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Archive for settembre 2013

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Son stata indecisa fino all’ultimo su questo film. Non tanto per il tema in sé, ché anche se son decisamente più per le due ruote che per le quattro, la Formula 1, soprattutto quella storica, ha comunque la sua attrattiva.

Il problema è che questo genere di film – quelli che trasudano eroismo già da ogni singolo secondo del trailer per capirci – sono terribilmente a rischio. Rischio di finire nel cliché più che abusato dello sport come mezzo salvifico e redentore di qualsiasi colpa. Rischio di scadere in quella distorta idealizzazione della competizione intesa come reale metro di misura di se stessi in toto. Rischio di una maldestra mescolanza di tutti questi elementi che, generalmente condita con un po’ di love story di sottofondo offre come risultato in tavola in classico e indigesto polpettone che ti deve far commuovere per forza. L’eroismo è un tema che difficilmente esce fuori dall’ovvietà.

E’ pur vero che il nome di Ron Howard una soglia minima di professionalità la garantisce sempre – sì, ok, sto volutamente ignorando tutta la faccenda dell’antimateria di Angeli e Demoni.

Rush è un gran bel film, questo va detto prima di ogni altra cosa. Forse non mi sento di poter dire che è al cento percento al di fuori dei cliché che il suo genere richiama (e richiede), ma di certo ne sfrutta al meglio le potenzialità, spogliandoli della parte maggiormente scontata.

La storia che racconta è nota a tutti. La rivalità tra Niki Lauda e James Hunt fino al mondiale del ’76 e al tragico incidente in cui Lauda rimase gravemente ustionato.

Non è facile raccontare una storia molto conosciuta. Son sempre tutti pronti a scovare l’errore nella ricostruzione dei fatti. Oltretutto, trattandosi di gare, non è facile trasmettere suspense nel raccontare qualcosa che si sa già come va a finire. Io per prima sono una fissata del non sapere i risultati di una competizione di qualsiasi tipo prima di averla vista.

Howard ha mestiere e si vede perché gestisce in modo esemplare tutta una serie di elementi che, se sbagliati, avrebbero potuto rendere il film mortalmente noioso.

Le gare, per prime. Banalmente, riprodurre in un film una gara di Formula 1 rischia di diventare una patetica scimmiottatura delle vere gare che si vedono in tv quasi settimanalmente. Howard sceglie invece di non riprendere veramente le corse. Quando i piloti corrono parte un susseguirsi di immagini velocissime e estremamente ravvicinate di parti delle macchine, dei motori, dei piloti stessi. Inquadrature storte e montate in modo discontinuo. Non si capisce niente della gara di per sé, ma non è importante perché tanto il risultato si sa comunque. Quello che conta è l’effetto adrenalinico trasmesso da questo genere di riprese, qualcosa che vorrebbe essere vicino alle sensazioni stesse della corsa. Oltretutto sono inquadrature esteticamente curate in modo maniacale. Sono perfette e bellissime.

Grandi macchine, sia in pista sia fuori. Ottima ricostruzione della vicenda, fedele fin nel dettaglio per quanto riguarda i fatti automobilistici. Non ho modo di verificare l’attendibilità di quegli elementi che riguardano invece l’aneddotica privata anche se i toni non diventano mai eccessivamente sentimentali e questo è un bene in ogni caso.

Cast estremamente valido e soprattutto molto azzeccato per le parti. Daniel Brühl nei panni di Lauda è piaciuto persino a Lauda stesso, mentre Chris Hemsworth  – una volta superata la fase di attesa per la ricomparsa del mantello rosso di Thor – si conferma in grado di recitare davvero anche senza dover picchiare qualcuno o lanciare martelli.

Bellissima anche la ricostruzione non solo a livello meccanico ma dal punto di vista dell’atmosfera che si respirava in quegli anni intorno alla Formula 1, quando parlare di eroismo era forse un po’ eccessivo, ma non così fuori luogo.

Howard racconta le gesta di due cavalieri d’altri tempi, quando correre richiedeva ancora più coraggio di quello che richiede oggi; ma soprattutto racconta una vicenda umanissima di superamento dei propri limiti. Una storia di correttezza, rispetto e perché no, anche amicizia.

Rush è un film che appassiona senza bisogno di romanzare eccessivamente i fatti che racconta ed è un film che coinvolge anche chi di Formula 1 abbia conoscenze vaghe o nulle.

E’ un film di grande pathos raggiunto senza bisogno di eccessi o di forzature. Ben costruito, ha una struttura solida e semplice che funziona senza bisogno di ricorrere ad ulteriori espedienti narrativi che non siano la storia stessa.

Da vedere, davvero. Non mi aspettavo un brutto film, ma pensavo che sarebbe stato più banale. Invece è una gran prova di equilibrio per il regista, oltre che un meritato tributo a quegli anni e quei piloti.

Cinematografo & Imdb.

RUSH

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Niente, mi sono impallata su Total Eclipse of the Heart. Ho un disperato bisogno di jeans strappati, maglie larghe e permanente. Anni Ottanta, per dirla in breve. Posso fare a meno della cotonatura, quello sì.

Prima o poi devo decidermi a fare un serio post generazionale.

Ché ci sono cose che sono indissolubilmente legate ad un periodo preciso e soprattutto al fatto di avere una determinata età in quel periodo.

Solo i nati tra gli anni ’80-’82 se vedono un pendaglio a forma di stella abbastanza grosso e colorato pensano a Jem & the Holograms.

jem

Solo i nati nel primo quinquennio degli anni Ottanta ogni volta che guardano la scadenza su una confezione di latte pensano inevitabilmente a Clerks.

Clerks

Tanto per dirne qualcuna.

Oggi non ho un vero argomento del post. Ho più che altro una segnalazione. Perché sono diversi mesi che ho trovato un gran bel posto in giro per la rete e vale la pena di dirlo. E oggi ho di nuovo passato la mia pausa leggendo lei e ho pensato che vale la pena farsi largo nel chiasso assordante e più o meno uniforme che intasa il web se ogni tanto ci si può imbattere in cose come questa.

Marla

Andate e leggete, ché ce ne vorrebbero di più di voci come la sua.

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Terry Gilliam. Non credo si debba aggiungere altro.

Passato anche lui per Venezia. Dovrebbe arrivare a dicembre.

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kinopoisk.ru

Sembra una triste battuta ma purtroppo è vero. Devo sbrigarmi a parlare di questo film prima di non ricordarmi più niente perché é davvero parecchio incasinato.

Danny Boyle non sbaglia un colpo ormai da anni e ne è consapevole.

Con In Trance abbiamo Boyle all’ennesima potenza.

A parlare della trama non ci provo neanche perché finirei con lo spoilerare e non servirebbe comunque a niente. E non è una critica eh, non è che non ci sia trama, c’è eccome. Solo bisogna vederla per intero perché abbia senso. Serve ogni singolo particolare, ogni singolo momento perché l’immagine d’insieme abbia forma e dimensione.

Posso parlare di quello che c’è.

C’è il furto di un quadro in una casa d’aste. C’è qualcosa che va storto. C’è un quadro da ritrovare e un ricordo perduto. Sepolto.

C’è l’ipnosi. E ci sono persone che uccidono.

Boyle gioca con i piani della memoria in un modo che ricorda il meccanismo dei sogni stratificati di Inception. Ogni realtà viene stravolta da una sua nuova versione finché non è più possibile distinguere che cosa è reale, che cosa è un ricordo, che cosa è un desiderio. Sempre più a fondo. Sempre più incastrati nelle profondità della mente dove niente è veramente perduto, solo molto difficile da trovare.

Boyle orchestra un complicato gioco di specchi in cui tutti si perdono. Dai personaggi agli spettatori.

Esiste un momento preciso in cui si decide la sorte di un film come questo. Un bivio, di fronte al quale può diventare una cazzata o un perfetto esempio di equilibrio. Quel momento c’è stato e ad un certo punto ho temuto il peggio. L’impressione era che ci fossero in ballo davvero troppi elementi per poter sperare che quadrassero tutti.

E invece no. Invece quadrano eccome. Andando in tutt’altra direzione rispetto a quella che era possibile ipotizzare, ma tutto torna. Il quadro si ricompone e viene fuori una realtà che ripaga di tutti i momenti apparentemente slegati.

Ottimo cast, con James McAvoy nei panni del protagonista, Vincent Cassel che fa il cattivo e una Rosario Dawson bellissima come sempre, oltre che ovviamente brava, nel ruolo della psicologa ipnotista.

Il presupposto psicologico alla base di tutto non è particolarmente complesso ma funziona e se togliamo una forse eccessiva facilità con cui viene indotta l’ipnosi, non ci sono grossi scivoloni teorici.

Divieto ai minori di 14 anni sbandierato in modo che mi pareva perfino sospetto, finché il mistero non si è svelato con l’inquadratura di Rosario Dawson senza veli, e non solo. Censura falsa e puritana.

Un gran bel film e un finale ampiamente all’altezza.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Ci hanno fatto aspettare.

Per essere precisi ci hanno fatto aspettare 4 anni, 3 mesi e 8 giorni.

Però com’è che si dice in questi casi? Ne è valsa la pena, ecco.

Ragazzi, se prendendovi un po’ di tempo in più tirate fuori tutte le volte un album così, prego, fate con comodo.

Si, vabbè, si fa per dire eh, che qui se il fandom non fa un po’ pressione il prossimo album ce lo ritroviamo per i cinquant’anni del Molko.

Anyway, arriviamo al punto.

Dopo quasi una settimana di ascolti compulsivi sono quasi in grado di parlarne.

Prima di tutto. My baby.

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E sì, la sorte, gli dei, i Tommyknockers, il culo tutti insieme hanno unito gli sforzi e mi è arrivata una delle 1000 copie autografate.

Il che mi ha causato un mezzo infarto e una certa fissità dello sguardo per le ore successive alla scoperta.

Per amor di onestà va detto, avevo delle perplessità. E dei timori. Legati principalmente

a) ai colori della cover – che resta tuttora quella che mi piace di meno tra tutte le loro, meno ancora di Battle for the Sun, che forse era sciatta ma almeno non era mezza fucsia, e

b) alla presenza sospetta di quel fastidioso Love che in una forma o nell’altra imperversa in buona parte delle nuove uscite di quest’anno.

Va anche detto però che la mia inquietudine è considerevolmente diminuita quando sono entrati in fase di lancio vero e proprio e han cominciato a rilasciare dettagliate interviste su temi e contenuti, fino all’ultimissimo periodo pre-uscita in cui hanno postato i teaser dei video di quasi tutte le tracce.

Di sicuro questo è stato il miglior lancio di un album che abbiano mai fatto. A parte qualche traballamento e qualche ritardo – più o meno fisiologico (dai Ant, non è sempre tutta colpa tua, è che sei quello con cui è più facile prendersela), l’hanno organizzato proprio bene. Con tanto di culmine, la serata dell’uscita, con quasi due ore di diretta in streaming dagli sudi di YouTube, collegamenti con Los Angeles e Tokyo, interviste, momenti divertenti, 8 tracce live, contest con premi (tra cui una delle prime Fender di Brian autografata sul momento, sigh), collegamenti in diretta con i fans e veramente un sacco di materiale interessante.

Davvero, non avrebbe potuto riuscirgli meglio.

Quanto all’album di per sé, è buono in un modo che forse non ritenevo più possibile. Forse, più o meno consciamente, mi ero rassegnata all’idea dei Placebo di Battle for the Sun, della filosofia dell’adattamento, della virata pop – non tanto nelle melodie quanto piuttosto nell’atteggiamento di fondo. Mi ero forse rassegnata più di quanto mi piacesse ammettere a questo nuovo Brian che sbandierava fiero in giro il suo passato tossico/alcolico per poter dire guardate, ne sono uscito. Mi ero forse rassegnata più di quanto pensassi all’idea che i Placebo non erano più quei Placebo. Che da un lato ci sta anche, l’evoluzione è un bene, per carità. Se adesso avessimo ancora sul palco il Molko quarantenne che lancia via il microfono stizzito e disperato (e fatto) sulla fine di My Sweet Prince o che piazza fuck a destra e a manca perché fa-troppo-rockstar (quella fase che, per inciso, il Bellamy non ha ancora superato), ecco, se sul palco ci fosse ancora quel Brian lì, probabilmente io starei ugualmente scrivendo la recensione del loro ultimo album – una fangirl è pur sempre una fangirl eccheccazzo – ma sarei comunque in qualche modo consapevole del processo di fossilizzazione in atto.

Non si può fare il poeta maledetto a vita, a un certo punto bisogna andare da qualche parte, e su questo il Molko di BFTS ci aveva anche preso.

Solo, pareva che questa nuova direzione fosse davvero un po’ troppo…hem hem…solare.

Con Loud Like Love i Placebo tornano in tutti i sensi in cui si può tornare. Tornano ad essere musicalmente vicini alle loro origini e al tempo stesso tirano fuori un album che ha la bellezza struggente di Meds – che per me rimane il loro capolavoro assoluto – e l’unità interna di uno Sleeping Whit Ghosts.

Se in BFTS si rifletteva tutta l’esaltazione – forse un po’ forzata – per essere in qualche modo sopravvissuti, ora arriva il momento di fare i conti con i propri fantasmi. Qui più che in qualsiasi altro album Brian pare aver sperimentato cosa vuol dire vivere con i fantasmi. Quelli del proprio passato, ma soprattutto quelli del proprio senso di colpa. E’ il principio per cui non basta semplicemente smettere di comportarsi male. La parte difficile arriva quando devi imparare a convivere con la consapevolezza di essere stato in grado di compiere certe azioni, quando prendi coscienza di quanto in basso era il fondo che sei riuscito a raggiungere.

Loud Like Love è un album che parte con una carica di energia inaspettata, con il brano omonimo dalla struttura casuale e dal ritmo che ti entra in testa e che sembra fatto apposta per aprire i live per farti cominciare a saltare, ma è un album tutt’altro che leggero.

E’ una lenta discesa nelle profondità delle dinamiche che si instaurano nei rapporti. Con un partner ma anche con se stessi.

Se Scene of the crime – forse un po’ tamarra ma con quel retrogusto anni Ottanta che fa perdonare anche la tamarria – segue la carica della traccia precedente ed è effettivamente potente, Too Many Friends – singolo di lancio, video di Saman Kesh in collaborazione (ahimè – questa non gliel’ho ancora perdonata) con Bret Easton Ellis – nonostante l’inizio ironico del My computer thinks I’m gay, sposta già leggermente l’asse melodico su un piano più malinconico. E se sulla tematica dei social network non si trova poi chissà che di originale da dire, resta sicuramente un brano sincero.

E comunque il video è davvero ben fatto.

Con Hold On To Me siamo catapultati nel mezzo di quel dialogo continuo di Brian con se stesso, nella sua continua ricerca di un equilibrio interiore, nelle sue domande di senso. La struttura di Hold On è molto complessa e termina con un parlato che fa apprezzare una versione insolitamente bassa della voce di Brian. Peccato che proprio questa parte parlata sia il maggior ostacolo al fatto che la inseriscano in setlist dal vivo.

E’ un processo di trasformazione costante ed tutto molto più collegato di quanto non sembri.

Se Meds si chiudeva con la suicide note di Song to Say Goodbye con la quale Brian diceva definitivamente addio a quell’altro se stesso che era, per così dire, la sua metà oscura, e se con BFTS, torna apparentemente libero da quell’ombra – e ci mette talmente tanta energia nel cercare di convincere tutti da rendere palese il fatto che l’impresa più ardua è convincere se stesso -, ora viene a patti col fatto che quell’ombra a cui ha cercato di dire addio se la porterà dietro per sempre.

A Million Little Pieces è uno dei testi più dolorosi dell’album, e uno dei più dolorosi che lui abbia mai scritto.

In quel now my mistakes are hunting me e in quel all my dreaming torn in pieces c’è il nucleo doloroso di ciò che lo spinge. E c’è molto dello spirito dell’album.

In mezzo c’è Rob the Bank, voce leggermente distorta, testo non particolarmente complesso e struttura forse un po’ scontata ma comunque un buon pezzo.

Exit Wounds. Al momento la mia preferita.

Quando uscì la tracklist dissi che quella era una canzone per la quale ero andata in fissa prima ancora di sentirla. Non poteva essere altrimenti, con quel titolo. Anche solo il titolo fa male. Ed è geniale.

E’ la gelosia che ti fa impazzire. E’ il dolore fisico dell’assenza. E’ pioggia torrenziale. Sono urla che si perdono dentro i tuoni. Sono le notti che non passano, quelle cattive, e i ricordi che si preferirebbe non avere. Voce molto bassa di Brian nella prima strofa. Ritornello che esplode e che sembra voglia trascinare via tutto. Exit Wounds è disperata e bellissima.

Purify arriva ad allentare un po’ la tensione. Subito l’ho un po’ snobbata, definendola la bonus track dell’EP B3 – e in effetti come stile ci sta – la socia l’ha definita la versione riuscita di B3 e a pensarci bene anche quello ci sta – però non è niente male neanche lei.

Sicuro che è un brano da pogo, ma ho intenzione di essere talmente davanti il 23 novembre che confido che non me ne accorgerò neanche.

Begin The End con il suo ritmo cadenzato, lento e ossessivo rende bene l’atmosfera soffocante di una fine senza possibilità di appello. Di un dolore inflitto per mancanza di una reale scelta. Quando ferire diventa una questione di sopravvivenza.

E poi arriva quello che Brian stesso ha definito il brano più personale che abbia mai scritto. Quello che lo vede più vulnerabile in assoluto. E che – aggiungo io – per questo probabilmente non lo si vedrà mai dal vivo.

Bosco – il titolo è casuale – è rivolta ad una persona in particolare e probabilmente agli anni in cui lui era prossimo a toccare il fondo.

E’ una di quelle cose così oneste da far male.

Una di quelle cose che mi ricordano perché amo questa band da sempre e perché continuerò ad amarla.

Stef al pianoforte, il meraviglioso violino di Fiona, un testo tra i più belli che Brian abbia mai scritto fanno di Bosco un vero e proprio gioiello che chiude l’album con un senso di profonda malinconia e immensa bellezza.

In generale hanno usato molto il piano – cosa di cui io mi rallegro tantissimo. Brian si dev’essere accorto che Stef  lo sa suonare e ne ha approfittato.

Molta elettronica. No, meglio. Non molta elettronica di per sé ma molta rispetto ai loro standard.

E molti anni Ottanta. Che saltano fuori un po’ ovunque a tradimento.

LLL è un album curato in modo maniacale in ogni dettaglio. Si legge un enorme studio dietro ogni canzone sia dal punto di vista stilistico sia nei contenuti. E’ un album che – come ha più volte dichiarato Brian in varie interviste – racchiude tutto quello che loro sono e sono stati in questi ultimi vent’anni.

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