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Archive for the ‘Del più e del meno’ Category

Sempre per rimanere in aria di potenziali Oscar, pare che Rami Malek sia sulla buona strada per arrivare alla nomination.

Detto ciò, un film sui Queen. Che altro aggiungere.

Esce il 29 novembre e si va a vederlo.

L’idea in sé è pretenziosa ma sarebbe inadatto che non lo fosse.

Bryan Singer ci piace e confidiamo che faccia bene.

Continuo a chiedermi se sarà un cult come il film sui Doors di Oliver Stone del 1991 con Val Kilmer in versione Jim Morrison, ma poi mi chiedo anche se The Doors di Oliver Stone sia effettivamente un cult.

Oddio, per me lo è stato ma io lo vidi per la prima volta – di nascosto – quando avevo 12 anni e da allora non l’ho mai più rivisto quindi è assolutamente possibile che sia un cult solo per me.

In definitiva, forse, la domanda non ha molto senso. E forse è tempo che riveda anche The Doors.

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Novantesima edizione.

Novant’anni di cinema, premi, celebrazioni, polemiche, momenti storici, gaffes, lacrime, ringraziamenti, sospiri, aspettative, discorsi, prime volte, mobilitazioni, sperimentazioni, tradizioni, impegno, divertimento, arte, gossip, sfilate, sfarzo, contraddizioni e chi più ne ha più ne metta, come si dice.

Novant’anni di quella dimensione un po’ fuori dal mondo e un po’ voce dal mondo con tutti i suoi limiti, le sue incoerenze e i suoi difetti, ma anche con tutta la bellezza di pagine e pagine di storia di un’arte caotica e bellissima nella sua indiscutibile potenza emotiva.

Perché alla fine sì, l’Academy è l’Academy e sì, è una bolla di gente ricca e famosa che si (auto)celebra e sì, ci sono un sacco di aspetti che si possono criticare e c’è il politically correct che è talmente correct da arrotolarsi su sé stesso, ma va bene lo stesso.

Va bene così, perché se da un lato è una grande macchina per sfornare soldi, d’altro canto non si può negare che è anche una grande macchina di idee.

E perché gli Oscar ci piacciono, anche col palco pacchiano e sberluccicante, i red carpet pettegoli e gli stacchetti prevedibili. Ci piacciono anche quando non ci piacciono. Perché sono immagini, parole ed emozioni. Perché sono pezzetti di vita e frammenti luminosi di specchi che riflettono infinite esistenze possibili.

Ok, non ho dormito un cazzo, e probabilmente la cosa comincia a farsi sentire.

I vincitori:

Miglior film
La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water) – Guillermo del Toro e J. Miles Dale

Migliore regia
Guillermo del Toro – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore attore protagonista
Gary Oldman – L’ora più buia (Darkest Hour)

Migliore attrice protagonista
Frances McDormand – Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Migliore attore non protagonista
Sam Rockwell – Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Migliore attrice non protagonista
Allison Janney – Tonya (I, Tonya)

Migliore sceneggiatura originale
Jordan Peele – Scappa – Get Out (Get Out)

Migliore sceneggiatura non originale
James Ivory – Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name)

Miglior film straniero
Una donna fantastica (Una mujer fantástica), regia di Sebastián Lelio (Cile)

Miglior film d’animazione
Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina

Migliore fotografia
Roger A. Deakins – Blade Runner 2049

Miglior montaggio
Lee Smith – Dunkirk

Migliore scenografia
Paul D. Austerberry, Shane Vieau e Jeff Melvin – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore colonna sonora
Alexandre Desplat – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore canzone
Remember Me (musica e testi di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez) – Coco

Migliori effetti speciali
John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover – Blade Runner 2049

Miglior sonoro
Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo – Dunkirk

Miglior montaggio sonoro
Richard King e Alex Gibson – Dunkirk

Migliori costumi
Mark Bridges – Il filo nascosto (Phantom Thread)

Miglior trucco e acconciatura
Kazuhiro Tsuji, David Malinowski e Lucy Sibbick – L’ora più buia (Darkest Hour)

Miglior documentario
Icarus, regia di Bryan Fogel

Miglior cortometraggio documentario
Heaven is a Traffic Jam on the 405, regia di Frank Stiefel

Miglior cortometraggio
The Silent Child, regia di Chris Overton e Rachel Shenton

Miglior cortometraggio d’animazione
Dear Basketball, regia di Glen Keane e Kobe Bryant

Un’edizione degli Oscar tutto sommato tranquilla e, se devo essere sincera, molto meno polemica di quel che mi sarei aspettata visto lo strascico del dopo-Weinstein.
Niente nero per tutte, nonostante si fosse ipotizzato, ma un red carpet che mi è sembrato più sbrigativo e meno ciarliero degli altri anni.
Forse un po’ troppo (post)femminismo e, come è ormai costume, anche un po’ troppo politically correct, però, tutto sommato ci può anche stare.

Con la vittoria – seppur ridimensionata a 4 su 13 candidature – de La forma dell’acqua si definisce la cifra di questa edizione che, di fatto, ha voluto essere all’insegna delle differenze, con un unico messaggio universale che suona un po’ come un c’è posto per tutti.

E, al di là di tutti i retroscena del caso, non è una brutta cosa.

Personalmente avrei voluto Chiamami col tuo nome come miglior film e P.T. Anderson come miglior regia.

E mi dispiace che Lady BirdBaby Driver non abbiano preso niente e avrei preferito Daniel Day-Lewis a Gary Oldman anche se sono comunque contenta per il premio ad Oldman perché è meritato in ogni caso.

Decisamente sempre più curiosa di vedere Tonya, soprattutto per vedere finalmente l’interpretazione di Allison Janney.

Parecchio perplessa e contrariata dal premio a Get Out. Davvero, a parte le battutacce a sfondo razziale, non riesco a spiegarmi cosa ci abbia visto l’Academy in questo film. Davano tutti l’idea di prenderlo così dannatamente sul serio.

Però c’è da dire che questa è l’unica vittoria che mi veda in totale disaccordo.
Sulle altre magari qualche riserva c’è ma tutto sommato sono abbastanza soddisfatta degli esiti.

Molto curiosa di vedere Una donna fantastica, che non ero riuscita a beccare al cinema ma che forse dovrebbe già essere disponibile in dvd.

Felicissima per Frances McDormand e Sam Rockwell e continuo a pensare che i Tre manifesti avrebbero meritato qualcosetta in più.

E visto che prima si parlava di red carpet, come sempre arriva la carrellata.

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Bellissimo.

Probabile candidato ai prossimi Oscar per la Corea del Sud.

Regia di Hun Jang, basato su fatti reali.

Siamo tra il 18 e il 20 maggio del 1980, durante quella che fu la rivolta di Gwangju, poi sfociata in un sanguinoso massacro ad opera delle autorità coreane.

Jurgen Hinzpeter, un giornalista tedesco, senza dichiararsi come tale, riesce ad entrare a Seul e cerca un modo per raggiungere la zona dove si vocifera siano in atto delle rivolte che paiono concentrarsi intorno alla città di Gwangju.

Non c’è niente di certo e non c’è modo di verificare quello che si sente dire perché il regime coreano ha tagliato tutti i collegamenti di Gwangju con il resto del paese. Niente linee telefoniche. Niente stampa. E i notiziari sono rigorosamente di regime.

In quei giorni la Corea viveva la dittatura di Chun Doo-hwan ed era un paese dove era possibile non sapere cosa stesse succedendo a duecento chilometri di distanza. Dove Seul e Gwangju potevano essere effettivamente due pianeti diversi. Se ti affidavi ai notiziari potevi al massimo sentire di come i bravi soldati coreani difendessero l’integrità della patria dalla minaccia dei giovani estremisti comunisti.

Kim Man-seob è un tassista di Seul. Vedovo, con una figlia piccola, cura il suo taxi come un gioiello e svolge il suo lavoro con dedizione. E’ un uomo buono e semplice. Pensa che gli studenti perdano tempo a protestare e che, in fin dei conti, non ne abbiano motivo perché vivono in un bel paese.

Fatica a star dietro alle spese e a pagare l’affitto, motivo per cui, quando sente per caso lo stralcio di conversazione di un altro tassista che fa cenno ad un compenso altissimo per portare uno straniero da Seul a Gwangju non ci pensa due volte a soffiargli l’incarico. Non sente la parte sul fatto che quello che dovrà fare sarà cercare di penetrare una zona vietata e, al momento, ad altissimo rischio.

Sullo sfondo di una situazione sempre più estrema e drammatica, prende forma il curioso rapporto che si instaura tra Kim e Hinzpeter, che quasi non si capiscono e reciprocamente si esasperano in un susseguirsi di malintesi.

La prima parte del film è leggera, sinceramente spassosa. Il tono cambia gradualmente man mano che si delinea la reale portata di ciò che sta succedendo intorno.

Le autorità impiegano poco ad identificare un giornalista straniero entrato illegalmente e un tassista di Seul e impiegano ancora meno a tentare di eliminarli.

