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Archive for the ‘E. Redmayne’ Category

Secondo e sempre super atteso capitolo della saga spin-off dell’universo di Harry Potter.

La squadra è sempre la stessa del primo Animali Fantastici con David Yates alla regia, la Rowling alla sceneggiatura e le musiche di James Newton Howard.

Anche il nucleo centrale del cast rimane invariato con Eddie Redmayne sempre ben calibrato nei goffi panni di Newt Scamander affiancato da Katherine Waterson nel ruolo di Tina.

Per Grindelwald, come promesso dal finale del primo capitolo, troviamo un Johnny Depp particolarmente serio e asciutto e incredibilmente per nulla Jack Sparrow. Niente sculettamenti, per capirci, ma un buon mago cattivo come si deve anche se di una tipologia forse meno misticheggiante di Voldemort, se mi si passa l’accostamento.

Grindelwald è evaso e sta radunando seguaci. In particolare vuole Credence, il ragazzino legato all’Obscurus e potenzialmente detentore di un enorme potere.

Qualcuno deve trovare Credence prima di lui. Qualcuno deve fermare Grindelwald.

Il mite Newt Scamander, suo malgrado, si trova coinvolto in questa faccenda e vincolato in questo modo al ministero della magia che vorrebbe affidargli un incarico che lui non si sente di accettare.

Altro paio di maniche è quando a chiedergli aiuto è Silente.

Incontriamo qui un Albus Silente – un ottimo Jude Law – con parecchi anni di meno e qualche segreto di troppo – alla fine rimane non esplicitato l’ammiccamento all’omosessualità nel legame con Grindelwald, ma l’ambiguità del legame sotto molti aspetti resta tuttavia un punto cruciale – ma in ogni caso già incarnazione di un punto di riferimento inequivocabile.

Si ritorna anche a Hogwarts per una breve tappa e, anche se sappiamo tutti perfettamente che si tratta di una gigantesca, enorme, spudorata operazione commerciale rivolta al fandom degli inizi, è pur vero che il suo effetto lo fa e non si può negare un brivido nel ripercorrere le sale e i percorsi dei primi libri.

Visivamente perfetto, curatissimo, impeccabile, I crimini di Grindelwald presenta atmosfere decisamente più cupe rispetto al capitolo precedente, nonché una trama sensibilmente più complicata.

Aspetto, questo, che se da un lato era auspicabile – ricordo che nel primo film pensai che la trama fosse troppo semplice e troppo intuibile ma ricordo anche che giustificai questa scelta con l’ampio spazio dato alla connotazione e all’introduzione dei personaggi – d’altro canto apre la strada ad una serie di criticità non banali.

Perché sì, l’intreccio è più complesso e stratificato, ma forse lo è persino un po’ troppo.

E’ come se la Rowling avesse voluto riprodurre la complessità di legami e implicazioni degli ultimi libri della serie di Harry Potter senza però fornire prima un’adeguata preparazione del terreno in termini di distribuzione di indizi e costruzione di presupposti.

Non so bene in che altro modo spiegarlo. E’ come se Harry Potter e il Principe Mezzosangue fosse arrivato subito dopo La pietra filosofale. Certe cose vanno costruite con calma. Se si scava nel passato dei personaggi lo si deve fare con cautela e con i giusti tempi.

E’ un processo che non si può affrettare altrimenti il rischio è quello di trovarsi con una serie di rivelazioni a raffica che lungi dall’ottenere l’effetto di svelamento lasciano solo perplessi per la loro estemporaneità.

Ecco, la Rowling ha forse voluto un po’ strafare da questo punto di vista, affastellando trame e sottotrame, rivelazioni su rivelazioni a discapito di una strutturazione più lenta e più efficace e anche un po’ a discapito dei personaggi che vengono qui appena abbozzati senza eccessivo approfondimento.

Forse perché, ce ne sono troppi? Per dire, ok che la tentazione di mettere Nicholas Flamel era forte ma usarlo così come ha fatto è stato un po’ uno spreco. E anche il personaggio di Leta Lestange (Zoë Kravitz) avrebbe meritato un’introduzione più lenta e più curata mentre risulta un po’ tirata via.

Detto ciò, a me Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è comunque piaciuto. E’ divertente e di certo si vede che Yates ha padronanza della materia. Se proprio devo dirla tutta, avrei forse sperato in qualche bestiola in più ma tant’è.

Spero che nel terzo capitolo non si metta troppa altra carne al fuoco ma si approfondiscano meglio i vari filoni introdotti qui.

Buono come sempre Ezra Miller (Credence) e bravo anche Dan Folger nonostante qui il personaggio di Kowalski sia un po’ sottosfruttato.

Resterebbero ancora dire due parole sulla natura essenzialmente di fan fiction di tutta questa saga ma temo che finirei col tirarla troppo per le lunghe.

Cinematografo & Imdb.

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E finalmente è arrivato.

Dopo quasi due anni di trailer, anticipazioni, supposizioni e quant’altro, abbiamo infine tra le zampe l’agognato spin off della saga più celebre dell’ultimo decennio.

Animali Fantastici e dove trovarli è tutto quello che ci si aspetta che sia.

E’ il mondo di Harry Potter che esce fuori dai confini di Hogwarts. E’ quello di cui si è solo sentito parlare durante i sette anni alla scuola di magia.

E’ tutto un oooohh e aaaahh di riconoscimento e ritrovamento.

E’ divertente, curatissimo e ovviamente ben calibrato dall’esperta regia di Yates, che tra maghi e simili ormai si muove come a casa sua.

La prima prova di sceneggiatura della Rowling è più che valida. Niente buchi, né rallentamenti e non commette l’errore molto spesso comune a chi è anche autore, di perdersi in dettagli sulla carta estremamente efficaci ma non altrettanto significativi sullo schermo.

Siamo nella New York degli anni Venti e un giovane mago esperto di animali (magici) arriva nella metropoli con una curiosa valigia piena di creature fantastiche e assolutamente vietate negli Stati Uniti.

Ovviamente la valigia finisce per conto suo, le creature scappano e il goffo e impacciato Newt Scamander si trova nei guai.

A complicare il tutto ci si mettono strani attacchi in giro per la città che minano la sicurezza dei non maghi e soprattutto la segretezza dei maghi.

Ora, se ci si aspetta una saga dalla complessità di intreccio pari a quella di Harry Potter, è probabile che si rimarrà delusi.

Almeno da questo primo capitolo, le dinamiche in gioco paiono più lineari e la trama meno articolata.

E’ pur vero che anche il primo libro di HP non lasciava presagire tutto quell’ambaradan di roba che è venuta fuori dopo eh, però, ad oggi, l’impressione di questo primo Animali Fantastici è quella di una cosa un po’ più semplice. Poi staremo a vedere, cinque capitoli non sono pochi.

In ogni caso, l’ambientazione vale tutto.

La bellezza del contesto e la genialità di tutte le trovate, oltre, come dicevo prima, a quella bella sensazione di ritornare in posti familiari.

E poi ci sono, ovviamente, gli animali fantastici.

Alcuni nuovi, alcuni già sentiti nei libri precedenti, sono tutti davvero fantastici.

Io probabilmente sono il target ideale per questo genere di operazioni di marketing, ma appena saranno disponibili i gadget mi precipiterò a procurami pupazzi e pupazzetti.

O almeno uno Snaso.

Dai, uno Snaso non si nega a nessuno.

Insomma. Se avete amato Harry Potter, apprezzerete anche questo.

Operazione commerciale?

Certo, non penso che nessuno provi a negarlo.

Per fortuna questo non implica necessariamente la mancanza di qualità e qui la qualità del prodotto è, come era lecito aspettarsi, più che eccellente.

Buono anche tutto il cast.

Eddie Redmayne è adattissimo alla parte, con quel suo sguardo timido e impacciato, la postura studiatamente sbilenca e gli occhi bassi.

Ottimo anche il coprotagonista Dan Fogler, nel ruolo del babbano Jacob Kowalski, misuratamente comico, mai macchiettistico.

Katerine Waterston nel ruolo della protagonista femminile, Tina Goldstein.

E poi Colin Farrell, Ezra Miller, Samantha Morton, John Voight e anche un paio di particine per Ron Perlman e Johnny Depp.

Cinematografo & Imdb.

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FANTASTIC BEASTS AND WHERE TO FIND THEM

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In uscita il 17 novembre.

Sceneggiato dalla stessa Rowling, basato su uno dei libri di testo di Harry Potter (nonché libro realmente scritto da J.K.), diretto da David Yates.

Pare che sarà il primo di molti. Cinque se non sbaglio.

 

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Miglior film

  • Il caso Spotlight (Spotlight), a Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin e Blye Pagon Faust

Ok, ci può stare. Onestamente pensavo che avrebbe preso la regia ma va anche bene così. L’unica cosa che temevo era che lo sovraccaricassero perché il più impegnato dell’edizione.

