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Archive for gennaio 2014

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Ridley Scott è uno di quei registi che sembrano esserci da sempre. Per certi versi è una sorta di pilastro del cinema contemporaneo. Quindi spiace pure un po’ criticarlo, ma sta di fatto che negli ultimi anni ha preso diverse cantonate. L’ultimo suo film veramente bello che ricordo è American Gangster, del 2007. Poi c’è stato Nessuna verità (2008), ben costruito, ottimo cast, ma di sicuro non indimenticabile. Poi il Robin Hood del 2010 che, devo proprio dirlo, io non l’ho mai digerito. Con tutte quelle pretese pseudo-storiche e quella specie di sbarco in Normandia. Su Prometheus mi sono già dilungata tempo fa e per adesso mantiene ancora il primato come suo peggior film.

The Counselor prometteva bene. Il cast di nomi giganteschi e la sceneggiatura originale di Cormac McCarthy promettevano risultati brillanti.

Invece questo procuratore – che poi nel film viene chiamato sempre e solo avvocato per un problema di traduzione dei ruoli tra le figure legali americane ed europee – risulta piuttosto deludente.

Lascia la sensazione di non aver visto assolutamente niente di eccezionale. Con un retrogusto come di occasione sprecata, dato il materiale di partenza.

Non saprei neanche a chi imputare la maggiore responsabilità di questo risultato così misero. Immagino sia un misto di una sceneggiatura forse troppo pretenziosa e alla fine mal gestita e una regia troppo standard, troppo inquadrata nei parametri del genere.

Fin dall’inizio pare che l’impostazione sia quella di tanti fronti di storie diverse che convergono tutti nella medesima vicenda o che comunque in qualche modo vi restano coinvolti. Niente di originale di per sé ma quello dei frammenti che si ricompongono è un espediente sempre ricco di potenzialità e possono venir fuori cose interessanti. Peccato che ad un certo punto la tensione di tutti questi filoni si allenta ed è come se si perdesse un po’ la rotta della trama. Personaggi risolti troppo in fretta, spiegazioni sempre più lacunose come se ci fosse stata fretta di finire.

Poi, ripeto, il cast è ottimo e loro sono tutti bravissimi. Michael Fassbender – l’avvocato, appunto – Brad Pitt, Cameron Diaz – bellissima anche se visibilmente invecchiata – Penelope Cruz, Javier Bardem, insomma sotto questo aspetto non si può proprio dire niente.

Solo che, alla fine, l’insieme non funziona. Almeno non del tutto. Non che ci siano incoerenze o grossolanità. E’ che il tutto risulta terribilmente banale.

E poi c’è pure un po’ troppo sesso. Soprattutto verbale. Non è una considerazione di carattere moralistico, sia chiaro. Ci sono delle lunghe scene di argomento erotico dove il sesso viene in qualche modo o raccontato o vissuto a parole che non sono assolutamente inserite nella vicenda e risultano appiccicate a caso. Con l’effetto collaterale che si allenta parecchio la tensione dalla trama principale mentre la connotazione dei personaggi non ne viene minimamente arricchita. Così come un’altro aspetto un po’ fuori luogo sono gli abbozzi di riflessione etica buttati qua e là in mezzo ai dialoghi. Tentativi abortiti di alzare il livello di quello che altro non è che un comunissimo film sul traffico di droga, sulla criminalità, sul solito mondo illegale che si è già visto e rivisto.

Film un po’ inutile, tutto sommato. Voleva essere troppe cose insieme.

Cinematografo & Imdb.

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Still from The Counsellor, the new film from director Ridley Scott

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Varie ed eventuali del mercoledì.

Ho messo le zampe su Doctor Sleep. Il che vuol dire che, con i miei tempi e la mia coda di lettura, se va bene lo leggerò tra un mese, ma intanto è lì che mi guarda e io sono già contenta.

Ho messo le zampe anche sui biglietti di Anna Calvi che mi sono stati consegnati proprio stamattina.

21 febbraio qui a Torino all’Hiroshima. Non potevo perdermela.

*inserire cuori a piacere*

Causa King, mi sono introdotta in una Feltrinelli, il che implica che ho messo le zampe anche su diversi dvd in offerta, tra cui Venuto al mondo e Zero Dark Thirty, che al tempo mi ero persa al cinema.

Prossimamente seguiranno sproloqui.

