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Archive for the ‘H. Jackman’ Category

Regia di Jason Reitman.

In uscita il 21 febbraio.

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Avevo detto che ne avrei parlato, e dunque parliamone.

Mi è piaciuto proprio tanto, questo The Greatest Showman. Detto così, assolutamente di pancia.

Un bel musical di impostazione tradizionale, senza eccessive pretese o ambizioni ad uscire dai confini del suo genere. Divertente, spettacolare, colorato, coinvolgente. Del tutto in tono con l’argomento trattato, il film di Michael Gracey è un grande spettacolo.

La vera storia romanzata di Phineas Taylor Barnum, qui dipinto come genio visionario, in realtà probabilmente più un impostore ma, in ogni caso, uomo di forte spinta creativa.

La versione del film ripulisce la realtà dai risvolti sgradevoli e contraddittori e lascia intatta la fiaba, con quel tanto di conflitto che basta a porre le basi per la redenzione dopo la caduta, come previsto da copione.

E quindi sullo sfondo di un’America fervente e fumosa e di scenografie tra il teatrale e – manco a dirlo – il circense, prende vita la storia di come venne messo insieme il primo grande circo dei cosiddetti (più o meno autentici) fenomeni da baraccone, di come un genere diverso di spettacolo – cialtrone, scorretto e sostanzialmente proletario ante litteram –  emerse a contrapporsi al divertimento canonico della classe agiata in un modo difficile da ignorare a causa di una pubblicità martellante – approccio tutto sommato nuovo per l’epoca, quanto meno in quelle proporzioni.

Senza prestare eccessiva attenzione all’attinenza storica, alcuni elementi chiave riscontrabili fanno da guida all’evolversi di una vicenda per buona parte inventata ma non per questo meno credibile.

Ne risulta un perfetto miscuglio di finzione e realtà che, paradossalmente, finisce con l’essere il tratto determinate per una riproduzione fedele dello spirito di Barnum e del suo Barnum & Bailey Circus.

Ottimo Hugh Jackman, già rodato in veste canora con I Miserabili e qui candidato al Globe.

Buona anche la prova di Michelle Williams ma assolutamente favolosa Rebecca Ferguson, che non sapevo avesse una tale voce. [E che infatti non ha, visto che Never Enough è cantata da Loren Allred, come giustamente mi è stato fatto notare – cosa che io mi ero persa allegramente].

Nel cast anche Zac Efron, bravo ma un po’ messo in ombra da Jackman.

Musiche forse non indimenticabili ma comunque molto belle. Globe alla miglior canzone per This is Me di Justin Paul e Benj Pasek e interpretata da Keala Settle.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 2 marzo 2017.

La linea guida pare sempre quella del massacriamo-Hugh-Jackman, ma ci piace comunque.

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LOCANDINA-PAN

Pare proprio che questo povero Pan non sia piaciuto un granché. Più leggo critiche e più mi imbatto in stroncature. Qualcuno, più gentile, concede il beneficio del ‘piacerà ai ragazzi’ ma non tanto di più.

A me non è affatto dispiaciuto e, onestamente, non riesco a spiegarmi del tutto questa accoglienza. Le prime ipotesi che mi vengono in mente sono che si aspettassero tutti una nuova versione della fiaba tradizionale, al massimo con qualche aggiunta, e che il risultato sia effettivamente un po’ più per adulti che per bambini e questo slittamento del target ha creato, anche in questo caso, delusione delle aspettative.

Pan *la proprietaria del blog ignora ostentatamente il sottotitolo italiano*, come si è ormai capito, non è una nuova versione del Peter Pan che conosciamo tutti. E’, manco a dirlo, un prequel. Se proprio sottotitolo doveva essere avrebbe potuto almeno essere qualcosa del tipo Peter Pan – La genesi o qualcosa del genere.

E qui parte il coro. Non ce n’era bisogno. E fanno prequel di tutto perché adesso va di moda. E via così.

Mah. Sì. Tutte obiezioni legittime e neppure poi così infondate.

Ma.

Mi sono già dilungata diverse volte sul discorso delle rivisitazioni delle fiabe e probabilmente sto diventando una vecchia bacucca ripetitiva ma se c’è un ambito in cui tutte queste varianti, queste deviazioni di trama, questo andare avanti e indietro approfondendo i personaggi o creandone versioni alternative, ecco, se c’è un ambito in cui tutto ciò è appropriato è proprio il fiabesco.

