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Archive for the ‘L’altra verità’ Category

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E’ un libriccino piccolo piccolo, L’altra verità.
Si chiama anche Diario di una diversa ma non è un vero e proprio diario perché è stato scritto dopo gli avvenimenti che racconta.
La prima edizione è dell’86, la seconda del ’97.
E’ stato scritto in momenti diversi e, in realtà, non segue neanche un vero ordine cronologico. Alcuni aneddoti sono raccontati più di una volta, magari con l’aggiunta di particolari che allargano il quadro complessivo.
Alcune figure ricorrono, altre sono forse un po’ contraddittorie.

E’ il 1965 quando Alda Merini viene ricoverata all’ospedale psichiatrico Paolo Pini a seguito di una brutta lite domestica.
Leggo e rileggo tutto quello che trovo sulla vita di questa donna, prima che poetessa, e davvero, non sono ancora sicura di essere riuscita a capire di cosa parlano tutti quando si riferiscono alla sua ‘malattia mentale’.
Più cerco dettagli e più quello che mi trovo di fronte è il ritratto di una donna dalla sensibilità fortissima e dall’emotività dirompente. Una donna incredibilmente sola, catapultata dal caso in un contesto totalmente incapace di relazionarsi con lei.

Ma allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all’uomo e che l’uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire.
Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire. 

Alda viene internata e ha inizio un inferno che dura, sulla carta, dieci anni, di fatto, tutta la vita.
Un inferno di umiliazioni e abbrutimento. Di privazioni di ogni genere, fisiche e morali. Un inferno strutturato sistematicamente per la distruzione dell’identità.

[…] perché un folle non può più essere padrone della sua volontà?

Un inferno che cambia irrimediabilmente la percezione di sé e del mondo esterno e attribuisce all’altro e alla realtà i tratti di un nemico da cui doversi difendere.

[…] è pericoloso uscire dei meandri della propria inquietudine per addentrarsi nella socialità.

Pensiamo agli anni Sessanta-Settanta e superficialmente pensiamo ad un periodo di ripresa e rinascita. Pensiamo alla moda, alla musica, al fiorire di una cultura ansiosa di sgravarsi dal peso opprimente di una passato ancora troppo recente.
E troppo spesso si dimentica il passo sfasato e incerto con cui la realtà procede.
Si dimenticano quelle sacche di arretratezza che si arenano nel sistema e fermano il tempo in una dimensione priva di sbocchi.
Le coscienze sono lente a mutare.
Le leggi arrivano sempre troppo tardi e troppo impreparate rispetto alla realtà.
I manicomi in Italia – sul resto dell’Europa dovrei documentarmi – fino alla fine degli anni Settanta erano istituti pressoché ai margini del sistema.
Una volta che qualcuno vi entrava, veniva come cancellato dal mondo reale.
Erano posti al di fuori del tempo, dove la parola di dottori spesso impreparati era legge e dove ogni gesto che tentasse di preservare umanità era visto come ulteriore prova di follia.
E la follia, più che una malattia, diventa una colpa da espiare. Un crimine da punire con l’elettroschock, le fascette che inchiodano polsi e caviglie alle sbarre dei letti, dosi abnormi di Serenase, Largactil (la più nota torazina), Penthotal e qualsiasi altra cosa ci fosse bisogno di sperimentare.

Per questo Basaglia ha pensato bene di chiuderli. Creando, ovviamente, altri problemi non ancora risolti.

La legge Basaglia che chiude i manicomi arriva il 13 maggio del 1978. Prima erano stati presi alcuni provvedimenti che prevedevano l’apertura parziale dei reparti.
(Tra l’altro, ricordo che questa fetta di storia d’Italia era stata resa in modo molto toccante nella Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana).
E, certo, le leggi sono passi necessari e dovuti.
Ma la realtà e sempre un po’ più avanti ed è sempre un po’ più stronza.
E una legge che arriva per liberare non è – almeno non subito – affiancata da provvedimenti volti a supportare adeguatamente un esercito di fantasmi che questa libertà non sono in grado di viverla. Forse neanche di capirla.

Il manicomio non finisce più. E’ una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai. E così io continuo a girare per Milano, con questa sorta di peso ai piedi e dentro l’anima.

Perché i farmaci danno dipendenza.
Perché l’alienazione stessa dà dipendenza e rende inadatti alla socialità.
Perché la società stessa rifiuta chi porta il marchio della malattia mentale, come il riflesso di una colpa collettiva.

Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.

Perché anche chi non era pazzo prima, lo è diventato dentro quelle mura.
Pazzo di solitudine e di dolore.
Pazzo per un rifiuto immotivato e totale. 

L’uomo è socialmente cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.

Perché le mura del manicomio erano anche un modo semplice e istituzionalmente tutelato per liberarsi di qualcuno. Una moglie venuta a noia. Una figlia ragazza-madre. Una sorella epilettica.
E allora tutto diventa pazzia.
E più urli per negarla, questa pazzia, e più verrà confermata, perché ormai sei finito dall’altra parte della realtà.

Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano.

L’emarginazione è anche un diritto sociale.

L’altra verità è un piccolo libro che spezza il cuore.
E’ la voce forte e limpida di una donna che è sopravvissuta ad un assurdo abisso di orrore.
E’ la voce della sua incredibile voglia di vivere, nonostante tutto. Del suo grandissimo amore per questa vita che a volte le sfuggiva e che, in parte, le è stata strappata via.

Poter gestire la propria morte è come poter gestire la propria vita in quanto ci dà la misura del nostro io.

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