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Archive for giugno 2014

Jersey-Boys-locandina

Clint Eastwood (regista) vado a vederlo sulla fiducia. E finora non me ne sono mai dovuta pentire.

Ogni volta cambia genere, argomento, tematiche, stile e ogni volta viene fuori un ottimo lavoro.

Jersey Boys è la storia dei Four Season, sui quali, va detto, io non sapevo assolutamente nulla. Poi certo, guardando il film, man mano che le canzoni passavano, ero un continuo fare “aaaah ecco! ma era loro!” perché molte sono talmente famose che è impossibile non averle mai sentite, però non avevo idea di chi fossero e di quale fosse la loro storia.

Frankie Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi, quattro ragazzi dei bassifondi del New Jersey, dove le uniche possibilità vengono chiarite inequivocabilmente all’inizio del film: “C’erano tre modi per uscire dal quartiere: entravi nell’esercito e magari finivi ucciso; diventavi mafioso e magari finivi ammazzato; o diventavi famoso”.

Quattro ragazzi che si arrabattano come possono, tra lavori mal pagati, attività più o meno lecite e qualche ingaggio di poco conto per suonare nei locali la sera, per due di loro, DeVito e Massi. E la voce di Frankie, che non potrebbe passare inosservata neanche volendo. Il timbro nasale e altissimo e il falsetto a dir poco vertiginoso.

I primi tentativi di mettere insieme qualcosa senza sapere cosa. Senza neanche crederci davvero, perché tanto, diciamoci le cose come stanno, dove possono mai voler andare? Oltre a far dentro e fuori dal carcere della contea.

Qualche tentativo un po’ più serio dei precedenti. L’arrivo di Bob Gaudio che significa che non sanno solo suonare e non hanno solo la voce di Frankie ma hanno anche qualcuno in grado di scrivere dei pezzi.

I primi successi, travolgenti. Il nome che non si trova e si cambia di continuo, fino ad arrivare a The Four Season. E gli alti e bassi, come è fisiologico che sia in una storia che dura tanti anni. I segreti e le cose non dette.

E l’amicizia. Perché più centrale ancora della storia del gruppo è il legame tra questi quattro ragazzi. Un legame d’altri tempi. Vincolo indissolubile di lealtà prima di tutto e di fronte a qualunque cosa.

Basato sull’omonimo testo del musical teatrale di MarshallBrickman e Rick Elice, Jersey Boys è un film divertente, delicato, perfettamente equilibrato ed estremamente coinvolgente. Ti catapulta prepotentemente nell’atmosfera degli anni Cinquanta-Sessanta, ti rapisce e ti incanta senza mai risultare forzato o stucchevole. Deriva da un musical ma, di fatto, l’unica vera scena di musical è quella dei titoli di coda. Per il resto è un film musicale dove le canzoni vengono rappresentate ma come elemento costitutivo della storia, senza essere usate come dialoghi o parte dell’azione stessa – come esigerebbe invece il musical vero e proprio. Clint Eastwood, anche in questo caso, prende un genere e lo fa suo, dando vita ad una lavoro particolarissimo, incredibilmente personale e di difficile classificazione. Perché, se da un lato è un musical senza musiche e coreografie, d’altro canto è anche un biopic senza però le caratteristiche tipiche del genere. E anche senza i difetti del genere, laddove, tendenzialmente, quando si va sul biografico, si trova sempre la predisposizione ad una rielaborazione eccessivamente eroica delle vicende e ad una drammatizzazione un po’ forzata. In questo caso, tolti di mezzo falsi eroismi e superflue concessioni al sentimentale, si ha una storia asciutta, dinamica, a tratti divertente e a tratti malinconica ma – cosa più importante di tutte – una storia fresca, spontanea, vera.

A parte Christopher Walken – perfetto come sempre nei panni di una sorta di padrino che veglia sulle sorti dei ragazzi – Eastwood ha voluto un cast di nomi sconosciuti e, preferibilmente, provenienti dal musical e la scelta si è rivelata valida, anche in relazione alla scelta di girare quasi tutto il film – canzoni comprese – in presa diretta.

Curatissimo nella ricostruzione degli eventi pur senza essere mai pedante, leggero, forse un po’ dolceamaro, Jersey Boys mi è piaciuto molto più di quanto mi sarei aspettata.

Molto, molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Jersey+Boys

 

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E ovviamente non ci si può mica far scappare l’occasione di fare un po’ di utiliiiiiisssssima polemica perché Eva Green è troppo sexy nella locandina.

