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Archive for the ‘M. Cunningham’ Category

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Lucas, Cathrine, Simon.

Cat, Simon, Luke.

Simon, Catareen, Luke.

Un uomo, una donna, un bambino.

Tre storie, tre tempi, tre mondi.

La seconda metà dell’Ottocento, il nostro tempo, il futuro tra un secolo.

Tre vicende concluse, eppure irrisolte.

Tre racconti come tre tasselli in un meccanismo infinitamente più ampio.

E’ un gioco di echi e risonanze, quello che costruisce Cunningham in questo libro. Cambia contesto, cambia storia, cambia personaggi ma traccia sottili collegamenti che emergono nei dettagli.

I nomi. Una tazza. I versi di Foglie d’erba di Walt Whitman.

Il tempo è una macchina impietosa e perfetta e, se si sa ascoltare, si può sentire la sua musica. Una musica fatta di voci, di ricordi, di fantasmi.

E’ curioso e a suo modo assolutamente logico che le parole che continuano a risuonarmi in testa e che meglio si adattano a questo romanzo siano quelle di un altro libro, Gli dei di pietra di Jeanette Winterson.

Ogni cosa porta per sempre in sé l’impronta di ciò che è stato prima.

E’ curioso perché mi sembra che il gioco di risonanze sia uscito dal libro per venirmi a prendere. Perché per varie ragioni cronologiche e personali ho sempre associato Cunningham e la Winterson, prima ancora di mettere a fuoco gli effettivi punti di contatto e le motivazioni plausibili per questa associazione.

Ed è vero.

Con Giorni Memorabili (2005) stiamo parlando di impronte.

Stiamo seguendo delle tracce attraverso lo spazio e il tempo.

Tracce che mutano aspetto e profondità ma che alla fine sono sempre riconoscibili. Sempre riconducibili ad un unica grande forma che riusciamo solo ad intuire, senza mai vederla completamente.

Siamo questo adesso. Eravamo stanchi e sfruttati, vivevamo in stanze minuscole, mangiavamo dolci di nascosto, ma adesso siamo raggianti e pieni di gloria.

Cunningham azzarda l’ipotesi di un grande quadro in cui niente è perduto. Forse non c’è un senso ma c’è una grande, struggente armonia.

Ogni atomo che mi appartiene, appartiene anche a te.

Le parole di Foglie d’erba di Whitman sono l’elemento che lega le tre storie in modo più viscerale e profondo (il titolo stesso del libro, Specimen Days, è quello dell’opera in prosa di Whitman pubblicata nel 1882).

Un libro malinconico. Non triste, Perché ha in sé troppa bellezza per essere realmente triste.

Perché oggetti, parole e pensieri possono viaggiare nel tempo e perché c’è una tazza che porta dei segni che dobbiamo ancora decifrare.

Non sappiamo tutto, non abbiamo visto tutto. Dobbiamo solo andare avanti.

Lasciarci mangiare. Lasciarci respirare.

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Se non siete un sogno delirante nel sonno degli dei, se la vostra bellezza non turba le costellazioni, nessuno vi lancerà un incantesimo. A nessuno verrà in mente di trasformarvi in una bestia o di mettervi a dormire per cent’anni. L’apparizione camuffata da spiritello non ci pensa nemmeno a offrirvi tre desideri con la catastrofe nascosta dentro come una lametta in una torta.

Le fanciulle così così – quelle che è meglio guardarle a lume di candela, con trucco e corsetto – non hanno nulla da temere. I legittimi eredi grassocci e brufolosi, quelli che danno il tormento ai tirapiedi e devono vincere sempre a tutti i costi, sono immuni da maledizioni e malocchio. Le vergini di serie B non suscitano le forze della distruzione; i corteggiatori imbranati non fanno infuriare demoni e folletti.

La gran parte di noi può stare tranquilla: riusciremo a rovinarci con le nostre stesse mani.

C’erano una volta le fiabe. E incantesimi da spezzare, streghe cattive da sconfiggere, maledizioni da cancellare.

C’erano una volta principi azzurri di indubbia moralità e principesse di inequivocabile innocenza.

C’era una volta il lieto fine per i buoni e la giusta punizione per i cattivi. E vissero tutti felici e contenti no?

E poi?

Sono davvero rimasti tutti felici e contenti?

