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Archive for the ‘Loud Like Love’ Category

*La proprietaria del blog ha dei seri problemi.

Ne è un chiaro indice il fatto che continui a parlare di sé in terza persona e che stia tentando da un’ora di iniziare il post senza riuscire a scrivere due righe.

Altro segnale rivelatore potrebbe essere la comprovata incapacità di staccarsi da YouTube e dai video dell’altra sera.*

Non avevo mai sentito i Placebo live.

Li seguo praticamente da sempre ma, per un motivo o per l’altro, non ero mai riuscita ad andare ad un loro concerto.

Il che, se si considera il periodo deeply-addicted&obsessed in cui sono risprofondata negli ultimi due-tre anni, amplifica notevolmente le proporzioni dell’evento dell’altra sera, conferendogli i tratti di un avvenimento epocale.

Biglietto comprato a maggio.

Albergo prenotato a giugno.

Treni prenotati a ottobre.

Un improvviso interesse per le condizioni sindacali dei dipendenti FS, chè se per caso saltava fuori uno sciopero il 22 era pronta un’attrezzatura per spedizioni polari per raggiungere la meta eventualmente anche a piedi.

Preparativi sparsi in tutti i mesi di attesa.

Un improvviso interesse per il meteo dell’Emilia Romagna – nonostante la radicata avversione per il concetto di previsioni meteo.

Il merchandise ordinato sul Placebo-store – perché bisogna pur far qualcosa per mitigare l’ansia.

Lo striscione sparpagliato tra Milano e Pisa e ricongiunto all’ultimo.

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Il raptus dei cartelli da preparare nell’ultima settimana.

E la pioggia che qui a Torino ha fatto anche finta di diventare neve per un po’, giusto per aggiungere un po’ di pathos alla faccenda.

Torino-Monza-Milano-Bologna-Casalecchio di Reno.

Siamo in tre.

Sono le 11 del mattino e, nonostante il miei tentativi di negare l’evidenza mascherati da ottimismo, sta piovendo e tira pure un vento gelido.

Davanti all’Unipol ci siamo noi e qualche altro esemplare di fan che si aggira sperduto intorno agli ingressi, probabilmente chiedendosi se sia effettivamente il caso.

Pare ci sia qualcuno che ha dormito in macchina lì davanti.

Il richiamo del cancello senza nessuno davanti è indiscutibilmente forte. Ci si avventura tra le corsie per le code, così, giusto per vedere che effetto fa, ma, tempo di arrivare lì davanti e si sa già che non si mollerà più la posizione neanche in caso di uragano.

Presente il momento in cui i protagonisti si guardano e realizzano di essere fottuti? Ecco, proprio quello lì. Un po’ come Bruce Willis in Armageddon, we say our last goodbyes e cerchiamo una posizione tollerabile, compatibilmente col fatto che non ci si può sedere per terra e il vento cambia direzione all’improvviso – il che crea almeno il diversivo del recupero dell’ombrello fuggitivo.

Ad un certo punto, nel grigio brumoso della ridente zona commerciale che si stende intorno all’Unipol si vede sfrecciare un garrulo esemplare di fan a bordo di un carrello dell’Ikea usato come skateboard. Occhi pallati e truccati in perfetto stile panda Molko anni 2000, il tizio è poi scomparso definitivamente dopo qualche passaggio. E non era neanche ancora l’una.

Gente che comincia cauta ad arrivare.

Strane configurazioni di ombrelli – che tanto avrai sempre un rivolo che ti cola a tradimento su una zona non protetta.

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I sacchi di nylon per avvolgere il contenuto della borsa – dopo gli studi Rai di settembre pare stia diventando una specie di tradizione che quando c’è il Molko in circolazione io mi munisca di sacchi di nylon anti-pioggia.

Il centro commerciale che diventa improvvisamente il posto più bello in cui si sia mai messo piede, quando tra l’una e le due ci si alterna a gruppetti per nutririsi e recuperare l’uso degli arti inferiori pur senza mollare il presidio.

I bagarini piazzati davanti alle biglietterie ancora chiuse. Se non fosse che la pioggia ha notevolmente fiaccato la mia indole di paparazzo, li avrei anche immortalati.

La voce di Brian che all’improvviso risuona sotto la pioggia mentre dentro stanno provando Too Many Friends – e a questo punto, se fossi una fan modello, dovrei dilungarmi su come, per effetto della voce di Brian, improvvisamente il freddo e la pioggia siano spariti di colpo ma no, non sono una fan modello e continua a fare un freddo cane.

Tizi dell’Unipol che ogni tanto si aggirano in prossimità dei cancelli e che vengono immancabilmente bersagliati di domande sull’effettivo orario di apertura – che, altrettanto immancabilmente, cambia tutte le volte.

