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Archive for the ‘J. Brolin’ Category

Titolo orignale Sicario: Day of the Soldado.

Sequel del Sicario del 2015 di Denis Villeneuve, con Benicio Del Toro, Josh Brolin e Jeffrey Donovan di nuovo nei panni degli stessi personaggi.

La lotta senza regole dell’America non ufficiale al narcotraffico. I giochi di potere e di forza. Un universo parallelo dove non ci sono limiti e non ci sono confini a quello che si può fare.

 

Non lo so. Forse sono io che sto invecchiando male e non me ne va più bene una. Però questo Soldado mi ha lasciata parecchio perplessa.

E questo prima di realizzare che fosse effettivamente il sequel di Sicario. Dopo aver preso coscienza di questo ulteriore dettaglio la mia perplessità, lungi dallo scomparire, è ulteriormente aumentata.

Perché questo Soldado, in effetti, l’ho trovato piuttosto noioso.

E, per prevenire facili obiezioni, no, non è un problema di genere.

Sicario del 2015 mi era molto piaciuto e, nonostante sia sostanzialmente un film d’azione, ha una sua complessità molto ben definita.

Oltre ad essere diretto da Villeneuve.

E oltre ad essere inserito nell’ambito della trilogia ideale di Taylor Sheridan sul concetto di confine nella nuova America.

Qui Taylor Sheridan c’è sempre e infatti non si può dire che la sceneggiatura non funzioni.

Tutto il film, tecnicamente, è fatto in modo più che egregio.

Sollima sa il fatto suo e sa trattare la materia.

Resta il fatto che poteva pure trovarsi un’idea nuova e che c’è qualcosa che rimane stonato.

Non so. Forse il fatto che è l’ennesimo sequel di cui non si sentiva il bisogno.

O magari il fatto che ha preso da Sicario l’impostazione tecnica senza però riuscire a riprodurne l’impatto emotivo e la potenza di significato.

I presupposti sono dati per assodati e liquidati piuttosto sbrigativamente – lavoriamo nell’ombra, non ci sono regole, spacchiamo il culo a tutti ma non diciamo niente a nessuno – per lasciare spazio ad una violenza universale che a volte risulta un po’ fine a se stessa.

Avrei gradito un po’ meno appiattimento dei personaggi.

Il cast è comunque ottimo e Del Toro regala come sempre un’interpretazione notevole.

Se piace il genere probabilmente non deluderà ma non è all’altezza del capitolo precedente.

Cinematografo & Imdb.

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Non lo so.

Leggo in giro un sacco di critiche entusiaste di questo Ave Cesare e comincia a venirmi il dubbio di essere io a non aver capito qualcosa.

Non che non mi sia piaciuto. E’ solo che mi sento piuttosto tiepida nei confronti di questo film.

Sinceramente mi aspettavo una cosa molto più divertente. Più brillante.

Invece è una cosina carina, simpatica, indubbiamente molto intelligente, ma è come se non partisse mai veramente.

Ripeto, non lo so.

Non voglio parlarne male perché non lo merita.

Forse è anche un po’ colpa del trailer che lo vende come una cosa da scompisciarsi dall’inizio alla fine. Mi aspettavo un bis di Burn After Reading, tanto per dare l’idea.

Qui abbiamo un cast ricchissimo, un’ambientazione curata in ogni singolo dettaglio, un’impostazione che, per certi versi, ricorda quasi Wes Anderson, nella composizione di un quadro coloratissimo e dai tratti spesso paradossali.

Siamo nella Hollywood degli anni Cinquanta. Al centro di tutto c’è Eddie Mannix (Josh Brolin), fixer di uno Studio cinematografico alle prese con ruoli da assegnare, contratti da procurare, capricci delle star da assecondare, stampa e opinione pubblica da accontentare.

