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Archive for the ‘D. Sutherland’ Category

Ella e John sono due anziani coniugi.

Hanno vissuto una lunga vita insieme. Hanno due figli grandi e ben sistemati. Hanno dei nipoti.

E hanno un camper. Un vecchio Winnebago degli anni Settanta su cui hanno fatto viaggi e vacanze per anni e che Ella ha soprannominato il Leisure Seeker (il cerca sballo).

Lui è un ex docente universitario con disturbi della memoria. E’ piuttosto energico e ancora (abbastanza) in grado di guidare, solo, per la maggior parte del tempo non si ricorda più niente. Né il nome di moglie e figli, né dove si trova e perché. Si ricorda le parole di Hemingway, quelle sì.

Lei è energica e lucidissima ma qualcosa non va e ad attenderla ci sarebbe una terapia che dovrebbe portarla via di casa.

Senza dire niente a nessuno – tanto meno ai figli – Ella e John partono con il loro camper non revisionato per una vacanza improvvisata, sulle tracce dei fantasmi delle vacanze passate, sulla scia dei ricordi di una vita intera trascorsa insieme.

Non ho visto molto di Virzì ma quel poco che ho visto finora mi è sempre piaciuto.

Nonostante le apparenze e i panni della commedia, Ella & John non era un film facile da tenere insieme.

La regia di Virzì e le fantastiche interpretazioni di Donald Sutherland e Helen Mirren – candidata ai Globes come miglior attrice in un film commedia –  riescono a tirarne fuori un piccolo capolavoro di delicatezza e nostalgia.

L’unione fortissima tra loro due, l’enorme e pesantissimo – nel bene e nel male – bagaglio di vita condivisa, quella complicità e quella conoscenza dell’altro che viene fuori nei gesti semplici delle necessità quotidiane.

C’è molta verità, di quella verità scomoda del decadimento fisico ma il tono del film non cede mai, non perde mai l’equilibrio e non diventa mai patetico o realmente drammatico, non scade mai nel cliché. Un velo di tristezza, forse un po’ di malinconia, ma soprattutto si ride, con Ella & John.

Ha quella rara capacità di dirti le cose come stanno riuscendo comunque in ogni caso a farti vedere la scintilla di bellezza che si nasconde ovunque.

E non è una cosa da poco.

Cinematografo & Imdb.

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Ultimo capitolo.

Regia sempre di Francis Lawrence, che ha diretto tutta la saga tranne il primo e che, per la cronaca, non è parente di Jennifer, si tratta solo di omonimia.

Ero partita con l’intenzione di evitare spoiler ma finirei solo col ripetere quello che ho già detto su tutti gli altri capitoli. Buon film, estrema fedeltà ai libri, ottima resa visiva (la scena dell’onda di petrolio è fighissima), e via così.

In realtà quest’ultima parte del terzo libro è parecchio delicata e richiede un discorso a parte. Non è solo una questione di complessità di intreccio.

Il finale di tutta la saga è di un’amarezza profonda e che non può essere riscattata da niente e da nessuno.

Ne avevo parlato qui, quando lessi il libro.

Ora, nel film gli avvenimenti ci sono tutti, non manca niente. E questo già è un bene perché temevo sinceramente che potessero addolcire il tutto per ragioni di marketing. Però, non so, non ha lo stesso impatto emotivo del libro.

E non per le ovvie differenze tra libro e film.

Forse non sono neanche ancora riuscita ad identificare bene cos’è che mi ha trasmesso questa impressione, ma ho avuto chiara la sensazione che alcuni passaggi fossero tirati via un po’ troppo in fretta.

La parte sulla votazione degli ultimi Hunger Games, l’abbozzo di ascesa della Coin e la freccia di Katniss sono ben articolate. Così come il fatto che la Coin fosse una minaccia. La sua ambiguità è palese fin da quando entra in scena.

E va bene.

E’ la parte delle bombe sui bambini che arriva troppo in fretta. Talmente in fretta che non si capisce bene che cosa stia succedendo se non si è già letto il libro. E’ vero che quel punto è un pugno nello stomaco e forse non han voluto calcare troppo la mano. Però secondo me meritava una costruzione più lineare. Anche perché, di conseguenza, risulta poco chiara anche la faccenda della bomba a scoppio ritardato che uccide Prim. La bomba di Gale, che uccide Prim. Sì, lo spiegano. Lo fanno dire a Katniss. Ma sentir spiegare una cosa non ha lo stesso impatto di comprenderla mentre la si vede succedere.

