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Archive for the ‘A.M. Duff’ Category

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E anche quest’anno ci siamo.

Venerdì sera si è aperta la 33a edizione del Torino Film Festival.

Il che vuol dire, tra le altre cose, che io sarò ancora più tragicamente in arretrato con tutto. Tipo che vorrei davvero infliggervi la narrazione del concerto di Madonna e vorrei parlare dell’ultimo capitolo degli Hunger Games e dell’ultimo film di Seymour Hoffman che son finalmente riuscita a vedere. Ma inevitabilmente mi perderò qualche pezzo per strada.

Anyway.

Serata di inaugurazione che parte con la bandiera francese sullo schermo e la marsigliese suonata dal gruppo dei sassofoni del conservatorio di Torino. Atto simbolico e forse dovuto ma che, per quel che può valere, ho apprezzato.

Ricordo di Orson Wells, cui il festival è dedicato, nella lettura di Giuseppe Battiston.

Madrina del festival Chiara Franchini che, onestamente, pareva capitata lì un po’ per caso. Stucchevole nella lettura della presentazione (che pure non avrà scritto lei, ma tant’è) prima, più simpatica ma comunque un po’ stonata dopo, quando si barcamenava per gestire il ritardo dei sassofonisti, al punto da far salire, piuttosto precipitosamente in verità, sul palco Emanuela Martini a cavarla d’impaccio e scongiurare il pericolo che sbracasse del tutto (visto l’abbrivio di battute preso sui prestanti sassofonisti che dovevano scaldare lo strumento). Non son sicura ma ho idea che la Martini quest’anno avesse poca voglia di salire sul palco e che la Franchini, dopo, possa essersi, per così dire, imbattuta nel suo disappunto. Rapido (e piuttosto brusco) congedo della medesima con mazzo di fiori dai colori verde, bianco e viola.

Green, White, Violet. Give Women Vote.

E si arriva quindi ad una brevissima presentazione del film da parte della regista, Sarah Gavron, accompagnata dalla sceneggiatrice Abi Morgan e dalla produttrice.

Considerazioni su come il tema delle Suffragette sia stato affrontato pochissimo dal cinema e come questo sia forse il primo film sull’argomento con così tante donne dietro e davanti alla macchina da presa.

Il film.

Non male, anche se sicuramente ne ho visti di più coinvolgenti. Per essere un film sui diritti civili avrebbe sicuramente potuto essere più trascinante. Soprattutto trattandosi di una causa di proporzioni così macroscopiche.

Inghilterra, 1912. Il movimento per il suffragio femminile esiste nel Regno Unito fin dalla metà dell’Ottocento ma è solo ai primi del Novecento che le sue azioni cominciano a diventare in qualche modo significative. Il film segue in particolare le vicende delle attiviste guidate da Emmeline Pankhurst.

Le richieste delle donne venivano ridicolizzate o, al più, tollerate con condiscendenza. Far valere il proprio diritto entro i parametri di una legge che ne negava la legittimità di fondo era un paradosso che non era più possibile protrarre oltre. Servivano nuovi metodi. Bisognava uscire dalla legge per cambiarla. E così le proteste, le vetrine spaccate, gli arresti, gli scioperi della fame, le azioni organizzate.

Un quadro di desolante arretratezza e bieca discriminazione nel cuore di un’Europa che forse tende a dimenticare i propri limiti e le proprie battaglie.

Le condizioni di lavoro disumane, la prevaricazione accettata come una realtà fisiologica e incontestabile.

Gli arresti e la nutrizione forzata per interrompere gli scioperi della fame.

Le Suffragette erano donne di qualsiasi estrazione sociale. Ricche, povere, colte, ignoranti. Erano lavoratrici. Erano mogli ed erano madri in una società che le riteneva emotivamente instabili e inadatte ad esercitare il diritto di voto.

Erano anche donne sole. Isolate nella loro battaglia, circondate dall’ostilità delle proprie famiglie e bollate col marchio della vergogna.

Cast molto valido.

Carey Mulligan nel ruolo, tristissimo, di Maud. E poi Helena Bonham Carter, Anne-Marie Duff e Meryl Streep nei panni di Emmeline Pankhurst.

Pochi ruoli maschili. Ben Whishaw nel ruolo del marito di Maud e Brendan Gleeson, poliziotto.

In chiusura passa l’elenco delle date in cui il voto alle donne è stato concesso nei vari paesi del mondo. Per la cronaca, l’Italia (1946) viene dopo la Turchia (1930) e la Svizzera, con quel che se la tira, arriva solo nel 1971.

Alla fine dell’elenco ci sono gli Emirati Arabi che nel 2015 hanno promesso il voto alle donne.

Nota di costume.

Pessimo il comportamento in sala, con gente che se n’è andata durante il film e, soprattutto, con la quasi totalità del pubblico che si è alzato prima ancora che finisse di scorrere l’elenco delle date. Dei titoli di coda manco a parlarne. Sembrava che fossero tutti inseguiti da qualcosa. E meno male che siamo ad un film festival. Il tutto a luci spente, dato che le luci si accendono solo alla fine dei titoli, e con me che auspicavo sinceramente che si inciampassero tutti nei gradini.

Cinematografo & Imdb.

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