Mah. Comunque esce il 22 agosto.

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ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era ancora stata ripristinata.

Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Tamburellava sul cappuccio giallo del bimbo e suonava alle sue orecchie come pioggia su una tettoia: un rumore amico, quasi intimo. Il bambino con l’impermeabile giallo era George Denbrough. Aveva sei anni. Suo fratello William, conosciuto fra i ragazzini della scuola elementare di Derry (e anche fra gli insegnanti, che mai avrebbero usato quel soprannome in sua presenza) come Bill Tartaglia, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima dello scontro finale Bill Tartaglia aveva dieci anni.

Bill aveva confezionato la barchetta che George stava inseguendo. L’aveva fabbricata a letto, seduto con la schiena appoggiata a una pila di guanciali, mentre la loro madre suonava Für Elise al pianoforte del salotto e la pioggia batteva senza posa contro il vetro della sua finestra.

A tre quarti dell’isolato, scendendo verso l’incrocio dove c’era il semaforo spento, Witcham Street era interrotta al traffico dei veicoli da alcuni bidoni e quattro cavalletti dipinti di ‘arancione. La scritta stampigliata su ciascuno dei cavalletti avvertiva che erano di proprietà dell’assessorato al lavor pubblici di Derry. Oltre la barriera, la pioggia era traboccata dai canali discolo ostruiti da rami e sassi e grossi ammassi appiccicosi di foglie autunnali. L’acqua aveva dapprima scavato frammenti nella pavimentazione, per poi strapparne via brani interi con voracità, quando si era ancora al terzo giorno di pioggia. Nel primo pomeriggio del quarto giorno, larghi pezzi di copertura stradale traghettavano nell’incrocio della Jackson con la Witcham come zattere in miniatura. In molti intanto a Derry avevano preso a scherzare parlando di arche con percepibile nervosismo. L’assessorato ai lavori pubblici era riuscito a tener sgombra Jackson Street, ma Witcham era intransitabile dai cavalletti giù fino al centro cittadino.

Tutti però convenivano che ormai il peggio era passato. Il Kenduskeag aveva superato di poco gli argini nei Barrens, rimanendo di pochi centimetri sotto il ciglio delle pareti di cemento del Canale, che ne convogliava le acque attraverso la cittadina. Attualmente una squadra di uomini, fra i quali c’era anche Zack Denbrough, padre di George e Bill, stavano rimuovendo i sacchetti di sabbia precipitosamente accatastati il giorno prima. L’alluvione, con i conseguenti gravi danni, era sembrata a tutti inevitabile. E Dio sa che non era la prima volta: quella del 1931 era stata una vera sciagura, costata milioni di dollari e una ventina di vite umane. Era passato molto tempo, ma coloro che ricordavano erano ancora in numero sufficiente da spaventare gli altri. Una delle vittime dell’inondazione era stata trovata a Buckspot, venticinque miglia a est. I pesci avevano mangiato gli occhi, il pene e quasi tutto il piede sinistro di quel malcapitato. In ciò che restava delle sue mani stringeva ancora il volante di una Ford

Stephen King, It, 1986

 

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Sinceramente, quando ho visto il trailer ero contenta di questa trasposizione ma ero anche abbastanza preoccupata che venisse fuori un gran casino per vari motivi.

Primo fra tutti, il fatto che Il paradiso degli Orchi di Pennac è una sorta di istituzione, di pilastro, sia nell’ambito della produzione dell’autore, sia, più in generale, nel panorama letterario contemporaneo. E’ uno di quei libri unici, geniali, per certi versi epocali e quando ci si avvicina a testi del genere il rischio di far danno è altissimo.

E poi, altra mia causa di cruccio, era il fatto che è obiettivamente un libro difficile da portare sullo schermo. Non tanto per la complessità della trama – non è che sia lungo chissà quanto o più intricato di un thriller ben congegnato – quanto piuttosto per la forte componente surreale e la connotazione estremamente articolata dei personaggi.

Il trailer sembrava buttarla molto sul comico e, se da un lato è bene che venga valorizzata la parte divertente, d’altro canto ci va anche pochissimo a scadere nel grottesco.

Anyway. Alla fine il film mi è piaciuto. E mi è piaciuto anche il modo in cui il regista ha scelto di aggirare questi ostacoli principali.

Se si vuol fare un’analisi rigorosa in termini di fedeltà alla trama e ai personaggi del testo, il film di Bary si discosta di chilometri dal libro di Pennac. La vicenda è stata modificata, i personaggi snelliti e ridotti, molti elementi di contorno – così caratteristici del libro – sono stati eliminati.

