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Archive for the ‘S. Hawking’ Category

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No, non è che mi sono già stufata del Weekly Horror, è solo che tra Globes, Oscar, nuove uscite di inizio anno e arretrati che mi trascino, la coda dei miei post si sta facendo un po’ sovraffollata, motivo per cui WH va in pausa, presumibilmente almeno fino alla cerimonia degli Oscar (che sarà il 22 febbraio, il che significa per un mesetto), in modo da smaltire un po’ di novità e magari riuscire a inserire anche qualche libro, che altrimenti non so quando parlarne.

 

E niente, la parola chiave di questi mesi – e di questa edizione degli Oscar – pare essere “biografia”.

E American Sniper. E Imitation Game. E Big Eyes. Di quelli che ho visto.

E anche Foxcatcher e Turner e Unbroken per dirne altri che non ho visto.

E dire che il biopic non è neanche in cima alle mie preferenze.

E arriviamo a questa teoria del tutto.

In breve.

Il film vale la pena sostanzialmente per l’interpretazione di Redmayne. Per il resto è un normale film biografico, senza grosse particolarità, fin troppo aderente ai requisiti di genere, a tratti persino un po’ mediocre.

La storia di per sé è senza dubbio notevole come notevole è la figura di Stephen Hawking. Alla base del film c’è Travelling to Infinity: My Life with Stephen di Jane Hawking, che con Stephen è stata sposata per venticinque anni e con il quale ha avuto tre figli.

La narrazione ha una prospettiva e una dimensione molto personali e quotidiane ma è comunque apprezzabile la scelta di non indulgere in eccessivi sentimentalismi che avrebbero compromesso sensibilmente la riuscita del film. La situazione è già sufficientemente carica di pathos di per sé, senza bisogno che le scelte di regia enfatizzino ulteriormente gli aspetti drammatici. Questo, sicuramente è uno dei pregi maggiori del film: il modo asciutto in cui viene raccontata una situazione che vede per forza coinvolto un eccesso di emozionalità difficilmente gestibile e che invece viene presentata senza fornzoli e senza troppi abbellimenti.

La storia di Jane e Stephen viene fotografata nella sua quotidianità. Una quotidianità forse un po’ addolcita ma non sicuramente idealizzata. Se, da un lato, Jane che sceglie di rimanere accanto a Stephen anche dopo la diagnosi della malattia che lo immobilizzerà, potrebbe avere i tratti di un’eroina romantica, d’altro canto l’immagine di lei che emerge è quella di una persona vera, reale, concretissima, con le sue scelte e la sua fatica. Così come è concreto e realistico il modo in cui si evolvono i rapporti tra le persone coinvolte. Il divorzio di Stephen e Jane è, se vogliamo, cinematograficamente scorretto. E’ contrario all’idealizzazione dei personaggi, contrasta con l’incarnazione di questa favola triste.

A prevalere è sicuramente la storia personale, umana. Non sarebbe stato male se avessero invece speso qualche scena in più per rendere meglio l’idea della portata del lavoro di Hawking. E’ pur vero che tentare di inserire concetti di quel livello di complessità nel copione di un film equivale nel 99 percento dei casi a propinare un sacco di sciocchezze pseudo-divulgative, quindi forse è meglio così.

Il ritmo è discreto e si viene coinvolti abbastanza, anche se l’impostazione è, come accennavo prima, fin troppo classica.

Il punto forte sono indubbiamente gli attori. Felicity Jones nei panni di Jane è brava e adatta alla parte, con il bel viso sereno, delicato, infantile ma forte e determinato.

E poi lui, Eddie Redmayne. La vera perla del film. Che per certi versi parrebbe ovvio, dato che è il protagonista, ma ovvio non è data la difficoltà della parte.

Parlare di difficoltà è persino riduttivo, in effetti. Il ruolo che interpreta richiede uno stravolgimento fisico totale che non è, come più spesso capita, legato ad un cambiamento nel proprio aspetto. Non si tratta di dimagrire o ingrassare. In questo caso si tratta di stravolgere completamente tutti i normali comportamenti del fisico. Dai movimenti più grandi fino alla più piccola espressione facciale. Sradicare la coordinazione motoria, imparare ad escludere progressivamente sempre più parti del corpo, imparare a utilizzare le parti che funzionano che sono via via sempre di meno. Fino a che tutta l’espressività si concentra in poco più che un sopracciglio inarcato.

E qui sicuramente salterà di nuovo fuori la solita polemica per cui se si vuole un Oscar basta rovinarsi fisicamente. Bah. Non lo so. Immagino che la discussione in sé lasci un po’ il tempo che trova. Christian Bale nel 2004 perse 40 chili per L’uomo senza sonno, battendo qualsiasi record di dimagrimento a scopo cinematografico ma non mi pare che abbiano fatto la fila per dargli un qualsivoglia premio. Anzi. Quel film, che pure è un gran bel film, è passato quasi inosservato.

Sicuramente il coinvolgimento fisico nella parte ha il suo effetto ma non credo, onestamente, che sia una via facile alla premiazione.

Nel caso specifico, non credo che La teoria del tutto meriti particolari riconoscimenti in sé. Certo non miglior film e neanche migliore attrice protagonista, per quanto la Jones sia brava. Miglior sceneggiatura non originale ancora meno (quello per ora lo darei a Imitation Game anche se sono impazientissima di vedere Vizio di Forma – che purtroppo uscirà dopo la cerimonia). E anche la candidatura per la colonna sonora non me la spiego poi molto perché non l’ho trovata niente di eccezionale.

Però il Golden Globe a Redmayne è indubbiamente meritato. E lo sarebbe anche l’Oscar. E’ vero che non ho visto ancora Bridman e magari resto folgorata da Micheal Keaton, però, chiunque ci sia in concorso, se Redmayne si porta a casa miglior attore protagonista lo fa a buon diritto.

Cinematografo & Imdb.

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