Tristi tentativi di depistaggio da parte di alcuni esemplari di sedicenti fan geneticamente progettati per tentare di neutralizzare la loro stessa specie tramite l’originalissimo espediente del “ma-voi-siete-in-coda-dalla-parte-sbagliata-quella-giusta-è-di-là-(=dietro di loro)” #gentechemeritaunamortedolorosa.

Il pomeriggio passa più in fretta perché c’è l’obiettivo dell’apertura delle biglietterie.

Il biglietto finalmente tra le zampe (ma perché diavolo SeeTickets si ostina a stampare cuori a caso sui biglietti? vabbè) e il momento in cui d’improvviso si realizza che ohccazzo-ma-stiamo-per-vedere-i-Placebooooo!! – ché fino a quel momento mica ti è ancora chiaro il motivo per cui ti stai sottoponendo a tutto ciò.

Chiacchiere, cazzate, qualcuno che canta qualcosa, ma controllano le borse? ma le bottiglie possono entrare? e gli ombrelli? Gente che, nel dubbio, si disfa di qualunque cosa, perché ormai c’è la polizia e ci sono gli Unipol-Men fissi ai cancelli, il che vuol dire che ormai ci siamo.

Aprite insieme i due cancelli del parterre? Sì sì. Cosa che per poco non è andata esattamente così ma fa lo stesso, lo scarto non è stato poi determinante.

Aprono.

Biglietto proteso in avanti.

Borsa aperta praticamente lanciata sotto il naso di un poliziotto.

Hai degli accendini? Non si possono portare gli accendini.

Ma che cazzo di domanda è?

Sì, ho degli accendini, due per l’esattezza e no, non glielo dico. Se veramente spera di riuscire a trovare qualcosa di piccolo nel caos di quella borsa è un ottimista come me per la pioggia. E se vuole davvero controllare sono pronta a regalargli la borsa con tutto il contenuto.

Mi assicuro che non voglia sapere altro e bon, comincio a correre.

Corro. Ché non conta un cazzo se sei stato otto ore attaccato al cancello in primissima fila se poi ti passano tutti davanti (sopra) nel tragitto tra il cancello e il palco.

Corro. Io che ho sempre sostenuto – e sostengo tuttora – con orgoglio di non essere in grado di correre neanche per salvarmi la vita. Io che odio correre e che mi sopporterò mesi di prese per il culo perché solo il Molko poteva riuscire a farmi correre.

Corro e riesco per qualche strana congiunzione astrale a non ammazzarmi giù dalle scale – penso vagamente che sembra di stare in un cazzo di hunger game.

Corro e punto la giacca della socia che si è lanciata in avanti poco prima di me. Non vedo neanche il palco. Vedo dov’è lei e basta, al resto ci penso poi. Sperimento un barlume di spirito agonistico a me sconosciuto quando un tizio mi supera sulla destra ma o corro o ringhio, fiato per fare tutte e due le cose non ce l’ho.

Corro e arrivo. Transenna.

Transenna centrata Stef. Sono morta. Prima volta. Morirò altre svariate volte nel corso della serata.

Alla fine hanno aperto alle 7, il che vuol dire che non c’è poi molto da aspettare. Birra, per prima cosa. Poi. Creazione di una configurazione che permetta possibilmente di togliersi un po’ di strati di dosso ma di mantenere le mani libere, il tutto senza devolvere cellulare, chiavi e macchina fotografica alla causa. Sulle tribune si sta assemblando lo striscione e noi si comincia a distribuire i cartelli con la scritta THANK YOU da tirar su alla fine di Teenage Angst.

Nonostante i miei timori, i fan si dimostrano docili e collaborativi – una volta prese le posizioni si torna incredibilmente ad essere tutti amici – e i cartelli si sparpagliano in fretta.

Palco allestito per gli opener, i Toy.

Passa un Unipol-Man che per qualche motivo dice no, no, non vi alzate ancora. Il che ha come conseguenza inevitabile che tutti si alzano.

Le dinamiche della massa sono affascinanti.

Mi sistemo sulla transenna. Mi ci abbarbico. Familiarizzo con quei centimetri di metallo a cui penso da mesi e che in quel momento sono il posto più bello in cui sia mai stata.

Arrivano i Toy sui quali mi ero brevemente documentata nei mesi scorsi e, davvero, non sono affatto male. Resta da capire quanto abbia inciso nella scelta il fatto che Tom Dougall sembri un piccolo Molko per quel che riguarda trucco, capelli e movenze. Esiste dunque una soglia minima di molkitudine necessaria per essere presi in considerazione come opener? Argomento da approfondire.

Già sull’ultimo pezzo dei Toy io comincio stranamente a scollegarmi.

Qualche ragazza portata via dallo staff, causa malore – senza nulla togliere al Placebo-effect continuo a pensare che il passaggio al caldo e alla folla dopo otto ore di freddo possa aver giocato il suo ruolo.

