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Archive for the ‘1996’ Category

Da un’altra vita.

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Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizzazione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca.

Siamo in Inghilterra, nel 1959 e quella di Stella Raphael è la storia che ci viene narrata dalla voce di Peter Cleave, prima suo amico, poi suo psichiatra.

E’ una storia che nasce all’interno del microcosmo di un manicomio criminale di cui Max Raphael, marito di Stella, è il nuovo vicedirettore.

E’ la storia della passione morbosa e ossessiva tra Stella e uno dei pazienti della struttura, Edgar Stark, rinchiuso per il brutale assassinio della moglie. E per quello che ha fatto dopo al suo cadavere.

Stella e Edgar. Una coppia talmente improbabile da risultare impensabile. Una relazione che nasce subito come ossessione e che si impossessa di Stella azzerando di colpo qualsiasi difesa, annullando in brevissimo tempo qualsiasi pretesa di volontà. Una passione fortemente sessuale e altrettanto fortemente compensatoria per tutto ciò che è opposto alla vita che Stella ha sempre condotto.

Ma non è sufficiente. Perché quello di Stella non è un mero atto di trasgressione e quella di Edgar non è solo una cinica manovra per raggiungere i suoi scopi.

Un viaggio allucinato negli abissi di una psicosi sempre più profonda e sempre più totalizzante. Una storia sordida, spiata attraverso lo spiraglio (auto)giustificatorio dell’analisi psichiatrica. Una storia morbosa dalla quale risulta impossibile staccarsi.

Sono diversi mesi che Patrick McGrath staziona nella mia coda di lettura. A ottobre, se non mi sbaglio, è venuto a Torino al Circolo dei Lettori per presentare il suo ultimo libro, La Guardarobiera, ma alla fine non ero riuscita ad andare. Da allora però mi sono incuriosita per questo scrittore cresciuto nell’ambiente del manicomio criminale presso cui suo padre lavorava come psichiatra e mi sono ripromessa di leggere qualcosa. Per un po’ sono stata indecisa se incominciare L’estranea ma alla fine ho deciso di iniziare con questo Follia, che è il suo titolo più famoso e che si è rivelato assolutamente all’altezza della sua fama.

La scrittura di McGrath è ipnotica e impossibile da lasciare. Ti tiene incollato alle pagine, ti risucchia in un vortice di orrore a attrazione dal quale è impossibile staccarsi.

Un gioco di specchi in cui il confine tra normalità e follia si fa sempre più labile e un cui i ruoli si confondono e si capovolgono fino a sradicare qualsiasi certezza.

Davvero bellissimo. Una folgorazione. Siamo solo a marzo e le graduatorie sono un po’ premature ma, per il momento, va dritto in cima alla mia classifica del 2018.

Patrick McGrath, Follia, Adelphi Edizioni, 1998

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Va bene. Se dopo vent’anni (gggghhhh!) son tornati pure gli alieni di Emmerich, direi che posso darmi una mossa e riemergere anch’io dagli abissi dello spazio profondo.

Lo abbiamo aspettato. Lo abbiamo temuto.

Lo abbiamo visto e direi che, tutto sommato, ci è pure piaciuto.

Non da strapparsi i capelli e gongolare ululando sulla poltrona, quello magari no, ecco. Però ci è piaciuto.

Independence Day – Resurgence è quello che doveva essere, pur con qualche pecca.

E’ un filmone, non nel senso di capolavoro ma nel senso proprio fisico delle dimensioni. E’ tutto più grande, più spettacolare, più rumoroso, più esagerato, più americano e la lista può essere allungata a piacere.

Ma d’altronde, è esattamente questo il motivo per cui si vanno a vedere i catastrofici di Emmerich. Per essere aggiornati, per così dire, sullo stato dell’arte del genere catastrofico. Per vedere cosa si inventa stavolta. Per avere quel più.

Sono passati vent’anni, dunque e l’America si appresta a festeggiare il suo 4 luglio dai molteplici significati.

E qui il buon Roland (aiutato di certo dalla sua schiera di sceneggiatori) si gioca subito una buona carta perché sceglie di seguire coerentemente la linea temporale interrotta nel ’96 generando quindi un’America (e un mondo) parallela più che contemporanea a quella odierna, in perfetto stile AU (Alternative Universe).