Vero è che qui alla base non abbiamo una fiaba tradizionale dalle origini antiche ma abbiamo una storia ben definita del 1902. Ma il discorso non si sposta poi di molto. Peter Pan è una fiaba a tutti gli effetti. E anche la mia fiaba preferita, per la cronaca. E come tale è fatta per essere tramandata e per essere arricchita. E’ fatta per essere rivisitata e magari allargata.

L’idea del prequel di Pan, insomma, non mi disturba in sé, anzi. E’ un po’ il discorso che avevo anche fatto per Maleficent o per la Bella e la Bestia.

Detto ciò, qui abbiamo un Peter bambino e orfanello, che vive in un orfanotrofio di suore cattivissime degne delle pagine più cupe di Dickens, anche se proposte in tono sicuramente più leggero. E abbiamo pirati che rapiscono i bambini per portarli sull’Isola che non c’è. Siamo in piena prima guerra mondiale e la sequenza del galeone pirata che vola inseguito dagli aerei da guerra è bellissima e geniale.

I bambini sono rapiti per conto di Barbanera che li tiene a lavorare nelle miniere per cercare di estrarre polvere di fata, rarissima, dal momento che le fate sono ormai estinte.

In miniera, Peter si imbatte, tra gli altri, in un ragazzo di nome Uncino, che lo aiuta nella sua fuga. E questa è forse la variante più grossa sugli elementi tradizionali. Uncino e Peter erano amici.

Gli elementi della fiaba ci sono tutti, facilmente riconoscibili e ricollegabili ai, più noti, sviluppi successivi. C’è Spugna prima che fosse Spugna e il coccodrillo prima che si prendesse la mano e inghiottisse la sveglia. C’è Giglio Tigrato (Rooney Mara che sembra essersi abbigliata da Desigual più che in una tribù dell’isola ma che è tanto bella e quindi fa lo stesso) e il suo personaggio non si discosta poi molto dall’indiana forte e determinata che è anche dopo.

Ci sono le fate e le sirene.

E poi, sì, ok, c’è un po’ di tutto.

Perché questo Pan è anche molto pop, nel suo insieme, con virate rock e punk e con richiami che si perdono in tutte le direzioni.

Barbanera è Hugh Jackman che canta Smell Like Teen Spirit alla sua entrata in scena e ostenta atteggiamenti da palcoscenico – una sorta di Steven Tyler in abito simil-ottocentesco.

Ci sono i Ramones che precedono un’esecuzione in un’atmosfera di miscuglio anacronistico che ammicca a ben più illustri predecessori (Baz Luhrman, ovviamente, ma anche, più banalmente, Il destino di un cavaliere). E se è vero che le carrellate aeree su gigantesche miniere dalle profondità insondabili le abbiamo già viste tutte con Peter Jackson, è anche vero che Joe Wright ha mestiere, e si vede, e che l’approccio fantasy 2.0 in senso stretto è decisamente (e saggiamente) limitato.

Se devo fare un’osservazione, che non è neanche una critica, forse solo un rammarico, questo Pan è un po’ troppo serio. Un po’ troppo malinconico. Un po’ troppo adulto, appunto. Mentre i riferimenti materiali agli elementi dell’Isola ci sono tutti, a mancare del tutto è lo spirito dell’Isola. Lo spirito divertente e ingenuamente infantile che caratterizza Peter Pan.

E’ anche vero che quella è la parte che deve seguire e qui stiamo seguendo Peter nella strada che percorre per arrivare ad essere quello che è e per fare dell’Isola quella che conosciamo.

Però, sì, un po’ mi è mancata l’atmosfera dell’Isola cui ero abituata.

Visivamente bello e curato, non l’ho visto in 3D ma è tranquillamente apprezzabile anche in versione normale.

Cinematografo & Imdb.

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Dovrebbe arrivare a luglio 2015.

Ok. E’ vero. Anche il povero Peter Pan è stato già ampiamente servito in tutte le salse, ma non ci posso fare niente, quando c’è di mezzo l’Isola che non c’è, io perdo ogni capacità critica e sono felice punto e basta.

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Io non riesco mai a seguire una serie TV al momento giusto. Vuoi perché non sono skymunita, vuoi perché sono una feticista degli originali e non mi garba scaricare, sta di fatto che arrivo sempre, ben che vada, con una stagione di ritardo sul resto del mondo. Se non a serie direttamente conclusa.

Questo comporta due svantaggi fondamentali.

Uno. Beccarsi dosi letali di spoiler – che per poco che si giri per i socialcosi è fisicamente impossibile evitare tutte le orde di gente che postano gif, citazioni o commenti, alcuni dei quali vorrebbero anche essere spacciati per innocui del tipo “aaawww dall’episodio 3.12 le cose si fanno finalmente interessanti!” con molti ringraziamenti per avermi ammazzato la suspance dei precedenti 11 episodi.

Due. Ritrovarsi inevitabilmente soli e incompresi a fronteggiare i propri raptus di shipping. Nel caso specifico, sto arrivando alla fine dei 4400, che per il resto del globo è finita addirittura anni fa e, al di là del giudizio complessivo sulla serie, che magari esprimerò prossimamente, mi ritrovo con un otp (Baldwin/Collier) del tutto privo del giusto sostegno.

Son cose.

Che poi io sia in un periodo particolarmente acuto perché sto scrivendo una quantità imbarazzante di ff, suppongo abbia il suo peso.

Cosa c’entra tutto questo con il film?

Niente. Se non fosse che per colpa di quei due lì adesso giro pure per il fandom di X-Men (rigorosamente il film).

Seriamente.

Quella degli X-Men è una delle poche serie lunghe tratte da fumetti che continua a migliorare ad ogni nuovo capitolo. Ok, c’era stato il flop dell’ultimo Wolverine: l’immortale, ma, per il resto, su un totale di sette film, non si trova poi molto altro da criticare.

Anzi. Quest’ultimo capitolo, insieme a X-Men – L’inizio costituisce un nucleo che mi sta piacendo anche di più della trilogia iniziale. I primi tre, in proporzione, erano sicuramente più slegati, oltre al fatto che, ovviamente, i protagonisti non avevano tutto lo spessore dei retroscena che ora si conoscono. E poi, detto sinceramente, non mi è mai andata giù del tutto la Famke Janssen nei panni di Jean. Jean è un personaggio cazzutissimo e la Janssen, per quanto esteticamente gradevole in versione total red, non le rende giustizia in termini di carisma.

Anyway. Con DOAFP – perdonate l’acronimo ma se fanno un titolo di sei righe non è neanche colpa mia – riprendiamo esattamente il filo narrativo nel punto in cui si era interrotto alla fine di X-Men – L’inizio. Ma. Non è una ripresa lineare.

Partiamo da un futuro di guerra e di morte e torniamo indietro nel tempo insieme a Logan per cercare di cambiare la storia di Erik/Magneto e Charles/Professor X. E’ necessario che collaborino. E’ fondamentale che siano uniti nel passato se si vuole avere speranza per il futuro.

E già qui la premessa è tutt’altro che banale. Mette in gioco una quantità di elementi da gestire nient’affatto semplice. E, cosa ancora più importante, basa tutto il film, fin dall’inizio, sul presupposto degli spostamenti tra piani temporali. Ora. Quello di saltare avanti e indietro nel tempo potrebbe sembrare un espediente fin troppo facile per aggiustare/movimentare trame che da sole non quadrerebbero. La realtà è che – come immagino di aver già detto anche a proposito di altri soggetti – mettersi a giocare con il tempo è una faccenda dannatamente rischiosa da un punto di vista della sceneggiatura. Le possibilità di incoerenze e, soprattutto, di incastrarsi in qualche loop di logica impossibile da sbrogliare sono enormi. Così come il rischio di cascare malamente su soluzioni arbitrarie per far tornare conti che ormai sono andati per la loro strada. E più sono gli elementi coinvolti, in termini di tempi e di eventi noti da non smentire, più la faccenda si fa delicata.

Bryan Singer – che, oltre ad essere il regista dell’1, del 2 e dell’Inizio, è pure il regista de I soliti sospetti, e scusate se è poco – fa un lavoro più che eccellente. Non c’è una sola incoerenza o una sola falla. Mi sono rivista da pochissimo il capitolo precedente e, davvero, non si è lasciato scappare neanche un dettaglio. I passaggi tra i piani temporali sono fluidi, logici, gestiti benissimo anche dove i tempi si sovrappongono. Anche dove il collasso dell’identità spezzata di Logan sembrerebbe imminente. Vengono fornite spiegazioni per gli avvenimenti ancora in sospeso, si creano gli ultimi collegamenti tra l’Inizio e i primi tre film, senza tralasciare i particolari forniti sulla storia personale di Logan. I piani narrativi si allontanano e mantengono la loro rotta per poi convergere in modo fluido e privo di sbalzi.

Trama impeccabile, ritmo serrato, personaggi connotati e interpretati benissimo. Tutti i tasselli di un puzzle complicato che vanno al loro posto.

Raven/Mystica (Jennifer Lawrence), manco a dirlo, uno dei miei personaggi preferiti da sempre, alla quale viene resa ampiamente giustizia in termini di importanza e approfondimento. Il suo ruolo tra Erik e Charles è essenziale.

