Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2014

Read Full Post »

Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?

Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.

Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta.

Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951

Read Full Post »

Funny Games US POSTER

Ci saranno SPOILER in grandi quantità. Io avviso.

Era un po’ che non lo rivedevo e mi ero quasi dimenticata quanto ami visceralmente questo film. E Haneke per averlo concepito.

E’ uno dei film più plausibilmente crudeli che abbia mai visto. Ed è geniale sotto moltissimi aspetti.

Ok, non ho visto tutto di Haneke e ultimamente sono circondata da persone che mi dicono che dopo Amour lo odierò, ma finora, tutti i suoi film che ho avuto modo di vedere mi sono sempre piaciuti. Questo poi, come dicevo, lo adoro proprio.

Lo so che viene prima la versione austriaca del 1997, ma io ho visto prima questo qui e sono più legata alla versione US per diversi motivi. E poi sono proprio solo l’ambientazione e il cast ad essere diversi perché tutto il resto è identico fino all’ultima battuta o al più piccolo battito di ciglia.

Motivi per fare una cosa del genere? Forse più di uno e forse neanche così scontati. Marketing? Certo. Soldi? Ancora più certo – anche se in modo molto relativo perché non è che Haneke faccia esattamente i miliardi di dollari al botteghino negli States. Eccesso di ego? Ma ovviamente sì, non facciamoci mancare niente.

Ma anche un sottinteso. In un’epoca in cui – per pigrizia o mancanza di stimoli – il remake va talmente di moda da rischiare di prendere addirittura il sopravvento sull’idea originale, prima che qualcuno si faccia venire in mente di fare soldi con il rifacimento di un suo film, Haneke gioca d’anticipo e se lo rifà da solo. E prende anche bene per il culo il meccanismo per cui pare che ad aver valore per la critica siano solo i prodotti sfornati da Hollywood. L’esigenza distorta dei remake specificatamente americani anche nel caso di grandi capolavori di altre nazionalità. Per la serie, se non è made in USA nessuno se ne accorge. E, non pago di ciò, aggiunge l’ultima ciliegina sulla torta della sua polemica e non si sbatte a cambiare niente del film precedente, se non, come dicevo, il contesto. Prende il pacchetto e lo sposta in blocco in America. Fine dei giochi. Già questo è banalmente geniale.

La trama di per sé non è niente di particolarmente nuovo. Villa isolata. Famiglia presa in ostaggio da psicopatici. Niente di che.

Il punto, come sempre, è il modo in cui questo niente-di-che viene interpretato.

Quello che Haneke crea con i due ragazzi non è un antagonista tradizionale. Un cattivo da combattere o dal quale fuggire, ma del quale si hanno chiare le intenzioni. No. Paul (Michael Pitt) e Peter (Brady Corbet) sono l’incarnazione dell’assoluta, totale, lucida mancanza di motivazione.

Perché state facendo questo? chiede ad un certo punto il povero George (Tim Roth), già malconcio dall’inizio.

Perché no? risponde con quieta logica Paul.

E di fatto, nessuno ha una risposta valida a questo.

Spettacolare la plausibilità. Che detta così sembra una cosa che lascia un po’ il tempo che trova ma che è invece un aspetto che noto tantissimo tutte le volte. Ogni singola dinamica relazionale, ogni situazione, ogni particolare, tutto è costruito in modo che tu ti stai chiedendo ma perché non fanno questo o quest’altro per scappare/salvarsi? ma poi ti rendi conto che o non avrebbero potuto agire diversamente o, anche se l’avessero fatto, i due ragazzi avrebbero a loro volta adeguato il proprio comportamento bloccando qualsiasi sviluppo alternativo. Sempre per il fatto che il modello cinematografico imperante è quello americano, siamo abituati ad adottare, per le storie sullo schermo, anche quelle di ambientazione quotidiana, dei parametri di plausibilità più o meno sfalsati. Percepiamo come normale che qualcuno reagisca prontamente ad un’aggressione, che chiunque sappia fare a botte, maneggiare un’arma, improvvisarsi abile nella fuga.

Qui, tutti questi presupposti vengono meticolosamente smontati per lasciare il posto a persone spaventate, più o meno lucide ma comunque impacciate, impreparate, come è logico che sia, ad affrontare una simile aggressione.