Non abbiamo solo sconfitto gli alieni. Li abbiamo imprigionati. Li abbiamo studiati. Ne abbiamo assimilato la tecnologia, il che ci ha permesso di fare passi da gigante in termini di mezzi, armi e giocattoli vari. Ci muoviamo agilmente nello spazio, si fa avanti e indietro dalla Luna come fosse andare al supemercato fuori città.

Gli eroi della vittoria non sono più i veri protagonisti ma la loro memoria è ovunque e viene reso loro costante tributo. O quasi.

E mentre tutti si sentono invincibili e al sicuro, cominciano ad emergere i segnali di qualcosa che non va.

L’ex presidente Whitmore (sempre Bill Pullman) e, manco a dirlo, David (sempre Jeff Goldblum), sono i primi ad accorgersene.

La prima parte di film è quella che più spudoratamente ammicca al pubblico del ’96 e che fa dichiaratamente di Resurgence un secondo capitolo non autonomo.

E la cosa ci poteva anche stare, se non fosse che Emmerich evidentemente non era del tutto sicuro di voler puntare solo sul pubblico vecchio e genera così quella che è un po’ la pecca principale di tutta la struttura: butta lì un riferimento e poi lo liquida in fretta e furia, manco dovesse spuntare un checklist di elementi obbligatori per poi potersi dedicare agli effetti speciali.

E lo stesso errore lo fa con tutta una serie di passaggi che arrivano e se ne vanno talmente in fretta che non si fa in tempo ad assimilarli emotivamente. Per dire, non fai in tempo a preoccuparti per il fatto che stan per far esplodere delle testate nucleari (ma pensa) che son già saltate e han già fatto fiasco (ma dai).

Palesemente l’intenzione è quella di dimostrare che le estreme risorse della prima volta ora sono superate e bisogna trovare nuove vie, però dai, un’inquadratura in più sul volto del presidente e una ruga di incertezza in più potevano pure starci.

Detto ciò, il resto è pura azione e puro spettacolo.

Esagerato, come dicevo prima, e divertente.

Speravo forse in qualche trovata originale in più, mentre alla fine risulta che la maggior novità è proprio quella che si bruciano già nel trailer della doppia gravità creata dalla super nave. Che rimane comunque una figata, per carità.

Cast misto di volti vecchi e nuovi, anche se l’atmosfera che si crea è quella di una tale rimpatriata che ad un certo punto non sapevo più chi effettivamente c’era già prima e chi no.

Ero convinta che la nuova presidente (Sela Ward) fosse la stessa che nel ’96 era l’ex di David, ma la realtà è che mi era familiare perché c’era in The Day After Tomorrow, sempre di Emmerich.

Allo stesso modo, ero contenta di rivedere William Fitchner in un ruolo più importante, per poi ricordarmi che il buon William c’era nel momento della catastrofe, ma in Armageddon.

Insomma, comincio a confondere le catastrofi.

Will Smith ha rinunciato ma rimane comunque impagabile la sua gigantografia (peraltro quella delle locandine dell’altro film) che troneggia alla Casa Bianca.

C’è anche Vivica Fox, giusto perché Will Smith è degnamente sostituito dal figliolo (Jessie T. Usher), che nel ’96 era un bambino e in qualche modo la continuità della famiglia va preservata.

New entry Charlotte Gainsbourg, che però ha una particina un po’ insignificante.

Ritorna la coppia (in tutti i sensi) di scienziati Okun-Isaac (sempre Spiner-Storey) anche se è mancato il coraggio di portare fino in fondo quella che palesemente era una scena che esigeva un bacio.

Ruolo principale per Liam Hemsworth, che ultimamente è un po’ dappertutto e che pare aver miglior fortuna del suo troppo biondo fratellone.

Un’ultima considerazione e poi chiudo.

La mia scena preferita.

L’inseguimento alieno-scuolabus.

Sono convinta che Roland abbia un Grande Libro Degli Inseguimenti dove sono elencati tutti i mezzi di trasporto mai usati nella storia del cinema in una scena di fuga/inseguimento e che si applichi sistematicamente per trovare qualche mezzo mai usato e possibilmente improponibile.

Pensavamo di aver visto tutto con la corsa in limousine tra le placche tettoniche che saltavano per aria in 2012? E invece no.

Mancava la fuga nel deserto del Nevada di uno scuolabus inseguito da un alieno gigante.

E comunque non stavo scherzando. E’ davvero la mia scena preferita. E’ fighissima.

Cinematografo & Imdb.

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