Però. Quello che ho apprezzato è la sostanziale fedeltà allo spirito di Pennac. Che suppongo possa essere anche alla base dell’accoglienza favorevole da parte dell’autore stesso.

La capacità di trattare temi serissimi e anche terribili (sparizioni di bambini, esplosioni, morti) pur mantenendo un tono leggero. Di riuscire a raccontare una vicenda crudele attraverso il filtro del mondo incredibilmente dolce, surreale e divertente della famiglia Malaussène.

In questo, il film è effettivamente il Paradiso degli Orchi. E trovo che questo sia un tratto ancora più determinante della mera attinenza di trama o di personaggi, soprattutto in un caso in cui un eccessivo tentativo di fedeltà avrebbe forse, paradossalmente, avuto l’effetto di snaturare maggiormente l’opera.

Nella maggior parte dei casi di trasposizione, i cambiamenti vengono operati in base a logiche di realizzabilità, a canoni pratici legati al differente mezzo di rappresentazione. Più raramente si trovano modifiche volte a privilegiare, come in questo caso, lo spirito del romanzo ed è un operazione tutt’altro che semplice o scontata.

Ritmo veloce e incalzante, scenografie bellissime, momenti divertenti senza essere eccessivi, ottimo il cast, con Raphaël Personnaz particolarmente adatto nei panni di Bejamin. Anche Bérénice Bejo è molto brava nel ruolo di una zia Julia sicuramente meno complessa della sua originale letteraria ma comunque accattivante. C’è anche Emir Kusturica in un ruolo non centralissimo ma importante.

Poi, non so, sarà che ultimamente ne avevo sentito parlare talmente male che probabilmente mi aspettavo una catastrofe, però nel complesso l’ho trovato assolutamente gradevole.

Cinematografo & Imdb.

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Allan Karlsson, cent’anni appena compiuti, decide di andarsene dalla casa di riposo in cui i familiari lo hanno sistemato. Malfermo sulle gambe e altrettanto barcollante di riflessi, Allan si ritrova in viaggio senza sapere per dove, con una valigia non sua che si rivela essere strapiena di soldi.

Comincia così una fuga surreale per sfuggire, da una parte, ai criminali proprietari della valigia e, dall’altra, ai familiari di Allan che cercano di recuperarlo per riportarlo al ricovero. Incontri casuali, inseguimenti rocamboleschi e una dose rigorosamente paradossale di buona sorte all’insegna della filosofia di vita di Allan, per cui è inutile agitarsi troppo, tanto le cose vanno come devono andare.

Le vicende nel presente sono intervallate da lunghi flash-back e dal racconto della vita di Allan. Ne emerge la figura di un Forrest Gump svedese, bistrattato e incompreso fin dall’infanzia per le sue fissazioni – che, nel caso specifico, si focalizzano sul far saltare in aria cose e persone – artefice o spettatore, nella maggior parte dei casi inconsapevole, di pezzi fondamentali della storia dell’ultimo secolo. L’incontro con il generale Franco, le sbronze con Stalin, l’atomica. Allan, a differenza di Forrest è quasi sempre un eroe in negativo. E’ la figura caricaturarle che combina i più grandi disastri della storia senza rendersene minimamente conto.

Paradossale, grottesco, dissacrante, la versione cinematografica del best seller di Jonasson risulta sinceramente divertente, senza eccessi, senza risultare pesante, senza esagerare anche nelle parti che per la loro natura caricaturale si sarebbero prestate ad ulteriori forzature degli aspetti grotteschi.

Non ho ancora letto il libro quindi non so dare un giudizio sulla trasposizione però il film è fatto bene e Robert Gustafsson è particolarmente adatto al ruolo, con le sue espressioni svampite che riflettono alla perfezione l’assoluta caotica casualità di tutti gli avvenimenti della sua vita.

Non escludo anche una componente di satira espressamente rivolta ad un certo filone di narrativa gialla di provenienza scandinava. Per dire, nella figura dell’ispettore non sono riuscita a non vederci una presa in giro del Blomkvist della Millennium trilogy.

Stravagante e stralunato rappresenta di certo una novità in un contesto cinematografico un po’ stagnante per quel che riguarda il comico. E se la trama, a volte può risultare un po’ scontata nella caratterizzazione di certi passaggi storici, il modo in cui sono ricostruite le vicende di Allan rende la struttura fluida e leggera e fa passare definitivamente in secondo piano eventuali rischi di banalità.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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