Poi, per il resto è tutto perfetto. Fermo restando il fatto che siamo invasi da saghe aventi per protagonisti giovani eroi ed eroine alle prese con futuri distopici più o meno tragici e destinati a riscattare le sorti dell’umanità, questa di Suzanne Collins rimane una delle più intelligenti e meglio strutturate in cui mi sia imbattuta nell’ultimo decennio. E lo stesso vale per la trasposizione cinematografica, che risulta quasi totalmente libera dai difetti che solitamente tendono a colpire i film di questo genere – primi fra tutti eccessi di enfasi eroica e ammiccamenti a troppe fasce d’età contemporaneamente.

Di certo viene trasmessa molto bene la paradossalità della situazione finale. Il conflitto raggiunge proporzioni tali che si annullano le differenze. Non ci sono più oppressori e ribelli. Non ci sono più buoni o cattivi. Non ci sono più motivazioni e non ci sono più limiti. Tutto diventa lecito e tutto perde senso.

Ci sono solo persone che ammazzano persone e sono convinte di avere una ragione per farlo. Ci sono persone convinte di poter avere il controllo. Non importa da che parte stiano. E’ l’orrore della guerra. L’abisso insondabile di una violenza che non può essere per una giusta causa. La bomba di Gale è l’esempio di tutto ciò ed è l’esempio più crudele che potesse materializzarsi.

E’ il passo oltre il confine. E’ il punto di non ritorno. Tutti i legami sono spezzati. E’ il tempo che non può tornare indietro e non può essere cambiato.

E’ il male irreversibile per il quale non c’è redenzione. Al quale forse si può sopravvivere ma che non si può superare.

Il libro lascia sicuramente più spazio a questa desolazione rispetto al film. Ecco, forse l’unico tentativo di ammorbidimento nella versione cinematografica è proprio il fatto di passare subito piuttosto in fretta al dopo. A quel futuro che Katniss e Peeta si trovano a condividere.

Il cast è il solito e di altissimo livello. Continuo a ripetere che Woody Harrelson per Haymitch è una delle scelte più azzeccate della storia del cinema.

Cinematografo & Imdb.

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Stavo scorrendo un po’ di recensioni e notavo che, per lo più, questo povero Mockingjay ha avuto un’accoglienza tiepida nel migliore dei casi, quando non proprio ostile.

Sì, va bene, siamo tutti d’accordo – mi ero lamentata anch’io di questa cosa a suo tempo – che dividere in due l’ultimo capitolo di una trilogia è una moda che sta prendendo piede per mere ragioni commerciali.

Però, a un certo punto, questo aspetto non può neanche diventare l’unico parametro per giudicare il film, anche perché in tal caso ha poco senso proprio andarlo a vedere. Lo si condanna a prescindere come prodotto di marketing e amen. Se si va a vederlo si potrebbe anche far caso a qualche altra cosa. Per esempio che è un buon film.

Il terzo libro della saga della Collins ha materiale sufficiente per tirarci fuori due film? Di fatto sì.

Il materiale in questione è ben utilizzato?

Anche qui la risposta è sì.

Ergo, fatte le dovute considerazioni, non capisco tutto questo accanimento.

Questa prima parte del Canto della Rivolta è in parte interlocutoria, esattamente come lo era la prima parte del libro ma è essenziale. Non sarà tutta azione in senso stretto ma è densissima di elementi. Ed è tutt’altro che lenta.

A me, personalmente, questa serie di film sta piacendo sempre di più ad ogni nuovo capitolo. Perché è resa in modo estremamente fedele ed estremamente per adulti, pur derivando da un cosiddetto young adult. Nel complesso è molto più adult che young.

E non mi stancherò mai di ripetere che, anche visivamente, hanno fatto un gran lavoro perché, soprattutto nei due capitoli precedenti ma anche qui, tutta l’elaborazione di costumi e trucchi se non era più che equilibrata rischiava di ridursi ad una gran carnevalata.

In questo capitolo i colori sgargianti di Capitol City e di tutto il circo mediatico degli Hunger Games spariscono, sostituiti dalle atmosfere grigie del Distretto 13, dove persino l’eccentrica ed esteticamente inflessibile Effie Trinket è costretta ad indossare un’anonima tuta da lavoro.

Dopo la conclusione degli ultimi giochi, Katniss è stata salvata e si trova di colpo ad essere il fulcro e il simbolo della resistenza e della lotta per la liberazione di Panem dalla tirannia di Capitol City.

Si muove tra i claustrofobici ambienti del Distretto 13 e la devastazione seminata da Snow nei distretti che si sono sollevati, con particolare accanimento per il Distretto 12.

L’aspetto mediatico di tutta la faccenda è essenziale. Così come lo è la sua valenza ambigua. E trovo che anche questo elemento sia stato reso benissimo.