L’unica speranza di far sapere al mondo quello che sta succedendo lì è che Hinzpeter riesca a lasciare la Corea con i suoi filmati.

Con i suoi filmati dell’esercito che spara ai civili. Dell’esercito che spara ai feriti. Dell’ospedale pieno di morti e feriti. Ragazzi, donne, anziani. Non fa differenza. Vengono massacrati tutti senza pietà.

A Taxi Driver è un film ricchissimo. Di raro equilibrio e intensità. Vengono gestiti con estrema naturalezza sia i toni della commedia – a tratti un po’ buddy movie – sia quelli del dramma e, cosa importantissima, viene gestito bene il momento di passaggio, dove l’ironia e la tragedia coesistono in modo contrastante eppure armonico.

Commovente senza essere né sentimentale né scioccamente eroico, divertente e toccante.

Kang-ho Song, nel ruolo di Kim, il tassista, offre una parte intensa e perfetta nella sua graduale evoluzione dall’ingenuità alla consapevolezza. Dalla fiducia al dolore per il tradimento profondo dello spirito di una nazione.

Nei panni di Hinzpeter troviamo un Thomas Kretschman particolarmente invecchiato e, di per sé, neanche troppo in forma. Diciamo che fa la sua parte ma non è sicuramente la sua recitazione a costituire un tratto distintivo del film.

Ripeto. Bellissimo. Mi auguro davvero che arrivi in distribuzione nelle sale.

Imdb.

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Perché è vero: scrivo per un’ora appena e poi torno indietro di corsa perché sento di non poter tenere più a lungo il mio cervello in quella macina; poi copio a macchina e a mezzogiorno ho finito. Riassumerò qui le mie impressioni prima della pubblicazione di Una stanza tutta per sé. E’ un po’ di cattivo augurio che Morgan non voglia recensirlo. Mi fa sospettare che abbia dentro una stridula nota femminile che non piacerà ai miei amici intimi. Prevedo quindi che non avrò critiche – se non del genere evasivo-scherzoso – da Lytton, Roger e Morgan; che la stampa sarà benevola e dirà che ha fascino e brio; e inoltre mi accuseranno di essere una femminista e insinueranno vagamente che ho delle tendenze lesbiche; Sibyl mi inviterà a pranzo; riceverò molte lettere di giovani donne. Temo che non lo prenderanno sul serio. “La signora Woolf è una scrittrice così consumata che tutto quello che dice si legge facilmente…questa logica tutta femminile…un libro da dare in mano alle ragazze”. Non credo che mi importi granché. Le falene – ma credo saranno onde – va avanti, faticosamente; e posso aggrapparmi a questo, se l’altro mi delude. E’ una cosa di poco conto, dirò; e lo è: ma l’ho scritto con ardore e convinzione.

Ieri sera abbiamo cenato con i Webb e ho ricevuto Eddy e Dotty per il tè. In questi pranzi seri si possono scambiare due chiacchiere amichevoli e alla buona con qualcuno – con Hugh Macmillan in questo caso, a proposito dei Buchan e della sua carriera; i Webb sono cordiali ma non si lasciano smuovere per quanto riguarda il Kenia; stiamo in due camere ammobiliate (in sala da pranzo c’era un letto di ottone dietro un paravento) a mangiare pezzi di manzo al sangue e a bere whisky. La solita atmosfera colta, impersonale, del tutto disincantata. “Il mio ragazzino avrà i suoi giocattoli”, ma non si va più in là; “così dice mia moglie a proposito della mia nomina al ministero”. No, non hanno illusioni. E li paragonavo a me e a L. e sentivo (per questo, credo) il pathos, la qualità simbolica delle coppie senza figli: che credono in qualcosa, unite.

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, minimum fax 2009

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E dunque c’è ancora vita in queste lande abbandonate da mesi.

Forse anche troppa in verità, visto che il mio antivirus ha deciso di andare in sciopero e nell’attesa di capire cosa gli è preso forse è meglio se faccio un backup delle ultime cose.

Mesi che avrei voluto più lenti e allo stesso tempo più produttivi.

L’ansia di concludere qualcosa che sia in qualche modo spendibile come giustificazione di notti insonni, di tempo perso, di lavori non fatti e di umori tetri.

L’ansia di uniformarsi ai parametri di un personaggio che credo di dover incarnare. Il fantasma di quello che sono e che non posso essere.

Le stesse domande che rimbalzano impazzite tra le sinapsi del mio cervello.

Le domande urlate.

Che non coprono il rumore di fondo.

