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Archive for the ‘Veleno d’amore’ Category

arton68088

Al di là di tutto e di quella che può essere la mia opinione su questo libro, chiederei gentilmente a Eric-Emmanuel Schmitt di smetterla di mettere la parola amore nei suoi titoli. Grazie. Che va bene che fa presa sul pubblico medio, ma al terzo titolo (quasi) di fila (in mezzo c’era pure La giostra del piacere), questo benedetto amore ha francamente rotto un po’ i coglioni. Del  tipo che quando sono entrata in libreria e ho passato in rassegna le novità la mia reazione è stata più o meno: fiiiigo, un nuovo libro di Schmitt…cazzo un’altra volta amore.

Bon, ciò detto, se Elisir d’amore oltre ad avere un titolo melenso si era rivelato pure un po’ una fregatura, questo Veleno d’amore un po’ più interessante lo è.

Non che mi abbia esaltata eh, assolutamente no. Non sono soddisfatta di un libro di EES da I dieci figli che la signora Ming… e, sinceramente comincio a chiedermi se quella che sta attraversando sia solo una fase o se si debba cominciare a darlo per perso e basta.

Non lo so. Veleno d’amore è lungo 154 pagine e fino a pagina 128 sono stata abbastanza convinta nel ritenerlo un brutto libro.

Non mi è piaciuto per diversi motivi.

L’impostazione pseudo-diaristica che vorrebbe dare voce a quattro ragazze adolescenti ma che, di fatto, risulta finta e poco credibile. La scrittura diaristica è delicata e difficile. Presuppone un’enorme capacità di immedesimazione in una prospettiva altra e richiede parametri molto alti di plausibilità. Qui, non so se a causa di un problema squisitamente generazionale, le voci sono, di fatto, sempre la stessa, appiattite e uniformate in un lessico che, oltre tutto, è anacronistico. Poteva essere plausibile se fosse stato il diario di qualche ragazzina negli anni Quaranta-Cinquanta. Forse. Ma oggi, nessuna adolescente – indipendentemente da estrazione sociale o cultura – si esprimerebbe mai nel suo diario in modo così letterario, formale e soprattutto così lucidamente consapevole della propria condizione di adolescente. Anche laddove si vuole inserire una qualche forma di gergo, si vede che è appiccicata. Si ha proprio l’impressione della persona di una certa età che vuole parlare ai/dei giovani ma che non riesce ad andare oltre ad una sfilata di cliché slegati dalla realtà. E per di più temporalmente sfasati.

Poi si può osservare che il punto della storia non è una riproduzione diaristica fedele, ma che la forma scelta è solo un espediente, un pretesto per far emergere la vicenda. Ok. Va bene. Ma anche se la struttura è solo un pretesto, questo non giustifica il fatto che sia mal declinata.

Mi ha infastidito. Molto. Perché, tra le altre cose, lascia trapelare un atteggiamento didattico e un po’ supponente. Perché vuole parlare di sentimenti e in particolare di sentimenti nell’adolescenza, ma lo fa palesemente con l’approccio condiscendente dell’adulto che non ha la più vaga memoria di cosa si provi e si viva realmente in quella fascia d’età. I pensieri delle ragazze, le loro parole, le stesse dinamiche relazionali non sarebbero mai quelli di un vero adolescente. Tanto per fare un esempio spiccio. Nessun adolescente parlerebbe mai della fidanzatina del proprio fratello minore. Il termine fidanzatino/a è il classico termine da giornalisti, da adulti, da chiunque voglia mettere in chiaro quanto non prenda sul serio ciò di cui sta parlando. Ed è solo una delle tante grossolanità psicologiche che mi hanno irritata, tanto più perché EES è sempre stato un autore di cui ho molta considerazione.

E poi non mi è piaciuto il fatto di tirare in ballo Shakespeare. E’ inutile e pretestuoso. Solo per attirare l’attenzione, verrebbe da dire. Solo per far mettere sul retro di copertina che il testo gioca con Shakespeare. Non è vero. La presenza di Shakespeare e di Romeo e Giulietta è assolutamente incidentale. Poteva essere quella come qualsiasi altra commedia sull’amore. E comunque questo tratto non è così centrale da meritare di esser menzionato nella presentazione del libro.

E non mi è piaciuto il modo in cui vuole essere ostentatamente ma anche correttamente contemporaneo, usando conversazioni da sms o piazzando con finta noncuranza esempi di famiglie non convenzionali che sembrano uscite da una pubblicità di surgelati.

E non mi è piaciuta in generale tutta questa analisi dei sentimenti che, di fatto, di analitico ha ben poco e risulta invece una galleria di considerazioni piuttosto superficiali e una collezione di banalità.

Non lo condanno proprio del tutto perché verso la fine ha una svolta che salva un po’ l’intreccio e gli dà una scossa che lo rende un po’ più interessante.

Restiamo comunque ancora in attesa del ritorno di Eric-Emmanuel Schmitt.

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