Miglior regia

  • Alejandro González Iñárritu– Revenant – Redivivo (The Revenant)

E il buon Alejandro fa il botto due anni di fila. Nello specifico, è il primo regista messicano a ricevere l’Oscar per la regia in due edizioni consecutive.

Revenant continua a non essere tra i miei film preferiti ma è comprensibile perché meriti riconoscimenti.

Miglior attore protagonista

  • Leonardo DiCaprio – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Devo veramente dire qualcosa?

Mi pare il minimo che gliel’abbiano dato, ecco.

E continuo a ripetere che Revenant non è il top e ci sono un sacco di altre interpretazioni di Leo che avrebbero meritato molto di più il riconoscimento. Però a questo punto va bene così.

Quando Iñarritù lo ha menzionato al ritiro della sua statuetta pensavo che il povero Leo stesse per esplodere. Stavo veramente male per lui.

Chissà se adesso finiranno le prese in giro o si troverà il modo di riadattarle.

In ogni caso, degne di nota rimangono 1) la molla che evidentemente aveva sotto le chiappe e che lo ha fatto praticamente schizzare sul palco prima ancora che il suo nome fosse pronunciato per intero, e 2) l’abilità con cui è riuscito a infilare un pippone ambientalista tra i ringraziamenti.

Ma noi gli si vuole bene anche per questo.

Miglior attrice protagonista

  • Brie Larson – Room

Eh. Immaginavo. Se la Universal Italia è d’accordo lo vedrò finalmente questa settimana.

E io avevo anche scritto eh, alla Universal, chiedendo di anticipare la distribuzione nelle sale. Ma, guarda un po’, non mi han minimamente considerata.

Miglior attore non protagonista

  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)

Questo non me lo aspettavo. Ero davvero convinta che avrebbe vinto Stallone. Poi, per carità, non è che sia immeritato. Quella di Rylance è una bellissima interpretazione e mi è piaciuta un sacco la considerazione di Gianni Canova sul lavoro di sottrazione che Rylance fa sul suo volto e sulla sua espressività.

Però mi dispiace un po’ per l’unica occasione di Stallone.

Miglior attrice non protagonista

  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Gnaaaaaaaaa! (=scomposta manifestazione di giubilo).

Migliore sceneggiatura originale

  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)

Son contenta. E’ quello che avrei dato io.

Migliore sceneggiatura non originale

  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)

E sono ancora più contenta per questo. Sempre perché è un mio pronostico azzeccato e poi perché sì. Era difficilissimo da portare su schermo.

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Saul fia), regia di László Nemes (Ungheria)

Non l’ho visto.

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen

E’ l’unico di animazione che ho visto ma tanto se c’è Disney-Pixar non c’è nessun tipo di competizione.

Non che non sia meritato. Mi è piaciuto moltissimo e ha delle trovate geniali. Però era comunque ovvio che vincesse.

Miglior fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Revenant – Redivivo (The Revenant)

E sono tre di fila. Primo caso nella storia degli Oscar. Meritatissimo, secondo me.

Miglior scenografia

  • Colin Gibson e Lisa Thompson – Mad Max: Fury Road

Mad Max ha sbancato gli Oscar tecnici ed è riuscito a diventare il film più premiato di questa edizione, con 6 statuette su 10 cui era candidato.

Non ci trovo nulla da ridire, anzi. Apprezzo il fatto che gli abbiano dato molti riconoscimenti tecnici – perché obiettivamente, dal punto di vista visivo e scenografico è fenomenale – lasciando perdere le categorie più grosse che sarebbero state un po’ fuori luogo.

E tutto ciò mi ha fatto venire una gran voglia di rivederlo.

Un po’ un peccato per Star Wars che rimane il grande escluso di questa edizione ma quanto a originalità non c’è paragone con il lavoro di Miller.

Miglior montaggio

  • Margaret Sixel – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior colonna sonora

  • Ennio Morricone – The Hateful Eight

Aaaww. Mi ha fatto una tenerezza incredibile. Continuo a dire che non è sicuramente la sua migliore colonna sonora. Ma d’altronde lo dice anche lui. Però mi fa piacere.

Dedica il premio alla moglie Maria. Lascia intravedere un fugace momento di commozione che nell’intervista immediatamente successiva si affretta a sminuire ritornando ai consueti modi sbrigativi.

Non è che lui lavori per questi premi. Il difficile sarà riuscire a far ancora meglio, visto che ha già 87 anni.

Adorabile.

Miglior canzone

  • Writing’s on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) – Spectre

Boh, non mi fa impazzire e la versione live durante la cerimonia non è che sia venuta un granché. Però non ho presenti tutte le altre canzoni e anche quelle che ho sentito non mi son parse così tanto meglio, quindi va bene.