Tutto il film ruota intorno allo scambio di messaggi, più o meno diretto, più o meno esplicito, tra Capitol City e la Resistenza. Ed entrambi hanno un simbolo con cui veicolare questi messaggi. Katniss è la voce della Resistenza ma Capitol City è riuscita a riprendersi Peeta prima che potesse essere salvato. E Peeta compare sulle reti della capitale propagandando inspiegabili messaggi di pace. Katniss, dal canto suo, più che per combattere sembra esser stata ingaggiata solo per esortare le folle e questo, manco a dirlo, contrasta con la spontaneità dei suoi precedenti gesti di ribellione.

Questa prima parte è una preparazione alla guerra finale ma è anche, essa stessa, già una guerra. Una guerra mediatica dove la potenza dell’immagine è più forte e ancora più pericolosa della realtà stessa. Dove l’immagine rischia di soffocare quello che dovrebbe trasmettere a favore dell’ambigua natura del potere.

Interpreti validissimi, come sempre. Haymitch, in particolare, mi dà sempre grandi soddisfazioni. Già nel libro era un personaggio che adoravo e qui Woody Harrelson lo rende benissimo.

La Lawrence è brava. Anche se non è una parte da oscar e non è un film impegnato. Poi non lo so, sarò io che con gli anni sto diventando più emotiva, ma la scena in cui lei si fa prendere dal panico perché teme di perdere sia Gale che Peeta mi ha massacrata. E’ una scena relativamente corta ma risulta di una spontaneità disarmante. Ti arriva dritta al cuore. E arriva al cuore del personaggio di Katniss. Che non è la solita eroina pronta a salvare tutti. Katniss è un personaggio complesso e con un’individualità fortissima. Katniss è egoista, alla fin fine. Perché si muove sostanzialmente all’interno di parametri di valore che sono quasi sempre quelli del suo universo personale. Le sue motivazioni, non sono quasi mai nobili ideali ma affetti privati. Lei non vuole sfidare Capitol City. Lei vuole salvare Peeta. Tanto per fare un esempio. E poi c’è tutto l’aspetto psicologico della sua attrazione per le situazioni di sofferenza. La sua incapacità di restare a guardare. Tutti elementi che fanno di lei il perfetto simbolo della ribellione, in teoria, ma anche una mina vagante nel momento in cui il nuovo potere a capo della resistenza – incarnato dall’ex stratega Plutarch (Seymour-Hoffman) e dalla presidente Coin (Julianne Moore) – cerca di farne una marionetta al suo servizio.

Cinematografo & Imdb.

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Ah. Dimenticavo. Brano sui titoli di coda Yellow Flicker Beat di Lorde.

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Non conosco molto Giuseppe Tornatore. A parte il classico Nuovo cinema Paradiso (1988) non credo di aver visto molti altri suoi film. Tant’è che quando La migliore offerta è arrivato nelle sale l’ho relegato piuttosto in fondo alla mia personale programmazione.

Devo ringraziare le opinioni favorevoli delle persone che l’hanno visto e me lo hanno consigliato se alla fine ho deciso di andare a vederlo. E per fortuna, perchè davvero mi sarei persa un gran film.

Un affermato curatore d’aste ed esperto d’arte dal carattere duro e dallo stile di vita solitario ed eccentrico viene contattato da una misteriosa giovane donna che gli affida l’incarico di inventariare, valutare e preparare per un’asta l’eredità dei suoi genitori. Eredità che consiste in un’enorme e decadente villa piena di ogni sorta di antichità.

Non posso dire molto di più sulla trama perchè qualsiasi altro dettaglio finirebbe con lo spoilerare qualcosa (e probabilmente è anche il motivo per cui, una volta tanto, dal trailer non si capisce dove si vada a parare).

Impeccabile sotto tutti i punti di vista, dall’ambientazione curata ed esteticamente perfetta negli interni – di quest’abitazione misteriosa che sembra fuori dallo spazio e dal tempo – come negli esterni – di una città volutamente non identificata ma che richiama di volta in volta diverse città (ed effettivamente le riprese si sono svolte in più luoghi), all’interpretazione di Geoffrey Rush che lascia letteralmente senza fiato; dalla trama, costruita magistralmente in ogni dettaglio dall’inizio alla fine – avrei visto più che meritata una candidatura a miglior sceneggiatura originale – agli interpreti che affiancano Rush, tra i quali, oltre al sempre ottimo Donald Sutherland, troviamo di nuovo Jim Sturgess, che abbiamo visto in Cloud Atlas e vedremo in Upside Down e che probabilmente sta attraversando quel momento della carriera di un attore che può significare l’affermazione e lo sta sfruttando egregiamente.

La migliore offerta è un film delicato e potente allo stesso tempo. Uno di quei film che ti toccano nel profondo e che ti rimangono impressi per le emozioni che suscitano.

E’ effettivamente presto per fare delle classifiche ma sono abbastanza sicura che per me sarà tra i migliori di quest’anno.

Bellissimo, davvero vedetelo, vedetelo e rivedetelo.

Cinematografo & Imdb.

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