Io mi spengo per un attimo e il momento dopo mi prende il panico. Non ho la più vaga idea del perché ma il meccanismo è stato un po’ oddio-arrivano-davvero-ho-paura-vado-via.

Suppongo si chiami emotività devastata.

In ogni caso non potrei muovermi neanche volendo perché ormai sono definitivamente incastrata.

Le solite foto al palco vuoto e ai tecnici.

In alto si vede il telo semitrasparente che scenderà davanti a Brian e soci su alcune delle canzoni e che non piace particolarmente a nessuno. L’ennesimo capriccio della diva Molko che polemizza per l’eccessivo paparazzamento da cellulare, ma alla fine va bene lo stesso.

Buio. Parte la base di B3 e io per poco non mi perdo l’entrata perché un enorme tizio dello staff stava tirando via l’ennesima fanciulla accasciata proprio sopra la mia testa.

Steve arriva saltellante come sempre.

Stef si sta sempre più molkizzando perché entra quasi senza salutare come insegna il frontman.

Brian arriva praticamente insieme a lui e questo fa sì che quei pochi neuroni che ero riuscita ancora a mantenere in vita collassino miseramente.

Brian.

Brian che ho visto miliardi di volte su un palco.

Brian che so esattamente come si muove, di cui conosco i dettagli di ogni singolo gesto.

Brian che si tira indietro i capelli col mignolo (che tra l’altro è una cosa scomodissima).

Brian che si fa mettere il microfono ancora più basso del necessario e poi ci si contorce sotto.

Brian che palesemente ha una filosofia tutta sua per quel che riguarda il microfono.

Brian che dopo tre canzoni è già sudato come se avesse corso per tre ore sotto il sole e io che vedo una goccia di sudore che cade dai suoi capelli in una coincidenza degna dei migliori screenshot.

Brian che è veramente preso benissimo e lo si capisce da come scandisce in modo ancora più marcato. Già dall’espressione aristocraticamente infastidita sui dilettants di B3.

Brian che ringrazia in italiano.

Brian che ha un paio di stivali nuovi, marroni, come la cintura, pantaloni, camicia e gilet neri.

Brian che ha cambiato leggermente il testo di B3 anche se non è ancora ben chiaro il motivo.

Brian che urla e la sua voce che è perfetta, pulita, esattamente quella che ho nelle orecchie tutti i santi giorni.

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Stef è esattamente davanti a me ed è ormai chiaro ai più che si sta creando un secondo frontman. Dall’epoca Battle in poi Stef è praticamente impossibile da ignorare. Che sia una tecnica concordata per compensare il fatto che Brian gira sempre di meno sul palco? mah. Resta il fatto che la cosa non dispiace.

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For What It’s Worth è in effetti un po’ inutile ma d’altronde lo era pure B3, ma questi erano i discorsi prima di essere lì. Adesso questa è la migliore setlist al mondo.

Loud Like Love dal vivo mantiene tutte le sue promesse. E’ fatta per essere urlata, per saltare, per mandare via qualsiasi altra cosa.

Twenty Years, che ormai non la toglieranno più finché non saranno ufficialmente passati i loro vent’anni e che, con l’arrangiamento che hanno messo a punto, è ancora meglio che in originale.

Quando parte l’attacco di Every Me Every You…ecco, lì penso sia la seconda volta che sono morta. Come realizzare di nuovo la realtà di tutto quanto. Qualcosa che ha a che fare con tempi che si mescolano e passato che si comprime per arrivare esattamente qui e adesso. E Brian che arriva dal nostro lato sulla chiusura. E il sorriso.

Too Many Friends e il suo computer pensante che l’abbiamo urlato veramente in dodicimila, nessuno escluso.

Scene Of The Crime e la concentrazione per non sbagliare a battere le mani. Occhi fissi su quelle di Stef, che però ha un ritmo un po’ strano e dopo un po’ mi perdo comunque. Per colpa delle mani di Stef.

A Million Little Pieces sempre dietro il sipario trasparente calato prima su Scene. Non è che non ci si veda attraverso, solo che funziona se si sta esattamente davanti perché a guardare di lato si vede effettivamente maluccio.

Speak In Tongues, seconda superstite di Battle, bella, con quella parte finale in crescendo e il telo che si ritira su proprio prima di don’t let them have their way.

Rob The Bank, che forse non sarà il massimo come testo ma è divertente e dal vivo rende bene. E l’espressione schifata di Brian su pick your nose. E il pezzo studiato apposta per far battere le mani sulla batteria di Steve.

Purify e like a fallen angel che più acuto e più femminile di così non poteva venirgli.

