Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2013

Causa eventi pasquali, credo che ci si risentirà da queste parti verso la metà della prossima settimana.

Buona Pasqua (o buon weekend lungo a seconda di cosa festeggiate) a tutti. 🙂

Read Full Post »

18143_big

Ho in loop Delta Machine dei Depeche Mode e, benché sia un dato di fatto che in certi punti sono stati colpiti da un potente attacco di blues – oltre che di nostalgia per un certo minimalismo elettronico – al momento sono davvero parecchio esaltata. Non so se è l’entusiasmo del primo approccio, dovrò verificare nei prossimi giorni, ma tant’è, al momento sono decisamente soddisfatta dell’acquisto – tanto più che l’ho comprato avendo ascoltato solo Heaven.

Il lato positivo.

Se non fosse stato per l’oscar e per la conseguente permanenza nelle sale oltre i tempi consueti, l’avrei sicuramente snobbato. Non so bene perché, è un misto di fattori. Il trailer che non mi comunicava granché, B. Cooper che non è tra i miei attori preferiti e il regista, David O. Russel, che non avevo riconosciuto essere proprio quello di The Fighter. Insomma, le uniche cose che mi attiravano erano Jennifer Lawrence – che mi era piaciuta molto agli Hunger Games – e De Niro, per ovvi motivi.

Invece è stato, se non proprio una rivelazione, quanto meno una sorpresa, quello sì. Molto più di quello che mi aspettavo.

Non so come parlare della trama senza scadere nel banale – che è un po’ il problema di quando si raccontano le storie delle commedie. Lui appena dimesso da un istituto psichiatrico dopo otto mesi di detenzione, sotto farmaci, affetto da disturbo bipolare, incapace di accettare la separazione dalla moglie Nikki. Lei giovanissima vedova di un poliziotto; tenta di elaborare il lutto dandola a tutti; si nasconde dietro ad un carattere difficile.

Entrambi stanno cercando di gestire una vita sfuggita di mano, di riappropriarsi di quello che hanno perso per non voler ammettere che non si può tornare indietro.

Trama ben congegnata, dialoghi serrati, vivaci, intelligenti. Momenti spassosi e un romanticismo assolutamente ben dosato senza eccessi mielosi. Non viene calcata la mano neanche sull’aspetto patologico-psichiatrico, il che rende il tutto meno pesante – se la sbrogliano con un generico disturbo bipolare, che ci sta sempre bene e può essere attribuito un po’ a tutti, me compresa, qualche citazione di Xanax e Klonopin, ma la cosa finisce lì.

Cast davvero molto azzeccato con un Bradley Cooper che ho decisamente rivalutato e che – non ci avevo mai fatto caso – ha una mimica facciale che ricorda in modo impressionante Ralph Finnes.

Su De Niro è persino scontato dire qualcosa ed è ovviamente impeccabile nel ruolo del padre ossessivo-compulsivo.

Jennifer Lawrence. Brava. Più di quello che mi aspettavo, nonostante l’oscar. Alterna momenti di durezza, di follia a momenti di una dolcezza infinita. Cambia registro con naturalezza e rende il personaggio di Tiffany profondo e vivo in ogni sua sfumatura.

Carina l’idea della gara di ballo, anch’essa ben gestita in modo da non scadere nei cliché dei film sul ballo degli anni Ottanta-Novanta (anche se, quasi sul finale, c’è una mini citazione di Dirty Dancing che mi ha fatto sorridere).

C’è anche Julia Stiles, che non si vedeva in circolazione da un po’ e la colonna sonora è di Danny Elfman.

Cinematografo & Imdb.

Il-lato-positivo-jennifer

recensione-il-lato-positivo-2_news

Read Full Post »

Varie ed eventuali del mercoledì.

I Sigur Ròs sono decisamente di quelle band che danno soddisfazione.

A poco più di un anno dall’uscita di Valtari, il 18 giugno uscirà un nuovo album, Kveikur. Un album all’anno, ragazzi, ci state viziando.

Oltretutto sono decisamente rimasta folgorata dal primo singolo. Musica, video (diretto da Andrew Huang), tutto. Fantastico. Diverso dagli ultimi lavori, è vero, ma veramente bellissimo.

Come se non bastasse, questi signori hanno anche un tumblr, che gli dei li conservino. Cosa si può volere di più?

Poi. Il 16 maggio uscirà questo.

