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Archive for the ‘J. Goodman’ Category

In uscita il 28 marzo.

Sembra dannatamente interssante.

Nel cast anche John Goodman e Vera Farmiga.

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Bisognerebbe guardare questo film a stretto giro prima o dopo aver visto Il ponte delle spie. E, a pensarci, è una curiosa coincidenza che questi due film siano usciti lo stesso anno, a breve distanza, e partecipino alla stessa edizione degli Oscar. Neanche a farlo apposta, sono entrambi tasselli di quel quadro ampio e complesso che è l’America della guerra fredda, tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Se il Ponte delle spie puntava i riflettori, seppur tramite un caso singolo, sul fronte giudiziario, con Trumbo (il titolo originale è vagamente più sintetico di quello italiano. Da non credere eh?) diamo una sbirciata – letteralmente – dietro le quinte dell’industria hollywoodiana.

Dalton Trumbo è uno sceneggiatore. Già alla fine degli anni Quaranta è tra i più pagati di Hollywood. Ed è anche un fervente attivista per i diritti civili e per i diritti dei lavoratori. Hollywood non è fatta solo di stelle. E’ banale dirlo ma Hollywood va avanti grazie a migliaia di lavoratori anonimi. Migliaia di tecnici che muovono gli ingranaggi di questa pachidermica macchina da soldi.

Dalton Trumbo organizza scioperi di categorie. Si fa portavoce di rivendicazioni economiche ed egualitarie. E, tra le altre cose, ha anche la tessera del Partito Comunista.

La guerra è finita.

La guerra è appena cominciata.

Una guerra ideologica e subdola. La guerra fredda.

E allora si vede come la democraticissima America, paladina della giustizia e sempre pronta a schierarsi in difesa degli oppressi, violasse tranquillamente gli emendamenti della sua stessa beneamata costituzione.

Si vede come il Congresso si arrogasse arbitrariamente il diritto di sindacare sull’appartenenza politica del singolo individuo e pretendesse di conoscerne il voto.

Si vede come venissero stilate liste nere di persone indesiderate in quanto antiamericane.

Si vedono le ondate di odio e isteria collettiva.

Proprio a proposito del Ponte delle spie riflettevo di come sia turpe e banale il meccanismo della massa per cui basta identificare un nemico. Basta avere qualcuno contro cui accanirsi, da ritenere colpevole di tutto il male possibile.

E si vede, soprattutto, l’avvilente analogia di schemi e linguaggi che si trovava oltreoceano, nella tanto demonizzata Unione Sovietica. Sempre per le coincidenze, proprio in questo periodo ho finito di leggere un libro di cui tra un po’ parlerò anche e che, tra le altre cose, illustra in modo preciso e raggelante i meccanismi del regime sovietico, quindi le analogie a livello di dinamiche istituzionali mi sono balzate agli occhi in modo ancor più scioccante.

Poi, certo, gli Stati Uniti avevano, per fortuna, un altro contesto e un altro retroterra culturale, dotato di maggiori armi in difesa delle libertà rispetto all’allora URSS.

Però resta il fatto che gli anni Cinquanta in America – sì, proprio quei bellissimi anni Cinquanta alla Grease – sono stati anni di caccia alle streghe. Caccia spietata.

Il 1953 è l’anno dei Rosenberg condannati a morte.

Il 1953 è anche l’anno in cui Trumbo vince l’Oscar per Vacanze Romane, la cui sceneggiatura però porta il nome del collega Ian Mc Lellan Hunter, perché lui era già stato estromesso dal circuito e non poteva più lavorare.

Per anni scrive sotto falsi nomi.

Nel 1956 – l’anno prima dell’arresto della presunta spia Rudolf Abel del Ponte – vince un’altra statuetta per La più grande corrida, sempre sotto falso nome.

Gli anni Cinquanta sono stati anni di guerra.

Una guerra che non bombardava e non lasciava macerie ma che licenziava e lasciava nella più completa disperazione e solitudine.

La disperazione di chi veniva etichettato ed emarginato. Improvvisamente nemico in casa propria, destinato a porte sbattute in faccia e rifiuti e povertà.

Dalton Trumbo ha combattuto, si è infilato nel sistema, lo ha sfruttato e lo ha sconfitto con le sue stesse armi, giocando sul suo stesso terreno e riuscendo a riconquistare il suo nome e il suo diritto con quei due grandi pilastri della storia del cinema che sono Exodus di Otto Premiger e Spartacus di Kubrick.

Ma per una voce che è riuscita a farsi sentire, centinaia di altre sono state soppresse nell’ingiustizia e nell’oblio.