E loro. Erik e Charles. James McAvoy e Michael Fassbender. Che se la coppia McKellen/Stewart funzionava meravigliosamente, questi due qui si confermano la loro degnissima versione giovanile.

Il loro rapporto ancora più complicato, doloroso, insondabile. Il loro legame che è al tempo stesso condanna e salvezza.

Le loro partite a scacchi.

Che detta così sembra una stronzata ma su quella cacchio di partita a scacchi (e su un paio di battute che la precedono, per dirla tutta) Singer si è perso metà del fandom che è a) morta di infarto b) ha iniziato una partita a scacchi con chiunque fosse a portata di mano c) benché sopravvissuta, da quel punto in poi non ha seguito più un cazzo con buona pace della solidità della trama. McFassy rules, poco da fare.

E poi Logan. Che, per quanto scontato, continua ad essere un gran personaggio. Poi vabbé, se qualcuno potesse dire a Hugh di smetterla di palestrarsi la cosa non giungerebbe sgradita.

Effetti speciali ovviamente ben fatti e ben dosati. La faccenda delle sentinelle sarà forse persino un po’ facile come espediente ma in definitiva regge ed è sfruttata più che bene.

Decisamente, finora è la trasposizione Marvel meglio riuscita che ci sia in circolazione. Forse solo Iron Man avrebbe potuto essere all’altezza come livello se si fosse mantenuto sul registro del primo, cosa che purtroppo non è stata.

Da vedere. Più e più volte.

Sto seriamente meditando una maratona X-Men

Cinematografo & Imdb.

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Prigionieri. Per fortuna senza sottotitoli o maldestri tentativi chiarificatori.

Prigionieri. Perché questo sono tutti i personaggi del film, dal primo all’ultimo. Lo sono le bambine, ovviamente. Ma anche le loro famiglie. Prigioniere di un dolore che non sono preparate ad affrontare. Lo è Keller (Hugh Jackman), padre di una delle bimbe, incastrato nel suo disperato bisogno di trovare una risposta. Lo è il detective Loki (Jake Gyllenhaal), che non può lasciar andare il caso. Lo è Alex (Paul Dano), in modi diversi e infidi, in una parte tutt’altro che semplice. E’ prigioniero il prete che affronta Loki, incapace di sfuggire alla gabbia delle sue psicosi. Lo è l’uomo nella cantina e lo è, forse più di tutti, la persona che vorrebbe invece rivestire il ruolo diametralmente opposto. Anche l’incapacità di lasciar andare il passato può diventare una prigione. L’impossibilità di accettare qualcosa, che sia il destino o che sia un errore commesso.

L’ottima struttura narrativa e la complessa costruzione della trama fanno di Prisoners un perfetto esempio di thriller investigativo. Molti gli elementi che vengono messi in gioco ma mai in modo casuale. Soprattutto, viene evitata ogni banalità e il quadro complessivo si intuisce veramente solo alla fine, assolutamente logico, mai arbitrario. Villeneuve si gioca bene gli elementi coinvolti e li gestisce sul filo dell’ambiguità fin dove fisicamente possibile. Niente va dove sembrerebbe ovvio che andasse. Niente è veramente quello che sembra.

Gran bella interpretazione sia per Gyllenhaal che per Jackman che formano un duo di rara bravura e forse in aria di possibile candidatura agli Oscar – la scena del loro primo colloquio, con HJ che sta per mettersi a piangere senza però farlo davvero, è veramente un capolavoro di espressività, con quegli occhi che si arrossano progressivamente – e, si presume, non artificialmente visto che la ripresa in quel momento è unica.

Gyllenhaal nei panni di Loki ricopre un ruolo difficile, solitario, a tratti anche doloroso (per la cronaca, io sono uscita dal cinema con quel tic agli occhi).

Spaccato di provincia americana e, forse, spaccato di America e dei suoi conflitti. Come nel richiamo – anche fin troppo esplicito in realtà, tanto da sembrare persino un po’ facile – all’abisso etico della tortura e al concetto di responsabilità morale insito in qualsiasi scelta si compia di fronte ad essa.

Grande umanità di tutti i personaggi e grande empatia suscitata nei loro confronti, indipendentemente da quali si scelga di salvare e quali di condannare. Anche i comportamenti più aberranti nascono da una radice profonda di sostanziale umanità che rende vaghi e lontani i confini non tanto di cosa sia giusto o sbagliato ma di cosa sia o non sia oltre ogni possibilità di redenzione. Non c’è nessun personaggio, per quanto negativo, le cui azioni non siano, non giustificabili, ma comprensibili e rese perfettamente nella loro complessità.

Davvero un bel film. Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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PRISONERS

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