E’ vero, è l’ennesimo remake di un testo famosissimo, ma è di Baz Luhrmann  che per me rappresenta già una garanzia – i suoi film possono piacere o non piacere ma di sicuro non sono mai banali.  Protagonista è Di Caprio, che ha già ampiamente dimostrato di essere molto portato per questi ruoli forti, solitari, in qualche modo contro tutti. Decisamente tra quelli che aspetto con maggior impazienza.

Read Full Post »

la_madre_film_horror_locandina_ita_d32adc9bd51269e308e1288946da2815

Era parecchio che non andavo a vedere un horror al cinema. Per un motivo o per l’altro finisce sempre che in sala me li perdo e me li guardo poi a casa in dvd. E’ capitato anche più volte che mi rammaricassi di questo fatto, avendo in mente un non meglio identificato bonus in termini di atmosfera, dovuto all’ambiente cinematografico in sé. Ecco la prossima volta che mi capiterà di indulgere i tale rammarico mi ricorderò di rileggere questo post. Sì, per carità, l’atmosfera in sala è diversa e per certe cose fa effettivamente orrore, ma non nel modo in cui dovrebbe. Poi magari è questo film che ha attirato una particolare quantità di tamarri, non lo so, sta di fatto che i neanche-più-tanto-adolescenti che parlano nelle scene di maggior tensione per farsi coraggio a vicenda non aiutano esattamente a calarsi nella storia. Peggio di loro c’era solo il fidanzato della mia vicina di posto che doveva spiegarsi ad alta voce quello che stava vedendo e continuava comunque a non capire un tubo (salvo poi andarsene pontificando con aria di superiorità che i veri horror son quelli splatter, ma vabbè). La prossima volta tenterò con lo spettacolo più tardi possibile nel cinema più remoto possibile.

Andres Muschietti, con il sostegno di Guillermo Del Toro realizza finalmente il film dal suo cortometraggio del 2008, Mamà, con risultati nel complesso più che apprezzabili.

Horror tutto sommato tradizionale e dai molti riferimenti, inseribile in toto nel filone ghost, La madre ha un buon ritmo e ti fa prendere la tua sana dose di spaventi.

Restano tuttavia alcune pecche, forse dovute alla poca esperienza del regista o forse semplicemente ad un intento preciso ma in definitiva un po’ controproducente.

La trama. In seguito alla morte violenta dei genitori, le piccole Victoria e Lilly spariscono. Vengono ritrovate cinque anni dopo in un bosco, selvagge, in condizioni pietose, ma vive. Vengono affidate allo zio – che non aveva mai smesso di cercarle – e alla sua compagna, una bellissima Jessica Chastain in versione rockettara. La più grande delle due bimbe, Victoria, conserva qualche ricordo della sua vita prima del trauma e gradualmente riacquista una minima capacità di interazione, mentre la piccola Lilly è totalmente incapace di staccarsi dall’unica vita che ha conosciuto nel bosco. Le due bambine inoltre continuano a parlare di una Madre che avrebbe badato a loro per tutto questo tempo e che lo psichiatra di turno attribuisce automaticamente ad una qualche forma di disturbo dissociativo. La Madre però è tutt’altro che frutto della loro immaginazione e nel momento in cui le bimbe si trasferiscono finalmente a casa dello zio cominciano a succedere cose inquietanti.

La vicenda di per sé ha buone potenzialità e nel complesso vengono anche sfruttate discretamente. Però. Il primo difetto grosso che ho trovato è il fatto che viene creato ben poco mistero intorno alla Madre. Oltre al fatto che non viene lasciato neanche per un momento il dubbio sull’origine degli strani fenomeni che accompagnano le bimbe, la Madre si vede chiaramente già nell’antefatto, dopo neanche cinque minuti di film. E questa è una cosa che non si fa, perché ammazza tutta quella parte di tensione legata all’incertezza di scoprire che cosa effettivamente sia l’entità in questione. Oltre a bruciarsi la possibilità di sfruttare alcune situazioni interessanti.

Certo, non sappiamo chi effettivamente sia questa Madre né perché stia facendo quello che fa e seguiamo i protagonisti nella scoperta del retroscena. Ma il coinvolgimento nel processo di questa scoperta rimane comunque intaccato dal fatto che l’abbiamo già vista.

L’indagine è strutturata abbastanza bene, seppur con qualche buco qua e là di dimensioni non eccessive.