Quando, verso la metà, Paul e Peter li lasciano soli, istintivamente viene da gridare a George ed Anna (Naomi Watts) di sbrigarsi. Viene da chiedersi perché, in quei primi due minuti che scorrono, non siano già riusciti ad uscire e chiamare i soccorsi. E l’unica risposta è che nessuna persona vera ci sarebbe riuscita. Anna ci mette già il suo tempo a liberarsi mani e piedi. E poi fa quello che chiunque farebbe, torna in soggiorno a vedere come sta suo marito. E George è quello che si spezza prima. E rimane lì, dolorante e in stato di shock. Non può muoversi per il dolore di gamba e braccio rotti ma anche perché completamente traumatizzato dall’aver visto il figlio ammazzato davanti ai suoi occhi. Ed è vero che forse stanno perdendo tempo ma è altrettanto vero che chiunque, al posto di Anna, avrebbe perso quei trenta secondi per fiondarsi istintivamente accanto a lui.

E lo stesso ragionamento si può fare per un sacco di altri dettagli dell’azione. Il coraggio di reazione che Anna, George e anche il bambino, dimostrano è il massimo di coraggio che si possa pretendere da una normale famiglia alto-borghese.

Grande impiego di espedienti metateatrali. Grande non tanto come quantità, quanto piuttosto per la qualità di tali espedienti. Non è solo lo sguardo di Michael Pitt dritto in camera – che succederà sì e no tre volte in tutto il film. Sono le battute che si riferiscono alla necessità di fare quello che si sta facendo per esigenze di copione. Per soddisfare chi sta guardando. Per intrattenere. Perché si vuole una trama e un finale. E’ il gioco nel gioco. I funny games con cui i due ragazzi torturano le loro vittime e il gioco perverso a cui anche lo spettatore si presta, rimanendo a guardarli e rendendosi così complice.

E’ il discorso sulla barca, sulla relatività di ciò che si può considerare reale. Lo stai vedendo, quindi è reale. E’ una cazzata? Non è detto.

E poi c’è la scena che è un po’ il punto cult di tutto il film, che è quella del telecomando. Quando Anna riesce ad afferrare il fucile e a far secco Peter, regalando l’unico momento di sollievo allo spettatore – che a quel punto del film sta agonizzando ed è ridotto peggio degli ostaggi – Paul salta su e si mette a cercare il telecomando, con il quale riavvolge la scena. La manda indietro, perché possa svolgersi nel modo corretto e lui possa bloccare il tentativo di Anna, che fallisce miseramente.

La sospensione della narrazione viene frantumata. Se gli ammiccamenti di Paul accennavano a un passaggio da una parte all’altra dello schermo, qui crolla ogni residuo di separazione tra i due piani. E, oltretutto, è l’ennesima geniale frecciatina di Haneke che sta dicendo: se fossimo davvero in un film americano succederebbe questo e Anna riuscirebbe a sparare. Ma siamo nella realtà. Non ci sperate.

Cast ottimo, tutti bravissimi. Michael Pitt riesce a risultare odioso a livelli inimmaginabili.

Bella la colonna sonora alternata tra classica e metal.

I due cattivi sono vestiti di bianco, chiaramente in omaggio ad Arancia Meccanica.

Alcune scene dalla costruzione memorabile. La tv accesa, con il volume che continua a raccontare una gara automobilistica allo scenario immobile della povera famiglia distrutta.

La pallina da golf che spunta dall’ingresso e lo sguardo di Tim Roth.

Cinematografo & Imdb.

20090930194639!Funny_Games_US

5YxHBsNYmp9gsffgC5f4G6Qgo1_500

funny-games-3

funny

Read Full Post »

In uscita il 26 marzo.

Read Full Post »

3lG5D0Z

Nell’appartamento, il ticchettio di un orologio. L’alitare della notte come una belva di tenebra. Lo scricchiolare delle assi di legno quando lasciò di soppiatto la sua camera. Tutto fu inghiottito dal silenzio. Ma Jacob amava la notte. Ne avvertiva l’oscurità sulla pelle come una promessa. Come un mantello intessuto di libertà e pericolo.

Mi è sempre piaciuta molto Cornelia Funke. Sarà la provenienza germanica ma il suo fantasy ha un’impronta diversa dalla maggior parte della produzione di genere di stampo anglosassone. Un tono fiabesco forse ancora prima (e più) che fantasy, uno sguardo sognante ma un sottofondo cupo.

Tenebre in agguato e l’angoscia di un’infanzia dalla quale fuggire. L’urgenza di scoprire altro e il principio (molto in stile Grimm) di un inevitabile prezzo da pagare per essere fuggiti e aver in qualche modo mancato ai propri doveri.