Space Monkey e il telo che cala di nuovo (e a momenti prende in testa uno dello staff). E io che non ci posso credere che l’abbiano di nuovo inserita in setlist dopo tutto il tempo che è passato. Space Monkey che non l’ho ancora capita del tutto adesso, ma che ho sempre amato tantissimo. Space Monkey sulla quale ho urlato veramente come se non ci fosse un domani.

Blind, sempre dietro la tenda. Altra chicca, altro brano meraviglioso che non si sentiva live da un po’. La mania che gli è presa a Brian di alzare i toni alla fine, a differenza che nell’originale. Anche se poi il risultato è ottimo lo stesso.

Exit Wounds, la mia preferita dell’ultimo album. Avevo un po’ di timore perché qualche data fa, non mi ricordo esattamente quando, non era venuta un granché, ma fortunatamente è stata perfetta.

Meds, sempre col solito arrangiamento live, le ondate di pogo e la pausa prima dell’ultimo forget, con gli occhi di Brian che vagano inquisitori sulla folla, come a voler controllare se c’è qualcuno che non urla abbastanza.

Song To Say Goodbye e un arrivederci in italiano infilato alla fine. E Brian in punta di piedi sulla seconda strofa (che poi perché? boh, però ormai lo fa quasi sempre) e la voice that made all of us cry.

Special K, di nuovo dietro il telo. Pogo. Tanto pogo. Ad un certo punto non respiro per un po’ e comincio a fare mentalmente il check di quanti organi vitali sento minacciati in quel momento.

Bitter End e il mondo che viene giù. Intro con Stef che dirige le urla come un direttore d’orchestra dalle movenze sinuose.

Prima uscita. Inchino di Brian.

Rientrano dopo pochissimo.

Teenage Angst, con il nuovo arrangiamento che ci sta decisamente meglio di quello saltellante che si ostinavano a fare fino allo scorso tour. E i cartelli THANK YOU tirati su alla fine. Tanti. Più di quello che mi aspettavo. Brian che ringrazia, Stef che mostra segni di affetto. Non dico che a momenti mi ci metto a piangere perché altrimenti dovrei dire anche di tutte le altre volte.

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Running Up That Hill, con lo sguardo in alto che grida screenshot da tutte le parti.

Post Blue, che è la mia, anche se forse non ho ancora capito bene il perché, ma che è la mia e basta. E che molti vorrebbero togliere dalla setlist e dall’encore ma che io spero non tocchino mai.

Infra Red in chiusura come al solito. Brian energico fino alla fine che a un certo punto zompa come ai vecchi tempi. E che si mette ad armeggiare con la pedana sotto il microfono anche se ormai hanno praticamente finito tutti di suonare.

Steve che lancia le bacchette e la tipa di fianco a me che cerca di staccarmi un braccio, anche se siamo palesemente tutte e due fuori traiettoria.

Steve che lancia anche le sue scarpe e se non avesse paura di venire cazziato probabilmente lancerebbe davvero anche la cintura.

Brian che ritorna davanti a noi per ringraziare, con i suoi modi orientali che mi starebbero sul culo in chiunque altro ma tanto con lui mi si azzera qualsiasi capacità di critica.

Fiona che viene avanti, si allinea agli altri per l’inchino finale ma Brian è ancora impegnato a ringraziare, inchinarsi e non si sa bene cos’altro, con il risultato che si crea per un attimo una perfetta sintesi di quello che deve voler dire vivere nei Placebo: tutta la band che aspetta mentre Brian si fa i cazzi suoi.

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Arriva. Afferra la mano di Stef (che non è un momento molsdal, lo so, ma se qualcuno ce lo vuole vedere non dispiace in ogni caso, visto che comunque durante tutto il concerto se ne può rintracciare solo un altro e molto vago #lecosecheunopotrebbeanchenondire). Inchini. L’urlo di Brian. Le punte dei suoi stivali che spuntano fuori dal palco.

E i momenti sparsi che mi arrivano come flash, all’improvviso. Brian che a un certo punto si butta all’indietro e rimane così per un attimo.

Fiona che balla su Post Blue.

Stef che si sporge e urla verso di noi.

Stef con il pugno sul cuore, quando ci ringrazia.

Brian che si asciuga il sudore dal viso con un asciugamano, ma senza sfregare, che sennò viene via il trucco.

E il bicchierone del suo solito intruglio salva-voce, che ora ha anche Stef – lo dicevo io che si sta tramutando in un frontman.

Concerto fantastico. Perfetto in ogni dettaglio. L’ovvia considerazione cazzo-ma-sono-proprio-bravi-dal-vivo! che non ha davvero nessun senso farla, ma alla fine viene fuori lo stesso.

La consapevolezza che hanno ancora tanto da dire. E l’onestà con cui riescono a dirlo. Le parole di Brian. Le parole che ti arrivano dritte al centro di qualcosa che avresti voluto esprimere senza trovare il modo. La verità dolorosa, sotto gli atteggiamenti da diva, sotto il trucco, dietro gli occhiali scuri. La verità lucida e senza compromessi.

Grande esperienza, davvero. Ho male dappertutto, sono in piena depressione post-concerto e non penso che nulla avrà mai più senso nella mia vita. Non potevo chiedere di meglio.

Ora non mi resta che monitorare in attesa delle date estive.

[Per le foto di Brian che ringrazia non ho trovato l’autore. Si accettano segnalazioni al riguardo]

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Ci hanno fatto aspettare.

Per essere precisi ci hanno fatto aspettare 4 anni, 3 mesi e 8 giorni.

Però com’è che si dice in questi casi? Ne è valsa la pena, ecco.

Ragazzi, se prendendovi un po’ di tempo in più tirate fuori tutte le volte un album così, prego, fate con comodo.

Si, vabbè, si fa per dire eh, che qui se il fandom non fa un po’ pressione il prossimo album ce lo ritroviamo per i cinquant’anni del Molko.

Anyway, arriviamo al punto.

Dopo quasi una settimana di ascolti compulsivi sono quasi in grado di parlarne.

Prima di tutto. My baby.

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E sì, la sorte, gli dei, i Tommyknockers, il culo tutti insieme hanno unito gli sforzi e mi è arrivata una delle 1000 copie autografate.

Il che mi ha causato un mezzo infarto e una certa fissità dello sguardo per le ore successive alla scoperta.

Per amor di onestà va detto, avevo delle perplessità. E dei timori. Legati principalmente

a) ai colori della cover – che resta tuttora quella che mi piace di meno tra tutte le loro, meno ancora di Battle for the Sun, che forse era sciatta ma almeno non era mezza fucsia, e

b) alla presenza sospetta di quel fastidioso Love che in una forma o nell’altra imperversa in buona parte delle nuove uscite di quest’anno.

Va anche detto però che la mia inquietudine è considerevolmente diminuita quando sono entrati in fase di lancio vero e proprio e han cominciato a rilasciare dettagliate interviste su temi e contenuti, fino all’ultimissimo periodo pre-uscita in cui hanno postato i teaser dei video di quasi tutte le tracce.

Di sicuro questo è stato il miglior lancio di un album che abbiano mai fatto. A parte qualche traballamento e qualche ritardo – più o meno fisiologico (dai Ant, non è sempre tutta colpa tua, è che sei quello con cui è più facile prendersela), l’hanno organizzato proprio bene. Con tanto di culmine, la serata dell’uscita, con quasi due ore di diretta in streaming dagli sudi di YouTube, collegamenti con Los Angeles e Tokyo, interviste, momenti divertenti, 8 tracce live, contest con premi (tra cui una delle prime Fender di Brian autografata sul momento, sigh), collegamenti in diretta con i fans e veramente un sacco di materiale interessante.

Davvero, non avrebbe potuto riuscirgli meglio.

Quanto all’album di per sé, è buono in un modo che forse non ritenevo più possibile. Forse, più o meno consciamente, mi ero rassegnata all’idea dei Placebo di Battle for the Sun, della filosofia dell’adattamento, della virata pop – non tanto nelle melodie quanto piuttosto nell’atteggiamento di fondo. Mi ero forse rassegnata più di quanto mi piacesse ammettere a questo nuovo Brian che sbandierava fiero in giro il suo passato tossico/alcolico per poter dire guardate, ne sono uscito. Mi ero forse rassegnata più di quanto pensassi all’idea che i Placebo non erano più quei Placebo. Che da un lato ci sta anche, l’evoluzione è un bene, per carità. Se adesso avessimo ancora sul palco il Molko quarantenne che lancia via il microfono stizzito e disperato (e fatto) sulla fine di My Sweet Prince o che piazza fuck a destra e a manca perché fa-troppo-rockstar (quella fase che, per inciso, il Bellamy non ha ancora superato), ecco, se sul palco ci fosse ancora quel Brian lì, probabilmente io starei ugualmente scrivendo la recensione del loro ultimo album – una fangirl è pur sempre una fangirl eccheccazzo – ma sarei comunque in qualche modo consapevole del processo di fossilizzazione in atto.

Non si può fare il poeta maledetto a vita, a un certo punto bisogna andare da qualche parte, e su questo il Molko di BFTS ci aveva anche preso.

Solo, pareva che questa nuova direzione fosse davvero un po’ troppo…hem hem…solare.

Con Loud Like Love i Placebo tornano in tutti i sensi in cui si può tornare. Tornano ad essere musicalmente vicini alle loro origini e al tempo stesso tirano fuori un album che ha la bellezza struggente di Meds – che per me rimane il loro capolavoro assoluto – e l’unità interna di uno Sleeping Whit Ghosts.