Invece, avrebbe potuto esser fatto decisamente meglio il finale che risulta un po’ troppo affrettato (e questo, va detto, è un difetto che colpisce un buon settanta percento degli horror, se non di più), incentrato su un pathos un tantino eccessivo ma poco chiarificatore. Andava almeno dimezzata la scena della rupe, così come le inquadrature del volto della Madre e ci sarebbe stato bene uno squarcio sulla normalità post evento. Non è uno spoiler. Chi lo vedrà capirà cosa intendo.

Visivamente la Madre non è mal fatta, anche se quando svolazza ricorda tanto un Dissennatore. Jessica Chastain è bella e brava come sempre anche se, forse un po’ troppo calata nel personaggio di aspirante rockstar (dove il rock, chissà perché, deve sempre avere connotati metal-dark), non si strucca neanche per dormire (a meno che non si fosse fatta tatuare il trucco, per carità, non si può mai sapere).

I riferimenti ai classici del genere sono molti, uno per tutti, Victoria ipnotizzata sulla poltrona ricorda tanto la bambina de L’Esorcista. Si tenta anche il richiamo alla tradizionale valenza socialmente catartica dell’horror ponendo a monte di tutta la tragedia, vale a dire come causa della morte dei genitori, una motivazione legata alla crisi finanziaria.

Anyway, nonostante tutto il mio brontolare, torno comunque a dire che mi è piaciuto abbastanza. Pur senza troppe pretese, riesce nell’intento di creare un’atmosfera fondamentalmente inquietante.

Cinematografo & Imdb.

la_madre_11_visore_la_madre_universal

la_madre4

Read Full Post »

gli_amanti_passeggeri_locandina_italiana

Dopo l’ennesima recensione scorsa alla ricerca di informazioni su questo film, sono giunta alla conclusione che mi sono persa quasi tutti i riferimenti e le citazioni in esso contenuti.

Conosco e amo abbastanza Almodòvar ma solo a partire dal ’99, con quel capolavoro che è Tutto su mia madre. Della filmografia precedente mi manca praticamente tutto e, al di là dei famosissimi Carne Tremula, Kika e Donne sull’orlo di una crisi di nervi che ho in lista ormai da secoli, non ho visto nessuna delle sue commedie più o meno grottesche degli anni Ottanta. Non che si tratti di chissà quali capolavori – stando a quello che leggo – ma di sicuro all’epoca, nella Spagna immediatamente post-franchista – acquistarono comunque una loro importanza per l’ostentato intento provocatorio.

Si parla dunque di un ritorno di Almodòvar alla commedia e, per dirla tutta, non se ne parla neanche poi troppo bene. Si cercano richiami nascosti per definirli ormai superati, si grida al riciclo e si costruiscono analogie – spesso un po’ forzate – con la precaria situazione economica attuale.

Personalmente, pur riconoscendo che non tutta l’interpretazione vien per nuocere, e che in effetti un po’ di metafore qua e là ci sono – per non parlare del fin troppo evidente binomio amore e morte, anche se alla seconda non viene lasciato questo grande spazio sulla scena – mi limito ad un giudizio a pelle, fresca di uscita dalla sala.

Sesso – preferibilmente omo – alcool, mescalina (quella sì che è anni Ottanta), colori, trasgressione da manuale. Nell’ambiente chiuso di un aereo in volo senza meta a causa di un guasto tecnico, si intrecciano le vicende surreali degli unici passeggeri ancora svegli – dal momento che le assistenti di volo ne hanno addormentato la maggior parte per evitare situazioni di panico.

Insomma, sì, è vero, è tutto molto giocato su una volontà di scandalizzare a tutti i costi che probabilmente oggi è un po’ datata nel senso che non scandalizza più nessuno, ci sono un bel po’ di cliché, a partire dalle (volutamente? politically incorrect) tre passive che più passive non si può che sono gli assistenti di volo – e che comunque sono interpretati benissimo, sulla scena in cui ballano e cantano in playback I’m so excited delle Pointer Sisters ero piegata dal ridere – ed è anche vero che c’è pure qualche grezzata non da poco, ma resta comunque un film divertente.

Senza volergli attribuire particolari significati né ammantarlo di chissà quali valenze sociali, vale la pena vederlo per quello che è, una commedia senza pretese, sicuramente anni Ottanta per la massiccia presenza di sesso, doppi sensi e situazioni equivoche, magari un po’ volgarotta in certi punti ma sempre ad un livello più che godibile, a meno che non ci si sconvolga per nulla.

