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Archive for the ‘J. Carrey’ Category

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The Truman Show (1998), Peter Weir, il regista de L’attimo fuggente e Master & Commander.

E’ un altro di quei film a cui personalmente sono molto legata e che hanno in qualche modo segnato una tappa nel panorama cinematografico dell’ultimo decennio del Novecento.

Probabilmente chi lo vedesse ora per la prima volta percepirebbe di meno la sua forza straniante. Siamo ormai da una decina d’anni se non di più immersi, volenti o nolenti, nella cultura del reality, e l’idea di una telecamera che ti segue anche al cesso non fa più così impressione come invece suggerirebbe un sano e normale istinto autoconservativo.

Resta il fatto che quando questo film uscì, non c’erano ancora né il Grande Fratello né tutte le sue svariate derivazioni e l’idea di fondo di un’intera esistenza che si svolgesse su un enorme set cinematografico e fosse ripresa in ogni suo istante era veramente qualcosa di nuovo. E lo era anche per il modo in cui è stata realizzata e per tutta la costruzione che si è sviluppata intorno a questa idea. Il fatto che il protagonista sia nato in diretta e sia l’unico a non sapere di essere filmato è al tempo stesso semplice, ingegnoso e di una crudeltà infinita.

Al di là degli ovvi – ma non per questo meno significativi – rimandi metaforici alle dinamiche dello spettacolo televisivo e soprattutto a quelle dell’interessamento dell’audience, al di là anche di tutto l’aspetto simbolico di questa enorme scenografia costruita come un mondo in miniatura con il suo personale dio in versione regista insediato nella luna e manifestantesi come voce fuori campo, al di là di tutto questo, dicevo, un altro elemento che rende l’insieme assolutamente geniale e inquietante è la completa simmetria delle dinamiche umane-comportamentali tra chi sta dentro e chi sta fuori dal set.

Realtà e finzione diventano estremamente relative, il confine tra ciò che è vero e ciò che è costruito è sempre più labile, lo schermo non è più qualcosa dentro cui semplicemente guardare ma diventa un passaggio a doppio senso.

Truman rappresenta la vittima per eccellenza di un sistema fondamentalmente incastrato in un circolo vizioso. E’ l’agnello sacrificale sull’altare del trionfo dell’era mediatica rappresentata dai due decenni finali del Novecento. E’ il culmine delle nevrosi voyeuristiche prima del passaggio al livello successivo del reality vero e proprio.

Jim Carrey, protagonista, offre qui quella che penso sia la sua miglior interpretazione in assoluto, prima di rimanere irrimediabilmente legato a quella macchiettistica scimmiottatura di se stesso nei panni di personaggi comici controvoglia, perennemente incompresi e falliti-ma-non-per-colpa-loro (si salva anche Number 23, anche se un po’ di sottofondo auto-commiserante c’è anche lì).

Magnifico Ed Harris nei panni di Christof, il regista. Lucidamente folle, innamorato di se stesso e della sua creatura, forse ancor meno calato nella realtà di quanto non lo sia il suo figlio televisivo.

Un gran film. Divertente, struggente, esteticamente impeccabile (la scena finale è qualcosa di indimenticabile). Anche rivisto a distanza di anni non perde nulla. Se non fosse per alcuni particolari tecnici non sembrerebbe affatto un film di quindici anni fa.

Cinematografo & Imdb.

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