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Archive for maggio 2010

Apprendo da qui e da qui che il prossimo King non sarà più tradotto da Tullio Dobner ma da Wu Ming 1.

Segue una serie di riflessioni più o meno concatenate, in parte dovute alla notizia in sè, in parte legate ad alcune reazioni quanto mai dubbie in cui mi sono imbattuta leggendo la discussione su aNobii.

Seguendo un ordine istintuale, la prima reazione è stata di dispiacere. Sia da kinghiana storica (e quindi da lettrice) sia da traduttrice, sono molto affezionata alla voce di Dobner. E’ un po’ come quando ho sentito che Woody Allen non avrà più la voce di Oreste Lionello. Si va a modificare una parte enormemente importante del modo in cui l’autore arriva al lettore/spettatore. Dobner traduce King da una vita, ne consce l’idioletto alla perfezione e, cosa ancora più importante, sa come interpretare anche laddove non ci sia un canone di riferimento. Comprando King è sempre stata mia abitudine controllare il traduttore e il nome di Dobner mi tranquillizzava immediatamente.

Però….

Però. Pur dato questo rammarico, c’è anche la curiosità. Anche qui come lettrice e come traduttrice. Dal punto di vista professionale credo che farei salti di gioia se mi si presentasse l’opportunità di tradurre un libro dello zio Steve e al tempo stesso me la farei sotto per l’imponente mole delle aspettative che graverebbero su un lavoro del genere. Ho fiducia nelle capacità di Wu Ming 1 e non mi riesce difficile comprendere la sua impazienza di mettersi al lavoro; sono quindi a mia volta molto impaziente di leggere la traduzione di FDNS. 

A tal proposito ho trovato alcuni interventi su aNobii molto di cattivo gusto e soprattutto molto fuori tema…(neanche ci fosse di mezzo qualche sorta di sgarbo personale). La Sperling ha voluto cambiare traduttore. Questo è un dato di fatto. Discutibile finchè si vuole ma pur sempre tale. Per quanto personalmente non sentissi l’esigenza di questo cambiamento sono comunque felice che la scelta sia caduta su Wu Ming 1e non su altri. Buon lavoro a Wu Ming, dunque e via al conto alla rovescia per il nuovo King.

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Dopo l’incursione nel quartiere di Parigi che nessuna mappa segnala, ritorno ai miei arretrati e – sempre con ritmo degno di un bradipo – proseguo col parlare del secondo film che volevo segnalare.

Shutter Island. Martin Scorsese.

Ora. A me piace moltissimo Scorsese, anche e soprattutto in questi ultimi anni, per cui sono inevitabilmente di parte. Credo inoltre che gli si debba riconoscere il merito di aver insegnato a recitare a Di Caprio. Anzi. Re-insegnato. Dato che tutto si può dire ma non che l’oscar di Mr Grape fosse immeritato. Shutter Island dunque mi è piaciuto. La trama è ben costruita, complessa ma senza che questo faccia calare la tensione o appiattisca il ritmo del film. L’ambientazione è inquietante e insolita per il regista, che comunque sembra a proprio agio.

A voler essere completamente sincera, come per il film di Eastwood, qui si avverte un leggero calo di tono rispetto ai film precedenti. Non c’è sicuramente paragone con un Departed nè tanto meno con l’imponente Aviator. Non escludo che questo possa essere dovuto anche alla stessa scelta del genere, sicuramente più “classificabile” e riconoscibile ma meno adatto a far emergere tratti più caratteristici o originali nella regia. Insomma, è un bel film, ma Scorsese rimane un po’ in ombra. Come a dire, avrebbe potuto esserci anche un altro regista dietro la macchina da presa. Se leggo Scorsese mi aspetto in genere qualcosetta di più.

Anche qui c’è sotto un libro, “L’isola della paura” di Dennis Lehane, che va direttamente in wish list senza passare dal via in attesa di un futuro confronto.

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…o, ancora meglio, Serenata per la Caduta, che avrebbe dovuto essere il titolo nelle intenzioni dell’autore.

E di serenata infatti si tratta. Un concerto assordante come quello che ti aspetteresti dalle campane dell’Inferno. E di Inferno ce n’è parecchio, nel secondo volume del Wunderkind, di G.L. D’Andrea. L’inferno di una guerra che abbatte tutti i confini, da quelli spazio-temporali a quelli fisici del corpo. Una guerra che diventa La guerra per eccellenza, che rende l’inferno l’unica realtà possibile al di là e al di sotto di ogni altra (sottile) realtà.

Profughi che lasciano mondi di inimmaginabile bellezza poichè costretti da un’altrettanto inimmaginabile violenza per finire catapultati in un abisso di orrore ancora più profondo.

Una vasca colma di sangue (forse l’ultimo cruento e nevrotico secolo? – ma l’accostamento è del tutto mio e non voglio far dire all’autore ciò che magari non vuole).

Ceterastradivari.

Creature generate dalla violenza. Vittime della violenza. Schiave.

Ombre dal nulla. Dal Nigredo. Un Celibe. Meno ripugnante, forse, ma infinitamente più terribile di un Tarlato.

Un Profeta. Un Apriporta. Achille e la tartaruga.

Un venditore dagli occhi d’argento e una rosa. La rosa. Algol.

Ancora. Ceterastradivari. Ho la pelle d’oca ogni volta che leggo questo nome e tanto basta.

Il primo volume del Wunderkind mi era piaciuto e mi aveva lasciato un misto di aspettative e timori. Aspettative perchè è pieno di spunti originali, di idee anche geniali (una per tutte, il concetto di Permuta, che personalmente trovo sì semplice ma al tempo stesso di una crudeltà infinita); timori perchè si stava pur sempre parlando di un ragazzino… Le citazioni iniziali di Lovecraft e Barker mi incoraggiavano comunque ad essere fiduciosa. Il secondo volume decisamente non tradisce le aspettative. Anzi. Alza (e di molto) la posta. D’Andrea mira alto e ha le armi per farlo. Traduce in parole visioni e deliri. La dimensione in cui ci si muove per tutto il W2 è quella dell’incubo, della follia. E’ delirio ma non fine a se stesso. C’è una logica. Ferrea. Che tiene unito il tutto. Già molti tasselli del W1 trovano qui una loro collocazione, ma il quadro si amplia. Si apre un Varco nella tela ed entrano in gioco scenari enormemente più vasti.

Il Mare. Ceterastradivari.

Per chi ancora non avesse letto nulla, consigliabile la lettura di W1 e W2 senza interruzione. I due volumi insieme rendono molto meglio. Chissà che dopo l’uscita del W3 non esca anche un bel volume unico? Sarebbe secondo me la forma più adatta per questo travolgente affresco infernale.

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