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Archive for the ‘S. Frears’ Category

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Il giorno in cui Tumblr si deciderà ad attivare dei segnalibri o un qualsiasi sistema di riferimento per orientarsi nella dashboard suppongo che significherà che l’Apocalisse è prossima.

Lo stesso dicasi per il giorno in cui Chrome per Windows 8 riuscirà ad assimilare un aggiornamento al primo colpo senza crush.

Oggi la tecnologia mi è ostile. E’ un dato di fatto.

Il film.

Bello, bello e ancora bello.

Avevo già deciso in partenza che lo sarebbe stato perché devo ancora trovare un ruolo in cui Judi Dench non sia bravissima

*ha deciso che  il personaggio di M non esiste e lo ripete con convinzione*

e anche Frears mi è sempre piaciuto, benché abbia visto poco della sua filmografia.

In ogni caso non sono stata smentita.

Bello perché, oltre all’indubbia bravura degli interpreti, c’è anche una trama che mi ha sorpresa al di là delle aspettative.

Non è semplice parlarne perché il rischio spoiler è alto, ma si può dire che questo film è quello che sembra dal trailer e al tempo stesso non lo è. E’ molto, molto di più.

Ad un certo punto, ancora nella prima metà, succede qualcosa che cambia sensibilmente le carte in tavola e, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, allarga ulteriormente il campo d’azione.

Ma parliamo di quello che si può dire.

Philomena è una donna che ha custodito per cinquant’anni un segreto logorante. Un figlio partorito da giovane, da nubile. Un figlio portatole via da uno di quegli istituti per ragazze “disonorate” che prosperarono per anni in Irlanda, le Magdalene.

Martin è un giornalista sull’orlo del fallimento. Disilluso, depresso. In cerca, pur senza un’effettiva convinzione, di qualcosa per risollevare le sue sorti. Qualcosa che venda, che faccia notizia. Qualcosa.

Philomena è cattolica, semplice, spontanea.

Martin è cinico, chiuso, per molti versi indifferente.

Philomena, dopo cinquant’anni, decide di rivelare alla figlia l’esistenza di quel primo bambino. Decide di cercarlo.

Martin si è sempre occupato di politica, con le sue dinamiche contorte e i suoi giochi sporchi. E di storia russa. Ma da qualche parte deve pur ricominciare.

Attraverso le ricerche svolte da questa improbabile coppia, si ripercorre a ritroso l’esistenza di Philomena e si viene catapultati nel cuore della Irlanda più bigotta; nei meccanismi di quelle strutture religiose, le Magdalene appunto, che, forse a causa del contesto chiuso dell’isola, forse come conseguenza di un’estrema reazione di contrapposizione nei confronti dell’Inghilterra, continuarono ad essere attivi per un tempo sconsideratamente lungo (l’ultima Magdaldene è stata chiusa nel 1996), anacronistici baluardi di una religiosità distorta e di una mentalità crudele e prevaricante.

Philomena è un film delicato, commovente, che non passa mai quel confine che lo renderebbe melodrammatico. Affronta una vicenda drammatica e crudele ma lo fa attraverso gli occhi e l’esperienza di due personaggi umanissimi e assolutamente veri. E’ una considerazione che vale un po’ per tutti i personaggi ma Philomena, soprattutto, è meravigliosa.

E’ piena di contraddizioni ma è la persona più buona che si potrebbe immaginare. E’ disarmante nella sua logica strampalata, nel suo entusiasmo infantile, nella sua chiarezza su ciò che per Martin resta un problema insormontabile. Philomena è leggera, diretta, assolutamente dolcissima. Io ho pianto praticamente su ogni inquadratura della Dench. Davvero, è un personaggio caratterizzato in modo impeccabile. E ci sono alcuni dialoghi tra lei e Martin che mi hanno fatto morire dal ridere, con Steve Cogan che costituisce un’ottima controparte.

Da vedere assolutamente. Se facessi adesso la classifica dei film 2013 sarei seriamente tentata di metterlo al primo posto.

Cinematografo & Imdb.

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Philomena

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– Now, yes or no? It’s up to you, of course. I will merely confine myself to remarking that a “no” will be regarded as a declaration of war. A single word is all that’s required.

– All right. War.

Questo è un altro di quei film che mi causano rimembranze.

Il che vuol dire che, probabilmente, è in arrivo qualche (sicuramente) inopportuna carrettata di cazzi miei.

Perché è un altro di quei film irrimediabilmente legati ad un periodo preciso della mia vita.

Perché è un altro di quei film che ho visto un numero imbarazzante di volte e che potrei recitare a memoria.

Perché per un po’ di anni, quando non cercavo di trasformarmi in Lestat, cercavo di diventare Valmont.

Non la Marchesa, no, no. Che è meravigliosa, forte, perfetta. Ma è pur sempre una donna ed è un tale cliché puntare ad un personaggio femminile, se sei già femmina tu. A meno che il personaggio in questione non sia Lady Oscar, ma qui si finisce col divagare troppo.

It’s beyond my control.

Perché è uno di quei rari casi in cui amo più il film del libro – per quanto il romanzo sia geniale.

Perché è fisicamente impossibile non essere attratti dalla perfetta, affascinante, superiore crudeltà dei due protagonisti. E sì, dovrebbe sfiorarmi il dubbio che l’insana fascinazione verso un certo tipo di personaggi possa essere un mio problema. Ma anche no.

You’ll find the shame is like the pain, you only feel it once.

Le relazioni pericolose ha fatto epoca per due volte.

Nel 1782, quando de Laclos pubblica il suo romanzo epistolare e le torbide vicende dei due dissoluti seduttori della nobiltà settecentesca, il Visconte di Valmont e la Marchesa de Merteuil, diventano un capolavoro assoluto della letteratura francese.

Nel 1988, quando Stephen Frears lo porta sullo schermo attraverso la magistrale sceneggiatura di Christopher Hampton e, con un cast spettacolare e un raro stato di grazia a calibrare perfettamente ogni elemento, riesce a imporre un film in costume e apparentemente fuori tempo e a renderlo un cult che costituisce quasi un genere a sé stante.

I salotti del Settecento. La nobiltà vuota e annoiata. La patina affascinante e immancabilmente snaturata di quell’epoca che, parlando di alta società (anche perché altrimenti la precisazione avrebbe poco senso), non tiene mai conto del fatto che il Settecento rappresentò uno dei maggiori picchi in negativo per quanto riguarda le condizioni igieniche: erano sporchi, sì, e tutto quel belletto e quegli abiti in cui si bardavano non giovavano certo alle condizioni d’insieme. Ma non importa. Perché ancora adesso guardo quel film e dico cazzo, quanto avrei voluto vivere lì.

I rituali di una società schiava di se stessa e della sua immagine. Le avvisaglie di una decadenza imminente, dietro i grandi fasti.

La trasgressione. Cercata con metodo; tanto più estrema quanto più rigida era la morale dominante. Ma anche il dubbio che si insinua al di sotto di tutta questa messa in scena. Il dubbio che, appunto, non si tratti d’altro che di questo: una bella recita in cui tutti sanno tutto ma tutti fanno finta di niente. Tutti stanno al gioco.

E alla fine di questo si tratta, fondamentalmente.

Un gioco tra due menti brillanti e annoiate. Frustrate dalla vacuità dell’ambiente in cui si muovono. Immature e geniali allo stesso tempo.

Un gioco il cui premio è il piacere, certo, ma ancora più che il piacere carnale è quello della conquista. E’ il potere. E’ la trasgressione impunita.

Un gioco perfetto e crudele di due menti che si ritengono – e per molti versi sono – superiori alla mediocrità che li circonda. Mediocrità che include anche tutto ciò che implica dei sentimenti.

Vanity and happiness are incompatible.

La Marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont, Glenn Close e il miglior John Malkovich che abbia mai calpestato le scene. Una coppia perfetta sotto tutti i punti di vista. Come personaggi e come interpreti. Nessuno dei due è canonicamente bello ma entrambe le interpretazioni incarnano ogni sfumatura della parola fascino.

In mezzo a loro, le pedine del loro gioco, gli ostacoli che si creano da soli, gli obiettivi che si propongono di raggiungere. Perché semplicemente stare insieme non sarebbe all’altezza delle loro pretese.

Il loro ego esige continue prove di supremazia. Il loro ego esige potere sull’altro, prima ancora che l’altro stesso.

When one woman strikes at the heart of another she seldom misses, and the wound is invariably fatal.

Queste pedine inconsapevoli sono Madame de Tourvel – una Michelle Pfeiffer che, come gli altri due, è perfetta sotto ogni aspetto – Cecìl de Volanges – Uma Thurman appena diciottenne – e il Cavaliere Danceny – un Keanu Reeves non molto più vecchio.

When I came out into society I was 15. I already knew that the role I was condemned to, namely to keep quiet and do what I was told, gave me the perfect opportunity to listen and observe. Not to what people told me, which naturally was of no interest, but to whatever it was they were trying to hide. I practiced detachment. I learned how to look cheerful while under the table I stuck a fork into the back of my hand. I became a virtuoso of deceit. It wasn’t pleasure I was afer, it was knowledge. I consulted the strictest moralists to learn how to appear, philosophers to find out what to think, and novelists to see what I could get away with, and in the end, I distilled everything to one wonderfully simple principle: win or die.

Tre oscar vinti: miglior sceneggiatura non originale, miglior scenografia e migliori costumi.

Candidatura a miglior attrice protagonista per Glenn Close – che però aveva lo svantaggio di essersi portata a casa la statuetta già l’anno prima con Attrazione Fatale – e a miglior attrice non protagonista per Michelle Pfeiffer.

Candidato anche come miglior film, anche se poi quello era l’anno di Rain Man e c’è stato ben poco da fare.

Well, I had no choice, did I? I’m a woman. Women are obliged to be far more skillful than men. You can ruin our reputation and our life with a few well-chosen words. So, of course, I had to invent, not only myself, but ways of escape no one has every thought of before. And I’ve succeeded because I’ve always known I was born to dominate your sex and avenge my own.

Cinematografo & Imdb.

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Presentato sabato alla Mostra.

Fantastica Judi Dench, stando a quanto si è letto.

Il regista, Stephen Frears, è quello di The Queen, che però io ricordo principalmente per Le relazioni pericoloseMary Reilly.

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