Se in BFTS si rifletteva tutta l’esaltazione – forse un po’ forzata – per essere in qualche modo sopravvissuti, ora arriva il momento di fare i conti con i propri fantasmi. Qui più che in qualsiasi altro album Brian pare aver sperimentato cosa vuol dire vivere con i fantasmi. Quelli del proprio passato, ma soprattutto quelli del proprio senso di colpa. E’ il principio per cui non basta semplicemente smettere di comportarsi male. La parte difficile arriva quando devi imparare a convivere con la consapevolezza di essere stato in grado di compiere certe azioni, quando prendi coscienza di quanto in basso era il fondo che sei riuscito a raggiungere.

Loud Like Love è un album che parte con una carica di energia inaspettata, con il brano omonimo dalla struttura casuale e dal ritmo che ti entra in testa e che sembra fatto apposta per aprire i live per farti cominciare a saltare, ma è un album tutt’altro che leggero.

E’ una lenta discesa nelle profondità delle dinamiche che si instaurano nei rapporti. Con un partner ma anche con se stessi.

Se Scene of the crime – forse un po’ tamarra ma con quel retrogusto anni Ottanta che fa perdonare anche la tamarria – segue la carica della traccia precedente ed è effettivamente potente, Too Many Friends – singolo di lancio, video di Saman Kesh in collaborazione (ahimè – questa non gliel’ho ancora perdonata) con Bret Easton Ellis – nonostante l’inizio ironico del My computer thinks I’m gay, sposta già leggermente l’asse melodico su un piano più malinconico. E se sulla tematica dei social network non si trova poi chissà che di originale da dire, resta sicuramente un brano sincero.

E comunque il video è davvero ben fatto.

Con Hold On To Me siamo catapultati nel mezzo di quel dialogo continuo di Brian con se stesso, nella sua continua ricerca di un equilibrio interiore, nelle sue domande di senso. La struttura di Hold On è molto complessa e termina con un parlato che fa apprezzare una versione insolitamente bassa della voce di Brian. Peccato che proprio questa parte parlata sia il maggior ostacolo al fatto che la inseriscano in setlist dal vivo.

E’ un processo di trasformazione costante ed tutto molto più collegato di quanto non sembri.

Se Meds si chiudeva con la suicide note di Song to Say Goodbye con la quale Brian diceva definitivamente addio a quell’altro se stesso che era, per così dire, la sua metà oscura, e se con BFTS, torna apparentemente libero da quell’ombra – e ci mette talmente tanta energia nel cercare di convincere tutti da rendere palese il fatto che l’impresa più ardua è convincere se stesso -, ora viene a patti col fatto che quell’ombra a cui ha cercato di dire addio se la porterà dietro per sempre.

A Million Little Pieces è uno dei testi più dolorosi dell’album, e uno dei più dolorosi che lui abbia mai scritto.

In quel now my mistakes are hunting me e in quel all my dreaming torn in pieces c’è il nucleo doloroso di ciò che lo spinge. E c’è molto dello spirito dell’album.

In mezzo c’è Rob the Bank, voce leggermente distorta, testo non particolarmente complesso e struttura forse un po’ scontata ma comunque un buon pezzo.

Exit Wounds. Al momento la mia preferita.

Quando uscì la tracklist dissi che quella era una canzone per la quale ero andata in fissa prima ancora di sentirla. Non poteva essere altrimenti, con quel titolo. Anche solo il titolo fa male. Ed è geniale.

E’ la gelosia che ti fa impazzire. E’ il dolore fisico dell’assenza. E’ pioggia torrenziale. Sono urla che si perdono dentro i tuoni. Sono le notti che non passano, quelle cattive, e i ricordi che si preferirebbe non avere. Voce molto bassa di Brian nella prima strofa. Ritornello che esplode e che sembra voglia trascinare via tutto. Exit Wounds è disperata e bellissima.

Purify arriva ad allentare un po’ la tensione. Subito l’ho un po’ snobbata, definendola la bonus track dell’EP B3 – e in effetti come stile ci sta – la socia l’ha definita la versione riuscita di B3 e a pensarci bene anche quello ci sta – però non è niente male neanche lei.

Sicuro che è un brano da pogo, ma ho intenzione di essere talmente davanti il 23 novembre che confido che non me ne accorgerò neanche.

Begin The End con il suo ritmo cadenzato, lento e ossessivo rende bene l’atmosfera soffocante di una fine senza possibilità di appello. Di un dolore inflitto per mancanza di una reale scelta. Quando ferire diventa una questione di sopravvivenza.

E poi arriva quello che Brian stesso ha definito il brano più personale che abbia mai scritto. Quello che lo vede più vulnerabile in assoluto. E che – aggiungo io – per questo probabilmente non lo si vedrà mai dal vivo.

Bosco – il titolo è casuale – è rivolta ad una persona in particolare e probabilmente agli anni in cui lui era prossimo a toccare il fondo.