Ed è un pensiero agghiacciante.

Il film di Jay Roach è basato sulla biografia di Trumbo di Bruce Cook ed è costruito in modo interessantissimo.

Per chi è appassionato di cinema, o anche solo per chi abbia un po’ di conoscenza dei grandi nomi del cinema di quegli anni, scoprire i retroscena riguardanti alcuni personaggi notissimi come John Wayne o Kirk Douglas fa un po’ l’effetto di una collisione tra due mondi.

Forse si ha sempre un po’ la tendenza a considerare Hollywood come un mondo a parte e questo film illumina invece in modo chiaro e impietoso gli innumerevoli collegamenti tra il mito dorato delle scene e la realtà, spesso sgradevole, delle basse macchinazioni di politica e denaro che si muovono appena oltre la linea d’ombra.

Trumbo è interpretato da un spettacolare Bryan Cranston, candidato a miglior attore e per il quale non faccio il tifo proprio solo per non fare uno sgarbo a Leo. E che comunque finora è l’unico che mi impensierisca sul fronte pronostici degli Oscar – nel senso che non è così remota la possibilità che freghi la statuetta a Di Caprio (anche se negherò di aver mai detto una cosa del genere).

Tutto il cast è ottimo, a partire da Diane Lane – che, permettetemi il giudizio poco tecnico, diventa sempre più bella con gli anni – fino a Helen Mirren (odiosissima) e John Goodman. Bel ruolo anche per Elle Fanning, che si sta dimostrando decisamente più consistente della sorella Dakota.

Secondo me poteva starci anche una candidatura per la sceneggiatura non originale.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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Il giudizio generale si può tranquillamente riassumere in: mpf.

Non che sia un film brutto. Solo non è niente di che. E’ carino, è curiosa la storia, loro sono tutti molto bravi ma niente di più. Non che mi aspettassi chissà cosa, sia chiaro, solo che, nel complesso, l’ho trovato un po’ inutile. E anche un po’ sprecata la regia di George Clooney.

In effetti, sulla carta, la storia – basata su fatti realmente accaduti – suona interessante. E’ una di quelle vicende rimaste relativamente ai margini della narrazione storica perché soffocate dall’enormità delle vicende belliche vere e proprie. Una di quelle storie collaterali, ma non per questo poco importanti.

Siamo poco dopo lo sbarco in Normandia e un gruppo di esperti d’arte, guidato dall’ufficiale americano Frank Stokes parte per un’improbabile caccia al tesoro per recuperare l’immenso patrimonio di opere d’arte trafugato dai nazisti in tutta Europa. Una corsa contro il tempo, perché Hitler, ormai alle strette, ha dato ordine di distruggere tutto quello che rischia di andare perduto, perché i Russi che riescono a mettere le mani su parte di quel bottino non hanno nessuna intenzione di restituirlo ai legittimi proprietari e perché nello stesso esercito americano, fondamentalmente non frega niente a nessuno della missione di questi Monuments Men, come loro stessi si sono ribattezzati.

Il materiale di partenza, quindi, come dicevo, non è male. Poteva venire fuori anche una cosa interessante.

Solo che il risultato è un po’ un flop. Il film non decolla mai veramente. Chiaramente Clooney non ha voluto insistere su scene di guerra vere e proprie e le poche che ci sono risultano incredibilmente goffe. Si capisce che l’intenzione sarebbe quella di un bilanciamento tra la simpatia cameratesca dei membri della squadra e il pathos di alcuni momenti particolarmente significativi che servono a ricondurre il tutto alle dimensioni effettive dell’orrore della seconda guerra mondiale, ma i due piani non si amalgamano molto bene, con l’effetto di rendere il tutto un po’ slegato. Le dinamiche tra di loro sono ragionevolmente divertenti, anche se è impossibile non notare che i siparietti Clooney-Damon portano sfacciatamente il marchio Ocean,  forse persino un po’ troppo. I momenti di maggior tensione emotiva – la perdita di alcuni compagni, il ritrovamento dei denti d’oro degli ebrei – sono forse un po’ troppo affrettati, con effetto controproducente per un reale coinvolgimento.

Il filone principale della storia si svolge in modo forse eccessivamente lineare, senza particolari picchi.

Ripeto, non è che sia uscita dal cinema scontenta di averlo visto, e neanche particolarmente delusa, solo molto indifferente.

Nel cast c’è anche Cate Blanchett, in una parte relativamente minore, e questo è comunque un bene.

Bill Murray invecchia veramente male mentre Matt Damon pare che ormai si sia ibernato e non cambia più dai tempi di Bourne.