Sam Smith ha dedicato il premio alla causa LGBT perché è probabilmente il primo omosessuale dichiarato a vincere l’Oscar.

Migliori effetti speciali

  • Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst – Ex Machina

Questo mi ha colpita. E l’ho trovato un premio molto intelligente. In genere quando si parla di effetti speciali si casca sempre su cose molto scenografiche. Invece qui han – saggiamente – premiato la raffinatezza tecnica del corpo trasparente di Alicia Vikander.

Ottima scelta.

Miglior sonoro

  • Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior montaggio sonoro

  • Mark Mangini e David White – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Migliori costumi

  • Jenny Beavan – Mad Max: Fury Road

v. miglior scenografia

Miglior trucco e acconciatura

  • Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin – Mad Max: Fury Road

 v. miglior scenografia

Miglior documentario

  • Amy, regia di Asif Kapadia

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio documentario

  • A Girl In The River: The Price Of Forgiveness – regia di Sharmeen Obaid-Chinoy

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio

  • Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage

Non l’ho visto.

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas

Non l’ho visto.

 

E un po’ di foto dal red carpet e dalla cerimonia.

Nel caso ci fossero dubbi, la parola chiave è #tettealvento.

E magari anche qualcos’altro (Diane Kruger mi ha lasciata perplessa).

Il top per me rimangono Charlize Theron e Cate Blanchett.

Jennifer Lawrence è quasi irriconoscibile con quel taglio e trucco, però almeno non si è spianata.

E sì, anche Alicia Vikander è notevole. Cioè, devi essere veramente gnocca per star bene con quel giallo, dai.

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HOLLYWOOD, CA - FEBRUARY 28: Actress Charlize Theron attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California. (Photo by Jeff Kravitz/FilmMagic)

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Julianne Moore (Jason Merritt/Getty Images)

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attends the 88th Annual Academy Awards at Hollywood & Highland Center on February 28, 2016 in Hollywood, California.

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locandina

Danimarca. Anni Venti.

Gerda e Einar sono due giovani sposi, entrambi pittori. Sono una coppia affiatata, nella vita e nell’arte.

Un giorno, un’amica di Gerda che doveva posare per un suo quadro non si presenta. Gerda è in ritardo con il suo lavoro e chiede ad Einar di indossare calze e scarpe da donna e di appoggiarsi addosso il vestito del ritratto, per poter andare avanti.

E’ l’inizio di quello che dapprima sembra solo un gioco curioso e che diventerà invece una vera e propria rivoluzione della vita di Gerda e Einer.

Nasce Lili.

Lili che appare dapprima timida e insicura ma che, ad ogni cambio d’abito, acquista una coscienza sempre maggiore di sé.

Lili che si insinua della vita di Einer finché Einer scompare del tutto.

Lili che probabilmente c’è sempre stata, se solo le fosse stato concesso di esistere.

Gerda da un lato assiste impotente alla trasformazione di suo marito, dall’altro non smette mai di essere la sua compagna.

Sono sempre insieme. Prima Gerda e Einer. Poi Gerda e Lili. Il loro è un legame che rimane al di là di tutto e che diventa il perno attorno al quale gira una ruota imprevedibile.

Sono impreparati, come tutti, a quel tempo. Cercano di capire, si fanno domande, consultano sedicenti medici e specialisti che parlano di pazzia e normalità, di sanità mentale e aberrazioni.

Ma Gerda e Einer/Lili rimangono insieme, saldi e inattaccabili dall’ottusa categorizzazione clinica di quei tempi. Sanno che Lili è vera e sanno che non c’è nulla di male in questo.

Si trasferiscono a Parigi. Cercano. Vivono. Sempre più spesso, alle feste, nelle occasioni, con Gerda c’è Lili, ufficialmente una cugina di Einer.

Finché non incontrano un medico che sembra essere a sua volta ai margini dell’ambiente accademico per il suo interesse per un certo tipo di problematica.

E’ lui il primo a parlare alla coppia dell’operazione per il cambio di sesso.

Nel 1930 Lili Elbe fu la prima persona a sottoporsi a questo genere di operazione.

Per quel che riguarda l’iter clinico, la versione della storia rappresentata dal film di Tom Hooper è un po’ semplificata rispetto alla realtà.

I trailer vendono il film come una meravigliosa storia d’amore, e sì, sostanzialmente lo è, solo, forse, non nel modo in cui ci si potrebbe aspettare.

E’ Gerda che resta, quando la quasi totalità delle donne del suo tempo se ne sarebbe andata.

E’ Lili che vuole vivere. Prepotentemente.

E’ una storia di sopravvivenza.

Ed è una storia che spezza il cuore, se si pensa all’immensa solitudine che deve aver provato Lili, intrappolata in un corpo che non è il suo, e che devono aver provato entrambe, sole in un mondo completamente sprovvisto dei parametri per relazionarsi con loro.

Quattro candidature: miglior attore Redmayne – vittoria improbabile visto l’anno scorso, ma di certo non così difficile da immaginare vista la sua interpretazione perfetta sotto ogni aspetto.

E poi, miglior attrice non protagonista Alicia Vikander che, per quel che mi riguarda se la gioca con la Rooney di Carol ed è di una bravura che lascia senza fiato. Interpreta un ruolo bellissimo e lo fa in un modo che mi ha persino sorpresa. Per certi versi mi ha colpito più lei di Redmayne.

E ancora, miglior scenografia e migliori costumi.

E se forse i costumi sono un po’ esagerati (li darei forse a Mad Max), di certo la scenografia sarebbe meritatissima.

Tratto dal libro La danese di David Ebershoff.

Sui diari di Lili Elbe è invece basato il libro Man into Woman.

Molto bello.

Delicato ed equilibrato. Poteva venir fuori una cosa melensa ma Hooper tiene a freno l’emotività e dà vita ad una storia estremamente coinvolgente e toccante.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu
  • American Sniper, regia di Clint Eastwood
  • Boyhood, regia di Richard Linklater
  • Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson
  • The Imitation Game, regia di Morten Tyldum
  • Selma – La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay
  • La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh
  • Whiplash, regia di Damien Chazelle

Miglior regia

  • Alejandro González IñárrituBirdman
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Bennett Miller – Foxcatcher
  • Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior attore protagonista

  • Eddie RedmayneLa teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Steve Carell – Foxcatcher
  • Bradley Cooper – American Sniper
  • Benedict Cumberbatch – The Imitation Game
  • Michael Keaton – Birdman

Miglior attrice protagonista

  • Julianne MooreStill Alice
  • Marion Cotillard – Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
  • Felicity Jones – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Rosamund Pike – L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl)
  • Reese Witherspoon – Wild

Miglior attore non protagonista

  • J. K. SimmonsWhiplash
  • Robert Duvall – The Judge
  • Ethan Hawke – Boyhood
  • Edward Norton – Birdman
  • Mark Ruffalo – Foxcatcher

Migliore attrice non protagonista

  • Patricia ArquetteBoyhood
  • Laura Dern – Wild
  • Keira Knightley – The Imitation Game
  • Emma Stone – Birdman
  • Meryl Streep – Into the Woods

Migliore sceneggiatura originale

  • Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando BoBirdman
  • Richard Linklater – Boyhood
  • Dan Futterman e E. Max Frye – Foxcatcher
  • Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Dan Gilroy – Lo sciacallo – Nightcrawler (Nightcrawler)

Migliore sceneggiatura non originale

  • Graham MooreThe Imitation Game
  • Paul Thomas Anderson – Vizio di forma (Inherent Vice)
  • Damien Chazelle – Whiplash
  • Jason Hall – American Sniper
  • Anthony McCarten – La teoria del tutto (The Theory of Everything)

Miglior film straniero

  • Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)
  • Leviathan (Leviafan), regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia)
  • Mandariinid, regia di Zaza Urushadze (Estonia)
  • Storie pazzesche (Relatos salvajes), regia di Damián Szifrón (Argentina)
  • Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania)

Miglior film d’animazione

  • Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams
  • Boxtrolls – Le scatole magiche (The Boxtrolls), regia di Graham Annable e Anthony Stacchi
  • Dragon Trainer 2 (How to Train Your Dragon 2), regia di Dean DeBlois
  • Song of the Sea, regia di Tomm Moore
  • La storia della principessa splendente (かぐや姫の物語), regia di Isao Takahata

Migliore fotografia

  • Emmanuel LubezkiBirdman
  • Robert Yeoman – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal – Ida
  • Dick Pope – Turner (Mr. Turner)
  • Roger Deakins – Unbroken

Miglior scenografia

  • Adam StockhausenGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Maria Đurkovic – The Imitation Game
  • Nathan Crowley – Interstellar
  • Dennis Gassner – Into the Woods
  • Suzie Davies – Turner (Mr. Turner)

Miglior montaggio

  • Tom CrossWhiplash
  • Joel Cox e Gary D. Roach – American Sniper
  • Sandra Adair – Boyhood
  • Barney Pilling – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • William Goldenberg – The Imitation Game