Cunningham torna dopo La regina delle nevi (2014 – che di fiabesco aveva solo il riferimento nel titolo) e si mette a giocare con le fiabe, questa volta per davvero.

E se i personaggi delle fiabe sono leggenda, lui si mette a scavare e porta alla luce gli esseri umani sotto la leggenda. La carne e il sangue – sempre per giocare con i suoi titoli – sotto il mito. Le ossa corrose dallo stillicidio di quei per sempre alla fine delle storie. Le speranze inacidite da quella felicità dovuta al copione.

E’ amara e tagliente, questa breve raccolta di fiabe. E’ crudele, per certi versi. Non è che non lasci spazio per una qualche forma di salvezza. Solo, ne lascia molto poco.

Se devo essere sincera, non ho per questo Cigno selvatico lo stesso entusiasmo che provo normalmente per i libri di Cunningham. Forse non so neanche bene spiegare perché ma è qualcosa che mescola insieme l’amarezza delle fiabe spezzate e la sensazione, in sottofondo, che stia forse giocando un po’ troppo facile.

Riprendere le fiabe è l’espediente più vecchio del mondo. Ho già fatto questo discorso fino alla nausea e inevitabilmente mi ci ritrovo in occasione di qualche rivisitazione delle fiabe classiche.

Da un lato c’è il principio della fanfiction – di cui le fiabe sono uno dei principali esponenti per definizione – che legittima a prescindere la rivisitazione del fiabesco.

D’altro canto c’è la granitica solidità di un enorme bacino di materiale cui attingere senza eccessivi sforzi creativi.

Ciò non toglie che i risultati possano essere eccellenti e, se la penna è buona, come lo è indubbiamente in questo caso, si ha di certo una prospettiva interessante. Eppure…

Eppure.

Non riesco a togliermi del tutto dalla mente che avrebbe potuto più che altro essere una sorta di interludio. Un esercizio divertente da pubblicare tra un romanzo e l’altro, ecco.

La meticolosa operazione di distruzione del mito e del bello che si vede all’opera in queste storie ha sicuramente un suo fascino morboso. E rende ulteriormente struggenti quei rari spiragli di nostalgica accettazione che ogni tanto si intravedono.

E’ un profondo senso di perdita a pervadere le pagine di questo Cigno selvatico.

La perdita della bellezza. La perdita del sogno.

Forse la perdita dell’illusione che era in grado di tenere in vita quella bellezza e quel sogno.

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stava lavorando all’orto di suo padre e pensava al proprio, un quadrato di granito polverizzato che aveva recintato e rastrellato nella parte più alta della proprietà di famiglia. Per prima cosa sarchiò i filari di fagioli del padre, poi strisciò fra i nodi e i ceppi de vigneto, legando di nuovo ai paletti i viticci ribelli con della ruvida corda marrone che secondo lui aveva esattamente il colore e la consistenza di un nobile sforzo destinato a fallire. Quando suo padre parlava di “ammazzarsi di lavoro per mantenersi vivi”, Constantine immaginava questa corda, ruvida e forte e grigiastra, elettrizzata dai suoi stessi fili vaganti, che avvolgeva il mondo in un goffo pacchetto riluttante a restare legato, proprio come i viticci che continuavano a liberarsi e guizzar fuori in estatiche inclinazioni verso il cielo. Occuparsi dei viticci era uno dei suoi compiti, ed era arrivato a disprezzarli e a rispettarli per la loro indomabile insistenza. Avevano una loro aggrovigliata vita segreta, una torpida volontà, ma sarebbe stato lui, Constantine, a pagarla se non fosse riuscito a tenerli ordinati e palettati. Suo padre aveva un occhio spietato, capace di scoprire un’unica pagliuzza cattiva in dieci balle di buone intenzioni.

