome.

Non sono personaggi speciali o personalità particolari.

Stiamo parlando di supereroi.

Sì, proprio quelli dei fumetti.

David Dunn, Kevin Wendell Crumb (James McAvoy di Split) e Elijah Price (Samuel L. Jackson, anche lui in Unbreakable) si ritrovano per motivi diversi rinchiusi in uno strano ospedale psichiatrico, sottoposti alle insolite cure della dottoressa Staple, specializzata – stando a quanto afferma – in un particolare tipo di patologia. Una mania di grandezza che induce il malato a ritenere di avere poteri sovrannaturali. Insomma a credersi un supereroe.

David Dunn ha una forza e una resistenza fuori dal comune e con un semplice tocco riesce ad individuare i malvagi.

Kevin ha dentro di sé un’Orda di personalità e tra (e sopra) di esse c’è la Bestia, feroce, vendicativa e dalla forza sovrumana.

Elijah Price è Mr. Glass, l’uomo di vetro. Le sue ossa si spezzano alla minima pressione ma la sua mente è in grado di manipolare situazioni e persone.

Le strade dei tre sembrano quindi essersi incrociate per un motivo. Prendersi la loro rivalsa e provare al mondo la propria esistenza.

Quello che sembra un action lievemente sopra le righe scivola gradualmente in una struttura che è riflesso quasi perfetto dell’impianto del fumetto.

Quasi perché, come sempre, Shyamalan ci mette del suo e sposta, anche se di poco, l’asse della prospettiva. Quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo.

E quindi abbiamo quasi tutti gli elementi principali del canone.

Abbiamo l’origine degli eroi e la nascita dei loro poteri e dei loro punti deboli.

Abbiamo gli antagonisti e la lotta per l’identità.

Il tutto con tanto di ammiccamenti didascalici – non proprio uno sfondamento della quarta parete ma quasi – a puntualizzare quello che sta prendendo forma davanti agli occhi dello spettatore: una storia di origine.

Shyamalan si muove bene nell’universo nerd e come sempre, centra il bersaglio con un film divertente, appassionante e assolutamente originale, non tanto per i contenuti in sé quanto per la loro forma.

Ottimo tutto il cast, con una menzione speciale per McAvoy che supera veramente se stesso.

Mentre in Split l’alternarsi delle personalità era quasi sempre intervallato in scene distinte, qui i cambi, oltre che essere più numerosi, sono anche continui e repentini. Nel corso di uno stesso monologo McAvoy cambia un numero sconcertante di personalità, mimiche facciali e fisiche, voci, espressioni, consistenze regalando un incredibile pezzo di bravura che – nel caso ce ne fosse bisogno – anche da solo varrebbe tutto il film.

Particina anche per Anya Taylor-Joy, anche lei ripresa da Split.

Molto consigliato anche questo.

Cinematografo & Imdb.

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La Guerra del Vietnam è un argomento super inflazionato. E’ il simbolo affermato della Grande Menzogna Americana. E’ uno sfondo preconfezionato e sempre riciclabile. E’ un set cinematografico di sicuro effetto. E’ elicotteri e Creedence Clearwater Revival e strisce di nero mimetico sul volto. E’ follia e abisso. E’ giornalismo di guerra e eroismo tirato per i capelli per dimenticarsi che si andava al massacro. E’ la cattiva coscienza dell’America.

Tutte cose che si sanno. Che fanno parte del cliché di personaggi insonni e traumatizzati e di argomenti scomodi che mal si conciliano con i fuochi del 4 luglio.

E tuttavia non si sa niente.

Perché alla fine la ripetizione ossessiva di tutti questi aspetti ha contribuito a fare del Vietnam una sorta di luogo comune.

Perché alla fine ci si accontenta del pacchetto preconfezionato e si dimentica tutto quello che c’è dietro e sotto.

E, tanto per dire, si tende a non porre abbastanza l’accento sul fatto che il Vietnam non è stato un infelice episodio bellico fallito.

E’ stata una guerra che è durata vent’anni.