E il fatto che io sia qui a disquisire dello stato di conservazione del cast suggerisce che non c’è poi molto altro da dire.

Un film da tempo perso.

Non saprei neanche dire se sia il caso di parlare di occasione sprecata, per quel che riguarda il soggetto. Forse nelle mani di un regista meno posato – e più visceralmente americano – di Clooney avrebbe potuto venir fuori l’ennesima vicenda super eroica, enfatizzata e amplificata, ma non so se sarebbe stato poi meglio.

Cinematografo & Imdb.

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Liberamente ispirato a Manhattan Folk Story, l’autobiografia di Van Ronk Dave – tanto liberamente che di fatto non si può neanche parlare di una vera e propria trasposizione -, Inside Llewyn Dawis – grossolanamente tradotto in italiano con A proposito di Davis – è l’ennesimo film riuscito dei fratelli Coen.

Omaggio alla musica folk e a quella tradizione che ha poi trovato il suo massimo esponente e la sua massima espressione in Bon Dylan ma il cui terreno è stato preparato anche dai molti che da quel terreno non sono mai emersi.

I locali fumosi e bui di New York. Il Gaslight, in particolare. Gli ingaggi per due soldi o anche per niente. Il pubblico scarso. Costante e al tempo stesso disilluso in partenza. Una generazione malinconica e inquieta.

Omaggio a Dylan stesso, con la locandina del film che richiama esplicitamente la cover di The Freewheelin’ Bob Dylan, del 1963, il primo album contenente solo brani di Dylan – tra cui Blowin’ in the Wind – con l’ironica sostituzione della ragazza con il gatto.

L’immagine fugace del profilo di Dylan.

Llewin Davis – interpretato da un adattissimo Oscar Isaac – sembra al tempo stesso protagonista e spettatore della sua esistenza. L’attraversa spinto da un’esigenza insopprimibile di non seguire le orme paterne e da un’ostinazione incrollabile nel credere in quello che fa. E, contemporaneamente, sembra in balia di un destino che si limita ad osservare con la rassegnazione di chi tanto ha già capito come andrà a finire.

Inside Llewyn Davis è un film dolceamaro, dalla bellezza dimessa delle periferie, delle melodie senza tempo, delle canzoni con la voce di Isaac-Davis. Un film di legami spezzati. Con il padre ma anche con tutte le figure che in qualche modo incontrano la vita di Llewyn, tra le quali spicca una fantastica Carey Mullighan, arrabbiata, antagonista in ogni senso possibile.

In generale tutte le persone con cui Llewyn ha a che fare fanno parte di una galleria nella quale si declinano le varie forme di una fondamentale opposizione o ostilità a tutto ciò che lui vuole essere. E in quest’ottica,  a ben pensarci, si ritrova pure un po’ della prospettiva del Serious Man dei Coen del 2009.

C’è anche Justin Timberlake, in una parte tutto sommato non particolarmente degna di nota. Interpreta, con Isaac e Adam Driver, una canzone originale – Please Mr Kennedy – che ha ricevuto la nomination ai Globes (a mio avviso piuttosto immeritatamente, per quel che vale).

Poche nomination agli Oscar, solo miglior fotografia e miglior sonoro, che, a dirla tutta, sanno un po’ di contentino, giusto per non farsi dire che l’hanno ignorato del tutto, con la conseguenza che si grida comunque all’immeritata trascuratezza.

Non lo so. La realtà è che, secondo me, anche avesse ricevuto più nomination, pur essendo un bellissimo film, non otterrebbe comunque niente perché è troppo in sordina rispetto alla concorrenza.

Certo, si sarebbe meritato di poter partecipare in più categorie dieci volte di più rispetto a Gravity che, come l’anno scorso nel caso di Vita di Pi, con le sue 10 candidature (pari solo ad American Hustle) al momento rappresenta per me il film più immeritatamente nominato dell’edizione 2014.

E poi c’è il gatto. Che è un elemento tutt’altro che secondario. Simbolico? Quasi ovviamente sì, ma comunque ben inserito. Estraneo ma assolutamente intonato, non un significato imposto e ostentato ma una delle tante chiavi del loop in cui Llewyn si perde e si ritrova.

Cinematografo & Imdb.

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Io ho paura di volare. E’ un fatto ed è inutile girarci intorno. Fortunatamente però, non ho così tanta paura da rinunciarvi. Quando organizzo un viaggio e so che dovrò prendere un aereo, so anche che affronterò la mia brava dose di paranoie e che se mai dovessi incappare in una turbolenza mi ridurrò ad uno straccetto pigolante e privo di dignità per tutta la durata dell’evento. E’ anche probabile che mi ritrovi a pronunciare voti e solenni giuramenti che se mi va bene viaggerò via terra per il resto dei miei giorni. Fino al volo successivo. Basta conoscersi.