Migliore colonna sonora

  • Alexandre DesplatGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Alexandre Desplat – The Imitation Game
  • Jóhann Jóhannsson – La teoria del tutto (The Theory of Everything)
  • Gary Yershon – Turner (Mr. Turner)
  • Hans Zimmer – Interstellar

Migliore canzone

  • Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn – Selma – La strada per la libertà (Selma)[5]
  • Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson – The LEGO Movie
  • Grateful, musica e parole di Diane Warren – Beyond the Lights
  • I’m Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond – Glen Campbell: I’ll Be Me
  • Lost Stars, musica e parole di Gregg Alexander e Danielle Brisebois – Tutto può cambiare (Begin Again)

Migliori effetti speciali

  • Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott FisherInterstellar
  • Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill e Dan Sudick – Captain America: The Winter Soldier
  • Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett e Erik Winquist – Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes)
  • Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner e Paul Corbould – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)
  • Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie e Cameron Waldbauer – X-Men – Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)

Miglior sonoro

  • Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas CurleyWhiplash
  • John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin – American Sniper
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e Thomas Varga – Birdman
  • Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten – Interstellar
  • Jon Taylor, Frank A. Montaño e David Lee – Unbroken

Miglior montaggio sonoro

  • Alan Robert Murray e Bub AsmanAmerican Sniper
  • Martin Hernández e Aaron Glascock – Birdman
  • Brent Burge e Jason Canovas – Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
  • Richard King – Interstellar
  • Becky Sullivan e Andrew DeCristofaro – Unbroken

Migliori costumi

  • Milena CanoneroGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Colleen Atwood – Into the Woods
  • Anna B. Sheppard e Jane Clive – Maleficent
  • Jacqueline Durran – Turner (Mr.Turner)
  • Mark Bridges – Vizio di forma (Inherent Vice)

Miglior trucco e acconciatura

  • Frances Hannon e Mark CoulierGrand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)
  • Bill Corso e Dennis Liddiard – Foxcatcher
  • Elizabeth Yianni-Georgiou e David White – Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy)

Miglior documentario

  • Citizenfour, regia di Laura Poitras
  • Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier), regia di John Maloof e Charlie Siskel
  • Last Days in Vietnam, regia di Rory Kennedy
  • Il sale della terra (The Salt of the Earth), regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders
  • Virunga, regia di Orlando von Einsiedel

Miglior cortometraggio documentario

  • Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent
  • Joanna, regia di Aneta Kopacz
  • Nasza klatwa, regia di Tomasz Sliwinski
  • La parka, regia di Gabriel Serra
  • White Earth, regia di Christian Jensen

Miglior cortometraggio

  • The Phone Call, regia di Mat Kirkby
  • Aya, regia di Oded Binnun e Mihal Brezis
  • Boogaloo and Graham, regia di Michael Lennox
  • La lampe au beurre de yak, regia di Wei Hu
  • Parvaneh, regia di Jon Milano

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Winston (Feast), regia di Patrick Osborne
  • The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs
  • The Dam Keeper, regia di Robert Kondo e Daisuke Tsutsumi
  • Me and My Moulton, regia di Torill Kove
  • A Single Life, regia di Joris Oprins

 

Appunti sparsi.

E anche quest’anno è andata.

Alla fine ieri ho ceduto verso le 3.30 – per mere ragioni tecniche, a dir la verità, perché in effetti ero ancora piuttosto garrula – il che significa che sono arrivata più o meno al miglior film straniero, se non faccio confusione con l’ordine dei premi.

Ho poi finito di vedermi la premiazione oggi e devo dire che, tutto sommato, non mi son neanche ridotta tanto male.

Ok, sì, Redmayne mi ha distrutta ma perché tra un po’ si metteva a piangere lui e così non vale, per forza poi io lacrimo. E anche la Julianne. Come si fa a rimanere impassibili? Eh?

Nel complesso sono soddisfatta di questa edizione. Forse ho sentito un po’ meno il pathos rispetto all’anno scorso ma non escludo che sia dovuto al fatto che l’anno scorso c’era di mezzo Dallas Buyers Club che è un film che mi ha coinvolto in modo tragicamente viscerale.

E poi c’erano Martin e Leo. E io che mi sentivo in colpa a fare il tifo per McConaughey.

E poi c’era stata l’incazzatura per Gravity – che, seppur in senso negativo, pure quello è pathos.

Quest’anno mi ha dato l’impressione che fosse tutto in qualche modo un po’ più calmo. Che i conflitti e le competizioni fossero meno aspri.