Mentre lavorava, pensava al suo orto, nascosto sulla sommità della collina dal bagliore del sole, un metro quadrato, così inutile al futuro fermamente prestabilito da suo padre che lo aveva regalato a lui, il più piccolo, come un giocattolo. La terra del suo orto era poco più di un centimetro di terriccio intrappolato nel declivio roccioso, ma lui l’avrebbe fatta fruttificare con la sua determinazione e il suo lavoro e la sua forza di volontà. Dalla cucina di sua madre aveva trafugato dozzine di semi, di quelli che restavano attaccati al coltello o cadevano sul pavimento nonostante la sua attenzione a non macchiarsi del peccato dello spreco. Il suo orto era su un cocuzzolo di roccia riarsa dove nessuno metteva mai piede; se fosse cresciuto qualcosa, avrebbe potuto occuparsene senza dir niente a nessuno. E avrebbe potuto aspettare la stagione del raccolto e scendere trionfante con una melanzana o un peperone, forse anche solo un pomodoro. Sarebbe tornato a casa nel crepuscolo autunnale mentre sua madre serviva la cena a suo padre e ai suoi fratelli. Avrebbe avuto la luce alle spalle, vivida e dorata. Che avrebbe squarciato la penombra della cucina appena lui avesse aperto la porta. La madre, il padre e i fratelli si sarebbero voltati verso di lui, il cucciolo, da cui ci si aspettava così poco. Quando nel vigneto guardava dall’alto il mondo – i ruderi della fattoria di Papandreous, gli uliveti della Kalamata Company, il luccichio lontano della città – pensava che un giorno si sarebbe arrampicato sulle stesse rocce per vedere i verdi germogli spuntati nella sua macchia di terriccio. Il prete sosteneva che i miracoli erano frutto della diligenza e della fede cieca. Constantine aveva fede.

Ed era diligente. Ogni giorno prendeva la sua razione d’acqua, ne beveva metà e spruzzava il resto sui suoi semi. Questo era facile ma aveva anche bisogno di terra migliore. I pantaloni cucitigli dalla madre non avevano tasche, ed era quindi impossibile rubare manciate di terriccio dall’orto di suo padre e arrampicarsi poi oltre la stalla per le capre e sulla parete curva della roccia senza farsi scoprire. Rubava quindi nell’unico modo possibile, chinandosi ogni sera al termine della giornata di lavoro, come per legare l’ultimo viticcio, e riempiendosi la bocca di terra. Aveva un sapore inebriante, fecale; un buio sulla sua lingua, insieme ripugnante e stranamente, pericolosamente squisito. Con la bocca piena saliva allora il ripido pendio verso le rocce. Il rischio non era grande anche se avesse incontrato suo padre o i suoi fratelli. Erano abituati al suo silenzio. Lo attribuivano al fatto che lo consideravano uno sciocco. In realtà, stava zitto perché aveva paura di sbagliare. Il mondo era fatto di sbagli, un groviglio spinoso, e per quanta corda si usasse, per quanto la si annodasse con cura, non c’era modo di legarlo bene. Il castigo era ovunque, in agguato. Meglio quindi non parlare. Ogni sera camminava in silenzio, come al solito, passando davanti a quelli dei suoi fratelli che erano ancora al lavoro fra le capre, ed evitando di muovere le guance perché nessuno si accorgesse che aveva la bocca piena. Attraversando il cortile e arrampicandosi sulle rocce, si sforzava di non inghiottire, ma era inevitabile che gli accadesse, e un po’ di terriccio gli filtrava in gola, infettandolo col suo acre sapore. Era infatti striato di sterco di capra, e gli faceva lacrimare gli occhi. Ma quando finalmente arrivava in cima, gli rimaneva una palla di terra umida di dimensioni discrete da sputare su un palmo. A quel punto, con grande rapidità, temendo che uno dei fratelli potesse averlo seguito per prenderlo in giro, conficcava la manciata di terriccio nel suo orticello. Era impregnata della sua saliva. La massaggiava e pensava a sua madre, che lo trascurava perché nella sua vita c’erano già fin troppi problemi di cui occuparsi. Pensò a lei che portava da mangiare ai suoi voraci e sguaiati fratelli. Pensò alla faccia che avrebbe fatto vedendolo entrare dalla porta una sera di raccolto. Si sarebbe fermato nell’obliqua luce polverosa davanti ai familiari sbalorditi. Poi si sarebbe avvicinato al tavolo per posarvi quel che aveva portato: un peperone, una melanzana, un pomodoro.

Michael Cunningham, Carne e Sangue, 1995

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snow_queen

Sto attraversando un momento di rara afflizione da spoiler. Ma perché cazzo la gente non è in grado di guardare una serie tv senza twittare di continuo (e già questa potrebbe essere una domanda di per sé, ma tralasciamo) cose tipo “wow fighissima l’ultima puntata della quarta stagione, quella dove si scopre che l’assassino è il maggiordomo”?!? E se glielo fai notare ti senti dire che “sì vabbè, dai, non era mica importante”. Ma cazzo! Non so, è come se ci fosse questa radicata convinzione che c’è una fetta di popolazione che guarda le serie TV al momento giusto, ergo o ti adegui o sei colpevole di late-following e ti meriti di dover schivare spoiler per il resto dei tuoi giorni. Che poi normalmente non me la prendo così tanto perché sono abbastanza allenata  filtrare le informazioni però non è neanche logico che si debba stare sempre costantemente in stato di allerta.

Togliti dai socialcosi, direbbe la Voce.

Ma equivarrebbe a dire non uscire di casa se non ti garba incontrare gente cafona.

Il problema, una volta tanto, non sono neanche i socialcosi di per sé. Il problema sono sempre le persone.

Come quelli che escono dalla sala del cinema elargendo dettagli sul finale a beneficio di coloro che stanno entrando per lo spettacolo successivo.

Che faccio, non vado neanche più al cinema?

Che io abbia tendenze sociopatiche e misantrope è una realtà. Sul fatto che esse siano del tutto immotivate sarei cauta nel pronunciarmi.

Anyway. Il libro.

Trovare il paio perfetto di jeans. Trovare i jeans che ti stanno così bene e ti donano tanto che in teoria a chiunque, a ogni creatura sulla faccia della terra, verrà voglia di trombarti.

Quanto adoro Cunningham. Quanto adoro ogni singolo dettaglio dei suoi personaggi e delle sue ambientazioni. La sua New York, le sue storie non-storie che si intrecciano in uno spaccato di vite colte in momenti più o meno decisivi.

Il riferimento del titolo all’omonima fiaba di Andersen è dichiarato e voluto ma, come dice l’autore stesso,

“Non è una riscrittura e nemmeno un tributo, ma quella fiaba ha un elemento che mi ha affascinato: il punto di vista. La storia di un ragazzino che a causa di un frammento di cristallo che entra nel suo occhio e nel suo cuore, vede il mondo in maniera diversa, pensando che quella desolazione sia il reale”.

E il punto di vista è l’elemento chiave fin dall’inizio. Fin da quando Barrett, appena lasciato dal fidanzato tramite sms, vive quella strana esperienza a Central Park, dove vede una luce che sembra destinata proprio a lui. Una luce che, vera o immaginata che sia, dà il via ad una ricerca nuova. Ricerca di senso, di un senso qualsiasi. Dell’immagine d’insieme che si può ottenere solo mettendo insieme tutti i tasselli, anche quelli dimenticati, ed allontanandosi abbastanza per non essere fuorviati dai particolari.

E ciò parrebbe implicare che la luce ha mentito. E che l’acqua sta dicendo la verità.

Accanto a Barrett c’è Tyler, suo fratello, ossessionato dal pensiero di scrivere una canzone d’amore per la sua sposa. Una canzone che sia quella definitiva. Che esprima il significato stesso dell’amore al di là del tempo e della realtà concreta. E c’è Beth, futura sposa di Tyler. Malata di cancro.

E c’è il cancro. Che è un personaggio a tutti gli effetti. Che è, per certi versi, la rappresentazione più efficace di quel concetto di punto di vista che Cunningham insegue. La condizione della malattia rende Beth diversa agli occhi degli altri e ai suoi stessi occhi e, contemporaneamente, ha un’azione straniante sulla realtà che viene percepita da Beth in modo alterato e distante.

Il cancro è la scheggia di ghiaccio, il frammento di cristallo.

L’amore, a quanto pare,  arriva non solo senza preavviso, ma in modo tanto accidentale, tanto casuale, da spingerti a domandarti come tu o chiunque altro possiate credere anche solo per un istante nella legge di causa ed effetto.

E poi c’è l’America. Non al centro, è vero, ma sempre presente, anche se forse sarebbe più corretto dire incombente. Gli Stati Uniti tra il secondo mandato di Bush e l’elezione di Obama.

E c’è il momento di stallo dell’esistenza. Quel momento in cui non hai più idea di che direzione prendere. Quel momento in cui senti che anche solo il più piccolo movimento, la più lieve contrazione di un muscolo basterebbe a far crollare tutto quello che hai faticosamente tenuto in piedi finora. Ognuno è chiuso nel proprio personale castello fatto di ciò a cui vuole credere. La creatività è una via? Fino a che punto?