E a questo punto facciamo pure due conti in termini di vite umane.

Una guerra che, si sa, esser stata prima strumentalizzata dal governo americano poi precipitosamente disconosciuta e dimenticata.

Ma anche una guerra la cui genesi nasconde molto più di quanto si voglia ricordare.

Ed è in questa terra desolata di segreti sepolti e terribili che ha luogo la storia, vera, che Spielberg porta sullo schermo e che racconta dello scandalo che nel 1971 riportò prepotentemente sotto i riflettori dell’America la questione, tra le altre, della libertà di stampa.

Il presidente Nixon poco prima del Watergate.

Il Vietnam che si trascinava in una situazione stagnante e sempre più difficile da vendere all’opinione pubblica.

La più grande (per allora) fuga di notizie e documenti mai verificatasi dagli alti livelli governativi degli Stati Uniti.

Una donna, Katharine Graham, che si trova improvvisamente e senza preparazione a gestire il giornale di famiglia, il Washington Post, e che dovrà prendere una decisione enorme per sé e per la storia. Dell’informazione e non solo.

Un bel film teso e incalzante, che evita la solita retorica cui la tematica si presterebbe, si astiene da monologhi pseudo-idealistici o didascalici ma rimane rigorosamente attaccato ai fatti.

Un cast perfetto dal primo all’ultimo attore. Se la candidatura a miglior attrice protagonista dell’ottima Meryl Streep è persino un po’ ovvia – nel senso che probabilmente ci ha abituato troppo bene e non mi aspettavo niente di meno da lei – non sarebbe stata fuori luogo anche la nomination al bravissimo Tom Hanks. Ruoli minori ma non meno riusciti anche per Bob Odenkirk e Sarah Paulson.

Unica critica va alla versione italiana. Generalmente cerco di non unirmi al coro di chi inveisce contro il doppiaggio a prescindere. Ok, sono d’accordo che l’originale sia meglio per principio (perché è originale) ma ci sono sempre state e ci sono tuttora un sacco di ottime versioni doppiate. O magari ci sono vecchi film che so a memoria in italiano e alle cui battute sono particolarmente affezionata. O ci sono voci particolari che hanno davvero contribuito alla connotazione di un personaggio. Insomma, questo per dire che non ce l’ho col doppiaggio a prescindere. E tanto meno ce l’ho con Maria Pia Di Meo che è la doppiatrice storica di Meryl Streep. Sì la voce di Meryl mi piace di più ma, in generale, la Di Meo ha sempre fatto un buon lavoro.

Eppure in questo caso proprio non sono riuscita a digerirla. Non so perché ma è uno dei peggiori doppiaggi in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni (e di porcate non ce ne sono poche eh).

E’ vero, il personaggio della Signora Graham è disorientato e spesso confuso dal suo sentirsi un pesce fuor d’acqua in un ambiente cui non è avvezza. Ma è confusa, spiazzata. Non ubriaca. Non svampita. La Di Meo doppia tutta la parte della Streep allo stesso modo in cui l’aveva doppiata nel Diavolo veste Prada ma solo nella scena in cui piange per l’imminente divorzio. E lì dunque ci poteva stare la voce impastata. Qui non c’entra niente porcadiquellaeva.

Morale. Un ottimo film. Se riuscite, vedetelo in originale perché c’è una differenza sensibile.

Meritata anche la candidatura a miglior film anche se non riesco a sbilanciarmi in pronostici perché mi mancano ancora tre titoli.

Cinematografo & Imdb.

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Attesa con impazienza, come sempre, questa sesta stagione di AHS mi vede per la prima volta un tantino tiepida nelle mie reazioni.

Sarò molto spoilerosa, un po’ perché altrimenti non si riesce a dire quasi niente e poi anche perché se no non posso lamentarmi come si deve.

Dunque.

Primo appunto che mi è subito venuto da fare, prima ancora di cominciare la visione vera e propria: la sigla.

Ce l’hanno tolta, rubata, tessssoro…

Non mi hanno messo la sigla.