Patrick Harris si è rivelato un bravo conduttore, anche se non aveva sicuramente la verve di una DeGeneres.

Ho sinceramente esultato per quasi tutti i premi.

J.K. Simmons è stato quasi inaspettato. Sperato, e tanto, quello sì ma non ci credevo davvero. Meritatissimo. Per quanto ami Norton, Simmons con Whiplash è su un altro pianeta.

Still Alice non l’ho visto ma un premio a Julianne Moore mi fa esultare a prescindere. E, a forza di sentirne parlare, andrà a finire che mi andrò a vedere anche questo.

Forse mi avrebbe fatto piacere qualcosetta in più a Imitation Game ma non mi sentirei neanche di togliere niente di quello che è stato assegnato a Birdman o a Grand Budapest perché meritavano tutto.

Sono così contenta per miglior film e miglior regia a Birdman.

E anche per le quattro statuette a Grand Budapest, tra cui quella alla Canonero – il suo quarto oscar, tra l’altro.

Onestamente non avrei dato miglior attrice non protagonista a Patricia Arquette. Boyhood mi è piaciuto parecchio ma non ho trovato nessuna interpretazione così sopra le righe da meritare un oscar. L’avrei dato più volentieri a Emma Stone (e non solo perché ha gli occhioni 😛 ).

Gianni Canova a seguire la telecronaca di Cielo è stata una gran bella cosa. Una di quelle cose che ti riappacificano con la critica cinematografica.

Le sue considerazioni sul fatto che in questa edizione degli oscar andava premiata la creatività (più che il biopic o la storia vera) visti gli esempi di grande livello che si presentavano (Birdman e GBH per l’appunto); l’essersi ricordato di Nolan e l’aver espresso il giusto rammarico per l’esclusione di Interstellar praticamente da tutto; l’aver fatto riferimento a Jersey Boys come esempio più significativo (rispetto ad American Sniper) della grandezza di Clint Eastwood. Ecco. Già solo queste considerazioni mi han fatto venir voglia di alzarmi e andare ad abbracciare la tv.

A seguire un po’ di foto random da red carpet e premiazione.

Ho volutamente evitato foto di Melanie Griffith e Dakota Johnson perché mi veniva un ictus ogni volta che le inquadravano.  Ma io non avevo mica capito che la monoespressiva interprete del purtroppo tanto reclamizzato 50 sfumature fosse la figlia di Melanie Griffith. E, a parte il fatto che se sentivo nominare ancora una volta quel titolo cominciavo a sbavare verde e a bestemmiare in sanscrito al rovescio, non mi ha turbato la parentela in sé – il cinema è pieno di figli d’arte tutt’altro che immeritevoli – ma mi ha infastidito il fatto che il nepotismo fosse così evidente perché privo di fondamento. La Dakota Johnson non è un attrice che viene da una famiglia di attori. E’ solo una che ha avuto un calcio in culo e ha tentato il colpo con una roba per casalinghe frustrate e tamarre con velleità (di cosa poi, rimane un mistero). E poi Melanie Griffith così rifatta e nerovestita sembrava veramente una strega/matrigna cattiva e la cosa mi è dispiaciuta.

Anyway, se mi è concesso di prolungare ancora un momento l’angolo del gossip, per me il vestito più bello rimane quello di Rosemund Pike.

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No, non è che mi sono già stufata del Weekly Horror, è solo che tra Globes, Oscar, nuove uscite di inizio anno e arretrati che mi trascino, la coda dei miei post si sta facendo un po’ sovraffollata, motivo per cui WH va in pausa, presumibilmente almeno fino alla cerimonia degli Oscar (che sarà il 22 febbraio, il che significa per un mesetto), in modo da smaltire un po’ di novità e magari riuscire a inserire anche qualche libro, che altrimenti non so quando parlarne.

 

E niente, la parola chiave di questi mesi – e di questa edizione degli Oscar – pare essere “biografia”.

E American Sniper. E Imitation Game. E Big Eyes. Di quelli che ho visto.

E anche Foxcatcher e Turner e Unbroken per dirne altri che non ho visto.

E dire che il biopic non è neanche in cima alle mie preferenze.

E arriviamo a questa teoria del tutto.

In breve.

Il film vale la pena sostanzialmente per l’interpretazione di Redmayne. Per il resto è un normale film biografico, senza grosse particolarità, fin troppo aderente ai requisiti di genere, a tratti persino un po’ mediocre.

La storia di per sé è senza dubbio notevole come notevole è la figura di Stephen Hawking. Alla base del film c’è Travelling to Infinity: My Life with Stephen di Jane Hawking, che con Stephen è stata sposata per venticinque anni e con il quale ha avuto tre figli.