La star del momento è Baird Whitlock (George Clooney), che deve interpretare il ruolo di Cesare in Ave Cesare, colosso a tema religioso sulla vita del Cristo – memorabile a questo proposito, la scena della discussione sul Cristo cinematografico con i rappresentanti delle principali religioni convocati negli studios per assicurarsi che il film non urti la sensibilità di nessuno.

Il film si prospetta come un vero e proprio evento, la lavorazione è quasi alla fine quando Baird improvvisamente sparisce.

Un affresco divertente e dissacrante della Hollywood di quegli anni (e forse non solo). Il cinema che parla/ride di se stesso è sempre un tema a rischio cliché ma i fratelli Coen hanno mestiere e si tengono alla larga da situazioni viste e triti intenti moraleggianti mantenendo un tono leggero e scanzonato.

Il cast è un elenco di grossi nomi e, tolti Brolin e Clooney che hanno le due parti principali, ciascuno interpreta ruoli decisamente piccoli, in quello che sembra un collage di personaggi e aneddoti.

C’è Scarlett Johansson, sirena leggiadra in scena e sboccata diva capricciosa a riflettori spenti. Channing Tatum, che sfrutta le sue doti di ballerino. Ralph Fiennes, regista alle prese con un attore che non riesce a mettere insieme una frase. Frances McDormand, chiusa in una fumosa cabina di montaggio. E Tilda Swinton, geniale dei panni di due gemelle entrambe giornaliste, un po’ come a simboleggiare le due facce della stampa che ruota intorno a Hollywood.

Manco a dirlo, ci sono anche i comunisti, che in quegli anni erano lo spauracchio per definizione – e che sembrano andare parecchio di moda nei film 2015-16 visto che, in un modo o nell’altro, è il terzo film in cui saltano fuori.

Pieno di piccoli dettagli pungenti, riferimenti, frecciatine mirate, Ave Cesare è un film sicuramente non banale. Peccato che difetti un po’ nel ritmo. A parità di materiale e di idee, avrebbe potuto essere più brillante.

Cinematografo & Imdb.

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Di Denis Villeneuve avevo visto solo Prisoners nel 2013 e mi era piaciuto parecchio. Ora vedo che nella sua filmografia è segnato Blade Runner 2 per il 2016 e la cosa mette seriamente a repentaglio la mia stima per lui, ma per il momento preferisco far finta di niente.

In realtà Sicario sono andata a vederlo un po’ alla cieca e anche il fatto che fosse di Villeneuve l’ho scoperto poi dopo (era l’unica cosa con un cast interessante che passassero all’Ariston di Sanremo, per dirla tutta). Mi aspettavo azione, spionaggio, esplosioni e un po’ di classica action all’americana. Insomma, intrattenimento senza eccessivo impegno.

E invece no. E’ stata un po’ una sorpresa, perché Sicario è un film sottile, complesso, raffinato nella sua costruzione. E’ un film cattivo che coinvolge lo spettatore in un’atmosfera di incertezza prima ancora che di tensione.

Kate Macer (una bravissima Emily Blunt) è un’agente dell’FBI con una buona esperienza sul campo. Viene selezionata per entrare a far parte di un gruppo speciale impegnato nella lotta ai cartelli della droga al (e oltre il) confine tra Stati Uniti e Messico.

Kate non è obbligata. Sa che è una sua scelta. Ma è reduce da un’operazione che è costata la vita ad alcuni membri della sua squadra ed è disposta a tutto pur di arrivare alla fonte di quella serie interminabile di omicidi per i quali nessuno sembra pagare.

Kate ha degli ideali. Ha un protocollo da seguire e ha ben chiara la distinzione tra bene e male.

Non le viene detto che cosa farà. Non le spiegano in che cosa sarà coinvolta. Vuole fermare il cartello? Sì. Allora dovrà seguire gli ordini di Alejandro (Benicio Del Toro), una sorta di consulente esterno dal ruolo nebuloso che collabora con la task force governativa gestita da Matt (Josh Brolin). Matt e Alejandro non rispondono mai davvero alle sue domande. L’unica cosa certa che le dicono è che dovrà imparare mettere in discussione tutto quello che dava per certo. E che non dovrà sempre fidarsi di quello che vedrà.

Kate si trova nel mezzo di una guerra in cui non capisce più i ruoli di nessuno. Cerca spiegazioni e trova giustificazioni. Finisce incastrata in un meccanismo di equilibri più forti di lei che non riesce e ricondurre ai suo schemi morali.

Scenari di profondo degrado. Violenza cruda e impietosa.

A Villeneuve non piacciono i confini. Ha in odio le etichette. Come già in Prisoners passa un colpo di spugna sui ruoli, sui concetti di buoni e cattivi, di ragione e di torto. Nessuno è quello che sembra e le motivazioni che muovono il tutto non sono quelle che dovrebbero.

E allora cosa rimane?

Ottimo tutto il cast. Benicio Del Toro e Emily Blunt in particolare danno vita a due personaggi estremamente intensi.

Cinematografo & Imdb.

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10 maggio 1996. La storia della tragica ascensione all’Everest che costò la vita a 9 persone.

Tratto da Into Thin Air (Aria sottile) dello scrittore, giornalista e alpinista Jon Krakauer, anch’egli parte della spedizione.

Krakauer (che, per la cronaca, è anche l’autore di Nelle terre estreme da cui è stato tratto Into the Wild) che, per parte sua, non ha apprezzato del tutto la trasposizione cinematografica, in particolare, a suo dire, per il modo in cui sono stati rappresentati alcuni aspetti umani/emotivi della vicenda.

Messner, in un articolo su La Stampa di un po’ di tempo fa, giudicava il film sostanzialmente un buon prodotto hollywoodiano ma lamentava la mancanza dell’unica vera protagonista, la montagna.

Ora, per carità, entrambi ne sanno sicuramente più di chiunque abbia messo mano al film, questo è fuor di dubbio.

Resta però il fatto che l’obiezione di Krakauer è legata all’oggettiva distorsione di una situazione ben precisa – nessuno è mai entrato nella sua tenda a chiedergli se voleva o meno uscire a cercar di salvare chi era rimasto preso nella tempesta. Non che egli sostenga che avrebbe potuto fare di più o diversamente. Solo che nessuno è mai entrato in quella tenda e gliel’ha mai chiesto perché le condizioni esterne erano tali che nessuno riusciva a muoversi dalle tende.

L’obiezione di Messner trovo invece che sia piuttosto oziosa, seppur magari anche fondata. Il succo è che non si può dar l’idea di cosa sia stare in alta quota senza ossigeno se si fanno le riprese a 2.500 metri. Che è vero. E’ vero in modo talmente ovvio da essere banale. Ma è un po’ come dire che non si può dare l’idea di cosa sia stato annegare veramente col Titanic girando la scena in una maxi piscina. Mah.

Ad ogni modo, il film in sé a me è piaciuto. Anche se sono uscita che stavo malissimo. A distanza di anni dalla chiusura del mio lavoro per una casa editrice specializzata in alpinismo e arrampicata credo di essere giunta alla conclusione che la montagna mi terrorizza. Almeno, quel tipo di montagna. E lo so che la ricompensa, il motore e il fine ultimo è quella piccola porzione di divina e incommensurabile bellezza che solo a pochi è dato di vedere. Ma non mi basta neanche per apprezzare l’idea.

Scalare quel tipo di montagne è qualcosa che devi avere dentro. O ce l’hai o non ce l’hai. Immagino che sia così per tutti gli sport estremi ma nel caso dell’alpinismo è qualcosa che forse riesco a vedere meglio perché ci sono entrata maggiormente in contatto. E’ qualcosa che devi fare al di là di qualsiasi ragionamento. Contro te stesso, contro tutto il buon senso e contro ogni elementare istinto di autoconservazione. E non è desiderio di scoperta. E’ solo desiderio di andare oltre. Ed è eroismo e follia allo stesso tempo.

Forse è anche per colpa di questi ragionamenti, di queste considerazioni che emerge ancora di più l’assurdità di alcuni aspetti di questa ascensione del 10 maggio ’96 (questa, ma avrebbe potuto benissimo trattarsi di qualsiasi altra).

E’ lo stridente, cacofonico accostamento di quella che è inequivocabilmente un’attività per pochi, col tentativo di renderla accessibile a tutti secondo le logiche correnti del marketing. Rob Hall con Adventure Consultant nel ’92 è stato il primo, ma non è dovuto passare molto tempo perché venisse seguito a ruota, con Mountain madness di Scott Fisher in testa.

Alpinisti esperti e sherpa – che la storia dell’alpinismo si ostina ingiustamente a dimenticare – che operano per portare turisti in cima all’Everest. Già solo a dirlo suona sbagliato. Vendere l’idea che sia qualcosa che chiunque abbia un po’ di esperienza di scalate può fare. E’ così dannatamente falso. Ma evidentemente la tentazione è anche così dannatamente forte. Peccato che qui il margine di errore sia pressoché inesistente.

Il film si divide abbastanza nettamente in due parti, la preparazione e la scalata. La seconda parte è azione pura. E’ la caduta precipitosa in un inferno di neve, ghiaccio e freddo che ti mangia vivo. E’ indubbiamente ben fatta, ritmo veloce, coinvolgente. Ti tiene sospeso e disperato fino alla fine.

La prima parte è interessante e tristemente accurata nel trasmettere l’immagine di una situazione insostenibile. Il campo base dell’Everest è una specie di villaggio-vacanze più affollato di un centro commerciale. La montagna è un bazar di attrezzature piazzate e non, utilizzabili e non. Ci sono un traffico di scalatori e una contaminazione che hanno tratti surreali e non sono sostenibili in un posto del genere. C’è una mancanza di umiltà e di rispetto per la montagna che lasciano esterrefatti, anche se è una situazione nota ormai da anni.

Cast di grandi nomi, Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhal, Robin Wright, Keyra Knightley. Clarke veste i panni di Rob Hall e offre un’interpretazione pulita ed essenziale di un ruolo che presentava molti rischi in termini di caduta emotiva. Non ci sono vuoti eroismi hollywoodiani, i toni sono complessivamente pacati e lasciano che il dramma sia veicolato dall’impietoso svolgersi degli eventi.

Film d’apertura al festival di Venezia di quest’anno.

Da vedere.

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Ritiro ogni dubbio e mi rimangio ogni perplessità.

Pynchon non poteva aspirare ad un regista migliore per portare su schermo un suo libro.

Non avrei detto che mi sarebbe piaciuto così tanto, eppure, più ci penso e più Vizio di forma non finisce di esaltarmi.

Forse, sotto sotto, mi ero già rassegnata a trovarmi davanti ad un caotico fallimento.

Perché Pynchon è un genio, certo, è un pilastro della letteratura americana contemporanea, è un mostro di perfezione stilistica e ha una precisione di analisi di un contesto che è ai limiti dell’umano.

Però è anche dannatamente difficile. Non è una critica, eh, sia ben chiaro. Tutt’al più un mea culpa perché mi rendo conto che probabilmente sono in grado di ammirarlo più di quanto non sappia capirlo. E di certo non so parlarne come meriterebbe.

Pynchon, per certi versi, è un po’ come Wallace. Come il Wallace di Verso Occidente l’impero dirige il suo corso. Resti lì, a bocca aperta e sai, dentro di te sai, che sei di fronte a qualcosa di grande. Ma sai anche che qualcosa ti sta sfuggendo. Cerchi la chiave. Cerchi la soluzione. Perché è lì, chiara, davanti ai tuoi occhi. Ma c’è qualcosa che rimane sempre fuori portata. Forse è proprio quella grandezza.

