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Archive for the ‘Non aprite quella porta’ Category

 

Agosto 1973. Un gruppo di cinque ragazzi in giro su un furgone per le campagne del Texas. La loro idea è quella di raggiungere la casa del nonno di due di loro, Sally e Franklin.

Arrivano a Newt, dove le forze dell’ordine sono mobilitate perché qualcuno ha profanato alcune tombe e utilizzato parti di corpi per costruire una sorta di macabra scultura.

La voce fuori campo all’inizio presenta la vicenda come un fatto di cronaca realmente accaduto e la voce del giornale radio in sottofondo supporta questa impostazione.

Dopo aver caricato un autostoppista che si rivela pesantemente squilibrato ed aver tentato inutilmente di far rifornimento in una stazione sprovvista di carburante, i ragazzi trovano la vecchia casa di famiglia che però risulta del tutto inabitabile. L’idea di un bagno al fiume prima di rientrare fa sì che si imbattano – in tempi e momenti diversi – nella casa di una famiglia di macellai particolarmente appassionati del loro mestiere.

Siamo nel 1974 e con una produzione indipendente e un budget ridottissimo Tobe Hooper – al suo secondo lavoro di regia – firma quello che diventerà un classico del genere e dà vita ad uno dei più famosi serial killer psicopatici della storia del cinema horror, Leatherface.

Leatherface deve il suo nome alla maschera di pelle umana che indossa, ha un grembiule da macellaio sporco di sangue e brandisce una sega elettrica per occuparsi delle sue vittime.

La casa è un vero museo degli orrori, con mobili e oggetti fatti con ossa umane o ricoperti di pelle, sempre umana. Molti di questi articoli sono stati assemblati riferendosi alla casa di Ed Gein – l’assassino che ispirò il killer del Silenzio degli innocenti – mentre non c’è un vero caso di cronaca alla base delle vicende dei ragazzi nelle grinfie del macellaio.

Impostazione slasher, con i ragazzi che arrivano alla casa separatamente e cadono uno per volta vittime di Leatherface.

Ampia varietà di dettagli macabri anche se non si può parlare proprio di splatter in senso stretto e, se da un lato l’impatto di certi particolari per quegli anni era senza dubbio più potente, resta il fatto che, anche visto adesso, l’insieme del contesto risulta discretamente inquietante e disturbante nonostante la recitazione un po’ datata e una certa ingenuità nel ricreare le dinamiche dei comportamenti dei ragazzi.

Leatherface ritorna con tre seguiti nel 1986, 1990 e 1994 mentre nel 2003 esce un remake – che trovate QUI – che dà il via ad una nuova serie di film, ultimo dei quali uscito quest’anno col titolo proprio di Leatherface e ricostruisce le origini del macellaio texano.

Cinematografo & Imdb.

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Sto cercando di seguire 100 pallottole d’Argento su RaiMovie, impresa che si è rivelata più ardua del previsto dal momento che per la seconda serata in genere, se non sono in coma, sono iperattiva e sto tendenzialmente facendo qualcos’altro per cui mi dimentico. Segue scenetta standard in cui io sgrano gli occhi e me ne esco con un “..azz..! Dario!” (manco fosse un mio amico), mi fiondo al televisore, bestemmio per altri cinque minuti perché col digitale terrestre non riesco mai a trovare i canali che voglio (sono refrattaria, sta cosa del digitale non mi è ancora andata giù) finché non approdo al film immancabilmente iniziato. Oltretutto, dato che i film in programma li ho visti quasi tutti, in genere punto a vedermi almeno le intro di Dario Argento, che trovo carine sia per le curiosità che tira fuori, sia perché il suo modo di presentarle ha un che al tempo stesso di surreale e scazzato che mi garba.

Comunque. Ieri sera ce l’ho fatta e mi sono anche guardata il film, dato che non l’avevo mai visto. In effetti non ho mai visto nessuno degli episodi originali del ciclo di Non aprite quella porta, neanche la primissima versione di T. Hooper del ’74, per cui non sono in grado di dare un giudizio sul film in quanto remake.

Di per sé questa versione del 2003 (di M. Nispel) – sulla quale peraltro ho letto critiche pessime – non è poi così malvagia. Siamo a un livello da Notte Horror degli anni ’90, per cui non proprio altissimo, ma si fa guardare nonostante i cliché del genere siano spesso fin troppo palesi. Sì ci sono diverse situazioni che sono un tantino pretestuose e i personaggi non è che agiscano proprio in base ad una logica ferrea, però anche questo, a suo modo, fa parte del genere. E’ il principio di Wes Craven per cui la Ragazza Inseguita dall’Assassino/Psicopatico di turno scappa sempre su per le scale. Poi, la casa e Leatherface. Non so, sarà che a me le carrellate su svariati attrezzi metallici atti a tagliare/infilzare/macellare fanno paura per principio (penso che potrei confessare qualsiasi cosa alla sola vista di un tagliaunghie, se brandito in modo convincente), ma nel complesso si crea anche abbastanza tensione. Leatherface invece non è tra i “cattivi” più spaventosi che abbia mai visto e anche la sua famiglia avrebbe potuto essere molto più inquietante, magari evitando di eliminare l’elemento del cannibalismo.

Un’ultima cosa. L’autostoppista suicida. Esattamente, da dove l’ha tirata fuori quella pistola?

Cinematografo e Imdb.

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