Tutto ciò per dire che se già di mio tendo a partecipare molto ai film dal punto di vista emotivo – sì, sono di quelli che piangono e all’occorrenza zompano sulla poltrona – la prima mezz’ora di Flight mi ha decisamente provata.

Avverto che ne parlerò in modo piuttosto dettagliato. Non che questo vada a svelare particolari determinanti nello svolgimento del film – tanto più che molto dell’incidente viene detto anche nel trailer – in ogni caso ve lo segnalo.

Penso sia una delle sequenze di incidenti aerei più belle e in assoluto fatte meglio nella storia di questo genere cinematografico. E il motivo principale penso sia il fatto che è di un realismo estremo. Sembra veramente di vivere quei momenti. Non è solo una questione di telecamera che si agita, passeggeri legati ai sedili e sballottati qua e là come al luna park e magari anche di qualche esplosione. Sì, certo, ovviamente si balla, ma quello che rende tutto così terrificante sono i particolari, gli elementi veri di tutta la situazione. La posizione d’emergenza che le hostess fanno assumere ai passeggeri come avvio di quelle procedure che normalmente ci si augura di vedere sempre solo stampate a colori nella tasca del sedile antistante. Non ricordo un solo altro film a tema in cui venga rappresentata questa cosa qui. Generalmente si passa da uno stato di normalità ad uno stato totalmente fuori controllo. Non ci sono mai i passaggi intermedi del personale che cerca in qualche modo di gestire la situazione.

Ma andiamo con ordine. Questo benedetto volo, diciamocelo, è parecchio sfigato, su questo non ci sono dubbi. Si alza in volo nel bel mezzo di una turbolenza di quelle serie e già qui si ha un assaggio sia di quello che si vive tra i passeggeri sia di quello che succede tra i piloti. In particolare, colpisce l’estrema lucidità professionale di Whip Whitaker (Denzel Washington) che risulta fin da subito estremamente credibile.

Quando il grosso del volo è ormai alle spalle e devono cominciare la discesa, arriva il casino vero e proprio. Guasto tecnico. L’aereo precipita.

Parentesi. Notevole davvero l’assoluta precisione dei dettagli tecnici – tutto quello che viene rappresentato è plausibile quando non addirittura possibile. Chiusa parentesi.

Per frenare la caduta, Whip tenta una manovra estrema e porta l’aereo in volo rovescio, per poi raddrizzarlo nuovamente e farlo planare – ormai senza quasi più nessun motore funzionante – in una zona disabitata.

Risultato. Niente vittime a terra e quasi nessuna vittima a bordo. Un caso più unico che raro ma tecnicamente e teoricamente possibile.

La lunga sequenza della manovra è un capolavoro. Anche tralasciando il fatto che io ero artigliata al sedile e tra un po’ mi mettevo a piangere da quanto me la stavo facendo sotto, è davvero coinvolgente anche perchè non si perde mai la dimensione umana delle persone che stanno facendo di tutto per evitare il disastro. La freddezza, mai spaccona, di Whip (la stessa che gli fa pronunciare la frase sulla scatola nera – poi capirete) e la prontezza – nonostante il panico – dell’assistente di volo contribuiscono a dare alla scena quell’equilibrio che la rende verosimile.

Poi certo, c’è anche il resto del film. Che è un po’ diverso da quello che il trailer lascia intendere. C’è il problema dell’alcool e c’è Denzel Washington che dà un’ottima prova, alternando momenti di lucidità a momenti in cui sprofonda tra i suoi demoni.

Molto (forse persino troppo?) politically correct dal punto di vista dei contenuti, Zemeckis riesce tuttavia a bilanciare bene tutti gli elementi in gioco evitando di scadere nel solito cliché da redenzione. O per lo meno, un po’ lo fa ma senza darlo troppo a vedere.

Nel cast troviamo anche Kelly Reilly – nei panni di un personaggio triste che forse avrebbe potuto avere un po’ più di spazio – e John Goodman, in un ruolo che fornisce anche diversi spunti divertenti.

Un buon film. Meritata la candidatura di DW anche se non credo sarebbe altrettanto meritata la vittoria – è una buona parte, è vero, ma non così tanto sopra le righe, soprattutto per lui.

Anche questo è abbastanza lungo ma il ritmo è buono e la narrazione scorrevole.

Da vedere. Magari non proprio prima di prendere un aereo, ma comunque da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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