E’ una di quelle cose così oneste da far male.

Una di quelle cose che mi ricordano perché amo questa band da sempre e perché continuerò ad amarla.

Stef al pianoforte, il meraviglioso violino di Fiona, un testo tra i più belli che Brian abbia mai scritto fanno di Bosco un vero e proprio gioiello che chiude l’album con un senso di profonda malinconia e immensa bellezza.

In generale hanno usato molto il piano – cosa di cui io mi rallegro tantissimo. Brian si dev’essere accorto che Stef  lo sa suonare e ne ha approfittato.

Molta elettronica. No, meglio. Non molta elettronica di per sé ma molta rispetto ai loro standard.

E molti anni Ottanta. Che saltano fuori un po’ ovunque a tradimento.

LLL è un album curato in modo maniacale in ogni dettaglio. Si legge un enorme studio dietro ogni canzone sia dal punto di vista stilistico sia nei contenuti. E’ un album che – come ha più volte dichiarato Brian in varie interviste – racchiude tutto quello che loro sono e sono stati in questi ultimi vent’anni.

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Che fatica. Non so bene come parlare di questo libro perché, vista la tematica, da due parole in su rischia di diventare la fiera della banalità.

In realtà io non volevo leggerlo, questo libro.

E’ autobiografico, cosa che nel novantotto percento (abbondante) dei casi detesto – e a ragion veduta.

E’ incentrato sul tema redenzione-da-droga-e-alcool che sì, ok, siamo tutti buoni a farla semplice da fuori e se non ci passi non puoi capire e blablabla, però resta un fatto che è un tema inflazionato. E biecamente sfruttato perché si sa, il caso umano fa sempre presa.

A questo si aggiunga una certa aura di maledettismo che intorno ad uno scrittore ci sta sempre bene et voilà, ci abbiamo se non proprio un best seller quanto meno un discreto prodotto commerciale.

Quindi, dicevo, io non volevo leggerlo.

Poi il caso ha voluto che nella tracklist del nuovo album dei Placebo ci fosse una traccia intitolata proprio A Million Little Pieces ed è a tutti noto che se Brian dice una cosa io pratico immediatamente la sospensione del giudizio.

Morale. Io non volevo leggerlo. E’ colpa del Molko. Prendetevela con lui.

James Frey, altrimenti noto come Pittacus Lore, autore di Sono il numero Quattro, racconta di come sia riuscito a venir fuori da dieci anni di dipendenza da alcool e droga. Dieci anni che vanno dai tredici ai ventitré, età in cui, dopo essere arrivato in prossimità del fondo che più fondo non si può, finisce in un centro di disintossicazione.

La prima metà del libro l’ho proprio odiata per diverse ragioni.

La punteggiatura. Non la usa quasi e quando la usa è preferibilmente messa a cazzo. Ho capito che vuoi rendere il flusso di coscienza, non sei né il primo né l’ultimo, ma così risulta più molesto che diretto.

Gli elenchi di parole, i continui a capo, fastidiosi anche visivamente.

La maiuscola per i nomi comuni di cose (Stanza, Corridoi, Madre, Padre e chi più ne ha più ne metta). Suppongo per rendere la valenza universale di quell’oggetto e, di conseguenza, dell’esperienza stessa. O anche per rendere il profondo senso di straniamento nei confronti della realtà. Ci possono stare entrambe come motivazioni ma il risultato anche qui è oltremodo fastidioso.

La struttura narrativa è visivamente irritante e volutamente zoppicante in molti punti.

Davvero, le prime duecento pagine ho faticato tantissimo e son stata sul punto di defenestrarlo diverse volte per questi motivi più che per i contenuti in sé.

Ecco, i contenuti. Allora, partendo dal presupposto che sia tutto vero – e, scusatemi, ma qualche dubbio lasciatemelo conservare, quanto meno sui dettagli – la storia, per carità, è notevole. E se anche è vera solo la metà delle cose che racconta, tanto di cappello ugualmente perché sì, ok, possiamo adottare la prospettiva medio-borghese che tu drogato di merda non meriti compassione perché te la sei andata a cercare quindi non meriti lodi di alcun tipo, ma la realtà è che venir fuori da quella roba lì è una dannata impresa e poco importa stare a recriminare sul fatto che, a monte, non si deve finire incastrati lì dentro.

Se anche è vera solo la metà delle cose che racconta, è comunque una storia che ha il suo perché di essere raccontata.

Nella seconda metà del libro ho faticato meno. Non so bene perché, forse avevo fatto l’abitudine a quello stile – pur trovandolo comunque pessimo – e il fastidio non interferiva più di tanto nell’impressione diretta sulle vicende. O forse perché il personaggio/narratore si evolve e, bene o male, interessa sapere cosa combina. Non so, sta di fatto che alla fine ero contenta di esserne uscita ma anche di aver resistito alla tentazione di lanciarlo in giro.

Grande pregio che assolutamente va segnalato è l’assoluta mancanza di sentimentalismi e di tentativi di catturare l’empatia o di imbeccare un giudizio. Pur con tutti i difetti di cui sopra, quella di Frey è una scrittura asciutta, lucida, quasi impersonale, che fa sì che venga scongiurato il rischio di ridurre il tutto ad una patetica confessione con intenti didascalici.

E poi è uno scorcio su una fetta di vita e di mondo che siamo abituati a credere di conoscere attraverso la sua (subdolamente mitizzante) versione hollywoodiana ma della quale in realtà non possiamo avere la minima idea. E’ uno spaccato di abisso. Quello materiale e chimico della dipendenza ma soprattutto quello psicologico, mentale. E’ uno squarcio chiaro e nitido su quanto possa essere pericolosa e letale la mente umana.

E questo è un aspetto che ho apprezzato molto, anche se rende tutta la faccenda ancora più faticosa da attraversare.

Poi, vabbé, ci sarebbe da scrivere un’altra mezz’ora di critiche sull’editing pressoché inesistente, vista la quantità di errori nei riferimenti e refusi disseminati un po’ ovunque – ma d’altronde è la Tea, non è che possa aspettarmi chissà che.

Strillo in copertina di B.E.Ellis. Sto cercando di rimuovere questo fatto (un giorno affronterò anche l’argomento io-e-i-miei-problemi-con-Ellis).

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Stasera Skunk Anansie. Per essere che ho comprato i biglietti con ostentata nonchalance, al momento sono piuttosto impaziente. Per la serie son passata dal sì-bè-giusto-perché-sono-vicino-a-casa all’omg-devo-assolutamente-farmi-una-foto-con-Skin. Cosa che sicuramente mi riuscirà, visto il mio recente successo di stalkeraggio ai danni dei Muse *prende a testate il tavolo*

Se a questo si aggiunge il fatto che venerdì arriva pure Jònsi con i suoi Sigur Ròs penso che la prossima settimana la mia emotività si metterà in mutua a tempo indeterminato.

E se oltre a tutto ciò riesco pure a convincere la rete di essere residente in Australia/Usa/Canada per riuscire a beccare il nuovo singolo dei Placebo – Loud Like Love – posso decisamente essere soddisfatta della mia settimana.

Poi. Fa caldo, che è cosa buona e giusta dato che siamo quasi ad agosto e non mi sto lamentando, non fraintendiamoci, solo che sotto effetto della calura il mio cervello tende a comportarsi come un randomizzatore di minchiate, quindi ecco a voi il prossimo capolavoro di Michael Bay.

No, ecco, scherzi a parte, è piuttosto fuori genere per essere un film di Bay. Non che il suo sia mai stato cinema d’autore, ma di solito punta sugli action più tradizionali. Va detto che già dal trailer è parecchio a rischio demenziale, ma ho fiducia nel fatto che dietro la macchina da presa c’è comunque un minimo di mestiere e davanti il cast è sufficientemente maturo da impiegare quella cosa misteriosa che si chiama ironia. Staremo a vedere.

Se stasera riesco a fare qualche foto decente (e se non vengo relegata in punti lontanissimi dal primo pogo e se non vengo arrestata per aver cercato di eliminare i Blastema) domani seguirà post.

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Generalmente non parlo molto di loro da queste parti perché ho un altro posto quasi interamente dedicato, ma la giornata di oggi è stata piuttosto monopolizzata dalla news qua sopra e non credo che riuscirei a concentrarmi su altro.

Release date: 16 settembre 2013

Preorder date: 31 maggio 2013

Poi. Prego notare la terza data dal basso

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Notata? Ecco, ora notare l’espressione gongolante della proprietaria del blog *________*

Fatto? Ecco, aggiungete a questo la compagnia della gemella di blog e traete le vostre conclusioni sulle mie attuali (saltellanti) condizioni emotive non mettere un altro emoticon non mettere un altro XDXD ecco l’ha messo.

Ok, se fossi obiettiva, o se almeno aspirassi ad esserlo, probabilmente troverei da dire sulla presenza di questo Love nel titolo (ma è un’epidemia?!) e, in generale, sul titolo stesso che non è poi questa meraviglia (fa proprio un po’ cagare, tesoro). E, sempre se volessi essere onesta, dovrei pormi qualche seria domanda sull’attacco di anni Ottanta che ha colpito Brian e soci nella scelta dei colori. E, sempre in tema cromatico, potrei fare basse insinuazioni sull’associazione inevitabile con la cover di 2nd Law. Ma non farò niente di tutto ciò perché sono davvero troppo felice per tutte queste news dopo secoli di attesa.

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