Ben costruito l’intreccio di fondo che collega i vari passeggeri, così come l’inserimento – dall’impostazione quasi teatrale – di alcune finestre sul mondo a terra tramite il collegamento telefonico – anch’esso mezzo guasto, in modo tale che le conversazioni private di tutti diventino pubbliche, in una dimensione di condivisione totale.

Cast validissimo dal primo all’ultimo attore. A bordo dell’aereo c’è, tra gli altri, Lola Dueñas e nell’antefatto, prima del decollo, ci sono anche Antonio Banderas e Penelope Cruz in quella che è poco più di un’amichevole partecipazione.

Contenta di averlo visto, lo consiglio senza remore. Se poi capita che tra le vostre conoscenze ci sia qualcuno affetto da quella brutta roba che è l’omofobia, portatecelo. Probabilmente non guarirà, ma se non altro vi sarete tolti la soddisfazione di fargli venire svariati accidenti.

Cinematografo & Imdb.

gli-amanti-passeggeri-71354_0x410

pedro-almodovar-amanti-passeggeri

Read Full Post »

Read Full Post »

____OVL__00089

The Truman Show (1998), Peter Weir, il regista de L’attimo fuggente e Master & Commander.

E’ un altro di quei film a cui personalmente sono molto legata e che hanno in qualche modo segnato una tappa nel panorama cinematografico dell’ultimo decennio del Novecento.

Probabilmente chi lo vedesse ora per la prima volta percepirebbe di meno la sua forza straniante. Siamo ormai da una decina d’anni se non di più immersi, volenti o nolenti, nella cultura del reality, e l’idea di una telecamera che ti segue anche al cesso non fa più così impressione come invece suggerirebbe un sano e normale istinto autoconservativo.

Resta il fatto che quando questo film uscì, non c’erano ancora né il Grande Fratello né tutte le sue svariate derivazioni e l’idea di fondo di un’intera esistenza che si svolgesse su un enorme set cinematografico e fosse ripresa in ogni suo istante era veramente qualcosa di nuovo. E lo era anche per il modo in cui è stata realizzata e per tutta la costruzione che si è sviluppata intorno a questa idea. Il fatto che il protagonista sia nato in diretta e sia l’unico a non sapere di essere filmato è al tempo stesso semplice, ingegnoso e di una crudeltà infinita.

Al di là degli ovvi – ma non per questo meno significativi – rimandi metaforici alle dinamiche dello spettacolo televisivo e soprattutto a quelle dell’interessamento dell’audience, al di là anche di tutto l’aspetto simbolico di questa enorme scenografia costruita come un mondo in miniatura con il suo personale dio in versione regista insediato nella luna e manifestantesi come voce fuori campo, al di là di tutto questo, dicevo, un altro elemento che rende l’insieme assolutamente geniale e inquietante è la completa simmetria delle dinamiche umane-comportamentali tra chi sta dentro e chi sta fuori dal set.

Realtà e finzione diventano estremamente relative, il confine tra ciò che è vero e ciò che è costruito è sempre più labile, lo schermo non è più qualcosa dentro cui semplicemente guardare ma diventa un passaggio a doppio senso.

Truman rappresenta la vittima per eccellenza di un sistema fondamentalmente incastrato in un circolo vizioso. E’ l’agnello sacrificale sull’altare del trionfo dell’era mediatica rappresentata dai due decenni finali del Novecento. E’ il culmine delle nevrosi voyeuristiche prima del passaggio al livello successivo del reality vero e proprio.

Jim Carrey, protagonista, offre qui quella che penso sia la sua miglior interpretazione in assoluto, prima di rimanere irrimediabilmente legato a quella macchiettistica scimmiottatura di se stesso nei panni di personaggi comici controvoglia, perennemente incompresi e falliti-ma-non-per-colpa-loro (si salva anche Number 23, anche se un po’ di sottofondo auto-commiserante c’è anche lì).

Magnifico Ed Harris nei panni di Christof, il regista. Lucidamente folle, innamorato di se stesso e della sua creatura, forse ancor meno calato nella realtà di quanto non lo sia il suo figlio televisivo.

Un gran film. Divertente, struggente, esteticamente impeccabile (la scena finale è qualcosa di indimenticabile). Anche rivisto a distanza di anni non perde nulla. Se non fosse per alcuni particolari tecnici non sembrerebbe affatto un film di quindici anni fa.

Cinematografo & Imdb.

The-Truman-Show-51

the-truman-show

the-truman-show (1)

truman3

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: