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Archive for the ‘J. Timberlake’ Category

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Liberamente ispirato a Manhattan Folk Story, l’autobiografia di Van Ronk Dave – tanto liberamente che di fatto non si può neanche parlare di una vera e propria trasposizione -, Inside Llewyn Dawis – grossolanamente tradotto in italiano con A proposito di Davis – è l’ennesimo film riuscito dei fratelli Coen.

Omaggio alla musica folk e a quella tradizione che ha poi trovato il suo massimo esponente e la sua massima espressione in Bon Dylan ma il cui terreno è stato preparato anche dai molti che da quel terreno non sono mai emersi.

I locali fumosi e bui di New York. Il Gaslight, in particolare. Gli ingaggi per due soldi o anche per niente. Il pubblico scarso. Costante e al tempo stesso disilluso in partenza. Una generazione malinconica e inquieta.

Omaggio a Dylan stesso, con la locandina del film che richiama esplicitamente la cover di The Freewheelin’ Bob Dylan, del 1963, il primo album contenente solo brani di Dylan – tra cui Blowin’ in the Wind – con l’ironica sostituzione della ragazza con il gatto.

L’immagine fugace del profilo di Dylan.

Llewin Davis – interpretato da un adattissimo Oscar Isaac – sembra al tempo stesso protagonista e spettatore della sua esistenza. L’attraversa spinto da un’esigenza insopprimibile di non seguire le orme paterne e da un’ostinazione incrollabile nel credere in quello che fa. E, contemporaneamente, sembra in balia di un destino che si limita ad osservare con la rassegnazione di chi tanto ha già capito come andrà a finire.

Inside Llewyn Davis è un film dolceamaro, dalla bellezza dimessa delle periferie, delle melodie senza tempo, delle canzoni con la voce di Isaac-Davis. Un film di legami spezzati. Con il padre ma anche con tutte le figure che in qualche modo incontrano la vita di Llewyn, tra le quali spicca una fantastica Carey Mullighan, arrabbiata, antagonista in ogni senso possibile.

In generale tutte le persone con cui Llewyn ha a che fare fanno parte di una galleria nella quale si declinano le varie forme di una fondamentale opposizione o ostilità a tutto ciò che lui vuole essere. E in quest’ottica,  a ben pensarci, si ritrova pure un po’ della prospettiva del Serious Man dei Coen del 2009.

C’è anche Justin Timberlake, in una parte tutto sommato non particolarmente degna di nota. Interpreta, con Isaac e Adam Driver, una canzone originale – Please Mr Kennedy – che ha ricevuto la nomination ai Globes (a mio avviso piuttosto immeritatamente, per quel che vale).

Poche nomination agli Oscar, solo miglior fotografia e miglior sonoro, che, a dirla tutta, sanno un po’ di contentino, giusto per non farsi dire che l’hanno ignorato del tutto, con la conseguenza che si grida comunque all’immeritata trascuratezza.

Non lo so. La realtà è che, secondo me, anche avesse ricevuto più nomination, pur essendo un bellissimo film, non otterrebbe comunque niente perché è troppo in sordina rispetto alla concorrenza.

Certo, si sarebbe meritato di poter partecipare in più categorie dieci volte di più rispetto a Gravity che, come l’anno scorso nel caso di Vita di Pi, con le sue 10 candidature (pari solo ad American Hustle) al momento rappresenta per me il film più immeritatamente nominato dell’edizione 2014.

E poi c’è il gatto. Che è un elemento tutt’altro che secondario. Simbolico? Quasi ovviamente sì, ma comunque ben inserito. Estraneo ma assolutamente intonato, non un significato imposto e ostentato ma una delle tante chiavi del loop in cui Llewyn si perde e si ritrova.

Cinematografo & Imdb.

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Un mondo dove tutti sono programmati geneticamente per smettere di invecchiare a 25 anni. Una volta compiuti si attiva un orologio inserito nell’avambraccio. Nell’orologio è caricato un anno. Parte il conto alla rovescia. Un anno di bonus per guadagnare altro tempo. Oppure morire, se l’orologio si azzera. Il tempo non serve solo ad allungare la vita ma è vera e propria moneta per acquistare qualunque cosa. C’è il ghetto, dove le masse fanno l’impossibile per guadagnare ore o giornate. Dove è condizione comune non avere più di un giorno o due sul proprio orologio. Ci sono i quartieri alti, dove i ricchi posseggono milioni di anni e vivono per sempre. Ci sono i guardiani del tempo. Che controllano che i flussi del tempo in circolazione. Se tutti avessero troppo tempo salterebbe il sistema. Ci sono le agenzie del tempo. L’equivalente delle banche, che custodiscono il tempo del mondo.

Sullo sfondo di questa distopia, Will Salas (Justin Timberlake – che nonostante i miei pregiudizi non se la cava poi male) si trova suo malgrado coinvolto in una serie di situazioni che lo porteranno a lottare, insieme all’ereditiera Sylivia Weis (Amanda Seyfried), per ribellarsi e cambiare il sistema.

L’idea di partenza (regista e sceneggiatore Andrew Niccol – The Truman Show, Gattaca, Simone, The Terminal) è valida e avvincente. La storia dei due protagonisti forse un filo più normale ma comunque ben rappresentata. Un film d’azione coinvolgente e ben strutturato dall’inizio alla fine. Cosa non poi così comune.

Qui e qui solite info.

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