La narrazione ha una prospettiva e una dimensione molto personali e quotidiane ma è comunque apprezzabile la scelta di non indulgere in eccessivi sentimentalismi che avrebbero compromesso sensibilmente la riuscita del film. La situazione è già sufficientemente carica di pathos di per sé, senza bisogno che le scelte di regia enfatizzino ulteriormente gli aspetti drammatici. Questo, sicuramente è uno dei pregi maggiori del film: il modo asciutto in cui viene raccontata una situazione che vede per forza coinvolto un eccesso di emozionalità difficilmente gestibile e che invece viene presentata senza fornzoli e senza troppi abbellimenti.

La storia di Jane e Stephen viene fotografata nella sua quotidianità. Una quotidianità forse un po’ addolcita ma non sicuramente idealizzata. Se, da un lato, Jane che sceglie di rimanere accanto a Stephen anche dopo la diagnosi della malattia che lo immobilizzerà, potrebbe avere i tratti di un’eroina romantica, d’altro canto l’immagine di lei che emerge è quella di una persona vera, reale, concretissima, con le sue scelte e la sua fatica. Così come è concreto e realistico il modo in cui si evolvono i rapporti tra le persone coinvolte. Il divorzio di Stephen e Jane è, se vogliamo, cinematograficamente scorretto. E’ contrario all’idealizzazione dei personaggi, contrasta con l’incarnazione di questa favola triste.

A prevalere è sicuramente la storia personale, umana. Non sarebbe stato male se avessero invece speso qualche scena in più per rendere meglio l’idea della portata del lavoro di Hawking. E’ pur vero che tentare di inserire concetti di quel livello di complessità nel copione di un film equivale nel 99 percento dei casi a propinare un sacco di sciocchezze pseudo-divulgative, quindi forse è meglio così.

Il ritmo è discreto e si viene coinvolti abbastanza, anche se l’impostazione è, come accennavo prima, fin troppo classica.

Il punto forte sono indubbiamente gli attori. Felicity Jones nei panni di Jane è brava e adatta alla parte, con il bel viso sereno, delicato, infantile ma forte e determinato.

E poi lui, Eddie Redmayne. La vera perla del film. Che per certi versi parrebbe ovvio, dato che è il protagonista, ma ovvio non è data la difficoltà della parte.

Parlare di difficoltà è persino riduttivo, in effetti. Il ruolo che interpreta richiede uno stravolgimento fisico totale che non è, come più spesso capita, legato ad un cambiamento nel proprio aspetto. Non si tratta di dimagrire o ingrassare. In questo caso si tratta di stravolgere completamente tutti i normali comportamenti del fisico. Dai movimenti più grandi fino alla più piccola espressione facciale. Sradicare la coordinazione motoria, imparare ad escludere progressivamente sempre più parti del corpo, imparare a utilizzare le parti che funzionano che sono via via sempre di meno. Fino a che tutta l’espressività si concentra in poco più che un sopracciglio inarcato.

E qui sicuramente salterà di nuovo fuori la solita polemica per cui se si vuole un Oscar basta rovinarsi fisicamente. Bah. Non lo so. Immagino che la discussione in sé lasci un po’ il tempo che trova. Christian Bale nel 2004 perse 40 chili per L’uomo senza sonno, battendo qualsiasi record di dimagrimento a scopo cinematografico ma non mi pare che abbiano fatto la fila per dargli un qualsivoglia premio. Anzi. Quel film, che pure è un gran bel film, è passato quasi inosservato.

Sicuramente il coinvolgimento fisico nella parte ha il suo effetto ma non credo, onestamente, che sia una via facile alla premiazione.

Nel caso specifico, non credo che La teoria del tutto meriti particolari riconoscimenti in sé. Certo non miglior film e neanche migliore attrice protagonista, per quanto la Jones sia brava. Miglior sceneggiatura non originale ancora meno (quello per ora lo darei a Imitation Game anche se sono impazientissima di vedere Vizio di Forma – che purtroppo uscirà dopo la cerimonia). E anche la candidatura per la colonna sonora non me la spiego poi molto perché non l’ho trovata niente di eccezionale.

Però il Golden Globe a Redmayne è indubbiamente meritato. E lo sarebbe anche l’Oscar. E’ vero che non ho visto ancora Bridman e magari resto folgorata da Micheal Keaton, però, chiunque ci sia in concorso, se Redmayne si porta a casa miglior attore protagonista lo fa a buon diritto.

Cinematografo & Imdb.

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