E poi arriva Paul Thomas Anderson. 44 anni e 7 film alle spalle, tra cui quella cosa meravigliosa che è Magnolia.

E riesce a dare vita a un film che è l’incarnazione perfetta dello spirito di Pynchon.

Fine anni Sessanta, California. Doc Sportello è uno sgangherato investigatore privato un po’ hippy e un po’ tossico. Dal nulla ricompare la sua ex, Shasta Fey, che chiede il suo aiuto gli racconta di un complotto in atto ai danni del suo amante, un celebre immobiliarista stramiliardario, e nel quale gli organizzatori, la moglie del miliardario e il suo amante, vorrebbero coinvolgere anche lei, che però si dice veramente innamorata di quest’uomo.

Sportello fa appena in tempo a cominciare le indagini quando si ritrova tramortito e accusato dell’omicidio di una guardia del corpo, manco a dirlo, proprio del ricco immobiliarista.

Ad arrestarlo è il Tenente Detective Christian F. “Bigfoot” Bjornsen, che con Sportello pare avere diversi conti in sospeso, esercita le sue funzioni di pubblico ufficiale all’insegna della violazione dei diritti civili, ostenta machismo ma probabilmente è gay ed è coinvolto in affari molto più loschi di quanto potrebbe sembrare.

Questi sono due degli infiniti spunti che trovano il loro sviluppo nell’insieme del vastissimo intreccio del film.

Una corsa frenetica e coloratissima (l’ambientazione anni Sessanta-Settanta è esteticamente impeccabile e bellissima) attraverso storie che si accavallano e si susseguono apparentemente in modo scollegato e disarmonico ma che in realtà sono tutti elementi di un unico enorme e ampissimo quadro.

Non c’è una vera trama nel senso tradizionale del termine. Ci sono tante trame e tutte sono ugualmente importanti. L’inizio e la fine non sono necessariamente correlati perché il centro si sposta di continuo.

Sportello è un investigatore ma l’oggetto della sua indagine cambia continuamente a seconda degli elementi che emergono.

Ogni singola storia, che pure sembra inizialmente marginale, può diventare il fulcro della vicenda.

Ogni singolo dettaglio è importante e ha un suo ruolo.

Sportello insegue sempre qualcosa ma non è mai la stessa cosa.

Non c’è un filone principale. Il protagonista principale è il quadro complessivo che risulta alla fine, costituito dall’insieme di tutte queste trame e sottotrame intrecciate.

Vizio di forma è un film che chiede moltissimo allo spettatore, così come i libri di Pynchon sono ultra esigenti nei confronti del lettore.

Non bisogna aspettarsi qualcosa. Bisogna mettere completamente da parte gli automatismi di aspettativa in termini di sviluppo di trama e lasciarsi trasportare dal turbine frenetico che si snoda davanti agli occhi. Bisogna lasciarsi andare e seguire la corrente senza fare domande a metà del percorso. Solo alla fine si capisce il perché.

Frastornati, spiazzati, sopraffatti ma affascinati ed elettrizzati dalla corsa.

Joaquin Phoenix torna con Anderson – con il quale aveva lavorato in The Master nel 2012 – e regala un’interpretazione notevole, con la sua espressione stralunata e incredula, la sua calma surreale e semicomica, il suo sembrare sempre esser capitato lì per caso.

Insieme a lui un fenomenale Josh Brolin, nel ruolo del tenente, Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon.

Un affresco in chiave psichedelica di un preciso momento della storia americana. Un istante di transizione e una fotografia ironica e impietosa di un mondo che non ha la più vaga idea di dove andare. Un dubbio e un’incertezza colossali, un brancolare nel buio così goffo da apparire comico nel suo essere, sostanzialmente, sconclusionato e intrinsecamente armonico.

Cinematografo & Imdb.

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Ci è piaciuto questo Sin City. Anche più del previsto. E anche più del primo. Poi, non so se questo dipenda dal fatto che il primo me lo ricordo pochissimo, ma tant’è, ricordo distintamente che mi aveva lasciato più fredda. A breve vedrò di recuperarmelo e tappare i buchi della memoria. Oltretutto, il primo era del 2005 e non mi ero resa conto che fosse passato così tanto tempo. Suppongo che anche i quasi dieci anni di distanza c’entrino col fatto che, graficamente, pur avendo mantenuto intatto lo stile originario, la resa sia sensibilmente migliore. Non so dire come sia in 3D perché l’ho visto in versione 2D ma la cosa non mi turba più di tanto dal momento che pare persino un controsenso andare a sprecare il 3D per un lavoro che, di fatto, aspira a riprodurre la piattezza grafica delle immagini di un fumetto.

La parola chiave e noir che più noir non si può.

BaSin City, la città del peccato, è teatro di diverse storie che si intrecciano, alcune legate al primo capitolo e altre che prendono vita tra i vicoli bui e il KadiÉs bar, dove ora Nancy Callahan (Jessica Alba) fa la spogliarellista coltivando rimpianti e desideri di vendetta.

Hartigan (Bruce Willis) è un fantasma che non l’abbandona mentre Marv (Mickey Rourke) è una sorta di via di mezzo tra un fratello maggiore e una guardia del corpo.

Nel retro del bar il senatore Roark gioca le sue partite di poker e potere mentre il giovane Johnny (Joseph Gordon Levitt) sa di poterlo battere.

Ad un tavolo dello stesso bar Dwight (Josh Brolin) rincontra Ava (Eva Green), la donna che gli spezzò il cuore anni prima e che, per qualche motivo, lo cerca di nuovo.

Disillusione, un costante e insoddisfatto desiderio di rivalsa che è l’unica condizione di vita possibile. Inganni. Ma soprattutto vendetta, in ogni sua sfumatura. E le regole ferree di una giustizia interna ed estrema, più forte di qualsiasi sistema.

Se le storie sono forse un pretesto per giocare in qualche modo con il mezzo visivo, va pur detto che si sviluppano senza annoiare.

Visivamente bellissimo, ovviamente se piace il genere. Perfetto in ogni dettaglio e in ogni scelta, dai particolari colorati alla resa delle scene splatter o di violenza in generale.

Attori ovviamente tutti bravi, con Eva Green che, ok, è banale dirlo e l’avrà già detto tutto il mondo, ma è qualcosa di fenomenale. Bellissima e letale nel ruolo di super stronza seduttrice al punto da offuscare persino la pur altrettanto ovviamente super sexy Jessica-Nancy. C’è Rosario Dawson, che non vedevo da un po’ e che purtroppo – visto che tanto ormai son partita con la classifica di gnocchitudine – è ingrassata tantissimo, cosa che ha banalizzato non poco i suoi tratti. Ma ci piace lo stesso perché il suo personaggio è oltremodo cazzuto. C’è anche Lady Gaga, in una particina che è poco più di una comparsa e la cosa mi ha fatto ridere non poco (io con Lady Gaga rido sempre un casino, è una cosa inevitabile).

Mickey Rourke fa sempre il suo effetto conciato da Marv e anche Joseph Gordon-Levitt non se la cava male, anche se non mi sarebbe dispiaciuto che la sua storia venisse sviluppata un po’ di più.

Bruce Willis dà un po’ l’idea di esser lì esclusivamente a scopo commemorativo, e non solo per il personaggio che interpreta, ma alla fine è pur sempre Hartigan e va bene così.

Miller e Rodriguez tornano con un numero due rischioso perché non poteva più contare sulla novità della grafica – che di fatto è il tratto maggiormente identificativo di Sin City – ma giocano bene le loro carte e ne viene fuori un film che cattura, divertente e coinvolgente.

Cinematografo & Imdb.

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Planet Terror. Secondo volume di Grindhouse. Diretto da Robert Rodriguez con – parole sue – quello che era avanzato del budget di Death Proof.