Devo riascoltarmi seriamente Random Access Memories dei Daft Punk. Non che i grammy siano questo gran punto di riferimento ma è un fatto che quest’album viene magnificato praticamente dovunque, almeno una seconda riascoltata devo dargliela.

Il libro.

Non lo so.

Se già normalmente i libri della Mazzantini mi lasciano, per un motivo o per l’altro, in uno stato di prostrazione, questo qui mi ha decisamente massacrata.

Non posso dire che non mi sia piaciuto.

Non posso dire che non sia un bel libro.

Come fa a non piacere? Lei scrive talmente bene. E’ un’altra di quelli che potrebbero mettersi a disquisire delle cose più banali e lo farebbero comunque in modo esemplare.

Qualunque cosa voglia dire, ha le parole giuste per farlo. Non le trova. Le ha.

Ciò detto, di splendore ce n’è ben poco in questa storia. C’è una grande amarezza, una disillusione prepotente che soffoca tutto il resto.

Della trama si può parlare e non parlare perché appena ci si addentra un po’ di più si rivela già troppo.

Guido e Costantino. Una storia che comincia da ragazzi, poco più che adolescenti. Una storia d’amore, di sesso, che nasce in un paese impreparato come l’Italia e si trascina per tutta la vita dei protagonisti senza mai prendere una forma concreta.

Uno di quei legami che pretendono tutto, che bruciano tutto. Che non possono essere vissuti ma neanche spezzati.

Vite diverse, paesi diversi, mondi diversi. Roma, Londra, Roma. Punti di contatto. Finestre nel tempo e nello spazio. Barlumi di speranza e disperazione.

La parte migliore della vita è quella che non possiamo vivere…

E’ soffocante, questo Splendore. La voce narrante è quella di Guido e si finisce in qualche modo incastrati nel campo di battaglia della sua emotività. Non la capisce neanche lui, la sua emotività. Anzi, è proprio il primo a non capirla, e la disseziona in modo quasi osceno per metterne a nudo i meccanismi più profondi. Soprattutto all’inizio, è morboso il modo in cui Guido analizza se stesso e quello che sta vivendo. Non è fuori luogo, quello no. E’ un adolescente che deve fare i conti con la propria omosessualità in una società fondamentalmente omofoba come quella italiana. Non è facile e soprattutto non è indolore. E non è neanche privo di contraddizioni.

Due vite che vanno avanti solo in apparenza. Due esistenze che annaspano negli anni, in attesa di rare boccate d’aria. Aria rubata. Momenti di tregua da un conflitto che, in fin dei conti, non si sa neanche più contro chi sia realmente.

Legami che salvano e legami che inchiodano.

C’è tutta l’infinita variabilità dei sentimenti. Tutta la loro banalità. Tutta la loro crudeltà. Tutto l’egoismo dell’amore.

Non riesco a togliermi dalla testa che Margaret non ami mai molto i suoi personaggi perché infligge loro sempre troppe sofferenze.

Una sola cosa mi ha disturbato. Non posso parlarne perché emerge piuttosto verso la fine, ma diciamo che è un certo risvolto torbido che avvelena anche quello che forse avrebbe potuto salvarsi. L’ho trovato eccessivamente crudele. Forse persino un po’ inutile. Forse troppo simile a un cliché.

Un libro difficile. Faticoso. Dal quale ad un certo punto ho temuto di non uscire. Però un libro da leggere, come tutti quelli di Margaret.

E poi sono stata brava. Ho cominciato a piangere solo a pagina 162.

Ah, sì. Il titolo viene da Drag dei Placebo ma non è dovuto al fatto che mi son già rincoglionita prima ancora di prendere i biglietti. E’ che Guido ad un certo punto si tatua una scimmia sulla spalla. Praticamente è istigazione. A cosa? Shhhhh.

C’è un tempo per la speranza e un tempo per i semafori sotto la pioggia.

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Niente, ogni volta che provo a programmarmi i post con un certo criterio arriva qualcosa che mi scombina i piani.

Ti riferisci all’album di Springsteen, cara?

Hem…non esattamente…che, per inciso, è un gran bell’album, sia chiaro.

Al fatto che domani esce finalmente Doctor Sleep?

…mmm…non proprio…

Ouf…non dirmi che quelle tre han di nuovo messo delle date?

*la proprietaria del blog si allontana fischiettando*

Torna qui. E quando sarebbero?

22 luglio a Milano e 24 luglio a Roma. Ippodromo del Galoppo e Ippodromo delle Capannelle.

La parola chiave è Ippodromo mi par di intuire…

mpf

E suppongo che tu aspiri a farle entrambe…

Eh, la vita del fan è dura e travagliata…vedrò cosa riesco a fare. Di sicuro almeno una.

Boh, la pianto di farti domande sull’argomento perché tanto comincerai a parlarne a cazzo nei prossimi mesi senza bisogno che ti si istighi ulteriormente.

Oh, ma un po’ più di partecipazione? Voce, te l’ho mai detto che sei mortalmente noiosa?

Ma qualcosa di serio da dire ce l’hai per il post?

Noiosa, appunto. Comunque sì, ce l’ho. Ecco.

Cinque nominations, tra cui Miglior Film.

Mi spiace solo che uscirà in sala il 13 marzo, a premiazione già avvenuta.

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Bellissimo.

Poetico, delicato, ironico. Un piccolo capolavoro.

Un on the road su scala ridotta, nello spazio dei 1.200 chilometri che separano Billings nel Montana da Lincoln nel Nebraska.

Un viaggio fisico e simbolico ma senza gli stereotipi del caso. Diretto, semplice.

Una galleria di figure sconfitte ma non patetiche. Vere, umanissime, mai eccessive.

Woody Grant, anziano, mezzo alcolizzato e mezzo acciaccato, si mette in testa di aver vinto un milione di dollari. Ha ricevuto una lettera che lo dice. C’è scritto il suo nome. Perché non dovrebbero dargli il suo milione di dollari?

Tutti cercano di convincerlo che è una truffa ma lui continua a partire, a piedi, da solo e barcollante per andare a ritirare il suo premio.

Pur di farlo smettere una volta per tutte con queste fughe, David, suo figlio, decide di accompagnarlo in Nebraska, in modo che possa verificare di persona che non c’è nessun milione di dollari.

Macchina, strada, tempo trascorso insieme. Parole a metà. Gesti.

Una tappa nel paese d’origine. Una tappa per la memoria e per rendere una sorta di discutibile omaggio al passato. Una tappa piena di fantasmi e pezzi di vita rimasti sepolti.

Scene divertentissime che si alternano a momenti profondamente commoventi.

La consapevolezza che prima o poi tutti dovremo fare i conti con le stesse cose. Che niente resta sepolto per sempre. Che a volte allontanarsi non basta per riuscire a fuggire.

Anche la scelta del bianco e nero risulta particolarmente azzeccata, più ancora che per rendere la malinconica vastità dei paesaggi, ben si adatta alla dimensione esistenziale dei personaggi.

Ottimo il cast, con Bruce Dern in una parte difficilissima e perfetta, nei panni del vecchio Woody, Will Forte nel ruolo di David e un’insopportabilmente brava June Squibb nel ruolo della madre.

Degna di nota anche la colonna sonora.

6 nominations agli Oscar:

Miglior film

Miglior regista a Alexander Payne

Miglior attore protagonista a Bruce Dern

Miglior attrice non protagonista a June Squibb

Miglior sceneggiatura originale a Bob Nelson

Miglior fotografia a Phedon Papamichael

Non so se vincerà effettivamente qualcosa perché la concorrenza è notevole ma le candidature sono di certo più che meritate.

Ho idea che questo rimarrà uno dei migliori film dell’anno.

Cinematorafo & Imdb.

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A dodici anni fui sul punto di essere investito da una bicicletta. Un prete che stava passando mi salvò con un urlo: “Attento!”. Il ciclista cadde a terra. Il prete, senza fermarsi, mi disse: “Hai visto cos’è il potere delle parole?”. Quel giorno lo imparai. Oggi sappiamo che anche i Maya lo conoscevano dai tempi di Cristo e, con tanto rigore da avere un dio speciale per le parole.