Io la aspettavo perché è proprio una cosetta tipica la sigla di AHS con le sue varianti stagionali. Fa parte del rituale.

E invece niente.

Sì, c’è una versione del motivetto chiave – che si sente prevalentemente nei titoli di coda – e c’è un format ricorrente per l’introduzione.

Ma non c’è la sigla.

Ma partiamo con le puntate.

La struttura è quella di un finto reality show. Una sorta di programma verità in cui i veri protagonisti raccontano la loro storia e degli attori sullo schermo la rimettono in scena.

Nel caso specifico il reality si chiama My Roanoke Nightmare e vede al centro Shelby (Lily Rabe) e Matt (André Holland) – a loro volta reinterpretati da Audrey Tindall (Sarah Paulson) e Dominic Banks (Cuba Gooding Jr.) – che raccontano le terribili vicende che li hanno coinvolti dopo essersi trasferiti da Los Angeles in una vecchia casa isolata nella Carolina del Nord.

Le interviste dei protagonisti reali si alternano quindi alla ricostruzione scenica degli eventi e, tolta questa impostazione di cornice, la struttura iniziale è sostanzialmente quella da luogo infestato.

Casa isolata, vicini sospetti, fatti inspiegabili che gradualmente minano la tranquillità della coppia fino a sgretolarne l’equilibrio e, soprattutto, l’unità.

Nella casa accadono cose strane. Sono forse i Polk, i proprietari confinanti, che si vogliono vendicare per non essere riusciti ad acquistare la casa? O semplicemente perché Shelby è bianca e Matt è nero?

Quale che sia la realtà, sta di fatto che la situazione si fa via via sempre più tesa e, per non lasciare da sola Shelby quando lui è via per lavoro, Matt fa trasferire nella casa anche sua sorella, Lee (anche qui doppio personaggio – Adina Porter quella vera e Angela Bassett alias Monet Tumusiime per l’interprete).

La creazione iniziale dell’atmosfera è buona e i dettagli inquietanti non mancano, con un fantomatico uomo-maiale, una coppia di infermiere assassine e un bosco nel quale perdersi e nel quale continuano a compiersi riti di un passato lontano.

La casa sorge sul terreno dell’antica colonia perduta di Roanoke e la Macellaia (Kathy Bates per MRN), signora della colonia, non tollera che si invada la sua terra.

Nel terzo episodio compare Lady Gaga, anche se me ne sono accorta solo perché c’era scritto nei titoli di coda perché non l’avevo riconosciuta.

Dal quarto episodio in poi si nota una brusca accelerazione di eventi e trama. Talmente brusca da risultare un tantino dannosa in termini di atmosfera e coerenza al punto da far sembrare alcuni sviluppi un filo pretestuosi. Non che si pretenda perfetta plausibilità, il livello di AHS deve avere almeno una componente di pretestuosità, però qui è un po’ forzato.

Si capisce il perché dell’accelerata nel quinto episodio, che di fatto è il finale del reality fittizio.

La sesta stagione di AHS è nettamente spezzata in due e la seconda parte è impostata come il making of della ipotetica seconda stagione di My Roanoke Nightmare.

Con tutto quello che questa scelta comporta – e quindi parliamo di metateatralità interna, di autoreferenzialità, di autoironia della Hollywood delle serie tv verso se stessa. Il tutto condito con una fortissima componente social che diventa sempre più preponderante dopo lo scollinamento nella seconda metà della stagione.

Attori e personaggi reali si ritrovano insieme perché il produttore li rivuole tutti riuniti nella casa e questa volta non in un periodo qualsiasi ma proprio nel periodo in cui, se si crede ai racconti, si scatenano le forze paranormali.

E anche qui, scatole cinesi come se non ci fosse un domani, con l’incontro tra gli attori e i loro personaggi o – se si preferisce, tra le persone reali e la loro versione televisiva. E le telecamere dappertutto, certo, ma anche l’indicazione di integrare le riprese fisse con riprese a mano fatte con i telefonini.

Ed ecco che il reality diventa tutti con il telefonino in mano, tutti che ammazzano tutti – sempre filmando – in un crescendo che è troppo calcato per non risultare volutamente paradossale e parodistico.

E questo fa del reality in sé il vero e più terrificante elemento di orrore.

Il lato horror dell’era social.

Non è che l’intento non si capisca, ma avrebbe potuto essere realizzato meglio e non mi ha lasciata particolarmente entusiasta.

Se nella prima parte il canone era quello da casa infestata, in questa seconda parte prevalgono i riferimenti ai classici del mockumentary e dell’amatoriale, da Blair Whitch Project in poi, con una consistente e inconfondibile variante in direzione di Leatherface e di Non aprite quella porta per la parte riservata agli amabili vicini di casa Polk.

Personalmente ho trovato un po’ fastidiose alcune cose tra cui anche l’aver spezzato la stagione in due. E poi ho mal sopportato tutta la parte di riprese a mano con i telefonini. In generale non sono particolarmente ostile al genere finto amatoriale ma qui andava ad aumentare una situazione già un po’ troppo confusa.

Ci sono un sacco di idee che, pur partendo dal fatto che comunque sono già state viste, potevano riuscire o non riuscire al 50 e 50 a seconda di come si sceglieva di sfruttarle.

In questo caso secondo me la riuscita non è stata ottimale.

Un po’ forse anche per ragioni di spazi. Se 5 episodi erano già strettini per la prima parte – che per lo meno era lineare – per la seconda sono veramente tirati per i capelli col risultato che tutta la faccenda dei personaggi nei personaggi diventa più un casino che altro.

C’è troppa roba in troppo poco spazio e l’effetto è che i personaggi si perdono. I ruoli perdono spessore e si riducono quasi tutti a poco più che camei di se stessi o quasi.

Se a questo si aggiunge un’ulteriore semi virata nel finale con variante in chiave finta cronaca e un’ulteriore passaggio ad una situazione in stile Dark Water l’esito è che la conclusione della serie dà l’impressione di essere piuttosto posticcia.

Splatter in crescendo costante col progredire degli episodi, con una certa predilezione per maiali squartati e intestini – forse sul set avevano un eccesso di budella perché lo sventramento va per la maggiore.

La casa è fighissima. Le due finestre piazzate tipo occhi, anche se rotonde, richiamano inevitabilmente alla mente Amytiville.

Continuo a non levarmi dalla testa di averla già vista e per struttura mi ricorda moltissimo l’interno di Asylum anche se devo verificare quali siano effettivamente le scenografie utilizzate.

Manco a farlo apposta, questa stagione segue la scia di Freak Show e crea un collegamento diretto proprio con Asylum.

Il personaggio della Macellaia di Kathy Bates – oltre ad essere uno dei migliori della stagione grazie all’ottima Kathy – ricorda molto Madame de Lalaurie di Coven, così come la testa di maiale ricorda quella di toro, sempre in Coven.

Ruoli anche per Evan Peters e Wes Bentley – anche se piccoli, come per tutti del resto. Diversi camei di altri membri del cast storico – Frances Conroy, Finn Wittrock, Taissa Farmiga, Denis O’Hare e così via.

Si sente la mancanza di Jessica Lange molto più che in Hotel.

In definitiva, decisamente non tra le mie preferite. Al momento all’ultimo posto della mia classifica personale.

Ora posso ufficialmente cominciare ad aspettare con impazienza Cult che, da quel che ho sentito in giro, pare rialzare di molto il livello.

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Dunque. Mi sento curiosamente finita in una vignetta di Leo Ortolani. Da qualunque parte cerchi di cominciare il post, non appena arrivo a nominare Lady Gaga mi parte in loop Bad Romance e perdo il filo.

Anyway.

Siamo alla quinta stagione. Immancabilmente corredata da cori di lamentele e commenti sdegnati perché come al solito, AHS non piace a nessuno ma continuano a guardarla tutti. Evidentemente si è guadagnata lo status di guilty pleasure e dirne male è d’obbligo.

Non lo so.

In ogni caso, a me è piaciuta. E anche più di altre. Più di Coven sicuramente. Forse anche più di Murder House, anche se dovrei rivederla. Non più di Asylum, che rimane in testa alla mia classifica, e neanche di Freak Show, che resta la più articolata dopo Asylum.

Classifiche a parte, American Horror Story – Hotel è una stagione un po’ più corta e un po’ più lineare rispetto alle altre dal punto di vista di trame e sottotrame, ma è un piccolo, divertente gioiellino.

Lo schema è sempre lo stesso. Una cornice fissa e un sistema semi-chiuso che ruota intorno al luogo principale. Un ambito horror di preferenza da approfondire tra riferimenti e citazioni per appassionati.

Qui il centro è l’Hotel Cortez e il filone horrorifico dominante è quello vampiresco, affiancato da quello serial killer – che pure era già presente in modo più o meno predominante nelle altre stagioni, Asylum in particolare.

Sarà che gli horror da stanza d’albergo mi hanno sempre morbosamente catturata, o sarà il mio torbido passato filo-vampiresco, sta di fatto che ho amato profondamente i lunghi e onirici corridoi dell’Hotel Cortez.

I riferimenti a Shining sono d’obbligo, sia nello stile dell’hotel sia tramite vere e proprie citazioni – come i due gemellini in corridoio e un’altro mezzo chilo di cose. Man mano che si salgono i piani o si percorrono i corridoi ovattati e silenziosi, l’atmosfera si fa rarefatta, la realtà diventa sottile e poi, si sa, negli alberghi, soprattutto quelli intorno a Hollywood, gira sempre un sacco di gente eccentrica.

Il fronte vampiresco, dicevo, viene degnamente omaggiato e approfondito, a partire proprio dal personaggio di Lady Gaga (loop di Bad Romance), la Contessa, una Elizabeth (Bathory) 2.0, assolutamente sopra le righe tra fascino, trash e puro spettacolo.

Non ricordo chi altro ci fosse candidato al Globe per la categoria l’anno scorso, ma non mi dispiace che Gaga (loop) se lo sia portato a casa. E’ vero che, di fatto, interpreta una variante del suo personaggio come Gaga (loop), ma rimane comunque ben riuscito.

E poi il sangue che diffonde il virus oltre i confini di spazio e di tempo, mischiando epoche, ricordi e corpi.

E le dinamiche relazionali che ricordano tanto le Vampire Chronicles.

E tanto sangue e tanto sesso, come nella migliore tradizione della serie, così come tanto politically uncorrect, sempre per non tradire lo spirito originario.

Oltre ai vampiri abbiamo i fantasmi, perché all’Hotel Cortez non sai mai se la persona con cui stai parlando sia effettivamente viva.

E il discorso dei fantasmi fa da collegamento con il fronte serial killer, perché l’Hotel Cortez non è solo un hotel e il suo costruttore, James March – il miglior Evan Peters di tutta la serie – non era un semplice uomo d’affari dalle grandi ambizioni.

Cast un po’ diverso dalle stagioni precedenti.

Di storici rimangono Sarah Paulson, puttana tossica rovinata e tormentata da un demone; Evan Peters, come accennavo prima, costruttore e primo proprietario dell’hotel; Kathy Bates, receptionist dalle mansioni più o meno ordinarie; Angela Bassett.

Dal Freak Show arrivano Finn Wittrock e Denis O’Hare, nel ruolo di Liz Taylor e che, per la cronaca, è il mio personaggio preferito.

Ruolo abbastanza centrale anche per Wes Bentley, tormentato detective a caccia, guarda un po’, di un misterioso serial killer che uccide secondo i dieci comandamenti.

Grande assente Jessica Lange.

Piccola parte per Lily Rabe, nel ruolo di Aileen Wournos, in una cena dei serial killer che ho trovato particolarmente riuscita.

Comparsata iniziale anche per Naomi Campbell.

Onestamente non comprendo il motivo di molta delusione che ho sentito in giro. Hotel è precisamente quel che doveva essere secondo lo spirito della serie, con la giusta dose di trash e autoironia che la caratterizza. Divertente più che realmente terrificante, lascia la sensazione di essersi avventurati troppo a fondo e troppo incautamente nel tunnel degli orrori di qualche luna park e insinua il dubbio di essersi persi e non riuscire più a trovare l’uscita.

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AMERICAN HORROR STORY: HOTEL -- Pictured: Wes Bentley as John Lowe. CR: Frank Ockenfels/FX

 

 

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Non vedevo l’ora di metterci le zampe, su questo Freak Show.

Lo so, Coven era stata un po’ sottotono rispetto alle prime due stagioni di AHS – fermo restando che a me era comunque piaciuta – però fin da subito ho sentito dire dappertutto un gran bene di questa quarta stagione ed ero ossessivamente curiosa.

E poi c’è l’ambientazione circense – che già di per sé è uno di quegli ambiti di morbosa inquietudine a quali sono particolarmente sensibile.

Sarò molto spoilerosa fin da subito. E’ vero che l’ho scritto anche nel titolo ma è meglio ribadire – poche cose possono appestare una serata come uno spoiler su una serie che si deve ancora vedere.

Non so bene da dove partire.

Magari comincio col dire che le mie aspettative sono state ampiamente soddisfatte e che questa quarta stagione mi è piaciuta parecchio. Fin quasi a metà avrei continuato comunque a dire che Asylum rimaneva la mia stagione preferita. Arrivata alla fine non ne sono più così sicura. Direi che se la giocano. E, oltretutto, non a caso, visto che son riusciti a instaurare un bel collegamento tra le due.

L’impostazione è quella canonica di tutta la serie. Tredici episodi, un contesto che è un sistema chiuso, numero limitato di personaggi e necessaria conclusione.

Siamo in Forida negli anni Cinquanta.

Elsa Mars – Jessica Lange – porta avanti senza troppo successo uno degli ultimi spettacoli di quelli che allora erano definiti fenomeni da baraccone, quando non addirittura mostri.

C’è Jimmy, il ragazzo aragosta – Evan Peters – affetto da ectrodattilia e con le mani simili a due chele. C’è Paul, focomelico. La donna tronco, che cammina sulle mani. La donna più piccola del mondo – Jyoti Amge. L’affasinante Desiree, ermafrodita – Angela Bassett. La donna barbuta, Ehtel – Kathy Bates. Le gemelle siamesi bicefale – Sarah Paulson x2.

Elsa Mars è una manager, una diva, una regina, una madre.

Raccoglie e accoglie intorno a sé i reietti di una società dove la diversità è il male senza possibilità di appello.

Elsa è affascinante e piena di classe. Ha un passato che custodisce gelosamente, un album di ritagli, un rancore mai sopito verso Marlene Dietrich, un armadio delle meraviglie e una valigia di sogni infranti.

Elsa nasconde segreti, come tutti.

E tutti la amano e si fidano. E impareranno a temerla come prima hanno imparato ad amarla.

E poi c’è il mondo esterno, che costituisce una sorta di doppia cornice al sistema chiuso del circo. Una sorta di specchio rovesciato. Un posto che serve a catalizzare ed evidenziare i contrasti e a veicolare la contrapposizione fondamentale mostruosità vs normalità e il suo ribaltamento diametralmente opposto alle apparenze.

Nel mondo fuori dal circo di Elsa c’è Dandy – Finn Wittrock – bambinone squilibrato, psicopatico all’ennesima potenza, che vive con la sua succube madre Gloria – Frances Conroy.

Dandy e Gloria, che sono i veri mostri, a piede libero, nella vasta ombra fuori dal tendone.

Veri mostri come Maggie e Stanley, a caccia di freak da rivendere ad un macabro museo delle deformità.

In una sorta di limbo tra i due mondi, quasi a costituire una triste e terribile figura di passaggio c’è il Clown.

Un clown, manco a dirlo, assassino. Un clown visivamente pensato benissimo e che rientra tra le versioni di clown più spaventose che abbia mai visto.

E qui devo dirlo, meno male che il suo personaggio non dura tutta la serie perché credo che avrei cominciato ad avere gli incubi come mi capitò da ragazzina dopo il mio primo incontro con Pennywise.

In generale, tutti i personaggi sono molto ben costruiti.

Le loro storie passate sono ben articolate e sono coerenti con lo sviluppo delle dinamiche relazionali che prendono forma nel corso delle puntate.

Il tono è – coerentemente con l’impronta di tutta la serie – piuttosto ostentatamente scorretto, anche se qui la cosa ha una valenza forse ancora diversa rispetto alle precedenti stagioni.

C’è un’autoironia che a volte è quasi crudele. C’è del grottesco e ci sono sorrisi di cattivo gusto – come nel caso dell’utilizzo erotico che Jimmy fa delle sue chele.

La storia che ho trovato più disturbante è quella di Elsa e delle sue gambe, tagliate per uno snuff movie.

Anche qui i riferimenti si affollano e si incrociano, tra filmografia di genere – a partire dal capostipite Freaks di Tod Browning (1932) esplicitamente omaggiato e dal quale si mutua il presupposto dell’ambiguità del concetto di normalità – luoghi comuni e autocitazioni.

Dandy è l’incarnazione della malattia che corrode irrimediabilmente l’America. In un corpo statuario e desiderabile si cela l’abisso di un orrore senza logica e senza limiti. Dandy è il futuro Patrick Bateman. E porta l’impronta del male universale di Elizabeth Bathory.

Splatter piuttosto limitato, se si considera la quantità di spunti forniti costantemente dalle situazioni.

Divertente la scena di Esmeralda/Maggie segata in due per davvero – scena quasi dovuta, direi, visto il contesto.

Ben articolato il collegamento cui accennavo prima con Asylum.

All’inizio pensavo che la ripresa del personaggio di Pepper fosse un’autocitazione fine a se stessa ma in realtà viene fuori che Pepper è proprio quella Pepper di Asylum. E veniamo così a conoscere la sua vera storia, fino al ricovero A Briarcliff – dove, tra l’altro, ricompare brevemente Suor Mary Eunice. Ecco, qui se devo dire la verità, non son stati coerentissimi con l’evoluzione di Mary Eunice perché, a rigore, all’arrivo di Pepper a dirigere tutto era Suor Jude, ma pazienza, risulta comunque un collegamento ben riuscito.

Piccole perle le interpretazioni di Life on Mars (all’inizio) e Heroes (alla fine) di Jessica Lange – e ricantare Bowie non è facile come sembra.

Bella anche Come As You Are rifatta da Evan Peters.

Che dire ancora?

Ho detto tutto?

Attori molto molto bravi, dal primo all’ultimo. Curiosa la parte di Sarah Paulson sdoppiata e rimontata insieme. Meravigliosa Angela Bassett.

La Bates è ovviamente un mostro sacro insieme alla Lange ed entrambe sono notevoli.

Piccola parte nelle ultime puntate per Neil Patrick Harris in un ruolo che introduce il campo degli orrori legati in qualche modo alla guerra.

E particina anche per Wes Bentley che veste i panni di Edward Mordake – ispirato all’omonimo personaggio forse realmente esistito ed affetto – sempre con i dovuti forse – da una forma di craniopagus parasiticus – la seconda faccia sul retro della testa.

Molti dei freaks si ispirano a personaggi realmente esistiti e divenuti in qualche modo celebri tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per la loro diversità. Per dire, anche Jimmy con le sue mani di aragosta si richiama a Fred Wilson, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento.

Bello anche il riarrangiamento del tema della sigla.

Ora posso cominciare a friggere nell’attesa di Hotel – anche se la mancanza di Jessica Lange mi disturba un po’.

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AMERICAN HORROR STORY: FREAK SHOW "Massacres and Matinees"- Episode 402 (Airs Wednesday, October 15, 10:00 PM e/p) --Pictured: John Carroll Lynch as Twisty the Clown. CR: Michele K. Short/FX

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…e si ricordò di avere un blog.

Serata di Golden Globes in quel di Beverly Hills ma ovviamente il mio verbo sui risultati vi arriverà solo domani.

Nel frattempo Carol.

Cinque nomination, tra cui due per miglior attrice sia a Cate Blanchett sia a Rooney Mara. E poi miglior film, miglior regia e miglior colonna sonora, che in effetti è molto bella.

Chi è Carol Aird?

Una donna di classe. Ricca, affermata. Un marito, una figlia, una bellissima casa. Siamo negli anni Cinquanta, a New York. Carol va in giro sulla sua bella macchina, avvolta nella sua pelliccia. Si muove nel mondo come se nulla potesse toccarla.

Carol è affascinante. E’ difficile non notarla.

Carol esige di essere guardata.

Therese Belivet è giovane, sensibile e non sa ancora che direzione dare alla sua vita. Scatta fotografie che accumula sotto il frigorifero senza mostrarle a nessuno, si sente a disagio di fronte ai progetti per il futuro di un fidanzato del quale non è poi così convinta, e lavora come commessa in un centro commerciale.

E’ proprio lì che si imbatte in Carol. Una bambola che non si trova più è un trenino elettrico. Un paio di guanti dimenticati sul bancone e occhi che si incrociano forse un instante di più.

Carol e Therese si incontrano per caso. E sembra farlo apposta, ma mi ritorna in mente la citazione della Winterson che leggevo il mese scorso.

Le cose importanti capitano per caso.

Carol e Therese.

Un pranzo. Un pomeriggio a casa e le note di un pianoforte.

Therese non sa bene cosa stia succedendo ma vi si lascia trasportare senza opporre resistenza.

Carol è più consapevole. Il suo matrimonio in realtà è finito. Il futuro prospetta un divorzio e il passato conserva il ricordo della sua relazione con Abby, sua amica da sempre.

Carol sa più o meno dove sta andando a cacciarsi e lo fa in modo molto più consapevole di Therese. Quello che Carol non si aspetta è di spingersi tanto oltre. Di oltrepassare il punto di non ritorno.

Quello che Carol non si aspetta è l’amore. Forte e totale. Che la lega a Therese in modo irreversibile.

Bellissimo. Triste, anche. Mi ha lasciato addosso una sensazione di malinconia che non so neanche bene a cosa imputare.

Cate e Rooney entrambe superbe. Cate è qualcosa di fenomenale nelle sue vesti da diva disillusa e dall’apparenza intoccabile e Rooney è meravigliosa nei suoi sguardi curiosi e penetranti e nell’assoluta purezza con cui vive ogni singolo istante di questa storia.

Se proprio voglio esser noiosa, ho trovato leggermente lento l’inizio ma più ripenso a questo film e più il ricordo di questa sensazione sbiadisce.

Regia di Todd Haynes.

Tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, che dovrò assolutamente procurarmi.

Just when it can’t get any worse, you run out of cigarettes.

Se dovessi scegliere un solo globo da assegnare non saprei onestamente quale. Sicuramente ridurrei la scelta alle due signore ma sarebbe un’ardua decisione. In certi momenti propenderei persino di più per Rooney anche perché mi ha colpito molto la difficoltà del suo ruolo accanto a quello gigantesco di Cate. E il modo in cui è riuscita a mantenerlo perfettamente equilibrato. Però non so. Cate è Cate.

Poi, per la serie Pronostici&StatisticheAcaso, è pur vero che in termini di previsioni per gli Oscar non so quanto sia probabile che Cate lo vinca di nuovo avendo preso la statuetta solo nel 2014 con Blue Jasmine. E questo potrebbe essere un motivo sia per propendere per la sua premiazione ai Globes sia per il contrario. Dipende se si vedono i Globes come fortemente anticipatori degli Oscar o meno. (Poi c’è il fattore Leonardo di Caprio che manda a farsi fottere qualsiasi ragionamento statistico ma lì si sconfina nel paranormale).

E sì, sto cazzeggiando perché voglio i risultati, ecco.

Cinematografo & Imdb.

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