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Zombie movie, omaggio estremamente autoironico a tutto il filone, trionfo di citazioni e riferimenti incrociati ai classici del genere e agli altri film di Tarantino e Rodriguez stesso. Splatter a volontà ma non di quello orrorifico alla Hostel; lo splatter grezzo da b-movie, esagerato, esplicito, divertente, un po’ da vecchio film – anche se qui il sangue non è arancione ma assomiglia terribilmente alla salsa barbeque. Sì, in effetti ci sono un paio di scene che fanno forse un po’ troppo schifo anche per gli addetti – la scena di Tarantino violentatore in effetti ho faticato un po’ a digerirla e le varie inquadrature delle piaghe nella parte dell’ospedale mi hanno fatto fare un po’ di smorfie – ma tutto sommato ci stanno anche quelle. E poi c’è la testa di Abby (Naveen Andrews – Sayid che si è salvato dall’isola di Lost apposta per questo momento) che salta in aria nella migliore tradizione di brain-splatter a partire dagli Scanners.

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Si apre con il finto – ma poi neanche troppo visto che il film effettivamente è uscito – trailer di Machete. Così come in DP anche qui ampio utilizzo di vecchie pellicole, forse ancor più rovinate (con tanto di rullo mancante sulla scena di sesso). Inizio del film vero e proprio con Cherry (di nuovo Rose McGowan) che balla durante il suo spettacolo nel locale di Go Go Dance – e alla prima inquadratura è praticamente impossibile non pensare a Zombie Strippers o a Dal tramonto all’alba. La trama è quella classica dei film del genere, gruppo di sopravvissuti che scappa e ammazza, scappa e affetta, scappa e riduce in poltiglia. E come in molti film di genere ci sono anche parecchi buchi e incongruenze – qui volutamente ostentate. Coerenza e plausibilità non sono decisamente tra le priorità di Rodriguez ma anche questo fa parte del divertimento (come Wray nel ruolo del killer professionista palesemente stonato con il suo aspetto fisico – ma sono l’unica a trovare fighissma la scena in cui spara al militare rigirando all’ultimo la pistola che gli sta porgendo al contrario?!)

Ci sono tutti i collegamenti con DP. La cittadina del Texas è la stessa. Anche l’ospedale del primo incidente, dove lavora la Dottoressa Block (Marley Shelton) con suo marito (Josh Brolin – che io continuo a considerare la versione cheap di Nick Nolte). Scopriamo che la Dottoressa è la figlia di Earl McGraw, e che tra i due non corre buon sangue a causa del matrimonio di lei e si capisce quindi la sua ostilità nel rispondere alle domande dello sceriffo sulle condizioni di Stuntman Mike. C’è la radio che trasmette un pezzo in memoria di Jungle Julia. Tanto per citarne qualcuno.

E poi ci sono i colpi di genio. Tipo Bruce Willis nei panni del generale cattivissimo che confessa di aver fatto fuori Bin Laden (siamo nel 2007 e l’argomento è ancora terribilmente scottante). O la gamba mitragliatrice. Lo so, è persino scontato parlarne visto che l’immagine di Rose McGowan a quattro zampe che spara con la gamba alzata è stata il cavallo di battaglia del lancio e la conosce anche chi non ha visto il film, però è obiettivamente fantastica. E’ vero, non è esattamente chiaro come faccia a sparare dato che non tocca l’arma con le mani (basterà una semplice contrazione di quel che resta della sua gamba? Facciamocela bastare come spiegazione) ma chissenefrega, l’effetto scenico è mooolto figo. E visivamente è riuscita molto bene anche dal punto di vista dei movimenti, con la povera Rose che si è girata mezzo film con una gamba steccata e avvolta in fasce color verde acido di quelle che si usano per le parti da sostituire digitalmente – in effetti il making-of è piuttosto divertente.

Cinematografo & Imdb.

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