Mai come oggi quel potere è stato così grande. L’umanità entrerà nel terzo millennio sotto il dominio delle parole. Non è vero che l’immagine stia prendendo il loro posto né che potrà farle estinguere. Al contrario, le sta potenziando: non ci sono mai state nel mondo tante parole con tanta portata, tanta autorità e tanto arbitrio come nell’immensa Babele della vita attuale. Parole inventate, maltrattate o sacralizzate dalla stampa, dai libri usa e getta, dai cartelloni pubblicitari; dette o cantate alla radio, in televisione, al cinema, al telefono, dagli altoparlanti pubblici; urlate con la pennellessa sui muri delle strade o sussurrate all’orecchio nelle penombre dell’amore. No: il grande sconfitto è il silenzio. Le cose hanno adesso talmente tanti nomi in tante lingue che ormai non è facile sapere come si chiamano in nessuna di esse. Gli idiomi si disperdono senza più padroni, si mescolano e si confondono, scagliati verso l’ineluttabile destino di un linguaggio globale.

La lingua spagnola deve prepararsi a un grande ciclo in questo futuro senza frontiere. E’ un diritto storico. Non per la sua prepotenza economica, come è accaduto per altre lingue fino ad oggi, ma per la sua vitalità, la sua dinamica creativa, la sua vasta esperienza culturale, la sua rapidità e la sua forza di espansione, in un ambito proprio di diciannove milioni di chilometri quadrati, e quattrocento milioni di parlanti alla fine di questo secolo. A ragione un professore di letteratura ispanica negli Stati Uniti ha detto che le sue ore di lezione le passa a fare da interprete fra latinoamericani di diversi paesi. Sorprende che il verbo pasar abbia cinquantaquattro significati, mentre nella repubblica dell’Ecuador hanno centocinque nomi per l’organo sessuale maschile, e invece la parola condoliente, che si spiega da sé, e che tanto ci manca, non sia stata ancora inventata. Un giovane giornalista francese si stupisce delle invenzioni poetiche in cui s’imbatte in continuazione nella nostra vita domestica. Che un bambino svegliato dal belare intermittente e triste di un agnello abbia detto: “Sembra un faro”. Che un’ostessa della Guajira colombiana abbia rifiutato di cucinare con la citronella perché sapeva di Venerdì santo. Che don Sebastiàn de Covvarrubbias, nel suo memorabile dizionario, ci abbia lasciato di suo pugno che il giallo è il colore degli innamorati. Quante volte abbiamo assaggiato noi stessi un caffè che sa di finestra, un pane che sa di ripostiglio, una ciliegia che sa di bacio? Sono prove lampanti dell’intelligenza di una lingua che da tempo sta stretta nella sua pelle. Tuttavia, il nostro contributo non dovrebbe essere quello di metterla in riga, ma al contrario, di liberarla dai ferri normativi per farla entrare nel XXI secolo e ritrovarcisi come a casa propria.

In questo senso mi spingerei a suggerire a questa sapiente platea di semplificare la grammatica prima che la grammatica finisca per semplificare noi. Umanizziamo le sue leggi, impariamo dalle lingue indigene, cui tanto dobbiamo, le molte cose che ancora hanno da insegnarci e che possono arricchirci, assimiliamo presto e bene i neologismi tecnici e scientifici prima che ci si infiltrino dentro non digeriti, negoziamo ben disposti con i gerundi barbari, i che endemici, i di cui parassitari, e restituiamo al congiuntivo presente lo splendore delle sue sdrucciole. Mandiamo in pensione l’ortografia, terrore dell’essere umano fin dalla culla: seppelliamo le acca rupestri, firmiamo un trattato di confine tra la gi e la jota, e facciamo maggior uso della ragione negli accenti scritti, perché in fin dei conti nessuno leggerà lagrìma al posto di lagrima, né confonderà revolver con revòlver. E le nostre bi di burro e vi di vaca, che gli avi spagnoli ci hanno portato come se fossero due e invece ne avanza sempre una?

Sono, naturalmente, domande a caso, come bottiglie affidate al mare con la speranza che arrivino al dio delle parole. A meno che, per queste mie imprudenze e assurdità, tanto lui quanto tutti noi non finiamo per rammaricarci, a ragione e con ogni diritto, che non mi abbia investito a dodici anni quella provvidenziale bicicletta.

Zacatecas, Messico, 7 aprile 1997

I Congresso internazionale della Lingua spagnola.

Il premio Nobel per la Letteratura, a cui il Congresso rendeva omaggio, intervenne all’apertura dei lavori e provocò una formidabile polemica proponendo di mandare in pensione l’ortografia.

G. G. Màrquez, Non sono venuto a far discorsi, 2010

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