Fiaba d’altri tempi, racconto per ragazzi, storia avvincente anche per chi ragazzo non lo è più, Reckless è il primo di una trilogia – e siccome sono di buon umore e il libro mi è piaciuto mi risparmio pure la frecciatina polemica sulla necessità della trilogia.

Jacob e Will, due fratelli, legatissimi ma divisi da una distanza incolmabile. Una sorta di resa dei conti per quello che è stato un passato incompiuto. Un padre da inseguire o da dimenticare, un passaggio e una scelta. Un guerriero di giada e una ragazza volpe. E i ricordi che svaniscono portandosi via il dolore e l’identità.

Il secondo volume è Fearless – Il mondo oltre lo specchio, che devo ancora procurarmi, mentre il terzo volume non ha ancora un titolo ed è previsto per il 2015. L’intera trilogia viene indicata come scritta a quattro mani con Lionel Wigram, anche se, a giudicare dal fatto che il nome di Wigram compare a stento nelle attribuzioni, penso si tratti più che altro di una collaborazione alla stesura da parte di quest’ultimo.

Read Full Post »

Stasera all’Hiroshima qui a Torino. Non vedo l’ora. L’ho già detto che non vedo l’ora? No eh?

*si allontana saltellando*

Read Full Post »

La casa era molto vecchia, con una soffitta, una cantina e un giardino pieno di erbacce e di grossi vecchi alberi.

Date le sue notevoli dimensioni, però, non era occupata esclusivamente dalla famiglia di Coraline. I suoi ne possedevano solo una parte.

Nel resto dell’edificio abitavano altre persone.

Nell’appartamento del pianterreno, sotto quello di Coraline, vivevano Miss Spink e Miss Forcible. Le due donne erano anziane e grassocce, e occupavano l’appartamento in compagnia di alcuni vecchi terrier scozzesi che portavano nomi come Hamish, Andrew e Jock. Il passato Miss Spink e Miss Forcible erano state attrici, e Miss Spink in persona lo aveva rivelato a Coraline, non appena si erano conosciute.

– Vedi, Caroline – le aveva detto Miss Spink, sbagliando a pronunciare il nome – sia io che mia sorella Forcible eravamo attrici famose, ai nostri tempi. Calcavamo le scene, tesoruccio. Ehi, togli quella torta di frutta da sotto il muso di Hamish o avrà mal di pancia per tutta la notte.

– Mi chiamo Coraline. Non Caroline. Coraline – aveva fatto notare la bambina.

Nell’appartamento sopra quello di Coraline, nel sottotetto, viveva un vecchio pazzo con un paio di baffoni enormi. Le aveva detto che stava ammaestrando un circo di topi, ma non permetteva a nessuno di vederlo.

– Un giorno, piccola Caroline, quando tutto sarà pronto, il mondo intero assisterà alle meraviglie del mio circo. Mi domanderai perché adesso non puoi vederlo. Me lo hai appena chiesto vero?

– No – aveva risposto Coraline sottovoce. – Le ho chiesto di non chiamarmi Caroline. Il mio nome è Coraline.

– La ragione per cui adesso non puoi vedere il mio circo – aveva detto l’uomo del piano di sopra – è che i topi non sono ancora pronti e non hanno provato abbastanza. Inoltre si rifiutano di suonare le canzoni che ho scritto per loro. Tutte le canzoni che ho scritto per i topi fanno umpah umpah. Ma il topo bianco si ostina a suonare solamente tudle udle. Sto pensando di metterli alla prova con diversi tipi di formaggio.

Secondo Coraline, quel circo di topi non esisteva affatto. Anzi, era convinta che il vecchio si fosse inventato tutto.

Il giorno dopo il trasloco, Coraline andò in esplorazione.

Esplorò il giardino. Era davvero grande: in fondo, nel punto più lontano, c’era un vecchio campo da tennis, ma in casa nessuno giocava a tennis, così il campo era pieno di buche e la rete addirittura decrepita; c’era anche un roseto, pieno di arbusti striminziti e coperti di polvere; c’era un giardino giapponese tutto di rocce; c’era un cerchio delle fate, fatto di funghi velenosi marrone e umidicci, che puzzavano tremendamente se uno ci andava a finire sopra per sbaglio.

C’era anche un pozzo. Il giorno in cui la famiglia di Coraline si era trasferita lì, Miss Spink e Miss Forcible si erano subito premurate di spiegare alla bambina quanto fosse pericoloso quel pozzo, e l’avevano messa in guardia perché ne stesse alla larga. Perciò Coraline non aveva perso tempo e aveva subito cominciato a cercarlo, per sapere con precisione dove si trovasse e poterne effettivamente stare alla larga.