Cieli lontani e di un azzurro diverso. Il cielo non è sempre lo stesso, è una puttanata, quella faccenda del cielo.

Il cielo cambia, e anche tanto, a seconda di dove sei.

Le parole affastellate nella mente, così in fretta. E ancora non basta. Non è abbastanza in fretta. Perché bisogna aggiungerne altre. Bisogna scoprirne altre.

La ricerca della Torre Nera – mi sto cautamente avvicinando alla fine e ho fatto i salti mortali per schivare trailer, recensioni, e tutto quanto inerente il film mi potesse vagamente spoilerare qualcosa.

I libri francesi sulla costa francese – a volte riesco ancora a stupirmi delle mie coerenze da sceneggiatura di serie b.

I nomi annotati, perché devo saperne di più.

Pauline Dubuisson e l’eredità della sua verità distorta e svenduta. Pauline Dubuisson che è assassina oltre che suicida e quindi non posso che andarci a nozze con le mie ossessioni per i profili psicologici di assassini e suicidi.

Philippe Dijan, e le sue parole che in Oh sembrano effettivamente tagliate addosso a Isabelle Huppert in Elle – se riesco uno di questi giorni mi garberebbe mettere insieme un pezzo su libro e film in parallelo perché è un lavoro di trasposizione veramente buono.

Appunti sparsi. Senza un ordine preciso.

Fantasmi che viaggiano fino all’altro capo del mondo.

Ricordi portati indietro.

Pezzi di vita lasciati per strada.

Un paio di orecchini nuovi.

Un orecchino perso sul nastro al check-in di un aeroporto.

La seconda stagione di Penny Dreadful e la mia fissa per i tarocchi – di cui dovrò comprarmi un nuovo mazzo, in un modo o nell’altro.

Josephine Baker e le vite che si scoprono per caso.

La scoperta inaspettata di esseri umani meravigliosi mi restituisce – anche se per poco – un senso di pace. Mi concede una tregua dalla continua estenuante tensione. Una pausa dal terrore profondo di fronte ai gesti inconsulti di un’umanità per buona parte impazzita.

Atomica Bionda e il fumetto da recuperare.

Monolith e il fumetto da recuperare.

Ma sto facendo astinenza (quasi totale) da Amazon e quindi dovranno aspettare.

Ciao, sono Valeria, sono quasi due mesi che non faccio acquisti compulsivi online.

Ciao Valeria.

Dunkirk e i colori di Nolan.

Fantasmi che si ostinano a seguirti dall’altra parte del mondo e orari sballati.

Ho bisogno di più libri, di più film, di più musica, di più tempo.

Di spazi di silenzio per sentire le parole che mi arrivano da altri luoghi nel tempo.

Di altri colori, di altri pennelli.

Molto horror, come da copione estivo, compreso l’ultimo capitolo della mia adorata (?) Annabelle – cui dedicherò un Weekly Horror se riesco a non mandare subito a monte la mia programmazione.

Il mio esaurimento nervoso per la devastazione di aNobii – prima o poi mi deciderò anche a mettermi seriamente in pari con commenti e discussioni e potrò dare sfogo al mio disappunto ma, onestamente,  mi sento stanca già solo a scrivere di pensare di farlo.

La città deserta e le vie nascoste di cui non sospettavo l’esistenza.

La rete di strade sommerse, appena sotto lo strato delle abitudini quotidiane.

Gli scorci di palazzi decadenti e bellissimi. Facciate scrostate e balconi arrugginiti.

Le parole spezzate di Chris Cornell e Chester Bennington e io, che i Linkin Park li ho sempre un po’ tenuti da parte.

Le lettere di Frida Kahlo. Sempre per tornare agli esseri umani meravigliosi.

Una casa piena di ricordi. Legami che impregnano i muri, si sostituiscono ai mattoni, diventano densi e palpabili in ogni spigolo, ogni irregolarità dell’intonaco.

Il silenzio delle mattine di agosto.

Il silenzio.

L’immensa e letale bellezza dei dettagli.

Dei frammenti di tempo.

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Da qualche parte, nel profondo della mia coscienza, so che dovrei dire due parole sul Festival di Cannes che si è chiuso domenica invece di indulgere a disquisire di queste amene tamarrate.

A mia discolpa posso dire che su questa edizione sono malamente impreparata perché non son riuscita a seguire niente. Ho visto che c’è in giro un film di Todd Haynes con Julianne Moore e questo da solo vale diverse esternazioni di giubilo. E poi miglior regia a Sofia Coppola – che mi rende giubilante a prescindere. Però tolto questo non so un bel tubo di niente.

Ergo, nell’attesa di documentarmi, perché non vedere come se la cava il caro vecchio Jax Charlie Hunnam in giro per leggende britanniche.

E poi, dai, è pur sempre di Guy Ritchie.

Guy Ritchie che non si smentisce e, lungi dal tentare l’infelice via dell’ennesima rivisitazione seriosa e pomposa del mito di re Artù, rimane fedele al suo canone e fa quel che meglio gli riesce, sfornando una versione decisamente pop della tavola rotonda.

King Arthur – Legend of the Sword è un divertente e ben dosato minestrone di fantasy classico e meno classico – un po’ di Game of Thrones, un po’ di toni dark, ovviamente molto Peter Jackson (manco a dirlo).

Il tutto in quel registro scanzonato e ostentatamente dissonate già collaudato con i due Sherlock Holmes con Robert Downey  Jr. – e che, mi par di capire, suscita reazioni drasticamente opposte di amore/odio.

Una colonna sonora tendente al rock e i toni dei dialoghi marcatamente (auto)ironici ricordano a tratti Il destino di un cavaliere. La costruzione delle sequenze di combattimento e, in particolare, il modo in cui viene gestito il potere della spada, hanno un chiaro debito con l’universo dei videogiochi – dallo stesso Signore degli Anelli a Devil May Cry facendo tappa obbligata per God of War.

Jax Charlie Hunnam fa il suo sporco lavoro e non ci sta male nella parte perché sostanzialmente deve gestire i cavalieri ribelli un po’ come gestirebbe i Samcro in una ritorsione contro i Mayans. Non è necessariamente una critica. Solo, diciamo che non è questa la parte per vedere se Charlie sappia recitare al di fuori dei un ruolo in stile Jax (=maschio alfa tendenzialmente tamarro e idealista).

Buono tutto il cast, con Jude Law a fare il cattivo ed Eric Bana nel ruolo del vecchio re.

Non male. Molto meglio di quel che mi aspettavo.

Cinematografo & Imdb.

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dice la madre di George a George che è seduta accanto a lei in macchina.
Non dice. Ha detto.
La madre di George è morta.

Ho comprato questo libro senza avere la più vaga idea di chi fosse Ali Smith per poi scoprire che è l’autrice della prefazione della mia edizione dei diari di Virginia Woolf – che posseggo da decenni.
Ci sono collegamenti che aspettano solo di essere visti.
Tracce che aspettano solo di essere seguite.

Da un lato c’è George, un’adolescente alle prese con l’elaborazione dell’improvvisa perdita di sua madre.
Dall’altro c’è Francescho. Che però Francescho non lo è del tutto perché sotto il nome e le vesti da uomo c’è il corpo di una ragazza.
Da un lato c’è il nostro presente.
Dall’altro c’è il 1400.
Da un lato ci sono amicizie che si svelano gradualmente.
Dall’altro ci sono segreti che proteggono un legame dall’impatto della realtà.
Da un lato c’è una playlist su un telefonino, un balletto da improvvisare senza musica e un video porno che sembra voler dire qualcosa.
Dall’altro ci sono pareti da affrescare, colori da creare e un compenso da rivendicare per il valore della propria arte.
Il valore dell’arte quantificabile in denaro.
Il dilemma morale che arriva dritto dal Quattrocento fino a George e a sua madre.
Le pareti affrescate della Sala dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.
Francescho – Francesco dal Cossa? – che dipinge le più vivide fra quelle pareti.
George e sua madre che quelle pareti le hanno appena viste, poco prima che la madre morisse e l’universo di George cominciasse ad andare alla deriva.
Due racconti, apparentemente scollegati e indipendenti ma legati da una fitta rete di risonanze e legami.
Voci che attraversano spazio e tempo. Ruoli che si mischiano e vita che si contrae e si dilata al ritmo della memoria.

Ali Smith ha uno stile di scrittura estremamente particolare. Eccentrico ma in senso totalmente positivo. Dalla costruzione delle frasi all’uso della punteggiatura alla scelta di non segnalare la separazione dei dialoghi, che rende il tutto un ininterrotto fluire di ricordi e presente, costantemente mischiati insieme in un gioco di riflessi scorrevole e accattivante e dal quale è impossibile staccarsi senza essere arrivati in fondo. O forse all’inizio.
Avanti o indietro?

Passato o presente?, dice George. Maschio o femmina? Non può essere tutte e due le cose insieme. O è l’una o è l’altra.
E chi lo dice, questo? Perché dev’essere per forza così?, ribatte la madre.

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