Ricorrono gli interrogativi sull’arte, sul valore della creazione. Ritorna il risvolto blandamente autodistruttivo e l’inflazionata mistificazione dell’artista drogato che, in molti casi, è solo drogato e non artista.

C’è un senso di sospensione bellissimo che attraversa tutto il romanzo, una tensione leggera, quasi rassegnata. Una trama non-trama che attraversa le strade di Brooklyn, si affaccia su alcune esistenze e si ritira, discreta, senza la pretesa di aver svelato né risolto nulla. Come la luce di Barrett, che forse era vera, forse era solo il riflesso di una fiaba, ma, in ogni caso, ha posato uno sguardo diverso sulla sua esistenza.

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snow_queen

In uscita il 6 maggio.

In Italia sarà edito sempre da Bompiani ma non riesco a trovare una data di pubblicazione. Mi piacerebbe pensare che arriverà già per il salone del libro e quindi praticamente in contemporanea con l’uscita statunitense ma non trovo conferme.

Non vedo l’ora di metterci le zampe.

Dal sito dell’autore:

Michael Cunningham’s luminous novel begins with a vision. It’s November 2004. Barrett Meeks, having lost love yet again, is walking through Central Park when he is inspired to look up at the sky; there he sees a pale, translucent light that seems to regard him in a distinctly godlike way. Barrett doesn’t believe in visions—or in God—but he can’t deny what he’s seen.

At the same time, in the not-quite-gentrified Bushwick neighborhood of Brooklyn, Tyler, Barrett’s older brother, a struggling musician, is trying—and failing—to write a wedding song for Beth, his wife-to-be, who is seriously ill. Tyler is determined to write a song that will be not merely a sentimental ballad but an enduring expression of love.

Barrett, haunted by the light, turns unexpectedly to religion. Tyler grows increasingly convinced that only drugs can release his creative powers. Beth tries to face mortality with as much courage as she can summon.

Cunningham follows the Meeks brothers as each travels down a different path in his search for transcendence. In subtle, lucid prose, he demonstrates a profound empathy for his conflicted characters and a singular understanding of what lies at the core of the human soul. 

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indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. E’ il 1941. E’ scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce e a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una lunga maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell’acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l’argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C’è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l’argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all’altra. Fa un passo in avanti. Non si toglie le scarpe. L’acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell’acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro anno fallito, no? All’improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell’acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l’acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La superficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista così da vicino) riflette un cielo scuro. E’ questo allora, l’ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un cielo nuvoloso che si riflette nell’acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.

Michael Cunningham, Le ore, 1998

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Che io sia una grande ammiratrice di Cunningham è cosa cognita per chi mi conosce.

E’ altresì noto che sono irrimediabilmente innamorata di New York (sarà un cliché o sarà colpa di Woody Allen, ma tant’è).

E’ probabile per cui che sia un po’ di parte nel parlare di questo libro. Mi è piaciuto davvero molto. Sicuramente non è al livello di Flesh and Blood o di The Hours per quel che riguarda l’articolazione della vicenda ma l’intensità con cui viene narrata ne compensa la semplicità.

Peter è un gallerista di New York, non famoso ma comunque dignitosamente affermato; conduce una vita agiata, invidiabile; ha una moglie, Rebecca, affascinante e di successo. La perfezione di questo quadro si incrina però quando arriva a stare da loro Ethan, fratello minore di Rebecca. Ethan è giovane, bello e pieno di problemi, più o meno reali. Peter, suo malgrado, si scopre attratto da Ethan e i sentimenti che si trova a provare diventano il fattore scatenante per una tempesta emotiva che ripercorre e rimette in discussione la sua intera esistenza, dalla mancata elaborazione di un lutto giovanile al turbolento rapporto con la figlia.

L’ambientazione newyorkese è perfetta da cornice e contrappunto per la deriva emozionale di Peter. Le descrizioni delle dinamiche interne al circuito delle gallerie d’arte sono spietate e per certi aspetti divertenti.

E poi c’è il modo di scrivere di Cunningham, di fronte al quale non posso fare a meno di rimanere letteralmente a bocca aperta. E’ uno stile estremamente complesso e strutturato ma altrettanto estremamente scorrevole e coinvolgente.

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