L’aveva trovato il terzo giorno, in un prato pieno di erbacce accanto al campo da tennis, dietro un boschetto: un muretto di mattoni basso e circolare, quasi nascosto dall’erba alta. Il pozzo era stato coperto con alcune tavole, per impedire che qualcuno ci cadesse dentro. In una delle assi c’era un piccolo buco, e Coraline aveva trascorso un pomeriggio intero a gettarci dentro ghiande e sassolini e ad aspettare, canticchiando, di sentire il plop che producevano toccando l’acqua.

Era anche andata in cerca di animali. Aveva trovato un porcospino, una pelle di serpente (ma non il serpente), una roccia che pareva proprio una rana, e poi un rospo che pareva proprio una roccia.

C’era anche un altezzoso gatto nero che si sedeva sui muretti e sulle ceppaie per osservarla, ma che sgattaiolava subito via se lei gli andava vicino e cercava di giocarci.

Aveva trascorso così le prime due settimane nella nuova casa: esplorando il giardino e i dintorni.

Sua madre la chiamava all’ora di pranzo e di cena e Coraline doveva assicurarsi di uscire ben coperta, perché quell’anno l’estate era davvero freschetta. Tuttavia, ogni giorno uscì ed esplorò, finché cominciò a piovere e fu costretta a restare in casa.

– E adesso che faccio? – domandò.

– Leggi un libro – le rispose sua madre. – Guarda un video. Gioca con i tuoi giocattoli. Va’ a dare fastidio a Miss Spink o a Miss Forcible, o a quel vecchio pazzo che abita sopra di noi.

– No – disse Coraline. – Non mi va di fare queste cose. Voglio esplorare.

– A essere sincera non mi interessa quello che fai – disse sua madre – purché tu non metta in disordine.

Coraline andò alla finestra e guardò la pioggia che cadeva. Non era una pioggia del tipo che ti permette di uscire, ma dell’altro tipo, cioè quella che scroscia violentemente dal cielo e tocca terra schizzando dappertutto. Era il tipo di pioggia che fa sul serio, e ciò che stava facendo, in quel momento, era trasformare il giardino in una specie di zuppa umida e fangosa.

Coraline aveva guardato tutti i video. Si era stufata dei giocattoli e aveva letto tutti i libri che possedeva.

Accese la televisione. Passò da un canale all’altro, ma c’erano solo uomini in giacca e cravatta che parlavano del mercato azionario, e programmi sportivi. Alla fine trovò qualcosa da guardare: la seconda parte di un programma di storia naturale su una faccenda che si chiamava mimetismo. E vide animali, uccelli e insetti che si mimetizzavano tra le foglie e i ramoscelli o tra gli altri animali, per fuggire da cose o creature che avrebbero potuto far loro del male. Il programma le piaceva, ma finì troppo presto e venne seguito da un altro su una fabbrica di dolci.

Era arrivato il momento di parlare con suo padre.

Il papà di Coraline era in casa. Tutti e due i genitori lavoravano con il computer, perciò passavano molto tempo in casa. Ciascuno aveva il suo studio personale.

– Ciao Coraline – le disse suo padre quando la vide entrare nello studio, ma non si voltò verso di lei.

– Uffa – disse Coraline – Piove-

– Eh già – replicò suo padre. – A catinelle.

– No, è una semplice pioggia. Posso andare fuori?

– Tua madre che ne dice?

– Dice “Con un tempo così non esci di sicuro Coraline Jones.”

– Allora no.

– Ma io voglio continuare la mia esplorazione.

– Bene, puoi esplorare l’appartamento – le suggerì suo padre – Tieni! Eccoti un foglio e una penna. Conta tutte le porte e tutte le finestre. Fa’ un elenco di tutte le cose blu. Organizza una spedizione per trovare lo scaldabagno. E lasciami lavorare in santa pace.

– Posso andare in salotto? – Il salotto era la stanza in cui i Jones tenevano i mobili costosi (e scomodi) che la nonna di Coraline aveva lasciato alla sua morte. A Coraline non era permesso entrarci. Nessuno ci entrava. A fin di bene.

– Se non metterai in disordine. E se non toccherai niente.

Coraline ci pensò su, poi prese carta e penna e cominciò a esplorare l’appartamento.

Neil Gaiman, Coraline, 2002

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: